Sostanziale
Le ragioni del Foglio e del Riformista che non aderiscono allo sciopero e domani saranno regolarmente in edicola, espresse da Giuliano Ferrara e Antonio Polito.
Non possiamo scioperare uniti e compatti contro la nostra linea editoriale, contro le nostre idee
Non possiamo scioperare uniti e compatti contro la nostra linea editoriale, contro le nostre idee. Non che tutti la pensino allo stesso modo, qui al Foglio, e c’è chi perfino progetta di smettere di pensare la politica e la vita civile italiane (esercizio inutile). C’è anche chi sciopera. Ma all’ingrosso circola una sensazione ben riassunta nell’appello per la privacy come diritto primario di libertà da noi pubblicato nei giorni scorsi. Il movimento contro la legge bavaglio cosiddetta può avere delle ragioni tecnico-legislative, ma ha purtroppo per scopo evidente difendere lo stato di cose presente, l’eccezione italiana, e cioè la vistosa, sistematica, sciatta riproposizione sulla stampa e in tv di chilometri di nastri intercettati in cui persone, faccende private, libertà grandi e minute sono sottoposte a gogna. E’ l’arte della commedia, un vertice di grottesco inarrivabile nell’universo mondo. Come abbiamo dimostrato con la nostra mini-inchiesta sulla stampa estera, dalla quale emerse che nell’esercizio dello sputtanamento e nel parafrasare la cronaca criminale fino all’ossessione del più lubrico e inutile dei dettagli, fino al doppiaggio dei nastri nei talk show, alla fiction, al fotoromanzo, noi siamo soli. A scanso di equivoci, saremo in edicola.
Il Riformista e una questione di libertà
Qualche settimana fa sono stato invitato a un dibattito alla Sapienza di Roma con un gruppo di studenti universitari. Tema, la professione giornalistica. Ragazzi preparati, colti, informati: diciamo il meglio che l’università italiana possa sfornare. Mi hanno chiesto che ne pensavo della legge-bavaglio. E io ho risposto – come faccio sempre – che la libertà di stampa non è incondizionata, in una società liberale deve essere bilanciata con il rispetto di altre libertà fondamentali. Quella alla riservatezza delle comunicazioni private, per esempio, sancita addirittura nella Costituzione (e si capisce: i padri costituenti erano freschi di un regime in cui la polizia apriva la posta).
Ma non c’è solo il problema della privacy. C’è anche una garanzia processuale da assicurare agli imputati: quella di non subire la pena accessoria della gogna pubblica nella fase delle indagini preliminari, visto che può anche succedere che poi il processo li assolva.
La mia risposta non è piaciuta a una parte del pubblico. Ha preso dunque la parola un giovane che ha svolto più o meno il seguente ragionamento: «Ma è proprio perché gli imputati possono poi essere assolti che noi vogliamo sapere dalle loro conversazioni telefoniche che cosa hanno veramente fatto. C’è una verità processuale, ma poi c’è la verità sostanziale. Sappiamo tutti che la giustizia è lenta, e se hai un buon avvocato te la cavi. A questo servono le intercettazioni: a permettere all’opinione pubblica di emettere un giudizio sui politici e sulla casta che la giustizia forse non sarà mai in grado di emettere».
Se riflettete bene, questo argomento è formidabile, ed è secondo me la vera ragione per cui tanta gente per bene difende la gogna mediatica delle intercettazioni. Dentro ci sono molte cose: per esempio una sostanziale sfiducia nella giustizia italiana, singolare da parte di chi esalta il ruolo dei pm. E c’è anche un sostanziale pessimismo sulla possibilità di cambiare per via elettorale lo stato delle cose: dunque, se non li puoi battere, per lo meno sputtanali. Ma, più di ogni altra cosa, c’è un totalitarismo moralizzatore da Grande Fratello che dice: l’unico modo di stanare il malaffare è ascoltarvi, entrare nelle vostre case, rovistare tra le vostre lenzuola. Più grande sarà l’occhio che guarda, più largo sarà l’orecchio che ascolta, più voi avrete paura di peccare e vi asterrete.
Tra i tanti argomenti che si possono usare contro lo sciopero indetto per oggi dalla Fnsi contro la legge sulle intercettazioni, questo è ciò che mi ha convinto a non aderire. Perché una tale concezione del bene pubblico, che intende le intercettazioni come strumento di moralizzazione e di controllo prima ancora che come strumento di repressione dei reati, mi spaventa e mi angoscia. Io so benissimo che se questo corto circuito è avvenuto in tanta parte del popolo della sinistra è perché il malaffare in Italia appare così dilagante e così impunito, e il berlusconismo così imbattibile, da giustificare ogni mezzo. Ma la libertà non si vende a pezzi, e ogni frammento di libertà che cediamo prima o poi ci verrà ritorto contro. Neanche le disgraziate condizioni del nostro paese mi possono indurre ad augurarmene uno peggiore. È vero, per i demagoghi di destra e di sinistra la democrazia è il peggiore dei sistemi politici; però con l’eccezione di tutti gli altri, aggiungeva un vero liberale.
Poi ci sono tutte le altre ragioni che sconsigliano lo sciopero: mettersi per un giorno il bavaglio che si proclama di voler combattere, per protestare contro una legge che non sappiamo ancora se ci sarà e come sarà, non è proprio la forma di lotta più intelligente. Penso d’altro canto anch’io, come Luca Ricolfi, che la legge andrebbe contestata più per la mordacchia che mette ai pm in taluni casi che per il bavaglio che mette alla stampa, alla quale si chiede solo di spostare in avanti il termine oltre il quale si possono pubblicare atti giudiziari, e in definitiva di rispettare limiti che già oggi esistono ma che nessuno è in grado di far rispettare (come spiega bene l’articolo del procuratore Magrone che pubblichiamo oggi in prima pagina). La pubblicità del processo resta intatta, e non potrebbe essere altrimenti, ma le indagini sono riservate o addirittura segrete. La stessa possibilità del processo accusatorio, di rito anglosassone, nel quale la prova si forma in dibattimento, è impensabile senza questa distinzione.
Il Riformista dunque, la cui redazione a maggioranza ha deciso ieri di non aderire allo sciopero, domani sarà in edicola. Continueremo a scrivere del disegno di legge sulle intercettazioni ciò che pensiamo, e cioè che è una legge mal fatta e che tradisce in troppi punti l’intenzione di limitare le inchieste sulla corruzione dei politici. Ma continueremo anche a difendere il principio liberale che non consente di sacrificare nemmeno a un interesse collettivo le libertà fondamentali dell’individuo.
Non hanno aderito alla protesta neanche Libero, Il Giornale, Il Tempo, Italia Oggi e La Padania. Anche il quotidiano della Santa Sede, L’Osservatore Romano, nel pomeriggio è uscito regolarmente. Mentre il Secolo finiano domani non sarà in edicola perché, come comunica in una nota la redazione, il black out non sembra essere funzionale all’obiettivo per il quale fin qui si sono molto impegnati (la necessità di norme a tutela della libertà di stampa pur nel contesto di una seria riforma della legge sulle intercettazioni), ma effettuerà un rivoluzionario esperimento futuribile e sarà distribuito come free press a Roma, Milano e Bologna, nella speranza che la cosa “sia utile anche a far conoscere il giornale a un pubblico nuovo”. Non è che per l’occasione, anche se l’edicola continuerà a vederla con il cannocchiale, capiterà finalmente che qualche comune mortale riuscirà ad avere tra le mani qualche copia del mitico quotidiano NEL Pdl?
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