Il ragionamento non fa una piega

Il ragionamento del Pd non fa una piega: «Il decreto è un vulnus alla democrazia, stravolge le regole, è un atto autoritario, un gesto di arroganza, quindi Napolitano ha fatto benissimo a firmarlo».

via Quindi – LASTAMPA.it.

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Sillabario da casa circondariale

Leggere il Secolo: la destra legalista balla in maschera, ma di Quaresima di Alessandro Giuli

[...] Questa ansia moralizzatrice dirige inevitabilmente anche contro i colleghi berlusconiani, più esposti nel tiro al bersaglio delle procure, macilenti e disordinati nel cozzar d’armi. Il Cav. per primo ha aperto la propria cittadella all’urgenza di misure correttive. Così i finiani ora in groppa a questa urgenza scorazzano, dal capo in giù, reclamando una pulizia etica interna al Pdl, maggior rigore nella selezione della nomenclatura, ostracismi per i rinviati a giudizio, addirittura un codice dettato dall’antimafia. Il Secolo d’Italia, quotidiano di Fini, ieri conteneva appunto questo sillabario da casa circondariale sussunto ai piedi d’un titolo d’apertura che richiamava vagamente l’operosità leninista: “Corruzione, che fare?”. Anche qui: in condizioni di normalità l’autodisciplina e l’autocensura imposte per decreto sono benedette. Ma nell’attuale circostanza, in mancanza di un disegno armonico concordato con i berlusconiani, suonano come l’ammissione che ci sarà bagarre domestica, che ci si sta piegando alla voluttà di affondare un colpo di grazia.

[...] Quanto a Fini, dovrebbe sapere che anche alla più credibile delle maschere non basta un canovaccio di fama internazionale, se poi intorno gli crolla il teatro.

Qui la prima pagina, come la definisce Giuli, di “questo sillabario da casa circondariale sussunto ai piedi d’un titolo d’apertura che richiamava vagamente l’operosità leninista: “Corruzione, che fare?””, con il pezzo di Fabio Granata “Il Pdl adotti il codice antimafia” di spalla. Codice antimafia che ha creato alla Camera l’ennesima spaccatura. Qui il dibattito e le votazioni. Con un Giuliano Cazzola tra gli astenuti e un Della Vedova tra i favorevolissmi. La legge anti-mafia passa alla Camera con un Pdl spaccato hanno titolato all’unisono il Giornale, l’Unità Il Pdl si spacca anche sui boss e Repubblica che ha parlato di maggioranza in tilt e di applausi dell’opposizione a Giulia Bongiorno. Mentre per La Stampa si sono fronteggiati finiani contro berluscones. Se sulle liste si abdica, la partita è nettamente persa si scrive qui.

Mario Sechi nel suo editoriale si è domandato: A cosa servono i partiti politici?

Ad organizzare il consenso e attraverso le elezioni, insediare i propri rappresentanti nelle istituzioni. Servono a comporre le fratture sociali, far emergere una trasparente contrapposizione dei gruppi di interesse che si muovono nella società, organizzare la vita democratica. Al di là delle forme che possono assumere, sono praticamente insostituibili. Senza non c’è democrazia ma tirannia.

[...] Le candidature non le decidono le procure, la presunzione d’innocenza vale per tutti, ma la politica a sua volta ha ottimi strumenti per capite se un cittadino è in grado, di servire lo Stato con onore. E qui torniamo all’organizzazione della politica. Se un partito ha sedi nel territorio, è immerso nella vita delle comunità, non ha nessuna difficoltà a espellere dal suo giro personaggi poco raccomandabili. I partiti devono fare politica, non affari per i ras locali. [...] Il Senato dovrà decidere il suo destino. Ma attenzione qui non è in gioco la carriera di un singolo parlamentare. Quando la magistratura indaga su possibili «coperture politiche», significa che la partita si sta facendo molto pesante e per i partiti è arrivato il momento di prendere in mano il setaccio. Prima che sia troppo tardi.

Anche secondo Davide Giacalone: «Allora, ripetiamolo: il problema non è penale, ma politico e istituzionale». Mentre per la capogruppo del Pd al Senato che ha approfittato dell’occasione per manifestare apprezzamento per il Presidente della Camera Fini, le bufere in corso su Fastweb, Telecom e Grandi Opere mostrano un «quadro terrificante, altro che casi isolati, il Paese mostra segni di cedimento”.

