Il caso del figlio

L’Università di Messina sembra attirare i guai come una calamita fa col ferro. L’ultimo caso, che qualcuno potrebbe anche definire da “parentopoli”, riguarda Rosario Scalisi, figlio del più noto Vincenzo Scalisi, ordinario di Diritto privato presso la facoltà di Giurisprudenza di Messina. Un caso già affrontato dal Giudice del lavoro ma che quest’ultimo ha segnalato, inviandone tutti gli atti e ravvisando «fatti di rilevanza penale perseguibili d’ufficio», alla Procura della Repubblica.

[...] E arriviamo a questi giorni. Il 26 febbraio scorso giunge l’ordinanza del Giudice del lavoro, il quale rigetta formalmente il ricorso, semplicemente perché la competenza sull’annullamento del contratto spetta all’Università. Ma di fatto riconosce in pieno le “storture” della vicenda e il diritto della Della Cava ad essere assunta. Secondo il giudice, infatti, non può esserci dubbio sul fatto che Scalisi avesse un rapporto di pubblico impiego e che fosse, invece, tenuto a dichiarare il contrario entro 30 giorni dalla stipula del contratto con l’Università. Dichiarazione mai avvenuta, come scritto sopra. E per questo, scrive il giudice, «l’amministrazione avrebbe dovuto procedere in autotutela allo scioglimento del contratto». Ma c’è di più: il comportamento dell’Università, secondo il giudice, «ha consentito allo Scalisi un indebitospatium deliberandi” nella scelta tra l’uno e l’altro impiego pubblico, così come comprova la concessione in suo favore di un periodo di aspettativa superiore al termine massimo previsto dall’art. 37». Per tutti questi motivi, il giudice ha trasmesso tutti gli atti alla Procura della Repubblica, ravvisando «nella vicenda fatti di rilevanza penale perseguibili d’ufficio».

via Università, parenti e concorsi: il caso del figlio del prof. Scalisi – Tempo Stretto – Quotidiano on line di Messina e provincia.

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Il circolo vizioso

Irene Tinagli su La Stampa su diminuizione delle iscrizioni universitarie e rigidità sociali:

I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così. Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni.

[...] Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.

Il meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. continua qui

via Il circolo vizioso tra caste e amicizie

Sull’argomento ci ritorna Andrea Rossi L’università ritorna un lusso per pochi, nel pezzo si ascolta il parere del  professor Checchi che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione – «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».

Intanto è stato presentato all’Università degli Studi di Milano Bicocca lo studio dell’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione) sull’apprendimento nella scuola primaria da cui emerge una netta differenza già alle elementari tra tra Nord e Sud. I bambini degli istituti scolastici meridionali hanno una media di risposte corrette nei test d’italiano e matematica inferiore rispetto a quella dei coetanei degli istituti delle regioni settentrionali.

Apprendimento, divario tra Nord e Sud sin dalle elementari.

L’argomento non è di quelli attraenti per il “grande pubblico”, pochi sembrano essersene accorti: Ecco come la Gelmini ha cambiato la scuola, qui è un professore che commenta il riordino delle superiori.

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Merita fiducia

Il Vicepresidente Confindustria per l’Education (non è che entusiasma questa dicitura) sull’inizio dell’iter parlamentare del disegno di legge sull’Università. Un’occasione storica per i nostri atenei.

La riforma nel suo complesso merita fiducia ed esige compattezza

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Passi significativi

Luigi Zingales parla di università italiana: Meno poteri ai professori. La riforma universitaria della Gelmini è un passo avanti. Ma la lobby in parlamento la bloccherà.

L’università italiana versa in condizioni gravissime, tali da richiedere terapie radicali. La coraggiosa proposta di riforma del ministro Gelmini va in questo senso. È una riforma a 360 gradi che introduce due elementi fondamentali e rivoluzionari: la meritocrazia e la fine del potere assoluto dei professori. [...] La riforma del ministro Gelmini non è così radicale come quella da me auspicata, ma fa passi significativi in questa direzione. Per la prima volta si introduce il principio della meritocrazia. [...] Affinché questi incentivi abbiano effetto, però, è necessario cambiare i meccanismi decisionali all’interno delle strutture. Oggi il potere è completamente nelle mani dei professori, che gestiscono tutto a loro uso e consumo. Questo impedisce riforme in senso meritocratico. Se la maggioranza dei professori è mediocre, come possiamo aspettarci che abbracci consensualmente la competizione e la meritocrazia?

