Nessuno paga il biglietto per questo genere di repliche

C’è una repubblica costituzionale fondata sul lavoro e una materiale fondata sulle chiacchiere. Ai cittadini – come ha ricordato il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano – preme la prima. Sopra ogni cosa preoccupa il lavoro, risorsa che la crisi ha reso ancora più scarsa aumentando le file dei disoccupati. È questo che interessa agli italiani: sapere quando ripartirà davvero l’economia e arriverà la ripresa. La conferma viene dai sondaggi che Sole 24 Ore e Ipsos stanno conducendo nelle regioni al centro della contesa elettorale. E stavolta statistica e senso comune vanno a braccetto.

Non è la situazione politica a preoccupare se, ad esempio, in Piemonte solo il 25% dice di considerarla un problema grave (è poco di più, il 28%, il dato su scala nazionale) contro il 73% che ritiene problema urgente l’occupazione, da associare a un altro 22% che teme per l’economia in generale.

[...] Il “dilemma democratico” – che ora finisce al vaglio della Consulta – era questo: e ancora una volta la politica, l’esercizio nobile della gestione del bene comune, avrà abdicato agli avvocati la sua missione in nome di una ben più prosaica volontà di sopravvivenza. E mentre la tenzone si fa sempre più di carta, il paese chiede soluzioni vere. Che sono quelle legate all’economia, a una ripresa ancora frammentaria e ritardata, alle infrastrutture carenti – freno allo sviluppo di tutto il territorio -, alle riforme che non arrivano e invece servirebbero a dare slancio alle forze migliori del paese.

[...] È questo il paese di cui la politica non parla perchè persa nelle fumisterie di schieramento. Un’altra prova? Ancora dal sondaggio piemontese: la Tav, la sofferta tratta ad alta velocità Torino-Lione, è ormai obiettivo più che condiviso anche nella sinistra (del resto il 76% dei cittadini della regione lo considera un beneficio). A questo dunque deve guardare chi chiede consenso. Alla competizione sui grandi temi di modernizzazione del paese.

E nemmeno gridare sempre e solo all’emergenza democratica è una strada proficua. È auspicabile che lo comprenda anche il Pd cui alcuni vorrebbero imporre – da spalti d’inchiosto o da tribune web – la soluzione del tirare la corda al massimo della resistenza. Una volta che la corda fosse spezzata, si avrebbe solo un paese diviso in due, ferito e smarrito: Berlusconi a gridare al golpe comunista, i regicidi a cantare vittoria senza i voti per renderla verosimile. Gli italiani a guardare il triste spettacolo. Nessuno paga il biglietto per questo genere di repliche.

via IL VOTO E L’ECONOMIA / Cercasi leadership per un paese di gente seria – Il Sole 24 ORE.

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Ancora su forma e sostanza

“La prima commissione del Csm, ha approvato all’unanimità una relazione del suo vice presidente Ugo Bergamo (ndr Csm: le denigrazioni del premier mettono a rischio la democrazia), con la quale si censurano aspramente i condizionamenti che la politica vorrebbe imporre alla magistratura. Da che pulpito viene la predica!”. Così commenta in una nota il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi. “Il vice Presidente Bergamo, mentre era già membro del Csm si è presentato candidato nel 2008 al Senato per l’Udc, nel 2009 è stato il dominus dell’Udc che ha stipulato gli accordi per gli assessorati nella provincia di Venezia, attualmente – sottolinea – è fervido e pubblico sostenitore con l’Udc della candidatura di Orsoni a sindaco di Venezia. Mi chiedo quale credibilità possa avere un Csm nel quale i suoi componenti, entrano ed escono come in una porta girevole dividendosi fra finta imparzialità e militanza partitica”.

via Berlusconi/ Giovanardi: Csm? Da che pulpito viene la predica – Politica – Virgilio Notizie.

A Giovanardi è sfuggito che l’ex Senatore Bergamo è stato, inoltre, candidato anche alle Europee del 2009 nella Circoscrizione Italia Nord Orientale (Trentino – Alto Adige – Veneto – Friuli V.G. – Emilia R.) e alla Presidenza della Provincia di Venezia, sempre da membro indipendente ed imparziale del Csm. E’ componente, in qualità di membro Laico di nomina parlamentare, del Consiglio Superiore della Magistratura infatti dal 2005.

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Le inutili chiacchiere

E’ ancora un “vecchio arnese” a parlare.

