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Sottovalutazione

Il Tar annulla il concorso per i procuratori aggiunti.

Il Tar del Lazio ha annullato – ed è la la seconda volta – il concorso a sei posti di procuratore aggiunto di Palermo. E’ stato ri-accolto il ricorso di due dei candidati battuti, Giuseppe Fici e Ambrogio Cartosio, nei cui confronti secondo i giudici amministrativi è stata operata una “sottovalutazione”, nel senso che sono stati ridotti i punteggi a loro attribuiti per i meriti, le attitudini e l’esercizio di funzioni omologhe, senza che sia stata data un’adeguata e “congrua motivazione” da parte del Csm.

Una decisione che terremota il Palazzo di Giustizia, seguendo una sentenza di contenuto analogo del Consiglio di Stato. Per effetto della decisione, sono annullate le nomine di sei dei sette vice di Francesco Messineo: Antonio Ingroia, Vittorio Teresi, Teresa Principato, Maurizio Scalia, Nino Gatto e Leonardo Agueci. Il Csm dovrà adesso riesaminare la questione: ma l’organo di autogoverno dei giudici farà appello e con questo dovrebbe ottenere la sospensione della decisione del Tar Lazio. Se non sarà così, Ingroia e gli altri decadrebbero dagli incarichi.

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Professori in cattedra

Per carità, l’idea di bypassare le commissioni parlamentari (che difficilmente avrebbero avuto qualcosa da ridire) può essere considerata «ragionevole», anche perché gli organici della scuola è meglio deciderli prima dell’inizio delle lezioni. Ma la procedura è legge, e non può essere ignorata. Risultato: per il Tar del Lazio i tagli agli organici sono illegittimi. Con questa motivazione formale, i giudici amministrativi hanno inferto il colpo più forte al nuovo assetto della scuola scritto nella manovra estiva del 2008. La pronuncia, però, è solo l’ultima di un diluvio di sentenze che hanno sospeso i quadri orari, bocciato gli inserimenti in coda dei precari che cambiano Provincia, condannato il ministero a risarcire i docenti che hanno avuto incarichi per più di tre anni, e via condannando. Spesso con motivazioni più sostanziali, come per esempio il fatto che le circolari esplicative non possono arrivare prima della norma che dovrebbero illustrare. Nel Paese delle carte bollate, il rischio-ricorso è sempre dietro l’angolo: ma quando si tratta di una materia come la scuola, che riguarda centinaia di migliaia di lavoratori e milioni di famiglie, il massimo di attenzione è il minimo sindacale.

via Se è il Tar che mette il Prof in cattedra

Sentenza di merito del Tar Lombardia

Il Tar della Lombardia ha confermato oggi la riammissione del listino di Roberto Formigoni. La sentenza di merito ribadisce dunque l’orientamento emerso nell’udienza cautelare di sabato scorso, quando i giudici milanesi avevano accolto la richiesta di sospensiva dei legali di Formigoni contro l’ordinanza della Corte di appello di Milano.

È possibile, però, che la vicenda giudiziaria non si fermi qui. Perché il Pd potrebbe a questo punto impugnare la sentenza davanti al Consiglio di stato. «Non abbiamo nessun problema – ha detto stamattina Formigoni -. Noto soltanto che Penati aveva detto che non avrebbe fatto ricorso: se poi lo fa è una scelta sua. Adesso dedichiamoci a illustrare i programmi ai cittadini». 

Qui Filippo Penati, candidato del Pd alla Presidenza della regione Lombardia, dichiarava 3 giorni fa: Mai fatto né faremo alcun ricorso. “Non abbiamo fatto e non faremo nessun ricorso”.

Per quanto riguarda la sentenza del Tar Lazio (qui il testo), che ieri ha respinto la richiesta del Pdl di sospendere il provvedimento con cui la Corte di Appello di Roma aveva escluso la lista circoscrizionale provinciale del Pdl di Roma dalle prossime elezioni per la Regione Lazio:

E’ vero che la Costituzione attribuisce la legislazione elettorale di valenza regionale alle regioni, ma la norma chiamata in causa dal Tar del Lazio, l’articolo 2 della legge regionale del Lazio n. 2 del 20 gennaio 2005, dispone che «per quanto non espressamente previsto, sono recepite la legge 17 febbraio 1968, n. 108 (Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale) e la legge 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario), e successive modifiche e integrazioni». Per tutto quello non espressamente previsto quindi la Regione Lazio si rimette alla normativa nazionale, che lo Stato ha tutto il diritto di interpretare.

E «successive modifiche e integrazioni», spiega il costituzionalista Ciro Sbailò a il Velino, significa che siamo di fronte a «un caso classico di “rinvio dinamico” che vincola la legge a un’altra legge. Quando, infatti, il rinvio è “statico”, “le eventuali variazioni apportate all’atto cui si rinvia sono indifferenti”. Nel caso di rinvio dinamico, invece, l’ordinamento “si adegua automaticamente a tutte le modifiche che nell’altro ordinamento si producono” (G. Pitruzzella). In altre parole – sostiene il professor Sbailò – con quel riferimento dinamico, il legislatore regionale ha aperto una strada che poi non può decidere di chiudere quando gli pare… Insomma, siamo di fronte a un atteggiamento a dir poco “creativo” dei giudici amministrativi».