«È una vergogna. Fortunatamente nel Pdl qualcuno lo dice, a cominciare dal presidente della Camera Fini… Siamo travolti dai disastri ambientali, dalla disoccupazione, dalle inchieste. E il premier pensa ai suoi privatissimi interessi»

Riassume tutto SDM oggi: MARASMA. Con tutto il caos che si ritrova dentro il Pdl, finisce che il Cav diventa davvero liberal-maoista.

Se non trova al più presto, in tanto mortifero caos, un predellino, Silvio può fare due cose: chiamare Bertolaso per lo sgombero delle macerie, o farsi maoista liberale fino in fondo, muovendo di persona all’assalto del quartier generale.

Per finire un’altra prima pagina: “Riecco il predellino, offensiva di Berlusconi: tra i nemici anche gli immigrati. Ma Fini non ci sta“, con due spalle: “Giornali salvi” e “Si alla legge. Mai più boss in campagna elettorale”. Avviso ai naviganti: non è l’Unità di Concita, ma la prima pagina del quotidiano NEL Pdl.

update: “Urne pulite”: così litigano finiani e berluscones.

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Sentenze inappellabili

Breaking news: Bertolaso colpevole, lo ha sentenziato Concita di il Padano

Presso il supremo Tribunale del Popolo di Ballarò il Giudice monocratico Concita De Gregorio – inaudita altera parte – ha emesso la seguente sentenza: il dott. Guido Bertolaso è colpevole per tutti i capi di imputazione a lui ascritti. P.Q.M. 1) deve chiedere scusa agli Italiani, 2) deve dimettersi, 3) deve sparire dalla scena pubblica ed essere destinato all’eterna esecrazione… Questo – in sostanza – il dispositivo della sentenza (inappellabile) emessa dalla super-faziosa direttora dell’Unità.

Nel corso della puntata di ieri di Ballarò, infatti, la De Gregorio ha sferrato una violentissima requisitoria contro il mite Bertolaso, lo ha messo (mediaticamente) alle corde e lo ha tempestato di colpi sino a stordirlo (è dovuto intervenire persino Di Pietro per difenderlo). Poi – passata leggiadramente dal ruolo di pubblica accusa a quello di giudice – l’implacabile De Gregorio ha sentenziato: Bertolaso colpevole. Tutto molto semplice, molto easy, molto veloce: una sola persona giudica (per tutti) cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato. continua qui

Concetto quelllo della direttora sul quale è ritornato Oscar Giannino su radio24, commentando il “rafforzamento” telefonico dedicato alla tesi di Concita dall’altro direttore intervenuto a Ballarò: Eugenio Scalfari. Nella puntata di Nove in punto, la versione di Oscar dedicata alla Giustizia ad orologeria (ospiti il ministro Sandro Bondi, Giuseppe Cascini, segretario associazione nazionale magistrati e Piero Ostellino, editorialista del Corriere della sera), così introduce Giannino:

Mi capita molto raramente di emettere giudizi. Ieri sera mi è capitato di vedere il Ballarò dedicato dal collega Floris a Bertolaso che era presente in studio. [...] Non voglio dare giudizi antipatici. Considero la puntata di ieri alla quale ho assistito di Ballarò un classico esempio di quello che secondo me non andrebbe fatto, però. Non voglio criticare e censurare nessuno è quindi nel pieno e legittimo diritto di ciascuno di organizzare e impostare la trasmissione come si vuole. Ma faccio questo solo esempio: ho assistito a due miei colleghi, due direttori di giornali, un grandissimo nome come Eugenio Scalfari, intervenire in diretto telefonica, due volte, e poi Concita De Gregorio, direttore dell’Unità, sostenere questa tesi, inchiodando Bertolaso alle sue responsabilità, dicendogli: “NON TI PUOI SOTTRARRE”, perché come nel nostro caso da direttori di giornale, noi rispondiamo penalmente di qualunque cosa si pubblica, anche della pubblicità quasi, pubblicata nel nostro giornale, lo stesso vale per te. E per tutto ciò che gli uomini della Protezione Civile hanno fatto sotto di te… per tutto ciò che è stato fatto per gli eventi speciali oltre che per l’emergenza sotto la tua gestione. Quando Bertolaso ha timidamente, poco tempo a disposizione per altro, cercato di fare notare che questo ragionamento è improprio perché la Protezione Civile come è evidente non è un giornale, ma soprattutto perché non può rispondere egli Capo della Protezione Civile di gare o appalti banditi e aggiudicati da strutture altre e diverse, come per esempio nel caso del G8, appalti banditi ed aggiudicati dal Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, quindi non da Bertolaso e dalla struttura della Protezione Civile, ogni volta io ho visto i colleghi dirgli: “No, No, No. Tu non ti puoi sfilare. Tu sei come il direttore di un giornale”.

