Ocse: andiamo di bene in meglio

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Cominciamo da una questione “lessicale” aiutati dalla lezioncina e dalle nostre reminiscenze elementari. Un “peggio” deve essere comparato con un “meglio” precedente, peggiorare significa raffrontare qualcosa ad un precedente che era meglio. Corretto?

La notizia sembra essere: “Salari, l’Italia sempre peggio: è agli ultimi posti“, qui, qui e qui tutte le prime pagine di oggi. E’ incominciata a circolare ieri sera sui blog e oggi viene riportata sottolineando ed evidenziando il drammatico peggioramento della posizione che i salari netti dei lavoratori italiani occupano nell’OECD’s Taxing Wages 2007/2008: 2008 Edition, pubblicato nel maggio 2009 (che tra l’altro si occupa del 2007/2008 come ben si evince, magari qualcuno li leggesse anche questi benedetti rapporti). Notizia che bisogna evidentemente rapportare al precedente Taxing Wages 2006-2007: 2007 Edition, che l’anno scorso è uscito l’11 Marzo 2008. Qui la prima pagina di Repubblica che ne dava conto l’anno scorso e parlava dell’allarme lanciato dalla Cei e dai sindacati.

Allora eccolo qui il nostro precedente, trovato rapidamente.

E’ il sole24ore dell’11 marzo 2008 che ce lo mostra e analizza: Ocse: salari, Italia agli ultimi posti, dietro a Grecia e Spagna. Sempre nel Marzo 2008 anche Panorama riportava la notizia: Ocse: stipendi italiani tartassati dalle tasse. Si guadagna di più in Grecia.

Scriveva il Sole l’anno scorso:

Arrivare alla fine del mese con poco più di mille euro: lo stipendio netto medio di un italiano infatti non arriva neanche a 20mila dollari l’anno (19.861 per la precisione), che equivalgono a circa 13mila euro. A fare i calcoli nelle tasche degli italiani è l’Ocse che colloca il nostro Paese nella classifica dei salari medi netti al 23° posto sui trenta totali. L’Italia si colloca così ben dietro non solo a Francia, Germania e Gran Bretagna, ma anche a Paesi come Grecia e Spagna.

Classifica invece capovolta se si guarda a quanta parte del salario, invece di finire in busta paga, finisce nelle casse del fisco e degli istituti previdenziali. In Italia la quota è quasi pari al 46% e nella classifica del cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente viene incassato dal lavoratore, siamo al sesto posto. Emergenza salari – che proprio domenica 10 marzo è stata richiamata dal presidente della Cei Angelo Bagnasco e sulla quale nei mesi scorsi si era soffermato anche uno studio della Banca d’Italia – è dunque confermata anche dall’istituto di Parigi che ci colloca quasi in coda alla classifica. I calcoli sono fatti sul salario medio al netto di un single senza carichi di famiglia e sono a parità di potere d’acquisto, inglobando anche gli effetti del caro-vita.

Se la passano peggio degli italiani, in Europa solo i portoghesi e gli abitanti dei Paesi dell’ex area dell’Est; in fondo alla classifica anche turchi e messicani. Per il resto in tutti gli altri paesi si registra un salario medio più alto. In Corea il salario medio è di 37.844 dollari l’anno.

I sindacati chiedono un intervento urgente sulla questione. «Il rapporto dell’Ocse è l’ennesima conferma che siamo diventati un Paese povero, dove si è allungata drammaticamente in questi anni la forbice sociale tra chi ha un reddito elevato e chi non riesce più ad arrivare a fine mese», commenta il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Per dare risposte all’emergenza salari occorre intervenire «sia sul fisco sia sui contratti di lavoro» a partire dalla riforma del modello contrattuale sui cui non si può «continuare a stare fermi», sottolinea il segretario confederale della Uil, Paolo Pirani. Per Giorgio Cremaschi della Fiom invece «lo sprofondare dei salari italiani dice che dopo più di 20 anni di moderazione salariale il sindacato deve radicalmente cambiare linea e dare via ad un’offensiva salariale senza scambi su produttività».

Pesa sui salari in Italia anche il cuneo fiscale: considerando il caso di un lavoratore single senza figli che guadagna esattamente il 100% della media nazionale, il cuneo fiscale si attesta al 45,9% (al sesto posto tra i paesi Ocse), in crescita dello 0,3% rispetto al 2006. La percentuale è più bassa invece nel caso del lavoratore con a carico coniuge e due figli: il cuneo fiscale in questo caso è al 33,8% (ma era al 33,3% nel 2006) per gli stipendi italiani, superiore comunque alla media Ocse (27,3%), dell’Europa a 15 (31,9%). Tra il 2000 e il 2006 il peso della tassazione sui salari in Italia è diminuito (-0,9%) e il maggiore calo si è registrato nelle fasce di reddito più basse.

