Sostanziale

Le ragioni del Foglio e del Riformista che non aderiscono allo sciopero e domani saranno regolarmente in edicola, espresse da Giuliano Ferrara e Antonio Polito.

Foglio, domani c’è

Non possiamo scioperare uniti e compatti contro la nostra linea editoriale, contro le nostre idee

Non possiamo scioperare uniti e compatti contro la nostra linea editoriale, contro le nostre idee. Non che tutti la pensino allo stesso modo, qui al Foglio, e c’è chi perfino progetta di smettere di pensare la politica e la vita civile italiane (esercizio inutile). C’è anche chi sciopera. Ma all’ingrosso circola una sensazione ben riassunta nell’appello per la privacy come diritto primario di libertà da noi pubblicato nei giorni scorsi. Il movimento contro la legge bavaglio cosiddetta può avere delle ragioni tecnico-legislative, ma ha purtroppo per scopo evidente difendere lo stato di cose presente, l’eccezione italiana, e cioè la vistosa, sistematica, sciatta riproposizione sulla stampa e in tv di chilometri di nastri intercettati in cui persone, faccende private, libertà grandi e minute sono sottoposte a gogna. E’ l’arte della commedia, un vertice di grottesco inarrivabile nell’universo mondo. Come abbiamo dimostrato con la nostra mini-inchiesta sulla stampa estera, dalla quale emerse che nell’esercizio dello sputtanamento e nel parafrasare la cronaca criminale fino all’ossessione del più lubrico e inutile dei dettagli, fino al doppiaggio dei nastri nei talk show, alla fiction, al fotoromanzo, noi siamo soli. A scanso di equivoci, saremo in edicola.

Il Riformista e una questione di libertà

Qualche settimana fa sono stato invitato a un dibattito alla Sapienza di Roma con un gruppo di studenti universitari. Tema, la professione giornalistica. Ragazzi preparati, colti, informati: diciamo il meglio che l’università italiana possa sfornare. Mi hanno chiesto che ne pensavo della legge-bavaglio. E io ho risposto – come faccio sempre – che la libertà di stampa non è incondizionata, in una società liberale deve essere bilanciata con il rispetto di altre libertà fondamentali. Quella alla riservatezza delle comunicazioni private, per esempio, sancita addirittura nella Costituzione (e si capisce: i padri costituenti erano freschi di un regime in cui la polizia apriva la posta).

Ma non c’è solo il problema della privacy. C’è anche una garanzia processuale da assicurare agli imputati: quella di non subire la pena accessoria della gogna pubblica nella fase delle indagini preliminari, visto che può anche succedere che poi il processo li assolva.

La mia risposta non è piaciuta a una parte del pubblico. Ha preso dunque la parola un giovane che ha svolto più o meno il seguente ragionamento: «Ma è proprio perché gli imputati possono poi essere assolti che noi vogliamo sapere dalle loro conversazioni telefoniche che cosa hanno veramente fatto. C’è una verità processuale, ma poi c’è la verità sostanziale. Sappiamo tutti che la giustizia è lenta, e se hai un buon avvocato te la cavi. A questo servono le intercettazioni: a permettere all’opinione pubblica di emettere un giudizio sui politici e sulla casta che la giustizia forse non sarà mai in grado di emettere».

Se riflettete bene, questo argomento è formidabile, ed è secondo me la vera ragione per cui tanta gente per bene difende la gogna mediatica delle intercettazioni. Dentro ci sono molte cose: per esempio una sostanziale sfiducia nella giustizia italiana, singolare da parte di chi esalta il ruolo dei pm. E c’è anche un sostanziale pessimismo sulla possibilità di cambiare per via elettorale lo stato delle cose: dunque, se non li puoi battere, per lo meno sputtanali. Ma, più di ogni altra cosa, c’è un totalitarismo moralizzatore da Grande Fratello che dice: l’unico modo di stanare il malaffare è ascoltarvi, entrare nelle vostre case, rovistare tra le vostre lenzuola. Più grande sarà l’occhio che guarda, più largo sarà l’orecchio che ascolta, più voi avrete paura di peccare e vi asterrete.

