Sentenza di merito del Tar Lombardia

Il Tar della Lombardia ha confermato oggi la riammissione del listino di Roberto Formigoni. La sentenza di merito ribadisce dunque l’orientamento emerso nell’udienza cautelare di sabato scorso, quando i giudici milanesi avevano accolto la richiesta di sospensiva dei legali di Formigoni contro l’ordinanza della Corte di appello di Milano.

È possibile, però, che la vicenda giudiziaria non si fermi qui. Perché il Pd potrebbe a questo punto impugnare la sentenza davanti al Consiglio di stato. «Non abbiamo nessun problema – ha detto stamattina Formigoni -. Noto soltanto che Penati aveva detto che non avrebbe fatto ricorso: se poi lo fa è una scelta sua. Adesso dedichiamoci a illustrare i programmi ai cittadini». 

Qui Filippo Penati, candidato del Pd alla Presidenza della regione Lombardia, dichiarava 3 giorni fa: Mai fatto né faremo alcun ricorso. “Non abbiamo fatto e non faremo nessun ricorso”.

Per quanto riguarda la sentenza del Tar Lazio (qui il testo), che ieri ha respinto la richiesta del Pdl di sospendere il provvedimento con cui la Corte di Appello di Roma aveva escluso la lista circoscrizionale provinciale del Pdl di Roma dalle prossime elezioni per la Regione Lazio:

E’ vero che la Costituzione attribuisce la legislazione elettorale di valenza regionale alle regioni, ma la norma chiamata in causa dal Tar del Lazio, l’articolo 2 della legge regionale del Lazio n. 2 del 20 gennaio 2005, dispone che «per quanto non espressamente previsto, sono recepite la legge 17 febbraio 1968, n. 108 (Norme per la elezione dei Consigli regionali delle Regioni a statuto normale) e la legge 23 febbraio 1995, n. 43 (Nuove norme per la elezione dei consigli delle regioni a statuto ordinario), e successive modifiche e integrazioni». Per tutto quello non espressamente previsto quindi la Regione Lazio si rimette alla normativa nazionale, che lo Stato ha tutto il diritto di interpretare.

E «successive modifiche e integrazioni», spiega il costituzionalista Ciro Sbailò a il Velino, significa che siamo di fronte a «un caso classico di “rinvio dinamico” che vincola la legge a un’altra legge. Quando, infatti, il rinvio è “statico”, “le eventuali variazioni apportate all’atto cui si rinvia sono indifferenti”. Nel caso di rinvio dinamico, invece, l’ordinamento “si adegua automaticamente a tutte le modifiche che nell’altro ordinamento si producono” (G. Pitruzzella). In altre parole – sostiene il professor Sbailò – con quel riferimento dinamico, il legislatore regionale ha aperto una strada che poi non può decidere di chiudere quando gli pare… Insomma, siamo di fronte a un atteggiamento a dir poco “creativo” dei giudici amministrativi».

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Ancora più cinesi

Sentenza Google, reazioni tante. Si parte dal Google Italia condannata: da oggi siamo meno occidentali e più cinesi” alle spiegazioni del perché “Caduto un principio siamo tutti più cinesi“. Dove si è molto preoccupati da quello che dal New York Times ci chiedono: «L’accanimento contro Internet in Italia è perchè è una rete di comunicazione libera alternativa alle tv berlusconiane?». Risponde Luciano Floridi, Cattedra Unesco in Etica Informatica: «Non credo in un complotto, ma mille fiocchi di neve formano una slavina». La decisione dei giudici si aggiunge alle proposte di legge per imbrigliare Internet, contribuendo a un’atmosfera illiberale e demagogica che influisce anche sulla competitività del Sistema Italia: siamo al 78° posto del World Bank Group per facilità nel condurre gli affari. Oggi siamo tutti più cinesi.

