Di fatto

Fini di Fatto di Puntaspilli

Qui delle due una: o non si sono capiti, o uno dei due (o forse entrambi) si è spiegato male. Perché non riteniamo possibile – né, tanto meno, credibile – che uno dei maggiori sostenitori del Presidente della Camera Gianfranco Fini, (ex leader di Alleanza Nazionale e co-fondatore del PdL) sia diventato Marco Travaglio il quale, a sua volta, ha trascinato con sé il Fatto Quotidiano, direttore compreso. Su AnnoZero, per il momento, taciamo.

Sabato scorso, prima pagina della testata diretta da Antonio Padellaro: titolo centrale «Minacce e ricatti. Bossi ordina a Berlusconi: ora caccia Fini»; editoriale del Travaglio (o doglie se più piace) pro-Fini e contro Lega e Corriere della Sera; intervento di Furio Colombo dal titolo «Lega padrona»; incipit dell’articolo di Luca Telese dal titolo «Gianfranco prepara il contropiede».

Sempre il Fatto di sabato, ma pagina due: titolo centrale «Il contropiede di Fini e la trincea-intercettazioni» (lo stesso della prima pagina a firma Telese). A pagina tre «Il conto di Bossi» e il “francobollo” che pubblicizza la presenza del Presidente della Camera al programma tv dell’Annunziata previsto per il giorno dopo, mentre a pagina quattro, nell’ordine: il pensiero di Flavia Perina («E’ stato lui (finalmente) a rompere il partito di plastica»), un pezzo dedicato agli uomini dell’ex presidente di AN («Loro non hanno (ancora?) abbandonato Fini») ed una scheda sulla Presidente della Commissione Giustizia di Montecitorio (“Bongiorno, l’angoscia del premier”).

Di fatto, quelli del Fatto, sono fini perché cavalcano Fini pur di andar contro il loro acerrimo nemico. Altrettanto, però, non è fine Fini che si presta ad essere, di fatto, strumento anche del Fatto e delle sue meschine campagne contro il capo del Governo. La situazione non vi è chiara? Francamente neppure a noi.

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La maestrina del giornalismo

Nicola Porro sulla polemica scatenata da Travaglio ad Annozero e sull’intervento “alto” di Barbara Spinelli sul Fatto:

