Circondati dai barbari

Quando sarà scritta la storia di Repubblica, fenomeno politico e culturale prima ancora che giornalistico, lo storico del futuro potrà forse darci la chiave di un curioso paradosso. Il quotidiano che nasce alla metà degli anni Settanta incarnando una modernità italiana a cui nessun altro giornale aveva fino ad allora dato un volto, nei primi anni del nuovo secolo si trasforma nell’organo della diffidenza verso i tempi nuovi. Non proprio un giornale conservatore né reazionario, ma certo lo spazio più autorevole sul quale insiste uno sguardo carico di dubbi sulla contemporaneità. Lo storico scriverà che un qualche peso sulla sfiducia di Repubblica verso quei tempi nuovi lo svolse Berlusconi, che a cavallo tra XX e XXI secolo dominò la scena politica e contro il quale Repubblica fu solido bastione di opposizione. Così come cercherà di seguire le vie della frustrazione che in quegli stessi anni colse l’opinione pubblica di centrosinistra, priva com’era di un vero partito di riferimento e sballottata tra piccoli leader tanto fragili quanto testardi. Ma se vorrà individuare il canone teorico più chiaro nella stagione di pedagogia antimoderna di Repubblica dovrà necessariamente guardare a “Per l’alto mare aperto”, il volume di Eugenio Scalfari che i suoi contemporanei trovano già in questi giorni in libreria.

Non un libro di storia delle idee ma un lavoro nel quale la storia di una sola idea viene raccontata attraverso una galleria di apologhi filosofici. L’idea è tutt’altro che dissimulata e coincide con la rappresentazione della contemporaneità come barbarie, secondo una varietà di accenti: dal sentirsi “circondati dai barbari” alla convinzione che “i contemporanei sono i nostri barbari” fino alla “disperazione in attesa dell’Apocalisse che sta per cominciare” e oltre.

Al netto dei panni da “venerato maestro” che Scalfari veste meglio di chiunque altro, con una consapevolezza del proprio ruolo che è tanto esibita da togliere senso a qualunque irrisione degli avversari, il suo ultimo libro va letto come una guida all’identità presente e futura di Repubblica. Dove Virgilio è naturalmente lo stesso Scalfari e non il Diderot al quale l’autore chiede di essere accompagnato “in un viaggio alla ricerca della modernità”. Perché la modernità è già stata abbandonata alla contaminazione della barbarie mentre il suo testo è soprattutto la ricerca di un mandato ereditario per un’impresa politica e culturale che è stata centrale nell’Italia dell’ultimo ventennio, ma alla quale in futuro non potrebbero bastare gli elementi che ne hanno fatto la fortuna.

Tra questi c’è innanzitutto il meccanismo di gratificazione del lettore, costruito intorno ad una particolare forma di perbenismo pedagogico in tema di consumi e comportamenti prima ancora che di orientamenti politici. “Ti spiego il mondo così come vuoi sentirtelo spiegare”, sembra dire ogni giorno Repubblica al suo lettore. Rischiando forse di non sorprendere più, ma certamente rassicurando chi nelle sue pagine cerca un appiglio ideale che la politica ha ormai cessato di fornirgli. In questo senso Repubblica è l’unico vero giornale di partito sopravvissuto in Italia. Di un partito che non esiste ma che si riconosce come tale nella comune grammatica di percezioni del presente. Mentre sul versante del centrodestra non esiste niente di simile, sia perché il berlusconismo si è incarnato in identità sempre mutevoli sia perché né il Giornale né Libero sono mai riusciti a sostituire la funzione di alimento culturale che su quel mondo continua ad esercitare la televisione.

Il “De Senectute” di Scalfari riassume una volta per tutte il canone di Repubblica, all’insegna del rifiuto di una modernità che non piace più. Quello che verrà dopo non lo conosciamo ancora, ma certo è che dovrà reggere il confronto con una visione che nel bene e nel male ha reso l’Italia il paese che conosciamo.

via Scalfari contro la modernità – Andrea Romano.

