Gladstone e l’ira
E a proposito di “non me ne vado, non decide lui” tutti sembrano aver dimenticato, a parte Pertini e Saragat, un altro “non me ne vado” e la ben più recente, furibonda ira veltroniana con il suo “se ne vada subito, decido io”.
Se ne deve andare da quel posto. Prima si dimette e poi saremo noi, sarà il Pd a prendere una iniziativa politica
L’ira di Veltroni: “Villari se ne vada poi prenderemo noi un’iniziativa” accompagnata da un “ma se non molla lo espelliamo“, con seguito di fulminea espulsione, mentre il vicecapogruppo vicario del Pdl dichiarava “una gestione meno turbolenta del rapporto tra il Pd e Villari avrebbe forse favorito più rapidamente la via d’uscita dallo stallo”. Quando Curzio Maltese altrettanto fulmineamente aveva tramutato il protagonista della vicenda da stimatissimo senatore eletto nel Pd, quel’era stato fino ad allora, in:
figura mediocrissima, peone d’altri tempi, democristiano di quarta fila e piccolo barone della medicina, riciclato non tanto in virtù di dubbie doti politiche, quanto per la conclamata cortigianeria. Cioè la principale e a volte unica competenza richiesta per fare carriera in politica. E’ noto tuttavia, dai tempi di Hegel, che un servo gode di un vantaggio decisivo sul padrone: può sempre trovarsene un altro. Magari più ricco e potente. Villari, a giudicare da come si muove, deve averne trovato uno ricchissimo. Non perché fosse un traditore, un opportunista dei tanti, un cialtrone insomma…
Quando Stefano Folli citando Gladstone, “tra la propria coscienza e il proprio partito, un gentiluomo sceglie sempre il proprio partito”, sosteneva che sulle dimissioni “si giocava la credibilità di Veltroni come leader Pd”, mentre Bocchino non era ancora l’eroe liberal che è poi diventato e si cambiava bigliettini in tv con Nicola La Torre, con tanto di richiesta di aprire “un’istruttoria” da parte di Di Pietro e di intenzioni di cacciarlo dalla commissione da parte di qualche altro. Quando Minzolini era ancora uno stimatissimo e libero giornalista di punta de La Stampa che scriveva editoriali per quel quotidiano. Si discuteva anche di partiti, paradossi, istruttorie e atti di regime tra anarchia e stalinismo a quei tempi, quando Ceccanti sosteneva che Roberto Gualtieri era favorevole ai partiti “anarchici e gassosi” e gli contrapponeva lodevolmente a tale modello quello dei disciplinati partiti tedeschi. Quando Fini faceva appello a Villari “perché sacrifichi le ragioni giuridiche che certamente ha” sull’altare della responsabilità politica. “Un appello molto giusto” anche per l’Udc Pierferdinando Casini.
Quando poi la questione fu risolta congiuntamente e con soddisfazione bipartisan dai Presidenti di Camera e Senato, che sciolsero la Commissione perché incapace di funzionare, per poi vedersi simultaneamente rinominati dai gruppi gli stessi identici componenti che improvvisamente riuscirono a farla funzionare votando però un altro presidente. Rai, Fini e Schifani sciolgono Vigilanza. Quando come scriveva il Riformista “con l’alto patrocinio del Quirinale e col decisivo appoggio di Silvio Berlusconi, Walter Veltroni ha brillantemente risolto l’impasse in cui si era trovato nella vicenda Rai”. Quando la cacciata da una minuscola presidenza di commissione di chi non aveva la fiducia del Pd e di Walter Veltroni fu: “un buon risultato, per la correttezza e la serietà della vita parlamentare, prima ancora che per il Pd”.