Ancora Sentenza Google. Una bufera di polemiche contro la decisione del tribunale di Milano, qui si riportano le reazioni Usa e le accuse che arrivano da ogni parte del mondo. “Molte hanno toni sarcastici e canzonatori; è il caso del prestigioso sito americano TechCrunch che titola polemicamente: “Qualcuno potrebbe spiegare al giudice italiano che cos’è YouTube?” Anche la Gran Bretagna la pensa allo stesso modo e lo chiarisce sia attraverso le pagine del Guardian – che accusa l’Italia di aver fatto un passo verso la Cina, quanto a censura - che tramite la BBC. Si uniscono al coro anche siti specializzati come Business Insider – che addirittura parla di “stupidità imbarazzante” – e ReadWriteWeb che accusa l’Italia di “attaccare la libertà della rete”. Una bufera di polemiche, insomma, che non provengono solo dall’estero, ma che pullulano – velenose – anche all’interno dei confini nazionali. Dello stesso avviso è Guido Scorza che titola metaforicamente: “Condannati i ferrovieri”.

E poi Mario Tedeschini Lalli, ”Sentenza Google: un disastro, per tutti e ovunque”.

Tra i pochi che in mezzo a questo mare magnum invitano ad aspettare le motivazione, anche se con sfumature diverse, troviamo due Stefani: Stefano Rodotà e Stefano Quintarelli. Lei, invece, prova a spiegare le implicazioni e le prospettive, senza strapparsi le vesti, domandandosi cosa avrebbe potuto fare Google.

Che cosa avrebbe potuto fare, quindi, Google e quali possono essere le prospettive se una ipotesi di responsabilità per chi fornisce hosting per user generated content dovesse stabilirsi a partire da questo caso? Ci sono due soluzioni possibili al momento. La prima, sicuramente più corretta, è che tali provider chiedano al Garante un interpello per presentare i problemi connessi alle attività specifiche che i comportamenti dei loro utenti pongono in materia di tutela dei dati personali e adeguarsi alla soluzione proposta dall’Autorità. La seconda è stabilire nelle condizioni di servizio un obbligo contrattuale che addossi all’utente l’obbligo di premunirsi dei necessari consensi relativi ai dati personali di eventuali terze persone raffigurate nei loro contenuti e garantire il provider, sotto loro responsabilità, che tutti gli obblighi di legge sono stati adempiuti.

Per Luca in questo caso è la legge italiana che complica il mondo. Ma c’è la necessità di riflettere sull’equilibrio tra privacy e informazione.

Per il resto una critica violentissima all’incapacità della magistratura italiana di comprendere la modernità, alla sua superficialità, ai presunti danni internazionali che la cosa comporterebbe, un pericoloso segnale che come al solito metterebbe a repentaglio la libertà della rete, senza neanche l’ombra di alcuna pazienza e di quell’invito unanime a rispettare la costituzione e le decisioni della magistratura che si pretende in tante altre occasioni. Ancora prima delle motivazioni. E qualcuno, in nome e per conto della stessa Costituzione questa volta, tenta un’altra operazione, in cui si mischiano indistintamente le decisioni che un magistrato autonomamente (o no?) prende con le “operazioni” che il governo avrebbe tentato ininterrottamente (finora con scarso successo) per limitare la libertà. Insomma, dove non riesce il Cav arriva un magistrato. ”Google, i media Usa all’attacco“.

Giro di vite sul web, troppi tentativi di regolamentare la rete e la libertà di espressione. Il tutto nell’ombra di Silvio Berlusconi. Giudizi impietosi sulla sentenza milanese.

p.s.: Homer l’ho rubato a lui, che non c’entra nulla con quello che scrivo io.

update: Mi era sfuggita la furia iconoclasta contro Google.

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La parola fine?

La sesta sezione del Consiglio di Stato ha stabilito che Europa 7, l’emittente di Francesco Di Stefano, dovrà ottenere dallo Stato un risarcimento di 1,041 milioni euro. La sentenza, del supremo organo, sembra mettere, finalmente, la parola fine (ricorsi permettendo, di che genere si vedrà, l’emittente ha dichiarato che azionerà nelle prossime settimane tutti i necessari rimedi giudiziari ed extragiudiziari in ogni sede) ad una vicenda quasi decennale, andata avanti con ampie ed indiscutibili corresponsabilità.

Europa 7 aveva vinto la gara per una concessione nazionale, ma non aveva mai avuto le frequenze per trasmettere: da qui una lunga battaglia giudiziaria (e politica) che ha coinvolto anche la Corte di giustizia europea. Nel luglio 1999 era stata infatti tra i partecipanti alla gara pubblica per l’assegnazione delle frequenze televisive nazionali e nonostante risultò settima in classifica, il Governo D’Alema non le assegnò le frequenze per iniziare a trasmettere per la mancata applicazione del piano nazionale di assegnazione delle frequenze.

