Chi sono?

Ricordiamolo. Dato che dappertutto vediamo i grandi quotidiani esercitarsi solo con tabelline, grafici e schemini web 2.0 che presentano al mondo i teorici del fini-pensiero e i 33 deputati (anche se tutti continuano a darne 34 come se si potesse contare il Presidente della Camera) che hanno aderito al nuovo gruppo Futuro e Libertà, noi ci permettiamo solo di ricordarli a quelli che fanno libera e corretta informazione. Questi sono i componenti dell’ufficio di Presidenza del Pdl. Questi insomma, tra gli altri, sono gli “schiavi” che si sono contrapposti alle “donne e agli uomini liberi”, e che hanno votato senza tentennamenti il documento che ha messo alla porta il cofondatore.

Renato Brunetta, Mara Carfagna, Gianni Chiodi, Roberto Formigoni, Franco Frattini, Giancarlo Galan, Mariastella Gelmini, Carlo Giovanardi, Stefania Prestigiacomo, Gaetano Quagliariello, Gianfranco Rotondi, Maurizio Sacconi, Renzo Tondo, Giulio Tremonti e Elio Vito.

A proposito sempre di stampa libera e democratica, a quanto pare tutti nel frangente si erano dimenticati di citare il precedente di Sandro Pertini, e sì che è stato un pezzo abbastanza importante della nostra vita democratica. Semplicemente rimosso. Non esistevano precedenti di sorta sulle dimissioni di un Presidente della Camera, ma Saragat e Pertini si dimisero.

Nel luglio del 1969, verificatosi una situazione di divisione analoga nel Partito Socialista con la sinistra socialista, il Presidente Pertini, ritenne doveroso dimettersi e mandò a tutti una lettera con questa dichiarazione: “Correttezza vuole ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi“.

Le ultime parole famose di Bocchino erano state proprio “da qui non ci muoveramo mai”. Beh a quanto pare, comunque, si sono dovuti muovere. Anche all’oscenità c’è un limite, scriveva lui, un altro  tra gli evidenti “uomini non liberi” qualche giorno fa. E ora li vogliamo vedere i componenti del governo che votano contro se stessi. O il 34esimo, il Presidente della Camera, che vota. Attendiamo fiduciosi. Anche da lì probabilmente dichiareranno dopo che non sono disponibili a muoversi. Sarebbe indubbiamente interessante. Non ci sono precedenti di sorta.

Mentre tutti gli altri “uomini liberi” sembrano anche assolutamente disinteressati dal far qualsiasi innocente domanda su questi argomenti, quando ad essere in campo sono i cognati (qui sono tranquillamente confermate le indiscrezioni pubblicate da qualche quotidiano). Che ne so fare solo qualche domandina per sapere come sono andate davvero le cose, non dico altro. Invece a quanto pare sembra normalissimo a tutta la stampa d’inchiesta, libera e democratica che il cognato del presidente della Camera occupi un appartamento a Montecarlo, lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Intanto le analisi dei politologi ora sembrano tutte ruotare intorno ai numeri e alle quote, sembra di essere ritornati al trionfo del manuale Cencelli, protagonista indiscusso della Prima Repubblica. Politica? Condivisione di programmi? Sintonia? Progetto comune? Chiarezza? Ma quando mai, è il trionfo assoluto dei numeri e della possibilità di chi deterebbe la golden share (così Bocchino) di tendere imboscate al governo scelto dagli italiani.

Ma prima o poi – come dice pragmaticamente Mieli (“li vedo e li piango“), uno che se ne intende di tutto questo ambaradan, che a Cortina ne approfitta per consigliarli opportunamente e fraternamente, “rimboccatevi le maniche e lavorate col vostro elettorato” – che ne so, facendo qualche nome a caso tra «le donne e gli uomini liberi», gli amici Barbareschi (finora noto per essere stato per anni un brillante artista, qui nella vera immagine del giorno), Bongiorno (finora noto per essere stata il brillante difensore di un altro pezzo importante della Prima Repubblica, quell’Andreotti inquisito per mafia), Ronchi (finora noto per essere diventato un brillantissimo dirigente di partito e poi un ministro nominato, senza mai passare per una elezione di alcun tipo, neanche quella di un condominio), Consolo (idem con patate, candidato per la prima volta con scarso successo nel proporzionale in Sicilia e noto finora per essere il padre della famosa attrice Nicoletta Romanoff), Proietti (Francesco Proietti Cosimi detto Checchino, finora noto per essere stato per anni il segretario personale del Presidente della Camera) o anche Perina, Angeli, Sbai e Della Vedova, si dovranno pur misurare con delle elezioni nazionali e speriamo anche con delle preferenze o con dei collegi, ed è là che si parrà poi la lor nobilitate, dato che per loro sarà l’esordio assoluto, visto che per assidersi comodamente a Montecitorio, finora sono stati solo nominati e cooptati (fino a ieri senza mai manifestare nausea o schifo alcuno).