Tra i tanti argomenti che si possono usare contro lo sciopero indetto per oggi dalla Fnsi contro la legge sulle intercettazioni, questo è ciò che mi ha convinto a non aderire. Perché una tale concezione del bene pubblico, che intende le intercettazioni come strumento di moralizzazione e di controllo prima ancora che come strumento di repressione dei reati, mi spaventa e mi angoscia. Io so benissimo che se questo corto circuito è avvenuto in tanta parte del popolo della sinistra è perché il malaffare in Italia appare così dilagante e così impunito, e il berlusconismo così imbattibile, da giustificare ogni mezzo. Ma la libertà non si vende a pezzi, e ogni frammento di libertà che cediamo prima o poi ci verrà ritorto contro. Neanche le disgraziate condizioni del nostro paese mi possono indurre ad augurarmene uno peggiore. È vero, per i demagoghi di destra e di sinistra la democrazia è il peggiore dei sistemi politici; però con l’eccezione di tutti gli altri, aggiungeva un vero liberale.

Poi ci sono tutte le altre ragioni che sconsigliano lo sciopero: mettersi per un giorno il bavaglio che si proclama di voler combattere, per protestare contro una legge che non sappiamo ancora se ci sarà e come sarà, non è proprio la forma di lotta più intelligente. Penso d’altro canto anch’io, come Luca Ricolfi, che la legge andrebbe contestata più per la mordacchia che mette ai pm in taluni casi che per il bavaglio che mette alla stampa, alla quale si chiede solo di spostare in avanti il termine oltre il quale si possono pubblicare atti giudiziari, e in definitiva di rispettare limiti che già oggi esistono ma che nessuno è in grado di far rispettare (come spiega bene l’articolo del procuratore Magrone che pubblichiamo oggi in prima pagina). La pubblicità del processo resta intatta, e non potrebbe essere altrimenti, ma le indagini sono riservate o addirittura segrete. La stessa possibilità del processo accusatorio, di rito anglosassone, nel quale la prova si forma in dibattimento, è impensabile senza questa distinzione.

Il Riformista dunque, la cui redazione a maggioranza ha deciso ieri di non aderire allo sciopero, domani sarà in edicola. Continueremo a scrivere del disegno di legge sulle intercettazioni ciò che pensiamo, e cioè che è una legge mal fatta e che tradisce in troppi punti l’intenzione di limitare le inchieste sulla corruzione dei politici. Ma continueremo anche a difendere il principio liberale che non consente di sacrificare nemmeno a un interesse collettivo le libertà fondamentali dell’individuo.

Non hanno aderito alla protesta neanche Libero, Il Giornale, Il Tempo, Italia Oggi e La Padania. Anche il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano, nel pomeriggio è uscito regolarmente. Mentre il Secolo finiano domani non sarà in edicola perché, come comunica in una nota la redazione, il black out non sembra essere funzionale all’obiettivo per il quale fin qui si sono molto impegnati (la necessità di norme a tutela della libertà di stampa pur nel contesto di una seria riforma della legge sulle intercettazioni), ma effettuerà un rivoluzionario esperimento futuribile e sarà distribuito come free press a Roma, Milano e Bologna, nella speranza che la cosa “sia utile anche a far conoscere il giornale a un pubblico nuovo”. Non è che per l’occasione, anche se l’edicola continuerà a vederla con il cannocchiale, capiterà finalmente che qualche comune mortale riuscirà ad avere tra le mani qualche copia del mitico quotidiano NEL Pdl?

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Mi scapperà tristemente ancor più da ridere

Oscar Giannino esprime un’opinione che specifica “è solo mia personale, e non impegna alcun altro di coloro che scrivono per Chicago-blog”.