Queste le cifre 2007 se volessimo rimanere in termini di “meglio” e “peggio”. Gli italiani guadagnavano, non arrivando a 20mila dollari, mediamente il 19% in meno della media Ocse :

Lo stipendio netto medio di un italiano non arriva neanche a 20mila (19.861 per la precisione) dollari l’anno. Se si resta in Europa, dalla classifica Ocse emerge comunque che un inglese guadagna quasi il doppio (l’87,8% in più) di un italiano, un tedesco il 43,1% e un francese il 28,6% in più. L’Italia è nettamente sotto la media Ocse (24.660 dollari), Ue a 15 (26.434) e Ue a 19 (23.282).

Direi che in termini di raffronto, a prendere per corretti i conti fatto da Sole, nel 2008 la situazione sembra “leggerissimamente” migliorata. Scrive oggi il Sole:

Tornando alla classifica sui salari, infatti, facendo un pò di conti, un italiano con un salario netto di 21.374 dollari in un anno guadagna mediamente il 44% in meno di un inglese, il 32% in meno di un irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 18% in meno di un francese. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Salari italiani penalizzati anche se il raffronto viene fatto con la Ue a 15 (27.793 di media) e con la Ue a 19 (24.552).

E altro dato certificato è che:

[...] nell’ultimo trimestre del 2008 il costo del lavoro unitario nelle economie avanzate è cresciuto dello 0,9 per cento rispetto al periodo precedente e del 2,9 per cento nel paragone su base annua. Incrementi

«ampiamente determinati dai crolli della produzione reale causati dalla crisi», rileva l’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con un comunicato.

Nei servizi i costi del lavoro unitari sono aumentati dell’1 per cento dai tre mesi precedenti e del 2,7 per cento su base annua; nell’industria sono saliti dell’1,2 per cento dal periodo precedente e del 3,9 per cento su base annua. L’Ocse rileva che si sono registrate dinamiche di incrementi simili su queste voci nel G7 e nell’area dell’euro.

L’Organizzazione parigina segnala che «l’Italia ha registrato il tasso di crescita più elevato sull’industria, con un più 2,2 per cento rispetto al trimestre precedente e un incremento su base annua del 7,2 per cento».

Potrebbe anche voler dire tra il superare in discesa altre nazioni europee, e questi dati, che in alcuni settori, il nostro paese paga meno di altri la crisi internazionale?

Differenza direte voi? Immediata, grazie ai link-rilink-controlink-infiniti dei blogghér, qualcuno riesce anche a scambiare il salario netto per il costo del lavoro!

L’obiettivo vero dello studio, qui, invece, viene brevemente riassunto.

This annual publication provides details of taxes paid on wages in all thirty member countries of the OECD. The information contained in the Report covers the personal income tax and social security contributions paid by employees and their employers, and cash benefits received by families. The objective of the Report is to illustrate how personal income taxes and social security contributions are calculated and to examine how these levies and cash family benefits impact on net household incomes. The results also allow quantitative cross-country comparisons of labour cost levels and of the overall tax and benefit position of single persons and families.

The Report shows the amounts of taxes, social security contributions and cash benefits for eight family-types, which differ by income level and household composition. It also presents the resulting average and marginal tax rates. Average tax rates show that part of gross wage earnings or total labour costs which is taken in tax (before and after cash benefits) and social security contributions. Marginal tax rates show the part of an increase of gross earnings or total labour costs that is paid in these levies.

The focus of the Report is the presentation of accurate estimates of the tax/benefit position of employees in 2008. In addition, the Report shows definitive data on the tax/benefit position of employees for the year 2007 and shows tax burdens for the period 2000-2008.

This excerpt from the full Report provides an overview of the results for 2008. It includes tables and graphs comparing results by country. A full version of the Report is available on line at new.sourceOECD.org.

Quello che conta è che il peso di tasse e contributi, sempre per un lavoratore dal salario medio, single senza carichi di famiglia, è del 46,5% a fronte di un 45,9% precedente. Secondo i dati contenuti nel dossier dall’Ocse, a pesare negativamente sulle buste paga degli italiani è ancora e sempre il cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore. In questa classifica l’Italia risulta infatti al 6 posto (anche se passa dal 5 al 6 posto, come si evince da questo rapporto Assolombarda) tra i trenta paesi Ocse dietro a Ungheria, Belgio, Germania, Francia e Austria. Scende al 36%, attestandosi in 11° posizione, se si considera una famiglia monoreddito con due figli a carico.