Se e quando i numeri verranno meno si andrà a votare. E allora sarà con il paese che si dovranno misurare, non più con le beghe di palazzo, se non altro per un minimo di rispetto verso gli elettori di centrodestra. Ed è proprio al paese, a quella pancia del paese dagli istinti animali, che prima o poi bisognerà presentarsi, assumendosi le doverose responsabilità. Quantomeno in una democrazia.

update: “Una cosa deve essere chiara: senza i numeri si va subito al voto“. «Abbiamo reagito e scelto l’unica strada possibi­le. Per scongiurare una lenta e inevitabile consunzione. E per­ché era arrivato il momento della chia­rezza e del nuovo inizio. Le incognite? Pesate. Valutate…». Una pausa leggera, poi Gaetano Quagliariello riprende a par­lare da dove si era interrotto: «Berlu­sconi è il primo a essere assolutamente consapevole del rischio che si corre. È il primo a capire che scegliere la chiarezza significa anche mettere a repentaglio se stesso». E Berlusconi sa benissimo che deve sfidare l’ex alleato fuori dal Palazzo.

update: Sono distratta, mi era sfuggito stamattina o forse l’hanno cambiato dopo, pongo comunque rimedio. Per il Corriere che ne fa un GRAFICO INTERATTIVO abbiamo addirittura “L’esercito dei finiani alla Camera“.

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Non è il suo mestiere

Dall’archivo storico del Corriere della Sera alcuni stralci del libro di Giovanni FalconeCose di cosa nostra“, sul rapporto tra mafia e politica:

[...] La mafia tuttavia non si impegna volentieri nell’attività politica. I problemi politici non la interessano più di tanto finché non si sente direttamente minacciata nel suo potere o nelle sue fonti di guadagno. Perciò contribuisce a fare eleggere amministratori e politici “amici”, e a volte addirittura dei membri dell’organizzazione… E’ la mafia a imporre le sue condizioni ai politici, e non viceversa. Poiché essa non prova, per definizione, alcuna sensibilità per un tipo di attività che, lo si voglia o no, fa intervenire la nozione di interesse generale. O meglio, ciò che interessa a Cosa Nostra è la propria sopravvivenza, e niente altro. Essa non ha mai pensato di prendere o di gestire il potere. Non è il suo mestiere. Non bisogna tuttavia concludere che Cosa Nostra non sappia, in caso di bisogno, fare politica. L’ha fatta alla sua maniera, violenta e spiccia, assassinando gli uomini che le davano fastidio, come Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, e democristiano, nel 1980; Pio La Torre, deputato comunista, principale autore della legge che porta il suo nome, nel 1982; e Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana nel 1979. Questi crimini eccellenti, su cui finora non si è riusciti a fare interamente luce, hanno alimentato l’idea del “terzo livello“, intendendo che al di sopra di Cosa Nostra esisterebbe una rete ove si anniderebbero i veri responsabili degli omicidi, una sorta di supercomitato, costituito da uomini politici, da massoni, da banchieri, da alti burocrati dello Stato, da capitani di industria, che impartirebbe ordini alla Cupola.

Errore più grave non si riesce a immaginare. Rivela la profonda ignoranza dei rapporti tra mafia e politica e presuppone che Cosa Nostra sia agli ordini di un organismo… Parlando di mafia con uomini politici siciliani, mi sono più volte meravigliato della loro ignoranza in materia. Alcuni forse erano in malafede, ma in ogni caso nessuno aveva ben chiaro che certe dichiarazioni apparentemente innocue, certi comportamenti, che nel resto d’Italia fanno parte del gioco politico normale, in Sicilia acquistano una valenza specifica. Niente è innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca per chiedere un prestito perfettamente legittimo, né un alterco tra deputati né un contrasto ideologico all’interno di un partito. Accade quindi che alcuni politici a un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto. Essi allora diventano vulnerabili e si trasformano inconsapevolmente in vittime potenziali. Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze…

CSM, FALCONE SFIDA ORLANDO (Leoluca) ‘NO AI PROCESSI SENZA PROVE’ da Repubblica del 16 ottobre 1991.

Qui e qui il trattamento riservato a Giovanni Falcone da Leoluca Orlando e Alfredo Galasso. A seguire la conferenza stampa di Falcone sul processo Ciancimino (padre ovviamente).

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Significa condannarsi a ripeterlo

Non ricordare il proprio passato, secondo un detto famoso, significa condannarsi a ripeterlo. Per l’Italia politica uscita dal collasso della Prima repubblica – probabilmente la peggiore di sempre – il passato è invece un ring dove i pugili si affrontano senza sosta, da soli e in gruppo, riunendosi e dividendosi, e con l’unico scopo di darsi una scarica di botte. Conservare la memoria dei fatti, oltre ad essere un utile esercizio spirituale, aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo.

