Sinalunga e l’autunno della democrazia
La svolta è andata in onda: Walter Veltroni nel discorso di Sinalunga ha riscoperto la diversità morale della sinistra. Questa la cronaca secondo il Riformista:
Veltroni attacca l’idea dominante di un «io separato dal noi»: «Un virus che può fare solo male a una comunità», parla di «genocidio dei valori», poi denuncia che in Italia c’è «una vera e propria perdita di senso, sotto una fitta coltre di egoismo e cinismo». E’ in questo quadro che l’ex sindaco di Roma torna a scolpire la differenza tra destra e sinistra anche come superiorità morale della seconda sulla prima («La destra è responsabile di questo clima di una società senza valori in cui tutti coltivano solo il proprio desiderio individuale», dice Veltroni che poi aggiunge: «La destra sta rovinando economicamente, politicamente e moralmente l’Italia»), mentre il crepuscolare senso di sconfitta epocale che innerva tutta la lezione veltroniana e che lo porta a parlare di «autunno della democrazia», è compensato dalla convinzione che i democratici erano e restano «dalla parte giusta», ieri con Martin Luther King come oggi con Obama (e Veltroni stesso): «meglio perdere che perdersi», sembra dire il segretario, non a caso citando uno dei motti preferiti di Arturo Parisi, il più feroce critico di Veltroni, ieri per il primo (e a lungo l’unico) a spellarsi le mani per la lezione di Sinalunga.
“LA DESTRA sta rovinando economicamente, politicamente e moralmente l’Italia”. Ed è anche responsabile di un vero e proprio “genocidio dei valori“, di “un deserto storico e culturale“, della deriva di una società “egoista e spietata” in cui “tutto è indistinto e tutto è lecito“.
Interpretazioni univoche delle parole del premier ombra nelle cronache dell’avvenimento (qui il testo integrale dell’intervento), a cui oggi, un altro editorialista di punta, concordando, ma sottolineando anche qualche contraddizione (non senza ricordare che il tema, per la verità, in passato non ha mai portato troppa fortuna a chi lo ha rivendicato), fa seguire qualche interrogativo che non sembra peregrino.
Ma se siamo davvero all’«autunno della democrazia e della libertà», ci si domanda che ragione c’è di mantenere la frattura a sinistra su cui è nato il partito veltroniano. Una condizione di emergenza civile impone, piaccia o non piaccia, il ritorno alle logiche unitarie. Come dire, una sorta di Ulivo rigenerato in cui possano prendere posto tutti gli anti-Berlusconi. Sarebbe la più palese e dolorosa sconfessione della strategia del Partito democratico, ma avrebbe un senso.
Il secondo aspetto è una contraddizione singolare. Colpisce che in un discorso così attento alle questioni di fondo della democrazia, il segretario del Pd non abbia parlato della legge elettorale per le europee. Eppure il progetto del governo ha fatto sobbalzare gran parte dell’opposizione. Da Casini a Di Pietro a tutto l’arcipelago dell’estrema sinistra, le proteste sono vibranti. L’idea di abolire le preferenze e di fissare una soglia di sbarramento al 5 per cento è stata bollata come anti-democratica da un vasto fronte. E D’Alema non si è tirato indietro giorni fa alla festa dell’Udc, raccogliendo applausi.
Curioso che Veltroni non abbia iscritto la legge elettorale europea tra le cause concrete dell’«autunno della libertà». Dal suo punto di vista ne avrebbe avuto tutti i motivi. A meno che la riforma voluta da Berlusconi non dispiaccia al segretario del Pd perché lo aiuterebbe a difendersi nelle urne. In nome del bipolarismo. Ma se è così, ha senso l’allarme democratico di Sinalunga?
Qui riflessioni varie sulla citazione principe: “La felicità è reale solo quando è condivisa”. Evidentemente molto, molto più difficile da interpretare rispetto alla lettura univoca delle cronache sull’autunno della democrazia. E qui l’inguaribile nostalgia per le Frattocchie.
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