D’Avanzo sbrana le toghe
La testimonianza di Spatuzza (ma non ci voleva un mago per prevederlo) è stata inutile nel processo contro Dell’Utri. E, così prematuramente disvelata, sarà (non ci vuole un mago per prevederlo) presto inutilizzabile per avviare una seria indagine sui mandanti delle stragi del 1992/1993 “esterni a Cosa Nostra”.
Silvio Berlusconi, sempre così critico nei confronti della magistratura, dovrebbe compiacersi della dilettantesca disinvoltura togata che gli ha offerto l’opportunità di essere accusato di comportamenti spaventosi nello stesso momento in cui quelle accuse si rivelavano mediocri, prive di vita, e si sgonfiavano come un soufflé mal cucinato. Gli è stato agitato contro – e in pubblico – uno spauracchio che, alla resa dei conti, si è dimostrato di pezza evitando così di farne, nella segretezza del lavoro istruttorio, uno minaccioso strumento di scavo.
Se non fosse troppo provocatorio notarlo, si potrebbe dire che la magistratura con la sua disorganizzazione, con le ossessioni autoreferenziali di troppi uffici del pubblico ministero, con la fragilità di chi teme di essere sconfitto dalla sentenza prossima, ha lavorato come un Ghedini qualsiasi per l’immagine del Cavaliere e le sue fortune consentendogli di cavarsi da un angolo che avrebbe potuto diventare pericoloso, con il tempo e una buona indagine. Anche la posizione di Marcello Dell’Utri ne ricava degli utili.
[...] Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese.
Le anomalie di un processo. La penna di punta di Repubblica che già aveva abbondantemente indicato la via da seguire ai magistrati, chiedendogli a gran voce di scavare in altre direzioni, prende atto della situazione. Non lesinando critiche feroci alla toghe. Qui invece chi si sbizzarisce con l’ermeneutica. L’intervista a Li Gotti, storico avvocato di pentiti, “Filippo fa il capo, Giuseppe il pentito“.
Filippo si comportato come un capo, Giuseppe invece, come normalmente si comportano i collaboratori che usano i momenti processuali per trattare le condizioni carcerarie o i termini della propria collaborazione.
Per Peppino Calderola, L’illusione tragica dell’antimafia giornalistica – anche se nota la stranezza del comportamento processuale dei Graviano – è vero il contrario, “Filippo è probabilmente un mafioso dissociato” mentre “Giuseppe è indiscutibilmente un capo vero”. Poi aggiunge:
Il vero metro di misura dell’attività del Governo sta, quindi, non solo nell’incoraggiamento alle forze di polizia e alla magistratura in prima linea contro gli “scappati”, ma soprattutto nel non recedere sia dal 41bis sia dai sequestri dei patrimoni, impedendo la loro riacquisizione da parte delle cosche. Il fronte antimafia, soprattutto quello giornalistico, si deve fare una ragione sull’inesistenza di scorciatoie. L’illusione che Spatuzza e i fratelli Graviano avrebbero potuto dare una svolta alla politica italiana si è rivelata tragica.
Francesco La Licata ribalta ancora l’interpretazione. Secondo lui è stato “uno show studiato per i media”sì, ma studiato dai Graviano (ovviamente), e tutto o quasi, era scontato, “l’aspettativa, era dunque, prevalentemente mediatica”.
Qui si parla delle strane “verifiche” che precedono lo show di Spatuzza e ci si sofferma sulle parole di Filippo Graviano.
Il boss smentisce di aver mai detto una certa frase nel carcere di Tolmezzo: “Io non ho mai detto queste cose a Spatuzza, non potevo dirle. Ho tentato di spiegarlo ai magistrati che mi hanno interrogato in precedenza. Quando fui arrestato nel ’94 avevo pochi mesi da scontare, non avevo problemi e nessuno doveva promettermi niente”.
Dice chi scrive: “L’argomentazione è convincente; ma è strabiliante che Graviano possa dire di aver tentato di spiegare ai magistrati che Spatuzza diceva il falso. Tentativo vano, vista la sarabanda mediatica del pentito.”
C’è dunque una domanda che attende risposta: a quanto pare i magistrati hanno verificato le dichiarazioni di Spatuzza su Berlusconi e Dell’Utri, interrogando, com’era loro dovere, anche Filippo Graviano. Graviano ha tentato di dire la sua, ma i magistrati hanno fatto finta di niente. È davvero così? E se è così, perché hanno consentito che il nome del presidente del Consiglio venisse pronunciato, anzi: sputtanato in mondovisione?
All’indomani dello show torinese, il procuratore animafia Grasso ha definito “inusuale” la procedura seguita con Spatuzza. Forse c’è qualcosa di più, e di peggio.
Infine Davide Giacalone: “C’erano i professionisti dell’antimafia, cui si rivolse la polemica di Leonardo Sciascia. Ora siamo ai dilettanti, allo sbaraglio. Lo scrittore sollevò non un problema personale, né avversò la lotta alla mafia, ma puntò il dito nella direzione delle regole, che devono essere rispettate. Solo così lo Stato è forte. Da quelle regole, purtroppo, ci allontaniamo sempre di più.”
Pagina pessima, che danneggia le istituzioni in modo profondo. Si rimedi, con urgenza.