Tag:, ,

Sembra avere consapevolmente scelto l’immobilismo

Ancora un’analisi politica oltre i formalismi, che dovrebbe (e potrebbe) far riflettere anche il centrodestra:

Anche in politica può capitare di vincere per ko tecnico, ma normalmente non si tratta di un buon viatico per il futuro. È vero infatti che, dinanzi all’incredibile vicenda delle liste Pdl nel Lazio e in Lombardia, i vertici del Partito democratico si godono l’effetto insperato di quello che Stefano Cappellini ha definito sul Riformista «il fattore C di Pier Luigi Bersani»: colui che «senza quasi colpo ferire si trova a vedere ogni giorno accresciute le possibilità di vittoria alle regionali».

Ma c’è comunque da chiedersi se l’effetto dell’invidiabile fortuna di Bersani non sia almeno in parte allucinogeno, come invece risulta se abbandoniamo la cronaca delle tragicomiche avventure del centro-destra laziale e lombardo e guardiamo ai dati del sondaggio Ipsos pubblicato recentemente dal Sole 24 Ore. Vi si legge infatti che alla crescita della sfiducia nel governo non si accompagna un’analoga crescita nel consenso per l’opposizione, che al contrario «resta impigliata dal novembre scorso – come ha scritto Lina Palmerini – al 71-73% di giudizi negativi»

Eppure in queste ultime settimane è accaduto davvero di tutto per favorire un aumento della fiducia nel maggior partito di opposizione: il ritorno di scandali giudiziari che vedono coinvolti per lo più esponenti del governo o dei partiti di maggioranza, l’incrinarsi del mito dell’infallibilità di Berlusconi nella prova del post-terremoto all’Aquila, il riaprirsi di un conflitto interno al Pdl che rivela una volta di più le crepe di un cartello ben lontano dall’essere un autentico partito politico.

È accaduto di tutto, tranne quello che normalmente rende più credibile una forza politica: la capacità di definire e raccontare un autentico progetto per il paese, attorno al quale aggregare visioni e consenso possibilmente maggioritari. Al contrario, in queste stesse settimane il Partito democratico sembra avere consapevolmente scelto l’immobilismo. Forse per non provocare alcun mutamento in una congiunzione astrale sorprendentemente benevola, ma più probabilmente nella convinzione che i frutti del consenso non potranno che cadere da soli nelle mani di chi si mostra ancora una volta “diverso“. Si legge infatti in questa scommessa l’eco di un’antica predisposizione d’animo del post-comunismo italiano, che nel bene o nel male rappresenta la vera cultura politica residuale del Pd. Ovvero la convinzione di rappresentare la parte migliore del paese in virtù di misteriose qualità antropologiche, che da sole potranno garantire di ricevere le redini del paese come si riceve un dono del cielo.

Non c’è dubbio che la vocazione all’immobilismo per meglio sfruttare le disgrazie degli avversari abbia pagato anche nella nostra storia recente, permettendo al centro-sinistra di vincere le elezioni del 2006 senza un grande sforzo d’inventiva progettuale (di cui tuttavia il governo di Prodi avrebbe rapidamente pagato le conseguenze). Ma oggi esiste un ostacolo molto serio alla possibilità che quella stessa scommessa produca risultati analoghi a vantaggio del centro-sinistra. La bandiera della diversità dal berlusconismo torna infatti ad essere agitata dalla Lega con una forza ben maggiore di quella degli esordi del Carroccio, quando per Bossi si trattava di distinguersi da Forza Italia senza poter rinunciare a un’alleanza di valore strategico. Oggi la Lega si candida al governo del Nord su basi di autentica autonomia politica dal berlusconismo, senza godere di alcun particolare vantaggio televisivo ma potendo contare sulla capacità di aggregare un consistente consenso democratico e una classe dirigente già sperimentata nel governo locale.

Il voto di fine mese ci dirà quante amministrazioni regionali passeranno nelle mani di Bossi, e quali effetti si avranno non solo sulla stabilità della coalizione di governo, ma soprattutto sull’unità di fatto del nostro paese. Certo è che le conseguenze del possibile trionfo leghista sulla tenuta del paese saranno tanto più dirompenti quanto più debole sarà la capacità del Pd di presentarsi come un’alternativa al berlusconismo, la cui forza discenda da un’autonoma capacità di progetto politico. E non, come invece ci raccontano le cronache di queste settimane, dall’illusione di prosperare nell’immobilismo e di ricevere senza muovere foglia l’eredità del governo.

via I NODI DELLA POLITICA / Lo stallo del Pd e l’eterna sindrome della diversità – Il Sole 24 ORE.