E’ l’incipit di Da Prodi a D’Alema (9-21 ottobre 1998) su The Front Page. Qui lo stesso argomento trattato da Davide Giacalone: Idee e Memoria.

Silvio Berlusconi era il mandante delle stragi di mafia. Massimo D’Alema era complice e divenne presidente del Consiglio per fare un piacere alla mafia. Romano Prodi ebbe un ruolo poco trasparente, diciamo connivente. Non so fra quanto tempo giungerà in libreria l’intervista autobiografica di Carlo Azeglio Ciampi, certo è che, se continua a spararle così grosse, si dovrà interrompere la trepidante attesa e invitarlo a fare un cosa dignitosa e seria: tacere.

Intervengo sul punto perché detesto l’ipocrisia e la viltà, mentre il Presidente Ciampi è uno di quei personaggi che inducono l’una e l’altra. Sembra che sia un’offesa alle sacre carte metterne in evidenza gli svarioni. Nel caso di Ciampi sono gravissimi e multipli, ma ho visto la sola reazione de Il Foglio. Quindi me ne occupo. Con rispetto, ma senza timori reverenziali.

Intervistato dal Corriere della Sera di giovedì (“D’Alema mi offrì di fare il Premoer ma poi cambiarono le carte in tavola”), cogliendo l’occasione per l’ennesimo lancio del libro, è riuscito a lamentarsi di non avere ricevuto l’incarico per formare il governo, nel 1998, come pure gli era stato offerto da D’Alema. Quest’ultimo aveva chiesto di vederlo con urgenza e si era precipitato a Santa Severa, dove Ciampi, ministro, si trovava fateci caso: era al mare, secondo altre anticipazioni del libro fatale, anche quando scoppiarono le bombe mafiose ed era capo del governo, non sarà che ci sta troppo, al mare?, per dirgli che doveva fare il governo, altrimenti non lo avrebbe fatto nessuno. Nel giro di poco, invece, lo fece D’Alema stesso. E, fin qui, siamo ai rimpianti. Ma sentite cosa Ciampi riesce a sostenere: “La verità, ne sono convinto, è che la mia presenza a Palazzo Chigi non era gradita a troppa gente. A cominciare dalla mafia, come dimostrò la stagione delle bombe cominciata nel maggio ’93, nella mia prima esperienza da premier”. Ora, lasciamo perdere il fatto che il “premier” non esiste, nella nostra Costituzione, le parole di Ciampi hanno un significato inequivocabile:

a. si considera il bersaglio delle bombe del ’93 magari poi ci spiega anche il perché;

b. fu per favorire la mafia che a Palazzo Chigi, nel ’98, andò D’Alema.

Perché abbiate chiaro il livello di lucidità che accompagna queste parole, devo ricordare che nel governo D’Alema Ciampi era ministro del Tesoro, come già nel governo precedente, quello di Prodi. A quella stagione si deve la svendita dissennata di Telecom Italia, tanto per non smarrire la memoria. Quindi, aveva cognizione d’essere il nemico numero uno della mafia, che le bombe scoppiavano per favorire i nuovi soggetti politici, riteneva che D’Alema fosse meno sgradito a cosa nostra e, per questo … andava a fare il suo ministro del tesoro. Giudicate voi.

Non è finita. Dato che D’Alema gli aveva annunciato che avrebbe ricevuto l’incarico dal Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, anziché adontarsi reclamando il rispetto del dettato costituzionale l’ottimo Ciampi si dedicò ad un’attività più produttiva: compilò la lista dei ministri. Così, quando Scalfaro avesse eseguito l’ordine della sinistra, sarebbe stato già pronto. Essendo uomo di raffinata cultura, scrisse i nomi dei ministri in caratteri greci, in modo da farli restare segreti anche in caso di smarrimento. Giuro, non è una pagina d’avventure delle giovani marmotte (non mi pare il caso di scomodare Dan Brown). Il quesito è uno, piuttosto imbarazzante: ma l’Italia era ancora una Repubblica parlamentare o qualcuno aveva fatto credere a Ciampi che potesse divenire commissario del popolo, coadiuvato da propri amici e collaboratori? continua qui

Qui I dalemiani e quei veti su Ciampi Premier. E poi sempre da The Front Page Che cosa è veramente successo nell’ottobre ‘98?

Ciampi si definisce “un corpo estraneo” alla politica italiana, e porta come prova regina proprio gli avvenimenti dell’ottobre 1998. “Mi fu chiesto – racconta Ciampi – di guidare il governo, e quell’incarico sfumò nell’arco di pochissime ore, senza che sapessi perché. Un mistero che né D’Alema né Prodi mi hanno mai svelato. La verità, ne sono convinto – prosegue Ciampi – è che la mia presenza a palazzo Chigi non era gradita a troppa gente. A cominciare dalla mafia, come dimostrò la stagione delle bombe cominciata nel maggio ’93, nella mia prima esperienza da premier. Cinque anni dopo, la via d’uscita per sbarrarmi le porte di palazzo Chigi fu di farmi andare al Quirinale”.