Mi sono permesso di dire: “sarà capitato anche a te di frequentare persone che non si sarebbe dovuto frequentare”. Niente di più: c’è la prova televisiva, si direbbe a Controcampo. Ne è scaturito un finimondo. Io sono diventato un “fascistoide”, un “poveraccio” e “un liberale del cavolo”. Passi per quello che è avvenuto in trasmissione. Gli animi in diretta si possono scaldare e anche il mio si è scaldato troppo. Il giorno dopo, a freddo, sul quotidiano di Travaglio, il medesimo liberale del cavolo, con Belpietro, è diventato anche il “trombettiere”, che “sguazza nella merda”, “fa il frocio con il culo degli altri” e che a fine trasmissione va da “Berlusconi a ritirare la paghetta”.
E facciamo passare anche questa. [...] La banalissima questione Travaglio era necessario chiuderla là, una settimana fa. [...] ieri ho finalmente capito che la vicenda non riguardava più solo il sottoscritto e Travaglio. Ho capito che una certa parte del nostro salottino intellettuale si è sentito colpito nel vivo. Si è trovato un soggetto fuori dai giri, il sottoscritto, che ha fatto perdere la Trebisonda al proprio eroe (Travaglio). Se il buon senso vince sull’ideologia, questi signori sono fritti. Se in ogni contesto, dal bar alla tv, un John Galt qualsiasi si alza in piedi e ribatte con qualche argomento al Travaglio di turno, l’impunità intellettuale di cui godono questi oracoli va a farsi benedire. Le parole di Travaglio, fino a prova contraria, non sono legge. Chiunque glielo può ricordare. E la trasmissione dell’altra sera, dimostra come anche i suoi nervi non siano così saldi. Ecco perché occorre delegittimare qualsiasi interlocutore critico, prima che sia troppo tardi per la sacralità della conventicola. Ieri leggendo Barbara Spinelli sul quotidiano di Travaglio (La verità di Santoro (e di Popper), ho capito infatti che l’artiglieria che conta si è mossa. Se si scomoda la maestrina del giornalismo, quella che se raggiungi l’ultima riga del suo pezzo ti danno un premio, e che se non cita Popper e Pulitzer non è contenta, dicevo se si muove la maestrina è evidente che nella casa ci sia il timore che una gigantesca pernacchia collettiva sommerga tutti questi moralisti con la verità in tasca.
Il copione è semplice. Il primo tempo è quello in cui si gioca facile: l’avversario, cioè il sottoscritto, è venduto al cav e dunque, ipso facto, non è credibile, non ha diritto di parola. Le sue contestazioni sono solo aggressioni. È un fascistoide. Il secondo tempo è quello più subdolo, e qui entra in gioco la maestrina o chi per lei: l’avversario, cioè il sottoscritto, non è degno del mestiere del giornalista. È il classico italiano (non smettete mai di dire quanto vi faccia schifo questo paese!) che tira a campare e che nel resto del mondo farebbe il portavoce del governo. Il secondo tempo si incarica dunque di distruggere la professionalità, così in cento righe, per far qualcosa. Si prende a prestito un supposto ottimo, il modello americano, e lo si confronta con il pessimo, il modello italico-berlsucoide. La cosa ridicola è che non si conosce il primo, se non per sentito dire, ma neanche il secondo. Vi è infine un terzo tempo. E’ riservato al conduttore. Michele Santoro, che pure qualche mattoncino per la costruzione del fortino antiberlusconiano lo ha portato, viene così preso di mira: come si permette di ospitare gente della risma di Porro e Belpietro? Non si rende conto di aprire un varco al nemico. La guache caviar dalla Spinelli e Colombo, non ha mai sopportato questo salernitano che non sa indossare le cravatte della DeClerque.

Infine c’è un altro piano. Una certa parte degli intellettuali, scrittori, giornalisti di questo paese non potrà mai venire accettata dal nostro bolso establishment culturale (echhissenefrega dici giustamente tu direttore), se non farà pubblica manifestazione del proprio antiberlusconismo preconcetto. Non bastano i distinguo, ci vuole il vero dna di antiberlusconiano per diventare un intellettuale degno di questo nome. Ovviamente le cose non vengono dette in modo così semplice. Ci si aggrappa sempre a qualche grande categoria dello spirito. Il filo rosso è rappresentato dalla scarsa serietà che contraddistingue chi non la pensa al modo dei soci del club della pernacchia (Travaglio, Spinelli e Colombo, solo per considerare questo minimo caso televisivo). Chi non fa parte del piccolo circo degli intellettuali chic (quelli che le hanno sbagliate tutte da Lotta Continua ai sindacati a Travaglio) è per definizione poco serio. Non potrà vincere mai un premio giornalistico (sai che minaccia), non potrà mai agguantare la verità e se ha un’idea (sì anche da queste parti capita di averle) è pagata dal Cavaliere. Noi caro direttore non siamo seri, perché nella vita non abbiamo mai fatto quel genere di stupidate (ops maestrina!!! Ma d’altronde a forza di frequentare Travaglio le parolacce le capirà anche lei) che sole ci spiegano il vero senso del giornalismo. Gli intellettuali a la page possono essere pagati dalla Fiat (le perle della maestrina sono forse retribuite direttamente dal padreeterno?), o da De Benedetti, ma non da Berlusconi jr. Citano Popper ma non si mettono mai in discussione. Per loro la falsificazione della verità equivale al pentimento: a distanza di dieci anni fanno ammenda dei propri errori e sposano la nuova moda e così via. Si sentono così molto popperiani. La loro presunzione intellettuale non gli fa vedere la drammatica contraddizione in cui cadono: chiedono a Santoro una pulizia delle liste degli ospiti, l’ostracismo per Porro e Belpietro, con lo stesso sciocco piglio con cui Berlusconi voleva la chiusura di Santoro, per motivi esattamente opposti.

via Zuppa di Porro – La maestrina

In questo blog, dove si evita da sempre di parlare dei Travaglio e dei travaglismi, si fa un’eccezione perché il vedere trasformato anche Nicola Porro in un lacché del cav, sembra effettivamente troppo.

