E’ Angelo Panebianco sul Corriere che invita a non dividersi sull’Università, condividendo le parole del rettore della Statale di Milano, Enrico Decleva.
«Un’occasione fondamentale per più versi irripetibile»: ha ragione, a definire con queste parole il disegno di legge elaborato dal ministro Gelmini (ndr qui il testo integrale) e approvato mercoledì dal Consiglio dei ministri. Per la prima volta da decenni, infatti, si affronta la questione dell’università nel suo complesso e in modo organico, delineando una prospettiva riformatrice a 360 gradi.
[...] Tutto perfetto dunque? Per carità. Ma perfettibile, ed è questo ciò che conta. Dal momento che, con una scelta di cui non può sfuggire il valore politico, il ministro e il governo hanno scelto saggiamente la via del confronto parlamentare, ed è dunque nel corso di questo confronto che sarà possibile introdurre gli eventuali, necessari, aggiustamenti. Per esempio, a giudizio di chi scrive, calibrare meglio il potere forse eccessivo dato ai rettori, valutare meglio l’opportunità della presenza di interessi extra-universitari all’interno del consiglio di amministrazione, precisare il meccanismo delle idoneità. Ma ripeto, di ciò ci sarà modo di discutere in Parlamento con il contributo di tutti.
Così come ci sarà modo, una volta avviate le cose sul binario giusto, anche di chiedere con forza che si spenda per l’università quel che si spende nel resto d’Europa. L’importante ora è che questa volontà di discutere ci sia e si manifesti con chiarezza. Di discutere: evitando perciò di sfruttare tenaci faziosità e inevitabili malcontenti con proclami demagogici e mobilitazioni di piazza, evitando di pretendere un impossibile meglio impedendo il possibile bene. E dall’altra parte, beninteso, accantonando inutili rigidità. Come si sa, è stata proprio questa, invece, la via micidiale percorsa negli ultimi trent’anni, che si è rivelata ideale per consegnare l’università agli interessi corporativi, all’inefficienza, alla paralisi attuale.
Bisogna convincersi che istruzione e ricerca sono due dei settori strategici che decidono del futuro dell’Italia. Che decidono, oggi, se tra vent’anni saremo ancora in grado di stare con onore nella competizione mondiale oppure se continueremo nel declino presente. Su questioni del genere un Paese serio discute fino in fondo, sì, ma non si divide per pure ragioni di schieramento politico.
Il commento di Repubblica ieri era stato lasciato a Tito Boeri. La riforma lumaca dell’Università, pezzo in cui il professore criticava il rinvio ad una legge delega per quelli che venivano ritenuti gli aspetti più importanti e innovativi, e preconizzava “molto alto il rischio che anche questa ennesima riforma finisca nel nulla. Bene perciò tenere viva l’attenzione e monitorare l’iter parlamentare della riforma”.
Per Europa E’ un inizio che non basta. Anche se chi scrive “ammette con molta franchezza che il ddl, pur presentando molti elementi discutibili, sugli assetti della governance offre invece un disegno innovativo rispetto alla situzione attuale”.
Il Manifesto consigliava “a chi volesse intraprendere la certo non avvincente lettura del Ddl di iniziare dalla fine”. Per loro l’unica cosa importante sembra essere la strategia dei tagli che viene riconfermata dal governo. Su La stampa era intervenuto Luca Ricolfi Nella direzione giusta e sul Messaggero Paolo Pombeni: Il ritardo storico che pesa sul paese.
Questa la posizione già nota della FLC Cgil – che parla di “cesarismi” su governance e reclutamento nelle Università – perché uscita a giugno dal Forum nazionale della docenza universitaria e della ricerca.
E questa la reazione a caldo di ieri:
In conclusione, un testo attraversato da una palese volontà punitiva, dal centralismo, dalla riduzione dell’autonomia, dalla visione di Università-azienda; un’altra occasione persa, che accelera lo stato di disordine e difficoltà del sistema, e aggiunge un altro tassello al disegno di riduzione delle opportunità dei cittadini e degli studenti.
Contro questo provvedimento è indispensabile rilanciare un’ampia mobilitazione che costringa il Governo a ritirare i tagli, investire nell’Università e ad aprire un confronto vero sulle autentiche necessità del sistema universitario.
Oggi altre discussioni. Ecco il ricercatore del futuro. Sei anni di contratto, poi cambiano carriera e ruolo. Per Marco Merasina responsabile del coordinamento Nazionale dei Ricercatori univesitari: “E’ un progetto migliorativo. Quello che manca è una definizione dello stato giuridico del ricercatore. Per quei sei anni di contratto farà ricerca o finirà ad insegnare e far esami come tutti noi?”
Nicola Tranfaglia sull’Unità sostiene che La riforma è solo una favola, mentre sul Foglio si può leggere che Un’altra università è possibile, “finalmente una riforma degli atenei contro il compromesso facilista”. Sul blog del Fatto Quotidiano si parla così della “furia riformatrice di una figlia della Bergamasca”: Riforma Gelmini, largo ai privati, puniti ricercatori e studenti.
Sul Sole si parla anche di istituti tecnici. Riparte la riforma. Dopo 4 mesi primi si delle regioni (con modifiche). Mentre la prima pagina del Secolo (gli avanguardisti) parla di esecuzioni choc, tasse, fine vita, Emma vs Renata e dei fascisti di sinistra dei nostri giorni. Di spalla una replica agli “invidiosi“, come ieri di spalla veniva data la notizia. Università, si volta pagina: approvata la riforma. Anche qui e qui, per il momento, neanche l’ombra della discussione.