Gran bella via d’uscita, verrebbe da dire (Berlusconi ci metterebbe la firma); così come si potrebbe obiettare che suona poco credibile una mafia che blocca Ciampi per prendersi D’Alema, salvo poi mandarlo al Quirinale. Ma, al netto di queste piccole ingenuità, che in definitiva confermano quanto Ciampi, effettivamente, sia un “corpo estraneo” alla politica italiana, le dichiarazioni del presidente emerito aprono un caso. Noi, che in quei mesi lavoravamo con D’Alema, ricordiamo una storia diversa. continua qui

Poi la lettera di Prodi al Corriere e la replica di Velardi e Rondolino, La memoria vuota di Romano Prodi. Qui Smemoratezze emerite.

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Raffreddore dei gatti

«Osservando i quotidiani di proprietà specialmente delle banche è palese il continuo ossessivo tentativo di attribuire il male del mondo alla politica, insistendo giustamente sulle storture e sui privilegi, ma gettando nel secchio l’intera classe politica. Mentre i finanzieri e i banchieri sono trattato con i guanti. Qualcuno vuol notare come il libro “La Casta” che imputa ai politici anche il raffreddore dei gatti sia di fatto edito da banchieri?».

cous cous – PRIMO PIANO – Italiaoggi

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Ammesso che

Legalitari sì, giustizialisti no.

Che nel nostro Paese – e non solo – il rapporto tra politica e legalità non sia sempre stato dei migliori non è un pettegolezzo, né si può dire che proprio in questi mesi tiri una gran bella aria. Francamente non ci appassiona il dibattito tra chi parla di nuova tangentopoli e chi spiega che quella fu tutt’altra faccenda. C’è piuttosto da interrogarsi su come affrontare e finalmente sconfiggere una eventuale nuova epidemia corruttiva prima e giustizialista poi.

Ci ha provato dalle colonne di Generazione Italia l’onorevole Italo Bocchino, auspicando che il PdL divenga “Partito della Legalità” ed avanzando tre proposte.

La sottoscrizione di un codice etico, sulla scorta di quello approvato dalla commissione Antimafia, per tutti gli eletti del Pdl in ogni assemblea e per quelli nominati in ogni società o ente su indicazione del partito.

La seconda proposta ricalca quella invocata dai radicali ormai da anni: vale a dire l’adozione dell’anagrafe pubblica degli eletti e dei nominati con la pubblicazione sul sito ufficiale del partito dei dati reddituali e patrimoniali.

L’ultima proposta, più articolata, riguarda la riscrittura del ddl anticorruzione proposta da Generazione Italia e disponibile sul sito del movimento.

A noi pare che il pur apprezzabile tentativo dell’onorevole Bocchino non colga nel segno.

La prima proposta, per il solo fatto di evocare l’adozione di principi etici fa venire l’orticaria.

Da liberali crediamo che un esponente politico, come qualsiasi cittadino, debba rispettare la legge (uguale per tutti) e l’etica (propria).

La seconda proposta è talmente condivisibile da chiedersi per quale motivo l’onorevole Bocchino non si attivi di farla diventare legge e per estendere l’obbligo non solo agli esponenti del PdL ma a tutti gli eletti e nominati, a prescindere dal partito di appartenenza.

Chissà poi perché solo oggi l’onorevole campano si avvede dell’esistenza della proposta radicale che data almeno due anni.

E poi, infine, agli esponenti di Generazione Italia deve andare un appello accorato: quello di non spingere troppo sul terreno del giustizialismo perché il passo per ritrovarsi gomito a gomito con Antonio Di Pietro non è poi così lungo.

Sempre ammesso che proprio quello non sia l’obiettivo.

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I veri costi della politica

Da leggere. Chissà se serve a qualcosa.

Quanto costa davvero la politica di Luca Ricolfi

[...] C’è un aspetto, tuttavia, dei ragionamenti che circolano in questi giorni, che non mi convince affatto. Molti tendono a credere, o a far credere, che una misura del genere potrebbe avere effetti apprezzabili sui conti pubblici, contribuendo in misura rilevante alla manovra da 25 miliardi di euro (in 2 anni) che il governo sta mettendo a punto in queste settimane.

Ebbene bisogna dire risolutamente che questo non è assolutamente vero. Innanzitutto perché la proposta, anche se venisse estesa ai grandi dirigenti e funzionari pubblici riguarderebbe poche migliaia di persone. In secondo luogo perché andare al di là di questo è molto difficile, dal momento che proprio l’autonomia delle Regioni e degli enti locali rende praticamente impossibile far calare dall’alto (cioè dal centro) un provvedimento di contenimento di tutti gli emolumenti legati alla funzione politica. E infine, punto decisivo, perché anche se si riuscisse a colpire tutta la politica, e cioè amministratori locali, portaborse (ipotesi del tutto irrealistica), i risparmi sarebbero irrisori rispetto all’entità della manovra che ci attende.