Mentre Feltri qui: Che Travaglio riempe le pagine della “Stampa“, replica all’ex Michele Brambila (inteso come ex vicedirettore di Libero e del Giornale) che nella sua analisi su La Stampa – titolata  “Wanted Travaglio. La destra ha scelto è lui il super nemico – aveva parlato del giornalista del Fatto come di uno “sempre più nel mirino dei quotidiani vicini all’attuale maggioranza”. E senza ritenere di dover spendere neanche mezza parola a difesa della professionalità del collega Porro, anzi facendo concludere “l’analisi” ad un Travaglio che “se la ride”.

Che fa fare entrare nei “salotti buoni” della grande stampa nazionale. “L’artiglieria che conta si è mossa.”

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Metodi infallibili

Mani Pulite e la mafia, secondo il metodo Di Pietro-Travaglio di FR

Applicando il metodo Di Pietro-Travaglio alle notizie pubblicate oggi dal Corriere, la conclusione è semplice: sul finire del ’92 il Pm Antonio Di Pietro, esponente di spicco del pool Mani pulite della Procura di Milano, strinse un accordo con la mafia per lasciarla fuori dalle inchieste che si stavano moltiplicando, e che inesorabilmente avrebbero toccato prima o poi anche il nodo politica-appalti-Cosa nostra. In cambio, e diversamente da Borsellino, ebbe salva la vita.

È stato lo stesso Di Pietro a rivelare di essere stato informato dai Ros, alcuni giorni prima della strage di via D’Amelio, di un imminente attentato contro di lui e contro Borsellino. C’è però una differenza, che il metodo Di Pietro-Travaglio suggerisce come decisiva: a Borsellino l’informativa fu inviata per posta, e mai recapitata. A Di Pietro invece la nota fu consegnata insieme ad un passaporto di copertura (a nome Mario Canale), con il quale il Pm milanese andò in Costa Rica con la moglie. Borsellino saltò in aria, Di Pietro tornò al lavoro.

Il 15 dicembre del ’92 Di Pietro cenò in una caserma dei carabinieri di Roma con i vertici dei servizi segreti, con Bruno Contrada e con un rappresentante della Kroll, la più grande agenzia d’investigazione d’affari del mondo, giunto dall’America per consegnargli un premio. Di quella cena sono ora spuntate alcune foto. Nove giorni dopo Contrada sarà arrestato per mafia.

Perché, si chiederebbero Di Pietro e Travaglio, la cena è stata nascosta a tutti, compresi i magistrati di Milano e di Palermo? E’ mai possibile, insisterebbero Di Pietro e Travaglio, che l’allora paladino di Mani pulite non sapesse chi era Contrada, al centro di numerose inchieste già in corso all’epoca della suddetta cena?

In quei giorni Di Pietro non lavorava soltanto su Craxi, ma anche sulla Sicilia; e andò persino a Rebibbia con l’allora capitano De Donno per incontrare Vito Ciancimino. Ma dell’incontro non resterà traccia. Come mai? domanderebbero Di Pietro e Travaglio. Fatto sta che, a sorpresa, Tonino interrompe ogni rapporto con la procura di Palermo (e con le indagini sugli appalti di mafia) perché dopo la morte di Borsellino “non mi ritrovavo – sono parole pronunciate nel ’99 al processo Borsellino-ter – nel metodo d’indagine degli altri magistrati”. I quali peraltro ignoravano gli incontri eccellenti del loro collega milanese.

È andata davvero così? Non ne ho idea. Di Pietro e Travaglio, invece, non avrebbero dubbi. Forse si potrebbe chiedere un parere a Massimo Ciancimino, che di trattative e di accordi sembra sapere molte cose. Magari in una prossima puntata di Annozero. Il metodo Di Pietro-Travaglio è infallibile: una volta avvicinata al ventilatore, la merda sfugge ad ogni controllo.

via Mani Pulite e la mafia, secondo il metodo Di Pietro-Travaglio — The Frontpage.