Sono assolutamente senza parole, di fronte allo sciopero dei magistrati a difesa del portafoglio. [...] In altre parole, secondo i capi dell’ANM, una misura ben fatta dovrebbe invece prevedere: primo, naturalmente, che solo ai signori magistrati resti la prerogativa del progresso retributivo automatico, che non vale né per il resto del pubblico impiego, né tanto meno ovviamente per quello privato; secondo che lo stop agli aumenti – per solidarietà verso il resto dell’impiego pubblico, che ha avuto aumenti maggiori di quello privato negli ultimi anni – venga scritto con una norma ad hoc che tenga conto della retribuzione ad hoc, e dunque salvando dal congelamento proprio coloro che per tutela di casta più avranno di aumento nel biennio avanti a noi.

A me pare una logica quanto meno parecchio singolare. Non esattamente la prova di condivisione e di responsabilità istituzionale che è legittimo attendersi da chi non fa altro che ripeterci di svolgere una funzione delicatissima. Che cosa dovrebbero fare allora militari e poliziotti, carabinieri e finanzieri? Puntarci le armi addosso, per come li trattiamo? Ma dimenticavo: non sono essi, in prima fila nella lotta contro il male. Quello è un ruolo riservato ai soli magistrati. Deve essere per questo, che pensano il loro portafoglio sia l’unico tutelato dalla Costituzione. Se poi, come immagino, il governo alla fine tratterà e accetterà questa impostazione – magari, puta caso, per non lasciare i magistrati troppo vicini al solo onorevole Fini, mi scapperà tristemente ancor più da ridere.

via CHICAGO BLOG » No allo sciopero dei magistrati per gli aumenti automatici.

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Proteste

Fra Stato e forze dell’ordine la fiducia non è facoltativa.

Il corteo di ieri, tuttavia, non ci ha raccontato solo il malessere e il disagio dei poliziotti. Ci ha fatto vedere un’altra faccia della sindacalizzazione. Alcuni segmenti del corteo hanno intonato cori pieni di insulti nei confronti di alcuni ministri e, quel che ci ha più colpito, contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Chi ha assistito alla protesta e ha ascoltato gli slogan per qualche momento può aver pensato di trovarsi di fronte a una manifestazione degli autonomi. Invece erano forse quegli stessi poliziotti che più volte nelle piazze d’Italia sono stati chiamati a garantire l’ordine pubblico di fronte a manifestazioni calde. Si dirà: la protesta è la protesta, se si comprendono le ragioni di un malessere bisogna accettare anche il modo di manifestarlo. Invece no. Qui c’è un punto politico che i sindacati delle forze dell’ordine non possono ignorare. L’idea che uno sciopero sindacale di poliziotti si svolga con le stesse modalità di altre manifestazioni di protesta non è accettabile. E’ giusto che sia garantito il diritto alla protesta, non può passar sotto silenzio che questo diritto viene esercitato spezzando un legame fra istituzioni e forze di polizia. E’ un segnale d’allarme che deve riguardare tutti, non solo la parte politica che esprime gli attuali ministri. E’ preoccupante in sé, qualunque governo sia in carica, che migliaia di poliziotti scelgano il linguaggio della protesta più radicale per rivendicare i loro sacrosanti diritti.

[...] La giornata di ieri dice anche al mondo politico e sindacale che siamo vicini allo strappo fra lo Stato e un suo apparato fondamentale. Gli slogan anti-Maroni e anti-Brunetta, quei cori da stadio che abbiamo ascoltato, non devono essere sottovalutati. Nessuno può gioire se un gruppo di poliziotti insulta un ministro incarica. Ristabilire un rapporto di fiducia con le forze dell’ordine è urgente, ma è altrettanto urgente è che i sindacati di polizia evitino di radicalizzare lo stato d’animo dei loro rappresentati. Non vogliamo poliziotti barricadieri.