Nella classifica che prende in considerazione un lavoratore con un reddito medio senza figli a carico, l’Italia si posiziona con il 46,5% dopo il Belgio (56%), l’Ungheria (54%), la Germania (52%), la Francia (49,3%) e l’Austria (48,8%). Meno pressante la mano del fisco su lavoratori e imprese in Gran Bretagna (32,8%), Stati Uniti (30,1%), Portogallo (37,6%), Spagna (37,8%), solo per citarne alcuni. Scende al 36% però il cuneo fiscale del Bel Paese se si considera una famiglia monoreddito con due figli a carico: in questo caso l’Italia si attesta all’undicesimo posto dopo Francia (42,1%) e Germania (36,4%) tra gli altri.

Forse a Damiano sono sfuggiti i precedenti report e gli effetti che la politica “lungimirante” del governo precedente ha avuto, almeno sempre secondo gli studi dell’Ocse, sul salario reale degli italiani. Purtroppo è un dato non recente, che conferma un trend che da anni si può osservare e che oggi in piena crisi diventa ineludibile, come altri, affrontare. Forse un certo numero di “lavoratori” si diceva un volta (rileggere i flussi elettorali 2008 e ricordare qualche recente sondaggio), se n’era già accorto abbondantemente della cosa, nonostante le televisioni e la stampa “cloroformizzante”.

Diceva lui molto opportunamente:

“Niente di male a criticare il governo – questo, quello precedente e anche il prossimo – ma va fatto con argomenti sensati. Certo, creare sviluppo è molto più difficile che predicarlo, ma è anche l’unica opzione disponibile. Vogliamo criticare il governo? Facciamolo su questo.”

Il problema non è misurare se l’Italia è passata dal 17° al 23° (cosa tra l’altro successa proprio nei due anni precedenti) o divertirsi con i giochini delle classifiche che ci vedono “peggiorare” dappertutto, ma lo studio che misura il peso della tassazione sui salari chiede ai governi di intervenire, eventualmente, con delle politiche che lo ridimensionino, attraverso riforme strutturali che devono incidere su mercato del lavoro, contrattazione e tassazione, come qualcuno va ripetendo da tempo, anche senza ricorrere a “soldi freschi” come chiedono altri. E servirebbe il coraggio di tutti. Quello si.

3 link: il video editoriale di Antonio Martino, che spiega in poche parole il meccanismo del “cuneo fiscale”, l’altro di Giuliano Cazzola: Salari: cuneo fiscale e contributivo ancora troppo alto.  Andrea Moro: I salari degli italiani ed il cuneo fiscale.

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Adesso possiamo cercare di farci un’idea

Ancora Luca Ricolfi, sull’argomento deficit e risanamento, non è il “verbo” certo che no, ma dice delle cose – in modo chiaro e articolato, senza fare sconti al governo di centrodestra (aumento pressione fiscale nel 2006) e senza possibili fraintendimenti (credo) – nell’ultimo numero di Panorama.

Invito tutti coloro (e sono tanti) che parlano e scrivono di aver letto le dichiarazioni di Mario Draghi in questi 2 anni, che hanno tra le loro letture quotidiane il giornalone di confindustria:

La realtà era peggiore: l’Istat, dopo molte revisioni, valuta oggi il deficit 2001 al 3,1% del Pil contro l’1,4% indicato nel primo conteggio del 2002. L’errore, di cui poi non si tenne in verità gran conto, esisteva. Tutta la legislatura ne fu condizionata.

e che poi ci vengono a spiegare che la sinistra al governo ha sistemato i conti pubblici, non ha alzato le tasse per le categorie più deboli e ci ha fatto rientrare dalla procedura d’infrazione, avendo ereditato dei conti allo sfascio, di leggerlo con molta attenzione, questa volta. Se no viene davvero il dubbio che continuano e si ritengono completamente “appagati” nel continuare a far solo questo.

Tasse e deficit, chi taglia di più?
FATTI & CREDENZE
Con la sinistra più spesa pubblica, più imposte, più attenzione ai conti pubblici, con la destra il contrario: funziona davvero questo schema? Sì e no.
Adesso che sappiamo chi ha vinto le elezioni, possiamo cercare di farci un’idea di quel che ci aspetta. Quando ci si pone questa domanda, di solito si adotta uno schema piuttosto semplice che dice: con la sinistra più spesa pubblica, più tasse, più attenzione ai conti pubblici, con la destra meno spesa pubblica, meno tasse, meno attenzione ai conti pubblici. Ma è vero? Sì e no. Dipende se ci chiediamo come sono andate le cose durante gli anni centrali delle varie legislature, o ci chiediamo invece che cosa è cambiato fra l’inizio e la fine di una legislatura.