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Venditori ambulanti

Fiducia ad Aldo Grasso per chi come a me ha fatto altro che guardare l’atteso esordio. Ho intravisto solo l’Italo di lotta e di governo.

«Per noi importante è il racconto della realtà», dice Michele Santoro in apertura di trasmissione. Ma c’è tempo. Per intanto la realtà è lui, solo lui. Silvio Berlusconi sostiene che molti giornalisti italiani sono farabutti, Renato Brunetta aumenta il carico e ci mette anche gli intellettuali, notoriamente fannulloni.

Non stanno parlando solo di Santoro ma è come se. Che in Italia in questo momento l’informazione non se la pas­si troppo bene è un fatto, ma paragonarsi a San Lorenzo martire, come ha fatto Santo­ro approfittando di un discorso del card. Bagnasco, pare un filo esagerato.

Brutto segno quando in tv si parla molto di libertà di in­formazione. Come succede di questi tempi. Non significa necessariamente che tale libertà sia in serio pericolo. Significa anche che l’informa­zione si riduce a parlare di sé, stretta in un circolo vizioso, quasi ossessivo, autoreferenziale. E poi questi talk si sa co­me funzionano, puzzano di frasi fatte: quelli di sinistra so­stengono una tesi e non si smuovono dalle loro convin­zioni; quelli di destra ne so­stengono un’altra e non si smuovono. Poi ci sono quelli che si danno sulla voce, siste­maticamente, e non si capi­sce niente. Alla fine della sera­ta i convinti sono ancora più convinti, e gli ostili ancora più ostili. Ed Enrico Menta­na, dopo Antonella Clerici e Santoro, dovrà trovarsi un’al­tra ospitata.

In momenti non facili co­me questi, con una Rai che si sta appiattendo molto sui vo­leri del premier e con un gior­nalismo scritto sempre più virilmente cinico e anche baro, verrebbe anche da difendere Santoro. Ma lui, come un’aspide, morde subito. Si capisce perché non sia molto amato, da una parte come dall’altra.

Peppino Caldarola lo ha de­finito «il Lucio Presta del giu­stizialismo italiano», il press agent di Marco Travaglio. E Giuliano Ferrara ha scritto: «La sua lingua è povera, os­sessiva, politicante. Non co­nosce autoironia né ironia, solo sarcasmi e ribellismi piuttosto plebei».

Travaglio pensaci tu! Dopo tanta attesa interviene Marco Travaglio, senza macchia e, per ora, senza contratto, che ci spiega chi sia Gianpi Taran­tini, il famoso fornitore uffi­ciale di escort e indagato nell’inchiesta sulla sanità in Pu­glia. Lo fa per missione, per­ché nessun organo di informazione se n’è finora occupa­to. Santoro spiega anche che nessuno in Italia ha ancora in­tervistato Patrizia D’Addario. Insomma la libertà di stampa è cosa loro. Un suo cavallo di battaglia è la difesa della di­versità: «Coltivando la nostra diversità siamo convinti che la democrazia sarà più forte». Vero, ma la demagogia non pare poi questa grande diver­sità. Ci sono problemi seri che rischiano di perdere cre­dibilità perché qualcuno si prende troppo sul serio, fasti­dioso venditore ambulante della libertà.

Dal corriere della sera

via Va in onda Michele venditore di libertà (e di se stesso).

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Non può esistere

Oggi ennesima puntata della telenovela.

Qui invece una riflessione sicula, che forse riuscirà a far capire meglio certi contesti:

