Tremonti no global

Ancora a proposito di Tremonti, per chi soffre di amnesie e parla di uscita elettorale, corporativista e strumentale per solleticare la Lega e il suo elettorato, La scommessa “no global” di Tremonti :

Alcune idee del libro non sono nuove, perché già esposte in lavori precedenti come Rischi fatali (2005), Il fantasma della libertà (1995), La riforma fiscale (1995) [...] Peccato perché l’aspetto più interessante del libro di Tremonti non è la sua analisi dei costi sociali della globalizzazione, svolta nella prima parte del libro (La Paura), ma il ragionamento politico che sorregge la pars costruens del suo discorso, svolta nella seconda parte (La Speranza) [...] Un’analisi ardita, che susciterà critiche, preplessità e discussioni. Ma che non si può liquidare con il semplice richiamo ai luoghi comuni dell’ortodossia liberale.

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Siamo forti

E ora si parli di economia, dopo il libro di Tremonti “La paura e la speranza“, con l’invito di Dario Di Vico a Veltroni di fare il nome del suo eventuale, prossimo futuro mr. Economia e di porre fine “all’esercizio di stile” che ha caratterizzato finora il programma economico del Pd e alla sua ambiguità, probabilmente tattica, in nome della credibilità e affidabilità internazionale dell’Italia.

Dopo l’editoriale di Francesco Giavazzi, con relativa risposta, era stato Angelo Panebianco a riconoscere, pur non condividendo, quantomeno lo spessore all’argomento:

Questione dell’aborto a parte, quella innescata da Giulio Tremonti su protezionismo e globalizzazione, con le reazioni polemiche che ha suscitato, è, almeno fino ad ora, l’unica discussione politico-culturale degna di questo nome della campagna elettorale.

E dopo che l’ex ministro dell’Economia aveva dichiarato:

“C’è bisogno di una nuova Bretton Woods. Bisogna governare la globalizzazione con nuovi strumenti se non vogliamo essere travolti”.

Se ne era già parlato abbondantemente qui (con relativi commenti) e qui in modo molto articolato, luogo dove, in passato, non si sono mai risparmiate le critiche:

Giulio Tremonti è per una volta riuscito a dire una cosa mezzamente saggia. Usando un minimo di economia e un paio di fatti cercherò di spiegare perché è così.

E sembra, fortunatamente, un argomento, che per una volta non spacca la blogosfera nella “classica” contrapposizione destra-sinistra, ma la attraversa trasversalmente. Qui a qualcuno passa la voglia di votare Pdl dopo aver sentito Tremonti, ma a lui piacerebbe, invece, capire cosa ne pensa a riguardo la sinistra riformista … soprattutto se pensa qualcosa.

Per lui il dibattito tra tremontismo Vs giavazzismo è appassionante. Da persona di sinistra, dovendo scegliere tra i due, io sceglierei Tremonti senza esitare. E’ chiaro che avrei molte cose da obiettare anche a lui, infatti non l’ho mai votato né intendo votarlo stavolta e lo aveva citato anche prima nel suo: Di cosa parleremmo se parlassimo di politica. Il mio amico Camelot ha da tempo una posizione chiara, per lui Tremonti è un “socialista” e spera proprio che stia alla larga per sempre dal ministero dell’economia. Desideri e speranze probabilmente vane, dopo le dichiarazioni di Silvio Berlusconi a Skytg24: Tremonti ministro degli Esteri? “Non ho mai sentito questa ipotesi, Tremonti sarà il ministro dell’Economia”.

Altre posizione chiare e nette, da sempre, quelle dell’Istituto Bruno Leoni e di Phastidio.

Mentre l’Unità ci da un saggio del suo interesse particolare all’argomento:

“se proprio volete mettervi alla prova con la lettura di Tremonti siate forti … Leggerlo pare di trovarsi accanto il solito compagno di panchina, uno di quei tipi acidi che parlano di tutto e che concludono, per dirla con Fazio il presentatore, che le stagioni non sono più quelle di una volta e che i cinesi ci tolgono il pane. Non che faccia il destro, non che faccia il berlusconista. Non si sa cosa faccia.”

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