Tag:, ,

Nulla di nuovo

Sergio Romano ieri sul Corriere. L’ossessione del complotto: una costante del costume nazionale.

E’ accaduto che la fotografia di un uomo politico, scattata negli anni in cui era magistrato e apparsa ora sul Corriere, abbia generato l’ultimo complotto italiano. Ed era accaduto anche giorni prima per le ricostruzioni sulle rivelazioni di una famosa escort, apparse anch’esse sul Corriere. Nulla di nuovo. La storia degli ultimi decenni, dalla caduta del fascismo a oggi, è una lunga lista di complotti. Non c’è avvenimento, piccolo o grande, dietro il quale non sia stata immaginata la mano di un regista occulto, di un burattinaio, di un «grande vecchio».

Non esistono storie plausibili, comprensibili, ricostruibili con il filo della logica e con i normali strumenti di un’indagine giornalistica o giudiziaria. Esistono soltanto imbrogliate strategie manipolate da personaggi misteriosi e potenti: i servizi, i poteri forti, le logge, le mafie. I fatti, grandi e piccoli, passano in secondo piano. Poco importa che non sia generalmente possibile provare l’esistenza di un complotto e risalire ai suoi responsabili. Il «bello» di queste vicende è che sono tanto più credibili quanto più difficilmente dimostrabili.

Le intenzioni oscure e la trama improbabile confermano la suprema abilità del regista. Quando mette radici nell’immaginazione collettiva il complotto non muore mai. Il fenomeno non è esclusivamente italiano. Un episodio della vita di François Mitterrand alcuni colpi di pistola esplosi contro l’uomo politico francese nei giardini dell’Observatoire ha appassionato la Francia per qualche decennio. L’assassinio di John Kennedy è un copione continuamente scritto e riscritto. Persino gli attentati dell’11 settembre un avvenimento che il mondo ha visto in diretta sarebbero una scatola cinese dove il complotto islamista nasconde un altro complotto ordito all’interno dello Stato americano. La fantapolitica aguzza l’immaginazione degli scrittori, piace ai lettori e, naturalmente, agli editori. Esiste un mercato del complotto che è diventato in questi anni sempre più vasto e proficuo.

Ma nel mercato italiano la moneta si è progressivamente inflazionata e il grafico nazionale dei complotti segnala una brusca impennata. La ragione è più psicologica che politica. Molti italiani diffidano delle istituzioni e credono che la scaltrezza, l’intrigo, la congiura abbiano nelle vicende politiche una parte essenziale. Alle storie complicate, ma spiegabili razionalmente, preferiscono quelle in cui il sospetto è più seducente di qualsiasi prova. Credono di essere scaltri e sono in realtà ingenui, se non addirittura infantili. Credono di avere afferrato il bandolo della matassa e sono diventati creduli ascoltatori di favole. Questa propensione alle favole complottistiche ha l’effetto di peggiorare ulteriormente la qualità del dibattito politico.

Quando un premier, un ministro, un parlamentare o un uomo di partito desiderano sottrarsi a un’accusa o sfuggire a un confronto puntuale sulle loro responsabilità, la migliore difesa è quella di invocare il complotto. E se possono dirottare l’attenzione della pubblica opinione verso una potenza straniera, tanto meglio. La denuncia del complotto, in altre parole, serve a occultare i fatti, a nascondere la realtà, a parlare d’altro. Per evitare che questo accada i giornali hanno un compito e una responsabilità: riferire e controllare tutto, senza nascondere nulla, e tirare gli uomini politici per la giacca convincendoli a raccontare fatti, non favole.

via L’ossessione del complotto – Corriere della Sera.

Ancora sull’argomento Paolo Franchi. Quella mania della caccia al burattinaio e lui No al complottismo di destra. Qualche tempo fa era un altro Romano a rifletterne partendo da altri fatti di cronaca.

update: L’intervento di FDB. Il «Corriere della Sera» e il caso Di Pietro. Né burattini, né burattinai, solo informazione.