Apprezza la proposta di legge, ma continua ad avere per il futuro una visione alquanto pessimista.

Mi aspetto un’opposizione feroce. In Parlamento la lobby dei professori è seconda solo a quella degli avvocati. Farà di tutto per snaturare gli elementi innovativi di questa riforma che vede come un pericolo alla propria esistenza. E per conquistarsi il favore dell’opinione pubblica i professori sventoleranno la bandiera della libertà accademica contro l’asservimento dell’università al mercato. Ma ricordatevi che stanno solo difendendo la propria rendita di posizione, né più né meno dei camalli del porto di Genova. L’unica differenza sta nel fatto che hanno più contatti e più potere in Parlamento, e quindi rischiano di prevalere, condannando l’università italiana a un coma irreversibile.

Qui un’intervista al Ministro. “Più risorse ai poli avanzati“.

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Test universitario

Ancora sul disegno di legge per l’università presentato dal ministro Mariastella Gelmini. Anna Chimenti sul Riformista, Riforma Gelmini test universitario anche per Bersani, dopo un’analisi complessiva del provvedimento:

C’era (e c’è) sicuramente un pregiudizio a proposito della scarsa produttività e della poca voglia di lavorare dei professori. E potrebbe rivelarsi sbagliato considerare le reazioni dure che dal mondo universitario si stanno alzando verso la riforma soltanto come difesa dei privilegi o contrapposizione politica al Governo di centrodestra. Detto ciò, il fatto che una riforma organica per la prima volta, dopo tante miniriforme spesso in contraddizione l’una con l’altra, ponga il problema dell’efficienza e del rapporto tra costi e risultati degli atenei, è assolutamente sacrosanto.

si domanda quale sarà l’atteggiamento del Pd.

Naturalmente, come diceva Massimo Severo Giannini, le riforme hanno dei costi e richiedono coraggio. Sarà indispensabile che, pur disponibile al confronto parlamentare, il ministro Gelmini porti avanti la sua riforma salvaguardandone l’aspetto “di sistema” e stando attenta a non perderne troppi pezzi per strada. E sarà interessante vedere alla prova la nuova opposizione dialogante del Partito democratico di Pierluigi Bersani: cosa farà il nuovo segretario, cercherà di interloquire proponendo magari cambiamenti al testo ma riconoscendo l’importanza di questa riforma, o ai primi segni del sorgere di un nuovo movimento studentesco, scenderà in piazza tornando alla linea del rifiuto globale?

Mentre per Giorgio Israel, Se la Gelmini riceve critiche da destra e da sinistra la strada è quella giusta.

questo ddl è un documento organico e coraggioso, che va emendato su alcuni punti importanti, ma che sarebbe assolutamente irresponsabile silurare e combattere a oltranza, invece di assumerlo come un’occasione per far riprendere all’università un cammino virtuoso.

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Discutere e non dividersi

E’ Angelo Panebianco sul Corriere che invita a non dividersi sull’Università, condividendo le parole del rettore della Stata­le di Milano, Enrico Decle­va.

«Un’occasio­ne fonda­mentale per più versi irripetibile»: ha ra­gione, a definire con queste parole il disegno di legge elaborato dal ministro Gelmini (ndr qui il testo integrale) e approvato mer­coledì dal Consiglio dei ministri. Per la prima vol­ta da decenni, infatti, si af­fronta la questione dell’università nel suo com­plesso e in modo organi­co, delineando una pro­spettiva riformatrice a 360 gradi.

[...] Tutto perfetto dunque? Per carità. Ma perfettibi­le, ed è questo ciò che conta. Dal momento che, con una scelta di cui non può sfuggire il valore poli­tico, il ministro e il gover­no hanno scelto saggia­mente la via del confron­to parlamentare, ed è dunque nel corso di que­sto confronto che sarà possibile introdurre gli eventuali, necessari, ag­giustamenti. Per esem­pio, a giudizio di chi scri­ve, calibrare meglio il po­tere forse eccessivo dato ai rettori, valutare meglio l’opportunità della pre­senza di interessi ex­tra-universitari all’inter­no del consiglio di ammi­nistrazione, precisare il meccanismo delle idonei­tà. Ma ripeto, di ciò ci sa­rà modo di discutere in Parlamento con il contri­buto di tutti.