[...] Questi cinque flash erano necessari per riassumere una vicenda che mi serve da trampolino per una breve storia personale. Sono cresciuto in un quartiere figlio del “sacco di Palermo” degli anni Settanta: Resuttana. I miei amici erano, per la maggior parte, figli del magma di quel quartiere. Col tempo molti di loro stringeranno orrendi sodalizi criminali e tutti ne saranno stritolati. Alcuni pagheranno il conto con la giustizia, altri saranno inghiottiti in quel nulla eterno che è la morte senza sepoltura. Uno diventerà collaboratore di giustizia (per linea ereditaria). Quest’ultimo lo incontrai per strada, quattro anni fa. “Accura, che ti rovino la reputazione”, mi disse mentre lo abbracciavo. “Non dire minchiate – risposi – Ora stiamo dalla stessa parte”.
E’ questo il punto: da che parte stare.
Non sono un elettore di Schifani e mi è capitato più volte di criticarlo: non mi piace una certa arroganza da intoccabile, degna di un partito, il suo, che chiama “complotti” le azioni giudiziarie, e “leggi” i desiderata del capo supremo.
Non sono un fan di Travaglio, pur riconoscendo il valore di molte sue inchieste. Il suo “giornalismo dei fatti” ha troppe ramificazioni nell’unica opinione che conta, la sua. Mi sembra un cronista con ambizioni da capopopolo, che diffida a sua volta degli altri capipopolo (e anche degli altri cronisti).
Da che parte stare, allora?
In Sicilia, terra di equilibrismi e compromessi, lo schierarsi per vocazione comporta molti rischi. Siamo la terra dei falsi plurali: “La polizia lo sanno, “la mafia ponno (possono, nda) tutto”. Abbiamo l’unico dialetto che prevede un diminutivo per un crimine come l’omicidio, l’ammazzatina. Celebriamo come migliore la parola che non si dice.
Credo che la scelta più prudente sia quella di stare dalla parte delle prove e delle regole. Schierarsi sì, ma non per vocazione: per esperienza personale, per ragionamento, per conseguenza di errori.
Finiamola di firmare appelli sull’onda della prima emozione corale.
Smettiamola di compiacerci dei trasversalismi che ci fanno saltare code, evitare noie.
Valutiamo, pesiamo le scelte con l’arrendevolezza necessaria per ammettere che molto probabilmente sbaglieremo.
Prove e regole, quindi.

  • Non può esistere un reato di amicizia per Schifani. Se è o non è idoneo al ruolo che ricopre, sarà lui stesso a dimostrarcelo.
  • Non può esistere un’aura di santità per Travaglio. Se dice o meno la verità, saranno i fatti, quelli veri e non quelli riferiti, a dimostrarcelo.

Insomma, stiamo allerta.
[via Rosalio]

In tempi di chiarimenti. Giusto per chiarire il contesto.

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Ricapitoliamo

Strascichi di polemiche “fratricide”. Qui ampia e dettagliata cronistoria degli eventi.

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Ancora sul travaglismo e sui fatti

Direttamente dalla fonte Gabriele Mastellarini, senza passare da Filippo Facci.

I fatti vanno raccontati tutti, chi ne censura qualcuno è un disonesto che prima o poi viene smascherato. (Indro Montanelli, anche se non l’ho conosciuto di persona…).

E i post “incriminati”, compresi alcuni sms di Travaglio.

Con relative sentenze e altre cose da leggere sul caso Moro.

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Faide

Faide non calabresi: Travaglio denuncia D’Avanzo, chi sta con Travaglio e chi sta con D’Avanzo. Oppure importanti riflessioni, sul trattamento dei “fatti”, sui commenti e sull’etica della professione in generale? Tra l’altro sarebbe anche da riproporre il tema della differenza tra i giornalisti che si limitano a fare da microfoni delle procure e quelli che invece non lo fanno… Il giornalismo disonesto.

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Inaccettabile

Trovo inaccettabile che possano essere lanciate accuse così gravi, come quella di collusione mafiosa, nei confronti del presidente del Senato, in diretta tv sulle reti del servizio pubblico, senza che vi sia alcuna possibilità di contraddittorio.

Il presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro commenta così le affermazioni di Marco Travaglio su Renato Schifani, durante la trasmissione «Che tempo che fa» condotta da Fabio Fazio.

update: E Fabio Fazio chiede scusa: Nella puntata di questa sera Fabio Fazio in avvio di trasmissione leggerà una nota ufficiale della direzione generale di viale Mazzini. «Non posso che scusarmi» ha commentato il conduttore.

Loro invece vogliono un altro clima. Alla Travaglio.

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