Per capire come mai, basta riflettere sul fatto che il costo globale del ceto politico, anche inteso nella sua accezione più ampia (incluse le consulenze), non supera i 4 miliardi di euro all’anno, il che significa che un taglio del 5% frutterebbe 200 milioni di euro (sul punto si veda l’ottimo libro di Salvi e Villone, Il costo della democrazia, Mondadori, 2005).

Una bella cifra, direte voi. Sì, ma non sulla scala dei nostri problemi di aggiustamento dei conti pubblici. Duecento milioni sono 0,2 miliardi di euro, ossia meno dell’1% di quello che ci serve (25 miliardi di euro). Anche ammesso di cominciare subito, senza dilazioni e senza deroghe, colpendo tutti, ma proprio tutti, fino all’ultimo consigliere comunale, in 2 anni si potrebbero risparmiare circa 0,5 miliardi di euro, ossia il 2% di quel che ci serve per tenere i conti pubblici in (relativo) ordine.

E il restante 98%?

Il restante 98% per cento sarà richiesto soprattutto a noi cittadini comuni. E infatti si parla di intervenire soprattutto su stipendi pubblici e pensioni, un’eventualità che ha già messo in allarme i sindacati.

Quanto ai cittadini, forse sarebbe meglio che si levassero definitivamente dalla testa l’idea che i conti pubblici siano in disordine perché la politica costa troppo, e che basti affamare i politici per rimettere in sesto le finanze pubbliche. I veri costi della politica non sono quelli diretti, ossia l’ammontare degli stipendi della casta, ma i suoi costi indiretti, ossia lo spreco di risorse pubbliche che corruzione e malgoverno infliggono ogni anno al Paese. A fronte di 4 miliardi di costi diretti, la politica ci costa ogni anno qualcosa come 80 miliardi per la sua incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico, per non parlare di quel che ci costa la sua timidezza nel combattere l’evasione fiscale.

e Stato sociale dieta forzata di Piero Ostellino.

[...] I rappresentanti del popolo non esercitano il potere in nome, e al servizio, del popolo, ma è il popolo a essere al loro servizio al solo scopo di far funzionare la macchina pubblica dalla quale essi, quale ne sia il colore, hanno una «rendita politica».

C’è anche una dimensione sociale della statolatria. Dal moderno Stato sociale traggono profitto il capitalismo assistito, le corporazioni, i sindacati, tutte le forme di collettivismo, riconosciute e sovvenzionate dalla mano pubblica, e che hanno tutto da guadagnare dallo statu quo. In una società corporativa, il potere politico fa da mediatore fra le corporazioni in conflitto e, in una condizione di recessione economica, distribuisce le scarse risorse disponibili non secondo criteri di giustizia, ma in funzione della propria perpetuazione. A uscirne massacrati sono il singolo Individuo, non protetto da una qualche corporazione, e le aziende che operano sul mercato. Le riforme si allontanano.

I media, invece di guardare dentro la macchina dello Stato moderno e denunciame costi e pericoli – in definitiva, invece di fare il loro mestiere hanno taciuto e ancora tacciono; vuoi per conformismo, vuoi per riflesso degli interessi extra editoriali dei loro editori, finendo col farsi dettare l’agenda dagli stessi responsabili della crisi. Alla democrazia è venuto a mancare uno dei pilastri su cui dovrebbe poggiare: l’indipendenza dei media. Sulle cause della crisi un esame di coscienza lo dovrebbero fare anche i giornalisti.

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Analisi impeccabile

Marco Tarchi sul Foglio fa una lunga disamina del comportamento politico di Fini, tra eredità del Msi, Alleanza Nazionale e l’oggi. La sua è un’analisi impeccabile e lucidissima, che evidenzia come il problema dei problemi per Fini sia sempre stato la mancanza di una qualsiasi visione politica globale. Da leggere per intero. E forse riuscirà a far capire come e perché gran parte di quella comunità umana, oggi si senta così distante da Gianfranco Fini e “dagli strepiti plaudenti dei sostenitori più irriducibili, tuttora incapaci di affrancarsi da quel complesso del “capo-che-ha-sempre-ragione” che più fascista non si potrebbe immaginare”. Milioni di chilometri, su un altro pianeta.

Qua il partito, il dibattito, la democrazia interna come li ha intesi Fini per decenni, quello del “Così capiranno chi è che comanda nel partito”. Lo stesso che poco fa ha dato la sua solidarietà al “protomartire” dimissionato.

Spenta la fiamma tricolore, al pensiero di destra non è rimasto nulla

Fini avrebbe dovuto, tempo fa, rispondere a due quesiti: quale lascito consegnava l’esperienza del neofascismo alla politica italiana? E quale bilancio si poteva trarre dagli oltre sessant’anni della sua presenza sulla scena italiana?