Bertolaso sosteneve argomenti formali di responsabilità giuridica coerenti al nostro ordinamento. La risposta era sostanziale ed era: “Per favore non tentare di confondere le carte in tavola” e Floris ogni volta lo interrompeva dicendo “Lei ha fatto politica, lo ammetta. Non ha fatto amministrazione”. Accusa, secondo me, se dovesse valere davvero, non dovrebbe farci scordare a tutti che Bertolaso è stato nominato da governi di un tipo e ha continuato a lavorare sotto governi di un altro tipo. Perché il Giubileo del 2000, come il G8, glieli ha affidati il governo Prodi. Ma se il punto diventa, come ha scritto domenica Scalfari, “che Bertolaso è condannabile perché è diventato lo strumento di un “egolatra sultano” come Berlusconi” e invece non deve valere l’accusa, magari se dovesse valere questa, anche di considerarlo un “costruttore delle piramidi” per conto di Prodi, allora siamo al punto. Cioè siamo all’interrogativo che poniamo oggi.

Sull’interrogativo e sul punto interviene lei. Altri commenti sulla vicenda e sulla puntata di Ballarò, qui Bertolaso a Ballarò si difende (bene), qui Uno tsunami di mistificazioni e qui Tutta colpa di Bertolaso? Qui si sottolinea il comportamento del sottosegretario. Qui le analisi dell’on. Granata sulle dinamiche all’interno della maggioranza, sviluppatesi grazie al “gruppo consapevole” e causate dalle discusssioni “non libere” che ci sarebbero, secondo lui ovviamente, nel governo, nel parlamento e nel partito. “Questa storia – spiega il deputato finiano Fabio Granata – dimostra che nel governo esiste un gruppo consapevole di quanto sia rischioso portare avanti idee che non siano frutto di una discussione libera. E’ una lezione che il presidente del Consiglio deve trarre”. Sulle sparate alla Granata lui si domanda abbastanza opportunamente, credo, qualcosina.

Questa invece la “Lettera aperta alle donne e agli uomini della Protezione Civile” a firma di Guido Bertolaso. Qui le dimissioni dalla magistratura del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, capo di Gabinetto del Ministro dei Trasporti Bianchi nel governo Prodi: “Nulla di cui pentirmi non conosco nessuna delle persone indagate”. Infine “suggestioni e mascariamenti” a mezzo stampa.

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Dilettantesca disinvoltura

D’Avanzo sbrana le toghe

La testimonianza di Spatuzza (ma non ci voleva un mago per prevederlo) è stata inutile nel processo contro Dell’Utri. E, così prematuramente disvelata, sarà (non ci vuole un mago per prevederlo) presto inutilizzabile per avviare una seria indagine sui mandanti delle stragi del 1992/1993 “esterni a Cosa Nostra”.

Silvio Berlusconi, sempre così critico nei confronti della magistratura, dovrebbe compiacersi della dilettantesca disinvoltura togata che gli ha offerto l’opportunità di essere accusato di comportamenti spaventosi nello stesso momento in cui quelle accuse si rivelavano mediocri, prive di vita, e si sgonfiavano come un soufflé mal cucinato. Gli è stato agitato contro – e in pubblico – uno spauracchio che, alla resa dei conti, si è dimostrato di pezza evitando così di farne, nella segretezza del lavoro istruttorio, uno minaccioso strumento di scavo.

Se non fosse troppo provocatorio notarlo, si potrebbe dire che la magistratura con la sua disorganizzazione, con le ossessioni autoreferenziali di troppi uffici del pubblico ministero, con la fragilità di chi teme di essere sconfitto dalla sentenza prossima, ha lavorato come un Ghedini qualsiasi per l’immagine del Cavaliere e le sue fortune consentendogli di cavarsi da un angolo che avrebbe potuto diventare pericoloso, con il tempo e una buona indagine. Anche la posizione di Marcello Dell’Utri ne ricava degli utili.