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Blogging

Cominciamo da uno dei principali organizzatori: Grazie della partecipazione…e delle critiche che ringrazia tutti anche quelli che lo hanno criticato, “sottolineando”, con la sua consueta schiettezza, ci dice, quanti l’hanno duramente criticata (l’iniziativa), che l’hanno fatto:

con toni decisamente ineleganti e, in taluni casi, dando vita ad un processo di grave mistificazione della realtà.

e che fa una ricostruzione della vicenda assolutamente personale, ovvio e assolutamente dal suo punto di vista, come è altrettanto ovvio. Da sottolineare, dal mio punto di vista questa volta, la chiusura del post

Grazie ancora ad amici e nemici (questi ultimi spero solo in senso ideologico!)

che la dice lunga sull’adeguamento alle dinamiche viste e riviste e che da sempre i blogger sembrava non volessero replicare e che evidenzia l’impostazione “ideologica” che vorrebbe dividere anche il mondo delle opinioni e della conversazione in rete nel solito “amici-nemici”, né più né meno come nel dibattito politico tante volte criticato.

Attraverso lui arriviamo, dato che a lui non piace fare i nomi degli “ineleganti” ad un elenco presumibile di chi potrebbe rientrare nella “categoria”. Elenco che lui evita di fare e che viene invece fatto da Michele Ficara 14 Luglio SCIOPERO DEI BLOGGER, ovvero le prove generali di mobilitazione politica per dimostrare il (PROPRIO) peso sulla rete, uno di quelli che senza nascondersi dietro nessun dito ha espresso in modo chiaro la sua posizione e la sua opinione per tempo. Uno dei pochi che beneficia, secondo Scorza però, del probabile appellativo di “elegante” (rimmarremo sempre con il dubbio atroce, purtroppo, di sapere chi sono quelli che si sono appalesati come “nemici ineleganti”):

Non aderisco allo “sciopero dei blogger” per i seguenti motivi:

Non ho mai amato seguire il branco quando il capobastone è fazioso oltremisura.

Leggo Marco Camisani Calzolari, Gianluigi Cogo, Stefano Quintarelli ed il vecchio amico Antonio Palmieri e molti molti altri mi trovo molto d’accordo con loro sia per gli intelligenti tentativi esperiti nel mettere un freno agli errori del DDL Alfano che per le argomentazioni espresse nei loro post.

Tra l’altro, sempre secondo me, centrando perfettamente il cuore dell’avvenimento.

Ma (IMHO) lo scopo è in realtà ben altro a mio avviso: si tratta delle prime prove (tecniche) digitali di consenso.

Paventando pessimisticamente, spero, anche il rischio di una morte prematura:

In conclusione credo che quella splendida logica di “popolo della rete” amante delle libertà digitali e trasversale a tutte le fazioni politiche di destra e di sinistra sia definitivamente morto per sempre, dato che oggi il web è diventato estremamente cosa seria e di consegenza assume toni fortemente politici.

Come qualcuno dice nei commenti, nati da una sua risposta ad Alessandro Gilioli relativamente allo sciopero dei blogger:

Sembra essere tornati indietro di secoli e di quando gli eserciti, prima della battaglia, pregavano allo stesso Dio, chiedendone il sostegno, per poi urlarsi in faccia “Dio è con noi!”.

Anche io ho letto su praticamente tutti i giornali che “tutti i blogger hanno scioperato!”

Bene, questo mi ha profondamente deluso, perché questa frase, dimostrata l’arretratezza di un paese che non riesce a “cambiare”, innovarsi, neppure nei termini e che si sente “sicuro” solo dietro schemi e “corporativismi” del tutto superati

Ed è anche Vittorio Zambardino, uno degli entusiasti della prima ora, che nelle considerazioni del giorno dopo, dopo aver rivendicato la giustezza della scelta:

Abbiamo fatto bene a scegliere il silenzio come forma di manifestazione, abbiamo evidenziato che non abbiamo niente a che fare con la politica gridata. Internet è luogo di free speech: il free speech è di tutti. Anche del blogger del Pd, di quello di destra e di quello che non gliene frega niente. E c’è un’altra ragione.