Così come ci sarà modo, una volta avviate le cose sul binario giusto, anche di chiedere con forza che si spenda per l’università quel che si spende nel resto d’Europa. L’importante ora è che questa volontà di discutere ci sia e si manifesti con chiarezza. Di discutere: evitando perciò di sfruttare tenaci faziosità e inevitabili malcontenti con proclami demagogici e mobilitazioni di piazza, evitando di pretendere un impossibile meglio impedendo il possibile bene. E dall’altra parte, beninteso, accantonando inutili rigidità. Come si sa, è stata proprio questa, invece, la via micidiale percorsa negli ultimi trent’anni, che si è rivelata ideale per consegnare l’università agli interessi corporativi, all’inefficienza, alla paralisi attuale.

Bisogna convincersi che istruzione e ricerca sono due dei settori strategici che decidono del futuro dell’Italia. Che decidono, oggi, se tra vent’anni saremo ancora in grado di stare con onore nella competizione mondiale oppure se continueremo nel declino presente. Su questioni del genere un Paese serio discute fino in fondo, sì, ma non si divide per pure ragioni di schieramento politico.

Il commento di Repubblica ieri era stato lasciato a Tito Boeri. La riforma lumaca dell’Università, pezzo in cui il professore criticava il rinvio ad una legge delega per quelli che venivano ritenuti gli aspetti più importanti e innovativi, e preconizzava “molto alto il rischio che anche questa ennesima riforma finisca nel nulla. Bene perciò tenere viva l’attenzione e monitorare l’iter parlamentare della riforma”.

Per Europa E’ un inizio che non basta. Anche se chi scrive “ammette con molta franchezza che il ddl, pur presentando molti elementi discutibili, sugli assetti della governance offre invece un disegno innovativo rispetto alla situzione attuale”.

Il Manifesto consigliava “a chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del Ddl di iniziare dalla fine”. Per loro l’unica cosa importante sembra essere la strategia dei tagli che viene riconfermata dal governo. Su La stampa era intervenuto Luca Ricolfi Nella direzione giusta e sul Messaggero Paolo Pombeni: Il ritardo storico che pesa sul paese.

Questa la posizione già nota della FLC Cgil – che parla di “cesarismi” su governance e reclutamento nelle Università – perché uscita a giugno dal Forum nazionale della docenza universitaria e della ricerca.

E questa la reazione a caldo di ieri:

In conclusione, un testo attraversato da una palese volontà punitiva, dal centralismo, dalla riduzione dell’autonomia, dalla visione di Università-azienda; un’altra occasione persa, che accelera lo stato di disordine e difficoltà del sistema, e aggiunge un altro tassello al disegno di riduzione delle opportunità dei cittadini e degli studenti.
Contro questo provvedimento è indispensabile rilanciare un’ampia mobilitazione che costringa il Governo a ritirare i tagli, investire nell’Università e ad aprire un confronto vero sulle autentiche necessità del sistema universitario.

Oggi altre discussioni. Ecco il ricercatore del futuro. Sei anni di contratto, poi cambiano carriera e ruolo. Per Marco Merasina responsabile del coordinamento Nazionale dei Ricercatori univesitari: “E’ un progetto migliorativo. Quello che manca è una definizione dello stato giuridico del ricercatore. Per quei sei anni di contratto farà ricerca o finirà ad insegnare e far esami come tutti noi?”

Nicola Tranfaglia sull’Unità sostiene che La riforma è solo una favola, mentre sul Foglio si può leggere che Un’altra università è possibile, “finalmente una riforma degli atenei contro il compromesso facilista”. Sul blog del Fatto Quotidiano si parla così della “furia riformatrice di una figlia della Bergamasca”: Riforma Gelmini, largo ai privati, puniti ricercatori e studenti.

Sul Sole si parla anche di istituti tecnici. Riparte la riforma. Dopo 4 mesi primi si delle regioni (con modifiche). Mentre la prima pagina del Secolo (gli avanguardisti) parla di esecuzioni choc, tasse, fine vita, Emma vs Renata e dei fascisti di sinistra dei nostri giorni. Di spalla una replica agli “invidiosi“, come ieri di spalla veniva data la notizia. Università, si volta pagina: approvata la riforma. Anche qui e qui, per il momento, neanche l’ombra della discussione.