[...] Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese.

Le anomalie di un processo. La penna di punta di Repubblica che già aveva abbondantemente indicato la via da seguire ai magistrati, chiedendogli a gran voce di scavare in altre direzioni, prende atto della situazione. Non lesinando critiche feroci alla toghe. Qui invece chi si sbizzarisce con l’ermeneutica. L’intervista a Li Gotti, storico avvocato di pentiti, “Filippo fa il capo, Giuseppe il pentito“.

Filippo si comportato come un capo, Giuseppe invece, come normalmente si comportano i collaboratori che usano i momenti processuali per trattare le condizioni carcerarie o i termini della propria collaborazione.

Per Peppino Calderola, L’illusione tragica dell’antimafia giornalistica – anche se nota la stranezza del comportamento processuale dei Graviano – è vero il contrario, “Filippo è probabilmente un mafioso dissociato” mentre “Giuseppe è indiscutibilmente un capo vero”. Poi aggiunge:

Il vero metro di misura dell’attività del Governo sta, quindi, non solo nell’incoraggiamento alle forze di polizia e alla magistratura in prima linea contro gli “scappati”, ma soprattutto nel non recedere sia dal 41bis sia dai sequestri dei patrimoni, impedendo la loro riacquisizione da parte delle cosche. Il fronte antimafia, soprattutto quello giornalistico, si deve fare una ragione sull’inesistenza di scorciatoie. L’illusione che Spatuzza e i fratelli Graviano avrebbero potuto dare una svolta alla politica italiana si è rivelata tragica.

Francesco La Licata ribalta ancora l’interpretazione. Secondo lui è stato “uno show studiato per i media”sì, ma studiato dai Graviano (ovviamente), e tutto o quasi, era scontato, “l’aspettativa, era dunque, prevalentemente mediatica”.

Qui si parla delle strane “verifiche” che precedono lo show di Spatuzza e ci si sofferma sulle parole di Filippo Graviano.

Il boss smentisce di aver mai detto una certa frase nel carcere di Tolmezzo: “Io non ho mai detto queste cose a Spatuzza, non potevo dirle. Ho tentato di spiegarlo ai magistrati che mi hanno interrogato in precedenza. Quando fui arrestato nel ’94 avevo pochi mesi da scontare, non avevo problemi e nessuno doveva promettermi niente”.

Dice chi scrive: “L’argomentazione è convincente; ma è strabiliante che Graviano possa dire di aver tentato di spiegare ai magistrati che Spatuzza diceva il falso. Tentativo vano, vista la sarabanda mediatica del pentito.”

C’è dunque una domanda che attende risposta: a quanto pare i magistrati hanno verificato le dichiarazioni di Spatuzza su Berlusconi e Dell’Utri, interrogando, com’era loro dovere, anche Filippo Graviano. Graviano ha tentato di dire la sua, ma i magistrati hanno fatto finta di niente. È davvero così? E se è così, perché hanno consentito che il nome del presidente del Consiglio venisse pronunciato, anzi: sputtanato in mondovisione?

All’indomani dello show torinese, il procuratore animafia Grasso ha definito “inusuale” la procedura seguita con Spatuzza. Forse c’è qualcosa di più, e di peggio.

Infine Davide Giacalone: “C’erano i professionisti dell’antimafia, cui si rivolse la polemica di Leonardo Sciascia. Ora siamo ai dilettanti, allo sbaraglio. Lo scrittore sollevò non un problema personale, né avversò la lotta alla mafia, ma puntò il dito nella direzione delle regole, che devono essere rispettate. Solo così lo Stato è forte. Da quelle regole, purtroppo, ci allontaniamo sempre di più.”

Pagina pessima, che danneggia le istituzioni in modo profondo. Si rimedi, con urgenza.