Ne ha dette, di cose, Gianfranco Fini in questi ultimi giorni. E, come nel suo costume, non sempre le ha orientate nella stessa direzione. Esagera, probabilmente, chi sostiene che abbia fatto impallidire la fama di Togliatti in materia di doppiezza, quando gli rinfaccia l’andirivieni fra l’esaltazione del fascismo dei congressi missini degli anni Ottanta e le proclamazioni di segno opposto scaturite un ventennio più tardi, o gli chiede conto, nel pieno dell’offensiva dell’accoglienza e dell’apertura politica verso gli immigrati, della vena xenofoba venuta alla luce quando voleva accanto sul palco dei comizi Jean-Marie Le Pen e faceva mettere ovunque possibile tavolini per lanciare petizioni che urlavano l’imperativo del “tutti a casa loro”. Ma è certo che una vocazione a giocare su due tavoli il personaggio l’ha sempre dimostrata – basti pensare che, proprio quando faceva campagna contro l’immigrazione, si premurava di farsi premurare con una bambina di colore in braccio nell’oleografia degli auguri natalizi agli impavidi lettori del “Secolo d’Italia” – e non sembra propenso a smentirla adesso, se è vero che a Bondi minaccia “scintille in parlamento” per il governo e in tv giura che non si presterà a imboscate in quella sede.

Insomma, dare ascolto a quel che Fini dice, per chi vuole capire sul serio come funziona la politica non è consigliabile (né, del resto, è opportuno seguire alla lettera le dichiarazioni di qualsiasi esponente di partiti e coalizioni, non solo nel nostro paese; non per dar ragione per forza a Grillo, e per converso torto a Travaglio, ma pretendere che la politica si accordi con l’etica è far torto alla natura, all’esperienza e al buonsenso). Tuttavia, qualche frammento di sue dichiarazioni può servire a far luce su singoli aspetti di quegli atti della commedia umana che si svolgono nei palazzi istituzionali. E in questo senso si può leggere l’ammissione che gli è sfuggita in un dialogo fuorionda con Lucia Annunziata, quando, a proposito dei sodali di tanti anni non disposti a seguirlo ora sulla via della rottura di fatto con Berlusconi, ha detto che i suoi ex colonnelli “hanno solo cambiato caserma”. L’analisi è impeccabile.

Peccato che, ancora una volta, contraddica frasi vecchie di pochi mesi, perché allora era soltanto il Pdl ad essere descritto con la metafora militaresca, rivendicando il diritto-dovere di portarvi aria nuova e libera, mentre adesso si giunge alla tacita ammissione che Alleanza nazionale aveva le stesse sembianze del fortilizio, dove tutti dovevano obbedienza cieca, pronta ed assoluta al comandante e, più che colonnelli, erano in auge i caporali e i gregari. Chi sgarrava, e magari denunciava le violazioni di uno statuto che prevedeva un congresso ogni tre anni e non ogni sei, sette o chissà quanti, come di fatto accadeva, veniva messo alla porta o costretto a farlo.

Questo non è, peraltro, che uno dei tanti dati di fatto su cui l’ex presidente di An ha sinora dimostrato una memoria a chiazze. Nella psicodrammatica riunione della direzione nazionale del Pdl di giovedì scorso, ad esempio, difendendo le due ragioni. Fini ha fatto di nuovo ricorso a una formula che gli è cara: è venuto il momento di smetterla di nascondere la polvere sotto il tappeto. Chi avrebbe potuto dargli torto? Sarebbe difficile farlo, in particolare, a chi segue da decenni le vicende della destra italiana. È lecito però aggiungere che di quei sostanziosi mucchi di polvere ci si sarebbe dovuti sbarazzare da un bel po’ di tempo, e che le pulizie avrebbero dovuto iniziare dalla soglia di casa propria, prima di abbandonarla per il trasloco a palazzo Grazioli.

Almeno all’atto della confluenza nel Pdl, nel congresso di chiusura di Alleanza nazionale, l’ultimo segretario del Movimento sociale italiano ed unico presidente del partito che ne era nato per gemmazione (il copyright è di Ilvo Diamanti) avrebbe dovuto, per coerenza e per chiarezza, rispondere a due quesiti: quale lascito consegnava l’esperienza del neofascismo alla politica italiana, nel momento in cui la fiamma si spegneva? E quale bilancio si poteva trarre dagli oltre sessant’anni della sua presenza sulla scena italiana? Leggi il resto »