Piuttosto, riteniamo che l’onorevole Di Pietro, che della trasparenza ha fatto il perno della sua carriera di pm, possa cogliere questa occasione per far chiarezza, da politico, sui quesiti che da molti, non da oggi, gli vengono rivolti, a cominciare dalle ragioni dei suoi viaggi negli Stati Uniti. Non facendo parte di quanti hanno interesse a delegittimare l’attività politica dell’onorevole Di Pietro e ritenendoci tra quanti non rinnegano l’importanza di Mani Pulite – basterebbe rileggere il recente editoriale di Sergio Romano sulla vicenda di Bettino Craxi – ci sentiamo liberi di chiedergli risposte incontrovertibili ai dubbi legati anche al fatto che per lunghi anni le foto sono rimaste ben custodite e che di quella cena nulla abbia mai saputo neanche chi, in quei giorni, lavorava a stretto contatto di gomito con lo stesso Di Pietro. Fin d’ora, comunque, lo invitiamo, quando si sarà chiuso il congresso dell’Italia dei Valori – forza politica della quale, come testimoniano le nostre cronache, abbiamo il massimo rispetto – ad un franco confronto nella sede del nostro giornale.

Tag:, ,

La sindrome della tribù

Continua la discussione partita dal pezzo di Riotta. Per chi nel tempo abbia avuto modo (e la pazienza) di leggere questo blog, ritroverà nelle opinioni espresse da Romano, molte delle cose ripetutamente scritte e vanamente anticipate anche qui. Probabilmente. Purtroppo ora la “distesa di piccoli accampamenti ben fortificati, con pochi e stretti sentieri di collegamento e uno scarsissimo flusso in entrata e in uscita da ogni recinto”, sembra aver occupato, ad imitationem, anche ampi spazi della c.d. discussione all’interno del centrodestra. Non male come effetto “costruzione” di una destra plurale e moderna.

Il rischio: non cercare lo scambio ma far gruppo tra simili …

La sindrome della tribù che può uccidere il web di Andrea Romano

[...] Eppure c’è qualcosa nelle modalità con cui la discussione pubblica italiana si è intrecciata con internet che rimanda ad una particolarità della nostra storia recente. Le molte contumelie che ogni giorno ci capita di leggere su internet ovunque si discuta di politica non hanno niente a che fare con la nostra buona o cattiva educazione, ma descrivono i confini di un’opinione pubblica che sulla rete si è organizzata secondo una struttura tribale.

Dove ci si ritrova attorno al focolare di un’opinione della quale si è già ampiamente convinti, cercando conforto nello specchio virtuale di un’identità che sentiamo già nostra e dunque maledicendo chiunque si affacci in quello spazio per metterla in discussione. Quella che vediamo sulla rete politica italiana somiglia ad una distesa di piccoli accampamenti ben fortificati, con pochi e stretti sentieri di collegamento e uno scarsissimo flusso in entrata e in uscita da ogni recinto. Tutto il contrario di un’agorà tecnologica, perché lo scambio di informazioni non è funzionale all’eventuale cambio di opinione ma serve solo a cercare conferma a convinzioni già marmorizzate.

Se proprio volessimo cercare un colpevole non lo troveremmo certo in Grillo né in un qualsiasi altro tra i molti capi-tribù del nostro dibattito virtuale, che semmai hanno avuto l’acume di comprendere meglio di altri le caratteristiche di un fenomeno che appare molto peculiarmente italiano. Le ragioni sono forse da ricondurre ai modi nei quali si è organizzato – ben lontano da internet – un confronto politico che da circa quindici anni ripropone le stesse linee di divisione interna. Anche qui con rare modifiche e con scarsissimi flussi in entrata e in uscita, ma con l’articolazione di blocchi elettorali e di opinione pubblica che appaiono sorretti da convinzioni identitarie ben poco permeabili al flusso di informazioni.

Quei blocchi hanno conosciuto esperienze di innovazione nella comunicazione e nei linguaggi politici anche molto rilevanti, che tuttavia fino ad oggi non hanno avuto bisogno di attingere alla rete come strumento di creatività o di partecipazione. Si pensi all’esperienza berlusconiana, che dal primo discorso del 1994 (“L’Italia è il paese che amo…”) fino al contratto elettorale e poi alla diffusione del pamphlet di immagini “Una storia italiana” si è rivelata assai più innovativa di quanto sia stato tentato dal centrosinistra. È di questi giorni, ad esempio, la campagna di manifesti di Bersani in cui il suo bel volto viene associato ad uno slogan (“Per l’alternativa”) che appare letteralmente teletrasportato dalla fine degli anni Settanta. Eppure né l’innovativo Berlusconi né il più rassicurante centrosinistra sono ancora riusciti a cogliere le potenzialità partecipative della rete, come negli ultimi anni è stato fatto non solo dal solito Obama ma anche dal più vicino Sarkozy. Finendo per ignorare un luogo come internet che, in mancanza di nuove offerta politica, ha finito per essere dominato dal tribalismo e dalle sue liturgie.