passando per una ricostruzione un po’ meno di parte, rispetto a quella letta precedentemente:

Ma ciò che è successo ieri è importante e va tenuto così com’è: non “apolitico” ma autonomo nel suo pensare politico. Anche, se volete, nella sua trasversalità. E’ grazie alla trasversalità che è stato fatto fuori l’emendamento D’Alia, la trasversalità ha conquistato al voto di cancellazione i deputati del centro destra, grazie anche al lavoro di Roberto Cassinelli, un liberale deputato del Pdl che credo avrebbe aderito (mi illudo?) alla manifestazione di ieri se non si fosse trattato di ritrovarsi in mezzo a Di Pietro e alle magliette “Giorgio, non firmare” (Giorgio essendo il capo dello stato).

paventa e lamenta qualche rischio: Non occuparmi la panchina: ovvero, dopo “Diritto alla rete”,

Blogging è l’esatto contrario della  politica dell’insulto. Credo che sia felice il termine conversazione, che usiamo per identificarci, per descrivere quella rete di persone che si leggono, discutono, si propongono cose. Noi ieri abbiamo dato un colpo all’agenda della politica, anche se chi la fa, i telegiornali di regime, non hanno dato segno di accorgersene. Continuiamo per questa strada. Se non mi facesse un po’ orrore il termine, direi che siamo società civile – ma è parola in quarantena.

Non è una critica a chi ha lavorato e non sto pensando al partito dei blogger, dioliberi, manca solo questo. Ma nessuno metta il cappello sul mio bavaglio. Non passerò da imbavagliato a marionetta.

Qui Luca De Biase, anche lui scioperante silenzioso, ma che si dichiara contrario ad una sua eventuale “istituzionalizzazione”, spiega il giorno dopo cosa secondo lui significhi influire sull’agenda:

In generale, una forma aggregativa in rete funziona se non diventa una forma di potere. Quindi una volta ok. Ma non si pensi che possa diventare un movimento organizzato e gerarchizzato.
Una fiammata di protesta può avere un influenza sull’agenda se ogni volta la sua forma è diversa e fa discutere sia per il contenuto che che il modo in cui il contenuto è proposto.
Una protesta è tanto più forte, specialmente in un paese come l’Italia, quanto più è basata su fatti e non su posizioni ideologiche. Perché solo così dimostra di essere qualcosa di diverso dalle solite finzioni politicheggianti. Quindi in generale avrà più bisogno di parole ben scritte che di silenzi.[...] Insomma. Per una volta questa manifestazione può anche essere andata bene. Ma l’aggregazione avrà bisogno di piattaforme che rendano facilissimo per tutti capire come difendersi dall’attacco alla libertà di espressione, favoriscano la manifestazione delle idee, non siano motivata dalla ricerca di un potere – ridicolo in rete – ma da spirito di servizio.

Io ne avevo parlato esprimendo la mia opinione e condividendo quella di altri, qui, qui e qui. Qui le critiche considerazioni di un altro degli organizzatori, che spara a zero e dà qualche numero sulla partecipazione in rete e in piazza.

p.s.: Chiedo scusa, per dei post “scomparsi”, ma qualche volta wp mi pubblica “misteriosamente” le bozze mentre ancora le rivedo. Questa è la versione definitiva del post.

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Crumiro. Oggi non sciopero

Per chi non l’avesse capito, reitero. Io penso differente, condividendo però tutto quello detto da lui (e non le sciocchezze che circolano e che si riescono a leggere in giro, come al solito assolutamente bipartisan e frutto di totale “ignoranza”, chissà quanti hanno perso i soliti, canonici 10 minuti almeno per dare un sguardo al ddl). Come lui, in questo caso, crumira (ironico eh).