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Tragitti differenti

Primi retroscena contrastanti dell’operazione «inizia tragitto differente»: vado via, ma non ora e non da solo. Si svela il pezzo da novanta che starebbe dietro le quinte. Secondo La Stampa Rutelli se ne va, ma senza truppe:

Tra questi c’è anche la vera carta coperta e pesante dell’operazione: Bruno Tabacci. Secondo classificato dietro Luca Cordero di Montezemolo e davanti a Draghi, Fini e Casini in un mega-sondaggio online dell’Espresso oltre centomila voti su «Chi sarà il premier nel 2012», Tabacci da quasi due anni – assieme a Savino Pezzotta e alla loro Rosabianca – sono federati all’Udc e dunque non fanno parte organicamente del partito di Casini. Contando su questi margini relativi di autonomia, nei giorni scorsi Tabacci ha spiegato a Rutelli di essere disponibile a fare, a determinate condizioni, da trait d’union con Casini, concorrendo alla nascita di un movimento-traghetto destinato successivamente a confluire in una Costitente di Centro.

Secondo il Corriere: Manovre per la «squadra dei 25». Binetti e Lusi già pronti a seguirlo. Interessante il risultato del mega-sondaggione da oltre 100.000 votanti. Il popolo della rete che segue il settimanale del gruppo L’Espresso, sembra indeciso nell’immaginare un’ipotesi capo del governo 2012 tra Luca di Montezemolo e Bruno Tabacci, che battono nell’ordine Draghi, Fini e Casini. Nuova conferma di quanto elusiva e complessa sia la scienza della comunicazione? Mi sa che non saranno granché soddisfatti, nonostante gli sforzi, dalle parti di qualche fondazione.

Qui da leggere, invece, la corposa rassegna stampa mensile dei periodici di cultura politica preparata dalla Camera dei Deputati: “Idee per la politica“. Nel numero di ottobre viene dato il giusto risalto a un’intervista a Pier Luigi Bersani e ad un intervento del Presidente Fini, “Dal Pdl in poi”.

Solo una constatazione, dopo aver dato uno sguardo veloce (posso anche sbagliarmi): assenza totale e completa della componente leghista. Semplicemente non esiste, si spazia dal partito democratico e centrosinistra, al popolo della libertà, dal Parlamento e riforme istituzionali a chiesa cattolica e pensiero sociale, da fine vita, politica, donne politica e società a crisi economica. Nulla, né un ministro né un personaggio di qualsiasi genere che in qualche modo possa dar voce a quella parte politica. E si che si può legggere anche l’interessante (e corposissimo) pezzo del prof. Anderlini, l’autore de La città trans-comunista. Appunti di viaggio tra Bologna e altrove (giuro), che smonta “Il mito dell’espansione leghista”, dove ci viene spiegato (ammetto di non averlo ancora letto tutto) preliminarmente come il voto leghista sia una sorta di voto “sintomatico”.

Idee per le politica sintomatiche dalle parti della Camera?

Ma no è che io sono delirante e maliziosa: è solo che il dialogo e il dibattito si fa con chi le idee e i periodici di cultura li ha, direbbe qualcuno sicuramente. E loro altro che alleati in un governo di coalizione, loro (i leghisti) sono un cancro della società italiana: a loro interessa solo creare tanti piccoli staterelli centralisti con cui fare esplodere la spesa pubblica, continuerebbe a dire qualcuno. A proposito di anatemi. Alla Camera, come scrivono, senza voler essere esaurienti, fanno solo il tentativo di fornire un prodotto che possa risultare utile dentro e fuori il Palazzo.

ps.: Da notare, maliziosamente, anche la scelta che viene fatta su economia e riforme.

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Malaricotta 2

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Succede anche questo in Sicilia.

Confisca record a Messina. La Dia della città dello Stretto ha bloccato, nell’operazione demonimata dagli inuirenti “Malaricotta 2“, beni per oltre 200 milioni di euro riconducibili a Mario Giuseppe Scinardo (44 anni), originario di Capizzi. L’uomo è ritenuto vicino al boss Sebastiano Rampulla. Si tratta di uno dei provvedimenti di confisca più consistenti mai eseguiti in Italia. L’operazione è stata coordinata dal procuratore di Catania, Vincenzo D’Agata. L’ingente patrimonio è costituito da aziende, 240 immobili, 90 mezzi.