update: La Rete? Spazio in cerca di utenti di Alberto Mingardi

Tag:, ,

No, non si può

Sergio Romano sul Corriere della Sera di ieri.

Il «concorso esterno in associazione mafiosa» si è dimostrato una categoria penale alquanto fumosa e imprecisa. Le accuse che verrebbero mosse al presidente del Consiglio dalle procure di Palermo e Firenze appaiono a molti (me compreso) poco plausibili. Sono queste ragioni sufficienti perché i procuratori debbano rinunciare a indagare? No, ne hanno il diritto, peraltro il procuratore capo di Firenze ha smentito ieri che il presidente del Consiglio sia indagato. Ma esiste una soglia al di là della quale i problemi smettono d’essere esclusivamente giudiziari e assumono una dimensione politica.

Dopo gli scandali dell’estate, il fallimento del Lodo Alfano, le reazioni di Berlusconi, le sortite dell’Associazione nazionale magistrati, il processo Mills e la crescente violenza verbale del dibattito politico, la soglia ormai è stata largamente superata. Se le indagini terminassero rapidamente, in un senso o nell’altro, il danno sarebbe contenibile. Ma conosciamo purtroppo il copione: un lungo viaggio attraverso la giustizia destinato spesso a concludersi con la prescrizione o con risultati ambigui che lasciano nella bocca degli italiani il gusto amaro di un’attesa frustrata. La sentenza, in questi casi, non è quella che verrà pronunciata nell’ultimo grado di giudizio. È quella che ciascuna delle due giurie popolari (una colpevolista, l’altra innocentista) pronuncia subito e che contribuisce a rendere l’aria del Paese ancora più irrespirabile. Possiamo permetterci, in un momento di grandi crisi, un clima di continui conflitti civili? Possiamo permettere che il Paese venga politicamente paralizzato da un caso che si concluderà quando molti dei suoi protagonisti saranno morti o a riposo? Qualcuno spera forse che un ennesimo scandalo costringa Berlusconi ad andarsene.

È isolato, si considera assediato dal nemico e non ha compreso che ogni nuova legge ad personam, come quella sul processo breve, rende ancora più difficile la riforma giudiziaria di cui il Paese ha bisogno. Ma non sembra avere perso né il desiderio di restare al potere, né il sostegno della maggioranza, né il consenso della maggior parte dei suoi elettori. Si può far cadere un governo che dispone di una consistente maggioranza senza dare un duro colpo al processo democratico? È una domanda a cui il presidente della Repubblica ha già dato una risposta: no, non si può.

via Leggi, rispetto e senso di realtà – Corriere della Sera.

Sulla smentita che ci siano indagini su Berlusconi e Dell’Utri arrivata da Firenze, è l’ex capo dell’Antimafia Pierluigi Vigna -  nel ’93 era il capo della Procura di Fuirenze e fu il coordinatore dell’inchiesta sui “mandanti occulti” archiviata nel 1998 ed ebbe diversi colloqui (nel 1999 e nel 2000 accompagnato da Gabriele Chelazzi) con Gaspare Spatuzza che secondo Vigna allora “non disse nulla di rilevante” e non “emersero mai elementi che suffragassero ipotsei di coinvolgimento”  – che sullo stesso Corriere, spiega che se anche Berlusconi e Dell’Utri fossero indagati per associazione mafiosa, potrebbe benissimo continuare ad esserlo, nonostante la smentita: “Sulla mafia smentite doverose, anche se i nomi ci sono non lo si dice“. Se c’è di mezzo un reato di mafia “l’indagato non può sapere di essere indagato per tutelare la segretezza delle indagini…”

Che d’altronde è lo stesso metodo usato con Cosentino, quando non gli è stato mai concesso neanche di fare dichiarazioni spontanee, dato che gli veniva sempre negato di essere indagato. “Quando (il presunto indagato) chiede se è indagato deve ottenere una risposta in ogni caso negativa se si tratta di reati di mafia”.