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Senza scorciatoie, senza camarille

Alberto Orioli sul sole24ore.

Talento e futuro sono i due punti che uniscono la rotta della giovinezza. Il primo garantisce ciò che siamo, misura il valore delle nostre conoscenze o delle nostre abilità; il secondo è l’ansia di trasformare l’energia del presente in una prospettiva di vita, nel sogno realizzato.

L’Italia non è un paese per giovani. Non certifica i talenti, non valorizza il merito e non investe sulle nuove generazioni. Spesso le narcotizza con un curriculum formativo scadente e poco esportabile e le obbliga a un’overdose di flessibilità, correttivo ineluttabile di un modello di lavoro troppo oneroso per un welfare diventato, via via, un lusso europeo. A chi è giovane tocca una impossibile fase di iniziazione al lavoro (quasi uno su quattro è ora disoccupato del tutto) e un assai incerto futuro previdenziale: non era questo il destino dei loro padri quando avevano la loro età. E questo vale oggi sia per un lavoratore dipendente sia per un professionista.

Insomma, se – per dirla alla Bob Dylan – «essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro», la barca-Italia fa di tutto per mettere alla prova la determinazione e la voglia di lottare dei suoi ragazzi. I giovani chiedono, se non proprio stabilità, almeno tutele migliori per gestire le fasi di passaggio da un posto all’altro in questa vita normalmente trapuntata di occasioni di impiego che, alla fine, fanno un complicato rosario lavorativo. Vanno in questa direzione le proposte Confindustria che verranno presentate il 17 novembre a Vicenza: abolizione del valore legale del titolo di studio, migliore diffusione dei prestiti d’onore, rilancio della formazione tecnica, spesso trascurato segreto di molte delle produzioni made in Italy. Ridare dignità all’università è forse l’unico modo per restituire il senso del futuro alle generazioni di oggi. È questo anche lo scopo della riforma Gelmini varata ieri dal consiglio dei ministri: i fondi andranno solo agli atenei virtuosi, saranno aboliti i corsi fittizi, la valutazione dei docenti sarà a cura degli allievi, aumenteranno le borse di studio per gli studenti più meritevoli. Si farà più ricerca e ciò significa qualità. Il tutto diventa poi equità sociale: un paese con buone università sceglie al meglio la propria classe dirigente. Senza scorciatoie, senza camarille.

via La parabola dei talenti perduti dai giovani – Il Sole 24 ORE.

Qui lo Schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento concernente la struttura e il funzionamento dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), sottoposto a parere parlamentare e all’esame delle Commissioni Cultura e Bilancio della Camera. Qua quello precedentemente presentato dal Ministro Vannino Chiti. E qua il testo del D.D.L. 28/10/2009, In materia di organizzazione e qualità del sistema universitario, di personale accademico e di diritto allo studio, cosiddetta Riforma Gelmini.

Luca Ricolfi, Nella direzione giusta: un’epoca è finita e tutto sommato è un bene

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Organicità e debolezze

Salvatore Settis sulla legge sull’università in discussione al Consiglio dei Ministri. Quelli che sono, secondo lui, gli aspetti positivi e quelli negativi.

è una mappa di buone (talora ottime) intenzioni, disseminata però di siluri che potrebbero affondarla prima dell’approdo. [...] Da molto tempo non si vedeva un disegno di legge di questa portata, che include governance, controllo dei bilanci, stato giuridico dei docenti e altro ancora. Ma proprio questa organicità ed ampiezza può rivelarsi una debolezza [...]

E conclude con una serie di interrogativi. Allo sforzo normativo corrisponderà una lucida visione del futuro?

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Vince solo chi gioca in casa

Le università spingono solo i prof interni

I professori universitari vincono solo quando giocano in casa. Negli ultimi quattro anni tre concorsi su quattro si sono conclusi con una promozione, che ha dato al prescelto una stelletta in più senza chiedergli di cambiare sede.

Il “mercato” delle competenze, insomma, non attira, ma non è colpa sua. Quando si libera un posto, sono i professori della facoltà a decidere che cosa fare: meglio chiamare un esterno, che magari ha già ottenuto un’idoneità in un’altra prova, o bandire un concorso nuovo con la speranza di vincerlo? Di solito non hanno dubbi: meglio la speranza.