Beh certo la cosa viene commentata solo dai Ministro Maroni e Alfano, ma lo sappiamo loro si fanno solo becera pubblicità a danno della corretta informazione. Mentre su google le prime pagine (delle 497) portano solo a siti messinesi o siciliani. Qui un rapido raffronto che porta alle 696.000 pagine sul gruppo di cattivo gusto, come viene definito, che ha creato un allarme sensazionalistico dei soliti irresponsabili che voglioni distruggere la libertà in rete e continuare nei loro progetti liberticidi. Qui si parlava dell’operazione Malaricotta 1.

Intanto l’azzurro approda, con poca fortuna – altra gogna, questa volta fratricida, per chi si è arrischiato a votare contro o astenersi facendo miseramente fallire la grande battaglia di libertà, con scoperta postuma del conflitto d’interessi interplanetario – al parlamento europeo.

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Mentre il povero De Bortoli, ieri sera ospite qui (per par condicio dopo il padre fondatore, perché loro non ospitano mai politici, ospitano a senso unico solo tutti quelli che parlano di politica) al cospetto di un’intimidita e poco serena conduttrice, cercava disperatamente di spiegare che no, decisamente lui non si riconosce nella famosa classifica (questi i limpidi criteri e il metodo indipendente usato) e si vergogna molto di chi cerca di infangare l’Italia all’estero.

update: Sull’argomento gruppo di cattivo gusto oggi, anche Vittorio Zambardino interviene, parlando di “emergenza finta”:

Attenzione: non dico che vada applaudito o sopportato con fare benevolo  (”so’ ragazzi, si divertono”). No. no. Quei dodicimila o quindicimila hanno commesso una imbecillità sconfinata. Il punto è se la società debba considerarla un reato o una minaccia (una  volta chiarito che il gruppo “uccidiamo Berlusconi” va chiuso).

e optando come Berselli per la “solitudine raconcorosa”. Anche se sottolinea, correttamente, ma tra parentesi, che sarebbe “Importante, sul piano antropologico e politico, considerare il clima generale che queste espressioni segnalano e di cui Silvio Berlusconi non è certo l’unico destinatario: il clima di odio viscerale per l’avversario, che è sempre un nemico”, sembra preoccuparsi anche lui più della possibile deriva liberticida. Intanto chi è stato a parlare di emergenza? Esiste tranquillamente da anni e nessuno se ne è preoccupato, mi pare. Oggi qualcuno sembra essersene accorto e se ne discute, mi sembra il minimo. Nel merito condivido poco il suo tentativo di differenziare e di stabilire cosa sia “realtà” e cosa sia “gioco” virtuale (come?), reputandolo anche abbastanza complicato nella sua eventuale identificazione oggettiva (lo faremmo fare ad un giudice?). Avremmo le solite alzate di scudi (più che corrette per carità), di una parte quando nel ciclone è la Lega con i suoi insulti razzisti, con rischieste immediate di oscuramento e la eccessiva minimizzazione (leggere qui se si hanno dubbi) quando sentiamo dire, tranquillamente, che voler mettere una pallottolo in testa a qualcuno è solo una sciocchezza. Nel solito clima da opposte tifoserie. Il linguaggio è linguaggio sia in rete che nella vita reale, la sua violenza pure. Dovrebbe valere per tutti e sempre, sono i fondamentali direbbe qualcuno. A meno che non si decida di rimettere tutto in discussione.

update: Facebook accoglie l’invito del governo. Oscurato «Uccidiamo Berlusconi». Dopo le richieste di Maroni, l’azienda di Palo Alto, sostiene CNRmedia.com, ha cancellato la pagina.

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Opinioni mascherate da fatti

Le guerre giuste. Quando attaccare così la stampa è democratico e liberal.

Attacking the news media is a time-honored White House tactic but to an unusual degree, the Obama administration has narrowed its sights to one specific organization, the Fox News Channel, calling it, in essence, part of the political opposition. “We’re going to treat them the way we would treat an opponent,” said Anita Dunn, the White House communications director, in a telephone interview on Sunday. “As they are undertaking a war against Barack Obama and the White House, we don’t need to pretend that this is the way that legitimate news organizations behave.”

«Li tratteremo come un partito d’opposizione, poiché stanno conducendo una guerra contro Barack Obama e non possiamo far finta di pensare che questo sia il comportamento legittimo di un organo d’informazione», ha detto al New York Times Anita Dunn, direttore delle comunicazioni della White House.