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Posizione singolare

Le scelte di Fini

Gianfranco Fini dovrebbe dimettersi dalla presidenza della Camera dei Deputati. L’istituto delle dimissioni non va per la maggiore, dalle nostre parti, e si tende a credere che debba offrirle chi si accorge di avere torto. Invece capita che rafforzino le ragioni. Credo che debba dimettersi, e subito, proprio perché ho sostenuto (qui piuttosto solitario) che le motivazioni dello scontro con Silvio Berlusconi sono prevalentemente politiche, e solo secondariamente personali. Così come ho scritto che Fini non ha torto, quando indica alcuni rischi che il centro destra corre. Non condivido la scelta dei temi, da lui fatta per distinguersi, e non credo affatto che la svolta radical-libertaria (con annesso richiamo ad un incolpevole Giorgio Gaber) sia destinata a portare efficacia e credibilità. Non si sente il bisogno di nipoti dei fiori. Ma l’intero sistema politico, non solo il Popolo delle Libertà, deve trovare un punto d’equilibrio fra la personalizzazione delle campagne elettorali e la necessità di selezionare idee e uomini nuovi. Sono convinto, con Rigoletto, che i cortigiani siano “vil razza dannata”, e le voci indipendenti restano preziose, anche se fastidiose.

Fini, però, si trova in una posizione singolare, in gran parte insostenibile. Sia che resti all’interno del Pdl sia che ne esca, sia che dia vita a nuovi gruppi parlamentari sia che giunga a più miti consigli, come fa a svolgere la funzione cui la maggioranza lo ha eletto? Alla prima presa di posizione sulla centralità del Parlamento e contro la proliferazione dei decreti legge, le sue parole verrebbero lette come la continuazione dello scontro interno ad un partito, e, per ciò stesso, sarebbero imbracciate dagli oppositori per colpire la maggioranza, di cui lui continuerebbe a far parte. Alla prima calendarizzazione (orrendo modo d’indicare l’organizzazione dei lavori parlamentari), o al primo indirizzo circa il voto segreto che sia favorevole al governo e avverso dall’opposizione, subito si direbbe che si tratta di una costrizione cui si è dovuto piegare, pena l’essere buttato fuori. Senza contare che se la maggioranza dovesse entrare in crisi a seguito delle sue posizioni, accadrebbe che il Presidente della Repubblica dovrebbe consultarlo, non si sa se come causa o come carica preposta ad evitare le crisi.

Inoltre, egli si è sottratto alla campagna elettorale, non ha preso parte alle manifestazioni di partito, adducendo la ragione della sua carica istituzionale, ora, però, a parte l’infondatezza scolastica di tale motivazione, si troverebbe, dalla medesima sedia, a gestire la fondazione di un nuovo gruppo o l’avvio di una lotta intestina, buttando nel ripostiglio tutti quei latinorum ipocriti che recitano il verso scialbo del “super partes”.

I presidenti delle due Aule sono eletti dalla maggioranza, all’inizio delle legislature, proprio perché rappresentano la volontà parlamentare di chi ha vinto le elezioni. Quando i vincitori sono saggi, il che non avviene sempre, scelgono candidati che sappiano garantire la regolarità dei lavori e il rispetto delle minoranze, oltre che di ciascun parlamentare. Questo, però, non fa dei due presidenti dei soggetti quirinalizi, perché diversa è la loro natura e la loro funzione, così come descritte dalla Costituzione. Si dirà: ma un tempo si assegnava il presidente di una delle due Camere alla minoranza. Sbagliato: Pietro Ingrao fu il primo presidente comunista della Camera (poi seguito da Nilde Iotti) proprio perché il suo partito cessava d’essere opposizione e compartecipava ufficialmente alla cogestione (difatti furono scritti, in quel momento, pessimi regolamenti parlamentari, che ancora, in parte, ci portiamo appresso).

Infine, se non sono io a sbagliarmi, se le ragioni dello scontro sono politiche, queste devono trovare voce in modo autorevole, non potendo essere rappresentate da qualche iracondo e supponente ufficiale di complemento, il che esclude il congelamento istituzionale di chi guida le truppe, come sconsiglia, vivamente, l’uso della carica istituzionale per tenerle assieme. Non a caso, infatti, i presidenti delle Camere sono (dovrebbero essere, diciamo) persone autorevoli che, però, non capeggiano forze o manipoli politici, oppure ex capi di partito, cui l’esito delle passate battaglie ha insegnato il valore dell’equilibrio. Fuori da questo ci sono le mezze cartucce, messe lì perché eseguano, o quelli che si trovano nel posto sbagliato. Fini, oggi, è nel posto sbagliato.