Prendiamo la pressione fiscale. È vero, con Silvio Berlusconi (2002-2005) abbiamo pagato meno tasse che con i governi di sinistra precedenti e successivi, ma è anche vero che Berlusconi, come Penelope, nell’ultimo anno del suo governo ha dovuto disfare la tela che aveva tessuto negli anni precedenti. Aveva ereditato, nel 2001, una pressione fiscale al 41,3 per cento, l’ha abbassata nel triennio 2002-2005, ma nell’ultimo anno (2006) l’ha dovuta far risalire al 41,9 per cento per raddrizzare i conti pubblici (il dato è al netto dell’ulteriore aumento di pressione fiscale dovuto al decreto Visco-Bersani del luglio 2006). Detto brutalmente: nel 2001 il ministro Vincenzo Visco aveva lasciato la pressione fiscale a un certo livello ma, dopo cinque anni di governo Berlusconi, la pressione fiscale era maggiore e non minore. Paradossale, o no?

Si potrebbe pensare che, almeno, sia fondata la credenza secondo cui la destra sfascia i conti pubblici e la sinistra li risana. Dopotutto da anni ci ripetono che, durante il governo Berlusconi (2005), l’Unione Europea ha dovuto avviare una procedura per deficit eccessivo, mentre ora, grazie all’azione risanatrice di Visco e Tommaso Padoa-Schioppa, il nuovo governo di destra eredita conti pubblici in ordine e la procedura contro l’Italia sta per essere ritirata. Ma è davvero così? Dipende da come raccontiamo la storia, o meglio da quante informazioni nascondiamo.

Contrariamente a quel che si crede, l’Italia non è uscita dai parametri di Maastricht (3 per cento di rapporto deficit/pil) nel 2005 bensì nel 2001, ossia nell’ultimo anno «in carico» al vecchio governo di centrosinistra. L’Europa se n’è accorta solo alcuni anni dopo perché le revisioni contabili sono lente e ci sono voluti diversi anni per scoprire che il deficit del 2001 non era dell’1 per cento (come sostenuto dal centrosinistra) bensì del 3,1.

Nel frattempo il governo Berlusconi aveva riportato il deficit al di sotto del 3 per cento nel 2002, ma era tornato a oltrepassare pericolosamente la soglia nel triennio 2003-2005, rendendo inevitabile la procedura per deficit eccessivo.

Ma possiamo, almeno, riconoscere al centrosinistra il merito di aver riportato il deficit sotto il 3 per cento (nel 2007) e avviato il risanamento dei conti pubblici? Forse sì, forse no.

Il centrosinistra ha accusato il centrodestra di aver lasciato il deficit del 2006 al 4,4 per cento, ma poco per volta un’altra verità sta emergendo. Dentro quel 4,4 ci sono due decisioni contabili arbitrarie (sentenza Iva e accollo del debito delle Ferrovie – ndr per chi pensa siano dichiarazioni arbitrarie o di parte, cosa sottolineata ufficialmente in audizione alla Camera dal Governatore Draghi: Il percorso di riduzione dell’indebitamento netto nel biennio 2007-08 appare lento. L’indebitamento netto previsto per il 2007, 2,4 per cento del PIL, è appena inferiore al valore dell’anno precedente, 2,5 per cento al netto degli oneri straordinari per la TAV e per la sentenza sull’IVA), senza le quali il deficit del 2006 sarebbe risultato pari al 2,5 per cento, al netto del decreto Visco-Bersani. L’Istat ha già ammesso l’erroneità della prima decisione e ridotto il deficit del 2006 dal 4,4 per cento al 3,4.

È possibile che anche il carattere politico della seconda venga prima o poi riconosciuto. In tal caso dovremmo concludere che è l’ultima Finanziaria di Giulio Tremonti ad averci fatti rientrare nei parametri di Maastricht, e che in questi due ultimi anni non c’è stato alcun risanamento dei conti pubblici: il deficit era al 2,5 per cento nel 2006, è sceso all’1,9 nel 2007, ma, secondo le ultime stime, tornerà in prossimità del 2,5 per cento nel 2008.

Buon primo maggio a tutti!

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