Questo blog oggi non sciopera. La norma sul diritto di rettifica del ddl Alfano non “tappa la bocca dei bloggers”. [...]  Ci sono dei parlamentari della maggioranza che hanno già espresso grande perplessità per quel passaggio della norma, promettendo emendamenti e modifiche: io credo che si debba e si possa premere perché queste modifiche vengano fatte, e credo che a questo scopo sia molto più efficace parlare e discutere e farsi sentire, piuttosto che promuovere iniziative estemporanee come questo sciopero, che servono solo e soltanto a gratificare l’ego di chi le fa. [...] L’informazione, l’indipendenza, l’obiettività e la libertà si difendono tramite il loro continuo e indefesso esercizio. Mi sembra che questo sciopero non faccia niente di tutto questo, mascherando la propria inutilità dietro un logoro manto di eroismo, retorica e resistenza al censore berlusconiano. Non guasta mai, ma non basta più.

via Francesco Costa » Crumiro.

E come lui.

Ma, soprattutto oggi non sciopero, per rispetto a chi vive in paesi dove la libertà di espressione è davvero una chimera o dove ti sparano addosso se scendi in strada a manifestare

via Oggi non sciopero

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Sciopero dei blog e legge ammazza internet

Sciopero dei blog e legge ammazza internet

Non ho voglia di scrivere nulla perchè non ho nessuna voglia di passare sempre per il solito bastiancontrario, servo del padrone contrario al pensiero unico imperante nella blogopalla e nel mondo dei social network fighi.

Non ho voglio di spiegare che ogni volta che un solone grida alla fine della democrazia soloperchènonriescealeggere2paroledifila senza vedersi di fronte Berlusconi con gli stivaloni, sta gridando al vento stronzate.

Non ho voglia di scrivere che Gilioli lavora solo per se stesso e per una strategia messa in atto dal padrone che lo manovra e lo foraggia.

Non ho voglia di scrivere su questo evento stronzata che parte su basi completamente false e quindi sottoscrivo completamente il pensiero di uno che la blogopalla ama (anche io sono tra i suoi fan):

Daniele Minotti.

via Sciopero dei blog e legge ammazza internet | Wolly’s Weblog.

Condivido ogni riga. Ne parlava qui Stefano e qui nei commenti Minotti chiarisce cosa si dovrebbe intendere per discussione. Intanto il governo ha rinviato l’esame del famigerato ddl all’autunno.

Qui si parla dell’articolo altrettanto “paradossale” di Facci. Effetto diffusione rapida di “ignoranza diffusa”. Urlare per non parlare (ovvero, gli opposti estremismi). Anzi Luca lo sceglie (volutamente?) come unico interlocutore “altro“.

14 luglio 2009 – la sconfitta dei blogger.

p.s.: anche se dissento e ho forti dubbi sull’intelligenza sopraffina, anche tra virgolette.

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La provocazione e la risposta

L’occasione di Epifani. La provocazione di Pietro Garibaldi, che parla di una Cgil in un angolo, isolata dal Governo e dagli altri sindacati confederali e con un ambiguo rapporto con il principale partito dell’opposizione e appena reduce, nonostante il trionfalismo dei giorni scorsi di Epifani, da una vera e propria Caporetto e invita il maggior sindacato italiano ad uscire dall’angolo, abbracciando una strategia alternativa.

[...] A gennaio il Governo ha firmato un protocollo sul nuovo modello contrattuale, destinato ad aumentare il peso della contrattazione di secondo livello, senza l’accordo della Cgil. Il rinnovo dei prossimi contratti rischia di avvenire in una situazione caotica, con la Cgil che negozia secondo la vecchia piattaforma mentre gli altri sindacati seguono il protocollo firmato a gennaio. L’isolamento della Cgil ha poi subito un ulteriore colpo la scorsa settimana. I lavoratori della Piaggio, attraverso un vero e proprio referendum sul posto di lavoro, hanno accettato a maggioranza la proposta di accordo integrativo, nonostante il parere contrario dei metalmeccanici della Cgil. Per determinare l’esito del referendum pare sia stato decisivo il voto dei lavoratori precari.