Tag:, ,

Opposte tifoserie

Ancora sulle opposte tifoserie e sugli eserciti in guerra. Questa volta è Sergio Romano a intervenire (che parla anche del resto del mondo). Voce al paese senza tifoserie

In Italia la situazione, apparentemente, è peggio­re. Qui gli scandali sono più numerosi e spesso più gravi. Qui esistono forze politiche che non smetto­no, neppure per un mo­mento, di trattarsi come eserciti in guerra, divisi dalla linea del fuoco. E in­sieme agli eserciti combat­tenti vi sono tifoserie per cui sono vere le notizie che si prestano a essere usate come munizioni contro il nemico, false o reticenti quelle che non servono allo scopo.

Ho scritto apparentemente, tuttavia, perché non credo che questo quadro rifletta la realtà del Paese. Penso che dietro le tifoserie vi sia un’altra Italia meno credula e faziosa, meno impegnata nell’esercizio di una militanza ossessiva e accecante, più occupata a lavorare e a produrre.

Non credo che sia la «borghesia» e, tantomeno, che possa essere identificata con una particolare regione del Paese. Credo piuttosto che si tratti di una grande classe media, progressivamente cresciuta durante la modernizzazione del Paese dopo la Seconda guerra mondiale. Quando vuole informarsi, anche per meglio programmare la sua vita e il suo lavoro, questa classe media vede il pendolo dell’informazione oscillare continuamente fra due opposte verità e constata che certi giornali sono un kit fatto di pezzi che servono ad assemblare ogni giorno la stessa rappresentazione della realtà. La maggioranza degli italiani sa che i fatti e gli uomini sono più complicati di quanto appaia da queste rappresentazioni, che i programmi politici vanno continuamente misurati con il metro della loro applicazione, che i meriti vanno riconosciuti anche quando vengono da persone altrimenti criticabili, che una legge può essere in parte buona e in parte cattiva, che le ragioni di due contendenti vanno spiegate e capite, che gli insulti servono spesso a mascherare un vuoto di idee e di programmi. E vorrebbe essere informata, non educata a combattere. Oggi più che mai vi è spazio per una informazione che non sia un bollettino di guerra, che non lanci crociate, che riporti il pendolo al centro del panorama nazionale.

Qui quelli che i killeraggi sono il sale della loro vita. E qui quelli che spiegano come leggere le notizie. Character assassination? “Non è immediatamente chiaro in base a cosa”. Qui invece un’amnesia molto Speciale.

Tag:, ,

Dispersione

Andrea Romano si domanda che fine abbiano fatto i “cattolici democratici”.

Sull’altro fronte, nel centrosinistra, la chiamata al conflitto sui valori ha frantumato la tradizione del cattolicesimo democratico in una piccola nube di appartenenze tutte minoritarie: dall’esperimento teodem con cui si è cercato di costruire un nuovo protagonismo politico dei cattolici non berlusconiani ma lontani dagli stilemi del cattolicesimo di sinistra, alla nostalgia prodiana degli ulivisti più irriducibili fino al più recente tentativo di Ignazio Marino di ibridare la fede personale con soluzioni bioetiche di segno radicalmente laico. Tentativi tutti minoritari sia perché incapaci di contrastare la compattezza del neo-tradizionalismo del centrodestra, sia perché inseriti in un contenitore di partito dove ogni singola identità rivendica una propria casella dentro un comune accordo di non belligeranza. Ogni componente conserva il proprio potere di interdizione e tutte concorrono a definire in modo pattizio una leadership che, anche domani, non sarà che l’ennesima espressione di un passato che non accenna a passare.

Per i cattolici democratici – lontani dal governo e spesso anche da una cultura di governo – gli effetti di questo accordo nel contesto dell’Italia post-secolare hanno significato la dispersione in molte piccole tribù. Con il doppio risultato negativo di rendere del tutto pacifico il ritorno egemonico di quella tradizione post-comunista che, seppur indebolita, non ha certamente subito lo stesso destino di frammentazione. E soprattutto di perdere la voce nei momenti in cui, come oggi, sarebbe utile e opportuno anche agli occhi di chi non è credente saper mostrare forza e attrattiva nei confronti di un elettorato cattolico quanto meno spaesato di fronte a quanto sta accadendo.

via Andrea Romano.

