Nicola Porro sulla polemica scatenata da Travaglio ad Annozero e sull’intervento “alto” di Barbara Spinelli sul Fatto:
Mi sono permesso di dire: “sarà capitato anche a te di frequentare persone che non si sarebbe dovuto frequentare”. Niente di più: c’è la prova televisiva, si direbbe a Controcampo. Ne è scaturito un finimondo. Io sono diventato un “fascistoide”, un “poveraccio” e “un liberale del cavolo”. Passi per quello che è avvenuto in trasmissione. Gli animi in diretta si possono scaldare e anche il mio si è scaldato troppo. Il giorno dopo, a freddo, sul quotidiano di Travaglio, il medesimo liberale del cavolo, con Belpietro, è diventato anche il “trombettiere”, che “sguazza nella merda”, “fa il frocio con il culo degli altri” e che a fine trasmissione va da “Berlusconi a ritirare la paghetta”.
E facciamo passare anche questa. [...] La banalissima questione Travaglio era necessario chiuderla là, una settimana fa. [...] ieri ho finalmente capito che la vicenda non riguardava più solo il sottoscritto e Travaglio. Ho capito che una certa parte del nostro salottino intellettuale si è sentito colpito nel vivo. Si è trovato un soggetto fuori dai giri, il sottoscritto, che ha fatto perdere la Trebisonda al proprio eroe (Travaglio). Se il buon senso vince sull’ideologia, questi signori sono fritti. Se in ogni contesto, dal bar alla tv, un John Galt qualsiasi si alza in piedi e ribatte con qualche argomento al Travaglio di turno, l’impunità intellettuale di cui godono questi oracoli va a farsi benedire. Le parole di Travaglio, fino a prova contraria, non sono legge. Chiunque glielo può ricordare. E la trasmissione dell’altra sera, dimostra come anche i suoi nervi non siano così saldi. Ecco perché occorre delegittimare qualsiasi interlocutore critico, prima che sia troppo tardi per la sacralità della conventicola. Ieri leggendo Barbara Spinelli sul quotidiano di Travaglio (La verità di Santoro (e di Popper), ho capito infatti che l’artiglieria che conta si è mossa. Se si scomoda la maestrina del giornalismo, quella che se raggiungi l’ultima riga del suo pezzo ti danno un premio, e che se non cita Popper e Pulitzer non è contenta, dicevo se si muove la maestrina è evidente che nella casa ci sia il timore che una gigantesca pernacchia collettiva sommerga tutti questi moralisti con la verità in tasca.
Il copione è semplice. Il primo tempo è quello in cui si gioca facile: l’avversario, cioè il sottoscritto, è venduto al cav e dunque, ipso facto, non è credibile, non ha diritto di parola. Le sue contestazioni sono solo aggressioni. È un fascistoide. Il secondo tempo è quello più subdolo, e qui entra in gioco la maestrina o chi per lei: l’avversario, cioè il sottoscritto, non è degno del mestiere del giornalista. È il classico italiano (non smettete mai di dire quanto vi faccia schifo questo paese!) che tira a campare e che nel resto del mondo farebbe il portavoce del governo. Il secondo tempo si incarica dunque di distruggere la professionalità, così in cento righe, per far qualcosa. Si prende a prestito un supposto ottimo, il modello americano, e lo si confronta con il pessimo, il modello italico-berlsucoide. La cosa ridicola è che non si conosce il primo, se non per sentito dire, ma neanche il secondo. Vi è infine un terzo tempo. E’ riservato al conduttore. Michele Santoro, che pure qualche mattoncino per la costruzione del fortino antiberlusconiano lo ha portato, viene così preso di mira: come si permette di ospitare gente della risma di Porro e Belpietro? Non si rende conto di aprire un varco al nemico. La guache caviar dalla Spinelli e Colombo, non ha mai sopportato questo salernitano che non sa indossare le cravatte della DeClerque.
Infine c’è un altro piano. Una certa parte degli intellettuali, scrittori, giornalisti di questo paese non potrà mai venire accettata dal nostro bolso establishment culturale (echhissenefrega dici giustamente tu direttore), se non farà pubblica manifestazione del proprio antiberlusconismo preconcetto. Non bastano i distinguo, ci vuole il vero dna di antiberlusconiano per diventare un intellettuale degno di questo nome. Ovviamente le cose non vengono dette in modo così semplice. Ci si aggrappa sempre a qualche grande categoria dello spirito. Il filo rosso è rappresentato dalla scarsa serietà che contraddistingue chi non la pensa al modo dei soci del club della pernacchia (Travaglio, Spinelli e Colombo, solo per considerare questo minimo caso televisivo). Chi non fa parte del piccolo circo degli intellettuali chic (quelli che le hanno sbagliate tutte da Lotta Continua ai sindacati a Travaglio) è per definizione poco serio. Non potrà vincere mai un premio giornalistico (sai che minaccia), non potrà mai agguantare la verità e se ha un’idea (sì anche da queste parti capita di averle) è pagata dal Cavaliere. Noi caro direttore non siamo seri, perché nella vita non abbiamo mai fatto quel genere di stupidate (ops maestrina!!! Ma d’altronde a forza di frequentare Travaglio le parolacce le capirà anche lei) che sole ci spiegano il vero senso del giornalismo. Gli intellettuali a la page possono essere pagati dalla Fiat (le perle della maestrina sono forse retribuite direttamente dal padreeterno?), o da De Benedetti, ma non da Berlusconi jr. Citano Popper ma non si mettono mai in discussione. Per loro la falsificazione della verità equivale al pentimento: a distanza di dieci anni fanno ammenda dei propri errori e sposano la nuova moda e così via. Si sentono così molto popperiani. La loro presunzione intellettuale non gli fa vedere la drammatica contraddizione in cui cadono: chiedono a Santoro una pulizia delle liste degli ospiti, l’ostracismo per Porro e Belpietro, con lo stesso sciocco piglio con cui Berlusconi voleva la chiusura di Santoro, per motivi esattamente opposti.
via Zuppa di Porro – La maestrina
In questo blog, dove si evita da sempre di parlare dei Travaglio e dei travaglismi, si fa un’eccezione perché il vedere trasformato anche Nicola Porro in un lacché del cav, sembra effettivamente troppo.
Mentre Feltri qui: Che Travaglio riempe le pagine della “Stampa“, replica all’ex Michele Brambila (inteso come ex vicedirettore di Libero e del Giornale) che nella sua analisi su La Stampa – titolata “Wanted Travaglio. La destra ha scelto è lui il super nemico – aveva parlato del giornalista del Fatto come di uno “sempre più nel mirino dei quotidiani vicini all’attuale maggioranza”. E senza ritenere di dover spendere neanche mezza parola a difesa della professionalità del collega Porro, anzi facendo concludere “l’analisi” ad un Travaglio che “se la ride”.
Che fa fare entrare nei “salotti buoni” della grande stampa nazionale. “L’artiglieria che conta si è mossa.”