A meno che non abbiano ragione quanti ritengono che l’agitazione in atto sia tutta concentrata su questioni personali: dal peso che si pretende di avere nella coalizione al numero di posti che si vuol garantire agli accoliti, dal desiderio d’essere il primo nell’ordine dinastico di successione alla speranza di gestire in esclusiva il rapporto con chi porta i voti grazie ai quali l’intera compagnia s’è attendata dove si trova. In questo caso, allora, sarei io a sbagliarmi, le idee c’entrerebbero poco e niente, mentre la cameratesca misurazione delle rispettive potenzialità prenderebbe il sopravvento, in una guerra di galletti che si suppongono crestuti. Se così è, mi scuso: Fini rimanga al suo posto, in attesa di finire allo spiedo.

via Davide Giacalone

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Capacità di attrazione vicina allo zero

IL PARADOSSO DEL CASO FINI

Un favore alla Lega

Accade continuamente che certe nostre azioni, volte a ottenere determinati risultati, producano effetti opposti, in contrasto con le nostre intenzioni. Una delle ragioni per le quali è possibile che il presidente della Camera Gianfranco Fini cerchi un accomodamento dell’ultimo minuto con Berlusconi consiste nel fatto che una scissione potrebbe ampliare ulteriormente gli spazi di manovra della Lega di Bossi. Sarebbe paradossale se proprio Fini, il leader che contrasta il peso politico della Lega nella maggioranza e nel governo, si trovasse nella condizione di favorirne involontariamente l’accrescimento anziché il ridimensionamento.

Nel breve termine, come ha osservato Stefano Folli Il Sole 24 ore, una scissione dei finiani potrebbe esaltare il ruolo della Lega nel governo non lasciando a Berlusconi altra scelta se non quella di rafforzare ulteriormente l’asse con Bossi. Ma le conseguenze di più ampia portata si avrebbero in sede elettorale con o senza elezioni anticipate. Oggi, complici anche certe letture superficiali dei risultati delle regionali, la forza della Lega appare alquanto sopravvalutata. La Lega ha infatti ottenuto un grande successo ma con la complicità dell’astensione (l’astensionismo ha colpito il Pdl non la Lega). E’ plausibile che, nelle prossime elezioni politiche, riassorbito l’astensionismo, i rapporti di forza fra Lega e Pdl possano tornare più o meno ai livelli delle politiche precedenti. Ma se ci fosse una scissione le cose cambierebbero. Il Pdl apparirebbe al Nord ancor più fragile di quello che è e la Lega potrebbe avvantaggiarsene strappando molti elettori al partito di Berlusconi. L’egemonia leghista al Nord diventerebbe allora una «profezia che si autoadempie». La scissione finiana contribuirebbe al risultato.

Inoltre, quale che sia la consistenza delle truppe finiane, è probabile che il grosso di quelle truppe sia dislocato essenzialmente nel Centro-Sud, da Roma in giù. Fini potrebbe così trovarsi, involontariamente, alla testa di una specie di Lega Sud, con una capacità di attrazione nel Nord del Paese vicina allo zero o giù di lì. Sarebbe un passo in più verso uno scenario un po’ fosco, quello di una netta divisione politico-territoriale fra Nord e Sud.

D’altra parte, sono i numeri a dire che fino ad ora è stata solo la leadership di Berlusconi a tenere insieme le diverse anime territoriali della maggioranza. Fini ha però di fronte a sé anche un’altra opzione: fare ciò che fino ad oggi non ha fatto o non è riuscito a fare come ha osservato Ernesto Galli della Loggia, sul Corriere del 16 aprile. Evitare la scissione e costruire una corrente, interna al Pdl, dotata di un suo chiaro e riconoscibile programma, capace di parlare davvero all’elettorato di destra. In questo caso, Fini si doterebbe di una certa forza contrattuale da spendere nelle trattative con Berlusconi, Tremonti e Bossi sulle varie questioni interessate dall’azione del governo. È una strada sdrucciolevole: elaborare un programma siffatto soprattutto, sulle questioni economiche non è facile. Ma sembra anche, per Fini, l’unica possibilità. Limitarsi a fare il controcanto ogni volta che Berlusconi parla, come il Presidente della Camera ha fin qui scelto di fare, può strappare applausi alla sinistra ma, politicamente, non porta da nessuna parte. Con o senza scissione.

via Un favore alla Lega – Corriere della Sera.

L’analisi politica di Angelo Panebianco, che tra l’altro risponde con due parole alle approfondite analisi post-elettorali bersanian-finiane, quando non si dedicano alle “parole impalpabili“, quelle che impongono l’inversione di rotta: “i milioni di voti persi” di cui si riempie la bocca la Perina intervistata, che mostrerebbero la crisi irreversibile del Pdl, il tramonto inesorabile direbbero quelli che “fanno pensiero, pensiero libero.

“Oggi, complici anche certe letture superficiali dei risultati delle regionali, la forza della Lega appare alquanto sopravvalutata. La Lega ha infatti ottenuto un grande successo ma con la complicità dell’astensione (l’astensionismo ha colpito il Pdl non la Lega)”.

Ignorando i problemi veri e reali e anzi paradossalmente, così come spiega il professore accrescendoli. E facendo più di un favore alla Lega, così come hanno fatto, creando seri danni politici, in quest’ultimo anno. Perché “Limitarsi a fare il controcanto ogni volta che Berlusconi parla, come il Presidente della Camera ha fin qui scelto di fare, può strappare applausi alla sinistra ma, politicamente, non porta da nessuna parte. Con o senza scissione.”

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