Tag:, ,

Dire che il sole è la luna/2

Quando le menzogne e le falsità si possono continuare dire in modo assolutamente indisturbato e sfacciato. L’intervista di D’Alema oggi sul Corriere. Sorprende che a subirle, senza alcun commento, sia un’ottima giornalista come Maria Teresa Meli.

C’è chi ricorda che anche lei, come altri esponenti del centrosinistra, aveva la querela facile e il dente avvelenato contro i giornalisti. Non sembrerebbe quindi un’esclusiva di Silvio Berlusconi.

«Questo accostamento è insensato. Io non posseggo televisioni e giornali e quando sono diventato presidente del Consiglio ho rimesso tutte le querele».

Eppure bastava fare una piccolo ricerca nell’archivio storico del Corriere o sul web (a poposito di due pesi e due misure, qui si ricorda anche la causa intentata e persa per “infondatezza delle sue doglianze” dal Presidente del Consiglio Prodi che aveva chiesto 8 miliardi di risarcimento) per controllare. D’Alema querelò Forattini proprio mentre era Presidente del Consiglio (qui abbiamo ricordato alcune reazioni di allora: D’Alema “e chiunque altro in questo Paese – ha scritto Luca Sofri - fa bene a reagire come può e come si può, alle falsità che i giornali scrivono (e lo fanno)…) e rimise la querela, dopo circa un anno e mezzo in prossimità delle elezioni regionali, dopo che lo stesso vignettista fece una dichiarazione pubblica di «riconoscimento»:

«La questione è definitivamente chiusa – ha detto l’attuale presidente dei Ds. Ho preso atto con soddisfazione della dichiarazione di Giorgio Forattini. Dall’inizio di questa vicenda avevo sollevato un unico problema: quello del riconoscimento da parte dell’autore dell’intento squisitamente satirico della sua vignetta e dell’assenza assoluta di qualsiasi intento diffamatorio rivolto alla mia persona e alla carica pubblica che ricoprivo». Il «riconoscimento» chiesto da D’Alema è arrivato.

«Non ho alcuna difficoltà a dichiarare, come peraltro ho già fatto per il tramite dei miei avvocati – ha detto Forattini – che la vignetta deve considerarsi, come tutti gli altri miei disegni, espressione squisitamente satirica, senza alcuna intenzione di voler rappresentare fatti reali dei quali non mi sono mai interessato».

Possiamo dare al Presidente del Consiglio in carica lo stesso arco di tempo e la possibilità di remissione dopo che Repubblica e l’Unità dichiarino e «riconoscano» di avere avuto intenti solamente satirici? E che ne prenda atto con soddisfazione?

O comunque altro concetto espresso chiaramente (e con una incredibile faccia tosta) da D’Alema loro sì possono, sempre e comunque, e gli altri no sempre e comunque?

Qui invece qualcosa di più serio fortunatamente. Sergio Romano che sembra non avere l’alzheimer e non vedere lune al posto del sole. Analizza il momento politico non risparmiando critiche al premier, come qualsiasi serio giornalista dovrebbe e deve fare.

E il dibattito pubblico è polarizzato tra chi si è ridotto a fare opposizione guardando il premier dal buco della serratura e chi usa dossier e lettere anonime per screditare gli avversari.

p.s.: Consiglio per il blogghèr stimabilissimi, persone equilibrate, intelligenti e perbene, normali, a posto e colte molto più di noi: Poi non guardatevi in faccia sconcertati e attoniti per domandarvi come è potuto accadere tutto questo che poi permette da 15 anni a Bs di continuare a vincere e governare questo paese.

Tag:, ,

Oltre le patologie

Non è il partito di Montezemolo e nemmeno una fondazione. E’ un advocacy group, un luogo di ideazione civile rivollto alla discussione pubblica e promosso da un gruppo di intellettuali di diverse idee politiche.

Italia Futura. A guidarla sarà Andrea Romano.

Cos’è Italia Futura?

È un’associazione nata per promuovere il dibattito civile e politico sul futuro del paese, andando finalmente oltre le patologie di una transizione politica infinita e ripetitiva.

Tag:, ,