Sono in gioco entrambi

Peppino Calderisi su “Il Tempo” di martedì 9 marzo 2010

Quel decreto fa rispettare la legge e non il formalismo

Caro Direttore, la vicenda delle liste elettorali è davvero preoccupante per lo stato della nostra democrazia. Un’informazione distorta è riuscita a ribaltare completamente la realtà dei fatti, con gravissimo danno per l’opinione pubblica e per la formazione della volontà popolare. Sia a Milano che a Roma gli uffici elettorali hanno compiuto due diverse violazioni della legge e delle regole elettorali, rispettivamente a danno della lista Formigoni e di quella del Pdl.

Il decreto legge si è reso necessario proprio per ripristinare la legalità; esso è volto a ribadire cosa già dicono le regole vigenti, non a mutarle, ed è pertanto pienamente legittimo. Esattamente il contrario di quanto la propaganda del centrosinistra e tanta parte della stampa hanno rappresentato. A Milano, la lista Formigoni era stata ammessa dall’ufficio elettorale. Poi i radicali hanno presentato un ricorso contro la sua ammissione, laddove là legge prevede solo ricorsi contro l’esclusione di una lista o di un candidato. Ammettendo il ricorso, l’ufficio elettorale ha pertanto violato la legge. Non solo: nel merito ha accolto alcune contestazioni attinenti ad elementi non essenziali per l’autenticazione delle firme (ad esempio: mancanza del timbro tondo del Comune, pur in presenza del timbro rettangolare dell’autenticatore). Al riguardo, le istruzioni per gli uffici elettorali e la giurisprudenza in materia sono chiari, eppure l’applicazione non è uniforme da parte dei diversi uffici elettorali. Ecco la ragione e la legittimità del decreto interpretativo, volto a dettare una volte per tutte criteri certi e univoci.

A Roma è stata compiuta una violazione delle regole vigenti ancora più grave: la mancata verbalizzazione della lista del Pdl, laddove le istruzioni per la presentazione e l’ammissione delle candidature del Ministero dell’interno prescrivono, da sempre, che “il cancelliere non può rifiutarsi di ricevere le liste dei candidati, neppure se le ritenga irregolari o presentate tardivamente“. I delegati della lista del Pdl erano entrati nel Tribunale tempestivamente, giungendo davanti alla stanza dove avveniva il deposito delle liste mezz’ora prima della scadenza. Solo la carenza di personale dell’ufficio elettorale li ha costretti a fare la fila, solo la grave e colpevole negligenza da parte dei responsabili dell’ufficio li ha lasciati fuori dalla stanza, senza essere identificati come delegati e senza essere forniti di un preciso numero d’ordine, esposti invece al caos di un corridoio dove sostavano persone del tutto estranee al deposito delle liste.

Il delegato della lista del Pdl aveva anche alzato la mano, insieme ad altri tre, quando – alle 12,20 – un componente dell’ufficio si è affacciato nel corridoio per chiedere quanti altri delegati dovevano depositare le loro liste. Allora, può essere qualche metro di distanza dalla porta della stanza a determinare l’esclusione della lista Pdl e, comunque, la sua mancata verbalizzazione? Altro che applicazione delle regole, qui siamo di fronte alla loro patente violazione. La forma è sostanza, sbaglia chi lo nega. Ma la forma non può divenire formalismo irragionevole che nega la sostanza e la finalità della legge (le sottoscrizioni come requisito minimo di rappresentatività di una forza politica); meno che mai può divenire cavillo e pretesto per compiere operazioni politiche di tutt’altra natura.

Rispetto della legge e democrazia non sono in contrapposizione. Sono in gioco entrambi in questa incredibile vicenda.

Invece Repubblica continua  nella sua opera indefessa che mira a dare un’informazione plurale e corretta. Operando con alacrità e, ancora, indefessa determinazione.

Qui Pessimo formalismo giudiziario e Gli imbarazzi democratici.

Precisazioni

Dopo che il Ministro degli Interni Maroni aveva precisato oggi:

che “se il Tar decide che una lista è fuori rimane tale, nonostante il nostro decreto. Avremmo potuto riaprire i termini invece abbiamo deciso di conservarli e abbiamo detto ai giudici: voi decidete sulla base non di nuove leggi, ma dell’interpretazione data dal governo. Non sappiamo se saranno ammesse, mi auguro che tra pochissimi giorni il quadro sia completo in modo da poter svolgere quel che resta di campagna elettorale serenamente da chi ha il diritto di svolgerla”.

via Maroni sollecita i giudici – Maroni, elezioni, regionali – Libero-News.it.

Arriva ora dal Tar del Lazio la decisione di respingere la richiesta avanzata dal Pdl di sospendere il provvedimento della Corte d’Appello di Roma con il quale era stata esclusa la lista per la Provincia di Roma dalle prossime elezioni regionali, spiegando in un’ordinanza che la documentazione non era stata presentata nei tempi utili perché “non c’è certezza né prova che il delegato del Pdl all’atto della presentazione della lista avesse con sé tutta la documentazione”. I giudici (la seconda sezione Bis del Tribunale, presieduta da Edoardo Pugliese), hanno fissato la discussione nel merito del ricorso al 6 maggio 2010, spiegando che l’eventuale rinvio alla Corte costituzionale sulla legittimità del decreto cosiddetto “salva-liste”, sarà deciso in quella sede.

A quanto pare le “regole”, le leggi e i giudizi continuano ad esserci in Italia e i Tribunali Amministrativi anche, non li hanno eliminati. Nonostante i ragionamenti. Continuano autonomamente a decidere.