Per lei il “Giorno della memoria” è un grande gesto simbolico. E aggiunge, quando la via giudiziaria è esaurita, la giustizia è la verità storica.
Nell’infinito Sessantotto di questo Paese la memoria dei familiari delle vittime del terrorismo è stata spesso ignorata.
Giudica parole come pacificazione o riconciliazione:
inappropriate, insufficienti, in certi contesti persino fuorvianti, perché evocano una guerra civile che non c’è stata, o adombrano una prospettiva religiosa, mi pare suggeriscano che il percorso da fare per superare le difficili eredità degli anni Settanta sia solo di tipo personale o emozionale. Io non credo che sia così. È essenziale capire. Riconoscere le vittime non è solo un atto dovuto, segno di maturità e sensibilità da parte della società, ma è necessario per mettere a nudo la vera natura del terrorismo, dissipando ogni nebbia romantica.
E’ Benedetta Tobagi a parlare, la figlia di Walter Tobagi.
Per la prima volta quest’anno si celebra il “Giorno della memoria” per ricordare tutte le vittime del terrorismo, interno e internazionale, e delle stragi. La ricorrenza è stata voluta fortemente dal Presidente Napolitano e approvata in modo pressoché unanime dal precedente Parlamento. Per l’occasione la Presidenza della Repubblica ha realizzato il volume “Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana“, per rendere omaggio, nel modo più solenne, a tutti coloro – fossero essi semplici cittadini, umili e fedeli servitori dello Stato, o protagonisti della storia repubblicana, come lo fu l’on. Aldo Moro – che in quel contesto pagarono col sacrificio della loro vita i servigi resi alle istituzioni repubblicane”, come si legge nella prefazione scritta dal Capo dello Stato.
E il problema dice Miguel Gotor oggi:
non è di voler condannare al silenzio perpetuo i terroristi di ieri, come se fossimo davanti a un tribunale inquisitoriale che pretende di negare loro in eterno il diritto alla parola temendone l’indicibile e imperdonabile antagonismo politico. No, il problema è di invitarli a una dimensione privata della riflessione che esuli da un nuovo protagonismo pubblico, tanto ricercato e così esibito. E’ il narcisismo del redento a essere insopportabile perché troppo da vicino ricorda il superomismo del carnefice; bisogna saper distinguere la reintegrazione dal pulpito. Soprattutto perché l’unico contributo che ancora si attende da questa generazione di terroristi, al di fuori di ogni logica penale, è un contributo di verità storica, nonostante abbiano quasi tutti goduto di sostanziali benefici giudiziari.
Ma il problema in realtà è più complesso. Di questa esibizione mediatica siamo colpevoli anche noi che costruiamo intorno ad essa un irresponsabile mercato delle opinioni e delle emozioni in cui si alternano «vite straordinarie», «storie maledette» e «misteri italiani». continua
E allora, silenzio, please.