Di recente, nel dicembre del 2008, il ministero dello Sviluppo Economico le aveva assegnato le frequenze, dopo che all’inizio della legislatura, la vicenda, era stata trasversalmente, fonte di uno scontro furioso tra maggioranza e opposizione. Restava in piedi la richiesta di risarcimento danni da parte di Europa 7: fino a 3,5 milioni senza assegnazione di frequenze, fino a 2,160 milioni con le frequenze.

Soddisfatti il sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani e l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni. «Abbiamo risolto il problema», spiega Romani. I giudici di Palazzo Spada parlano anche di “bando azzardato” per la gara del ’99, pubblicato ”in una situazione che presentava notevoli incertezze di immediata realizzazione”.

La sentenza, aggiunge Romani, riconosce che la recente assegnazione a Europa 7 di una frequenza (il canale 8 in banda Vhf) liberatasi in base agli obblighi di ricanalizzazione europea ha «carattere fondamentale» ed «era un atto dovuto dopo la conferenza di Ginevra del 2006. Si è ritenuto anche ai fini risarcitori soddisfatto l’interesse di Europa 7 con l’ottenimento delle frequenze».

6 mesi fa Stefano (uno dei pochissimi che riesce a stare sempre fuori dalle claque) aveva scritto un’ampia analisi, qui (da rileggere, per rinfrescarsi la vicenda nel merito, almeno per tutto ciò che aveva ricostruito e capito lui).

p.s.: La sentenza non è ancora online sul sito del Consiglio di Stato.

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Blog & clandestinità

Il problema non è – purtroppo – che il Giudice abbia errato e ritenuto colpevole Carlo Ruta, quanto piuttosto che il quadro normativo cui è affidata una materia tanto importante per il futuro dell’informazione e, quindi, della democrazia sia tale da consentire interpretazioni diverse e contraddittorie inidonee a fornire agli interessati – ormai nell’ordine di milioni di cittadini – la necessaria certezza del diritto.

Guido Scorza su P.I. sulla assurda vicenda di Carlo Ruta condannato dal Tribunale di Modica con l’accusa di periodicità non regolare. E il suo blog considerato alla stregua di stampa clandestina.

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E’ stata violazione della privacy

Il numero 1 della FIA, Max Mosley, ha vinto la causa intentata contro il tabloid britannico “News of the world” in seguito alla pubblicazione di foto e filmati… E’ stata violazione della privacy. Il “News of the world” è costretto a pagare un risarcimento di 60.000 sterline (pari a circa 76.000 euro), il più alto mai versato per un caso di violazione della privacy stabilito da una corte di giustizia britannica.

Diciamo la verità la cosa che più “sconvolge”, a parte le opinioni personali sul merito della questione, è la velocità. Sentenza con relativo risarcimento a tempo di record. Almeno secondo i nostri standard.

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E se adesso…

E se adesso, dopo questa, qualcuno oggi usasse queste “laicissime” e “ferme argomentazioni”?

[...] Ho già scritto domenica scorsa su queste inquietanti sentenze della giustizia amministrativa, ma voglio tornarci ancora perché esse sono rappresentative d’una palese distorsione d’un principio essenziale dello Stato di diritto e della divisione dei poteri. La giustizia amministrativa è nata centotrenta anni fa per tutelare gli interessi dei cittadini nei confronti di eventuali decisioni arbitrarie del governo. Ma negli anni più recenti la debolezza politica dei governi ha incoraggiato i tribunali amministrativi a proclamare la propria competenza anche sugli atti politici.
Quest’interpretazione estensiva da parte dei tribunali amministrativi non ha alcun riscontro né nella Costituzione né nell’ordinamento giudiziario e crea una situazione abnorme: si sottopone a giudizio un atto politico, si invade la sfera politica [...]

[...] Ma non è il Consiglio di Stato, a mio avviso, a dover essere interpellato con un ricorso poiché qui non si tratta di rivedere ed eventualmente correggere una sentenza, bensì di mettere sotto esame uno sconfinamento della massima gravità da parte della giustizia amministrativa. E’ dunque materia per un verso della Corte di Cassazione e per un altro della Corte Costituzionale per dirimere un conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato.
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