Il risultato della Piaggio è davvero una Caporetto, perché la forza della Cgil si è sempre basata sulla presunzione di rappresentare la maggioranza dei lavoratori. Anche nel rapporto con l’opposizione, e con il partito democratico in particolare, la situazione del maggior sindacato è difficile. Insieme ai lavoratori sfileranno oggi alcuni degli ex democratici di sinistra, mentre non vi è un appoggio esplicito del partito democratico, anche se il segretario Dario Franceschini ha deciso all’ultimo di partecipare alla manifestazione. Molto probabilmente nel discorso di oggi Guglielmo Epifani chiederà più lavoro, più salari e più assistenza sociale. Un discorso e una rivendicazione di quel tipo non serviranno però a smuovere la Cgil dall’isolamento in cui si trova.

Una strategia alternativa ci sarebbe. Questa settimana, il senatore Ichino (qui il sul portale della flexsecurity il disegno di legge presentato al Senato), insieme a 30 senatori di maggioranza e opposizione, ha presentato un ampio progetto di riforma del mercato del lavoro che riguarda sia il meccanismo di entrata nel mercato che una riforma degli ammortizzatori sociali. L’ampio progetto di riforma incorpora, tra l’altro, l’idea del contratto unico a tutela progressiva per tutti i nuovi assunti, un’idea discussa e proposta su queste colonne e su lavoce.info da diversi anni. La Confindustria ha già appoggiato ufficialmente quella proposta. Il ministro Sacconi ha invece espressamente detto che, qualora ci fosse un’ampia convergenza delle parti sociali, sarebbe più che disposto a confrontarsi sul progetto di riforma.

Se invece di chiedere solo lavoro e salari, Guglielmo Epifani mostrasse grande apertura verso il contratto unico, si potrebbe davvero aprire una nuova fase nel clima sociale del Paese. Sarebbe anche un segnale che, nei momenti di crisi, il Paese sa ancora compiere le riforme più difficili.

E dal palco della manifestazione odierna (al Circo Massimo c’erano 2 milioni e 700mila persone, fa sapere il sindacato, ma secondo la Questura i partecipanti sono stati 200mila) dove si è rivisto tra gli altri esponenti del Pd presenti a titolo personale, Walter Veltroni, arriva la risposta di Epifani. La proposta: «Subito un confronto vero sulla crisi».

«Aprire immediatamente un tavolo di concertazione tra governo e parti sociali per affrontare la crisi»

Con l’invito al Governo di «estendere la durata della cassa integrazione ordinaria, per evitare che il passaggio a quella straordinaria voglia dire ristrutturazioni, mobilità, licenziamento dei lavoratori. Perché «c’è troppo divario tra quello che bisogna fare e quello che non si fa».

Ed un altro invito-proposta ai colleghi degli altri sindacati, dopo aver ricordato la consultazione interna al suo sindacato a cui hanno preso parte, secondo la Cgil, 3,6 milioni di lavoratori, dei quali 3,4 milioni «hanno detto no all’accordo separato firmato senza la Cgil», ha aggiunto:

«Per questo propongo di svolgere un referendum unitario con esito vincolante, almeno per quello che riguarda la Cgil».

Dal Pd, condivisione (da Damiano, D’Alema, Bindi e Bersani), ma non troppo.

Francesco Rutelli sottolinea che «il Pd non segue nè l’agenda della Cgil nè quella della maggioranza ma propone una propria ricetta, alternativa a quella del governo, cercando l’unità delle forze sociali. Siamo rispettosi delle forze sociali e l’agenda dell’economia la deve fare il Pd. Sui contratti, per quanto ci riguarda, siamo d’accordo sulla contrattazione decentrata quindi è stato positivo l’accordo».

Secondo Enrico Letta, che non ha partecipato alla manifestazione dato che ritiene buona l’impostazione della riforma del modello contrattuale, è comunque meglio incanalare la protesta in una logica partecipativa piuttosto che assistere a sfoghi violenti. Letta ha messo in guardia: «maneggiamo materiale esplosivo, perchè il clima sociale è molto preoccupante».

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