A scardinare questa abitudine ci prova ora la riforma Gelmini, che dopo lunga attesa dovrebbe arrivare a breve in consiglio dei ministri. Nei piani del ministro c’è quello di imporre agli atenei una quota minima di assunzioni dall’esterno, che potrebbe essere fissata al 50 per cento. Sarebbe una rivoluzione.

Il passaggio dalla teoria alla pratica, però, nell’università italiana non è mai facile. Lo dimostra la riforma dei concorsi, che per eliminare le combine ha introdotto le commissioni a sorteggio. Prima, però, con il classico bizantinismo accademico c’è da eleggere i sorteggiabili: le elezioni saranno a metà dicembre, poi si formeranno le commissioni. Ma chi affolla le prove, bandite ormai da più di un anno? Otto su dieci sono docenti già di ruolo, che aspirano alla promozione.

Si rimette in moto il pachiderma dei concorsi per i professori universitari, ma i numeri mostrano che c’è un problema: nei bandi 2008 più di tre posti ogni quattro sono dedicati a ordinari e associati, che i vincoli legati al turn over e le regole di reclutamento rendono difficili da assorbire. Per i ricercatori, invece, i bandi sono diventati assai meno generosi e il futuro riserva più di un rischio. Ma andiamo con ordine.

Il meccanismo del reclutamento accademico si è rimesso in moto perché il ministero ha fissato il calendario elettorale per formare gli elenchi di papabili tra cui sorteggiare i commissari d’esame delle diverse discipline almeno per la prima sessione dei concorsi 2008 (ne parla l’articolo qui sotto: Commissioni d’esami a corti di commissari). Intanto sia il premier Berlusconi sia il ministro dell’Università Mariastella Gelmini hanno rilanciato nuovamente il disegno di legge per la riforma di governance e reclutamento, che dopo una lunga gestazione dovrebbe arrivare in consiglio dei ministri nelle prossime settimane. Fra le altre cose, la nuova riforma dovrebbe favorire il reclutamento di nuovi ricercatori, prevedendo che gli atenei aprano a loro le porte con frequenza nettamente maggiore rispetto a ordinari e associati.

I dettagli si vedranno con il nuovo testo che arriverà sul tavolo del governo, ma prima c’è da risolvere il rebus dei numeri “monstre” contenuti nei concorsi banditi dell’anno scorso, ancora tutti da effettuare. Nel 2008 le università hanno bandito 2.621 posti (quasi tutti nella prima sessione, quella interessata dal primo sblocco), che in 2.018 casi (il 77%) riguardano promozioni a ordinario o associato. Qui arriva il primo problema: l’anno prossimo, quando (se tutto va bene) i concorsi potranno partire davvero, le università potranno spendere solo la metà delle risorse liberate dai pensionamenti, destinandone il 60% ai ricercatori, il 30% agli associati e il 10% agli ordinari. Da Verona a Bergamo, da Siena a Brescia, dal Politecnico di Torino a quello di Bari, 15 università sono però a secco di ricercatori in attesa, altre 14 dedicano alle nuove leve meno di un posto su 10 e solo 14 hanno destinato alle promozioni di chi è già di ruolo meno della metà dei posti banditi. In pratica solo queste ultime potranno assorbire tutti i posti messi a concorso, purché il loro turn over sia abbastanza generoso, mentre nella maggioranza degli atenei per accogliere gli ordinari e associati “promessi” ci vorranno anni. A rendere il nodo ancora più intricato c’è il trucchetto del «doppio idoneo», reintrodotto l’anno scorso, che fino alla prima sessione 2008 ha permesso agli atenei di creare due ordinari o associati per ogni posto bandito: se tutti volessero applicarli, la quota di ricercatori in pratica si dimezzerebbe.

Per riaprire la strada ai giovani il Ddl Gelmini dovrebbe introdurre nuove norme “di favore“, in due modi: secondo le bozze circolate in questi mesi, il reclutamento dei ricercatori dovrebbe avvenire tre volte l’anno, contro la cadenza annuale pensata per gli altri ruoli, e le università dovrebbero assicurare una «intensificazione progressiva» delle assunzioni di nuovi giovani. continua

gianni.trovati@ilsole24ore.com

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