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L’Italia vera, per fortuna, è diversa

Doppia risposta di Ferruccio De Bortoli a Eugenio Scalfari e Marco Travaglio.

E veniamo all’editoriale di Eugenio Scalfari sulla Repubblica che ho trovato ingiusto e insultante. Mi dispiace molto. Scalfari ha letto la mia risposta di venerdì alle accuse del premier, manipolando le mie parole a suo uso e consumo. Lo considero profondamente scorretto. Il paradosso di tutta questa vicenda è che Repubblica ha fatto la sua campagna contro il premier con le notizie pubblicate… dal Corriere. Scalfari tenta di delegittimarmi moralmente perché non abbiamo seguito il suo giornale, querelato dal premier, e non siamo scesi in piazza sotto le bandiere di un partito o di un sindacato. Sulle querele ho già detto quello che penso. Ed Ernesto Galli della Loggia ha preso posizione sul Corriere sul fatto che le querele a Repubblica e all’Unità fossero sbagliate e gravi. Ma dov’erano lui e il suo giornale quando gli avvocati di Berlusconi, Ghedini e Pecorella (da me chiamati avvocaticchi per le leggi ad personam e per questo condannato) mi citarono in giudizio? E dov’erano lui e il suo giornale quando D’Alema, allora al potere, se la prese con noi fino a proporre la mia cacciata dall’Ordine dei giornalisti? Li ho forse accusati, in quelle occasioni, di essersi accucciati al potere di turno? No, rispettai il loro ruolo, anche se di spettatori. Interessati. Devo andare avanti?

p.s. Ringrazio infine i colleghi di Repubblica che mi hanno espresso solidarietà dopo aver letto le dichiarazioni di Berlusconi alle quali il loro giornale non ha dedicato nemmeno una riga.

(f. de b.)

E poi ancora sull’informazione:

Una buona e corretta in­formazione, scriveva Luigi Einaudi, che collaborò a queste colonne, fornisce al cittadino gli ingredienti, non avariati, per deliberare, per essere più responsabile e libero. E non un tifoso an­cora più assetato del sangue dell’avversario. Noi restia­mo fedeli a questo spirito, nel rispetto dei valori costi­tuzionali e nel tracciato sto­rico di una tradizione libera­le e democratica. Al Corriere, che ha le sue idee, si rispettano quelle degli altri. Altrove no. Una tregua è og­gi necessaria. Berlusconi ha commesso (anche ieri) i suoi errori. Mostri più ri­spetto per le istituzioni e per la stampa, anche estera. Gli altri, per la volontà della maggioranza degli elettori. I giornali facciano il proprio dovere, fino in fondo. Il cli­ma conflittuale creato nel Paese ha qualcosa di inquie­tante e dovrebbe indurre tutti a fermarsi un attimo, a chiedersi se per abbattere l’avversario sia davvero ne­cessario bruciare l’intero edificio civile, istituzioni comprese, mostrando al mondo uno spettacolo in­giusto e amaro. L’Italia vera, per fortuna, è diversa.

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Giro dell’isolato

Il corteo solitario e le notizie che servono

Ho fatto anch’io la mia manifestazione per la liber­tà di informazione. Sono sceso di casa, ho fatto il giro dell’isolato, inneggiando al prezioso bene. Non ad alta voce, ma in cuor mio; non tanto nel timore che qualcuno mi prendesse per pazzo ve­dendomi parlare da solo, quanto per quello che avrebbe ascol­tato.

[...] C’è il conflitto di interessi di Berlusconi. Come proprietario di Mediaset e capo del governo, potrebbe, controllando la Rai, dominare l’intero sistema televisivo. Ma ce n’è uno anche nei giornali di proprietà dei poteri economico, industriale e finanziario. Stanno in equilibrio fra una pluralità di interessi, convinzioni, amicizie politiche che scaricano su di essi le pro­prie divisioni e trovano nel compromesso di cambiare il diret­tore il solo modo di ricomporle. Il direttore sostituito ne è la vittima, il sostituto ne diventa l’ostaggio. Restano le carenze che, da sempre (da sempre!), rimprovero ai nostri media, compreso il mio giornale: non offrire all’opinione pubblica un quadro esauriente dell’ordine socio-politico-economico e non fornirle gli strumenti concettuali per reagirvi e, se neces­sario, cambiarlo. Beh, io ho manifestato anche per questo.

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