Il palinsesto italiano mette in scena in questi giorni la pièce Attenti alla corruzione. Sarebbe spuntata come un fungo dopo le piogge di queste settimane, dicono le cronache. Molti pensano che con la primavera elettorale svanirà: nessuno ne parlerà più, come nelle migliori tradizioni della nostra compagnia di giro politico-mediatico-giudiziaria.

[...] La rinuncia alle riforme è una delle ragioni di fondo dell’attuale emergenza-corruzione. E’ come se la politica – bruciata dai molteplici tentativi falliti, e abdicando alle sue funzioni fondamentali – lanci da tempo a tutti un messaggio disperante: il sistema è strutturalmente malato e irriformabile. Ergo: ognuno faccia quel che crede.

Calate questa impotenza, questa assenza di visione e di leadership, su un paese non particolarmente dotato di spirito pubblico, e otterrete il risultato. Scontato, matematico. In un sistema che fa acqua da tutte le parti, la corruzione diffusa non può che aumentare.

Se questo è il quadro, invece di urlarsi addosso, flagellarsi, giustificarsi, denunciare, titolare, esagerare, bisognerebbe fare una sola cosa. Tornare, con un inopinato scatto di serietà, a parlare di riforme. E magari a farle. Ma temo che non avverrà, e che dovremo sorbirci molte repliche della pièce, almeno fino alle prossime elezioni.

via Le inutili chiacchiere sulla corruzione e le riforme che non si fanno – The Frontpage.

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Non è solo la politica

Etica e politica. Ernesto Galli della Loggia replica alla lettera di Franco Bernabè (sì l’Ad di Telecom Italia), Troppe clientele poco merito, che aveva preso carta e penna ed era intervenuto nel dibattito aperto da quest’altro commento dello stesso Galli della Loggia. La corruzione e le sue radici. Le colpe non sono tutte della politica. Questo invece il pezzo di Marco Vitale a cui si fa riferimento. Se vince il senso di impunità.

Di chi può mai essere la colpa della corruzione italiana se non della politica? Di chi se non dei politici – beninteso di quelli per cui votano gli “altri”? Si mettano dunque l’una e gli altri sul banco degli accusati per la meritata, inevitabile condanna. Così la pensano oggi moltissimi italiani i quali non vogliono sentirsi dire che la corruzione di questo Paese – anche quella pubblica – è invece qualcosa che viene dal profondo, che rimanda alla storia vischiosa, oltre che del nostro Stato, della nostra società; ai suoi meccanismi e vizi inveterati. No, guai a dirlo: si è subito sospettati di voler cancellare le responsabilità individuali, di voler “salvare i ladri”. Che c’entriamo noi con la corruzione? La colpa è solo della politica.

In questo modo sta per ricominciare oggi il circolo perverso avviatosi nel ’92-’93. Infatti, se si mettono così le cose è fatale che agli occhi dell’opinione pubblica l’immagine di tutta la politica e di tutti i politici ne esca complessivamente a pezzi. Con l’ovvia conseguenza, che più ciò accadrà e più solo i mediocri o gli spregiudicati accetteranno di entrare nell’arena pubblica, e che quindi, alla fine, la politica risulterà ancora di più inetta e/o corrotta, accrescendo ulteriormente la sfiducia e la disistima generali. Sta per ricominciare alla grande, insomma, il meccanismo implacabile dell’antipolitica. Il meccanismo che si mise in moto all’epoca di “Mani pulite” e i cui risultati nonostante l’avvicendarsi di governi di destra e di sinistra, sono sotto gli occhi di tutti: allora svergognata e vilipesa la politica non si è rinnovata per nulla, la qualità dei suoi protagonisti è anzi in media peggiorata, ed essa non è stata capace né allora né poi di correggere un bel nulla del sistema che aveva portato a Tangentopoli.

Non è questione di pensare che la corruzione sia “connaturata” alla società italiana. Bensì di convincersi che essa è innanzi tutto della società italiana. Di convincersi cioè che, in Italia, in tanto la politica può ospitare un così alto numero di traffichini e di lestofanti, in tanto può rappresentare un ambito d’elezione per un così gran numero di scambi e guadagni più o meno loschi, in quanto, e solo in quanto, ha come sponda, come interlocutrice permanente, una società moralmente opaca come la nostra. Perché alla fine delle due l’una, insomma: o si nega che quella italiana sia una società di tal fatta (e mi sembra davvero difficile), o si deve sostenere che tra lo standard morale della politica e lo standard morale della società non c’è alcun rapporto necessario (e si dice una palese assurdità). Naturalmente c’è sempre una terza possibilità (che sospetto sia proprio quella fatta ipocritamente propria da molti abitanti della penisola): e cioè credere, o fingere di credere, che in una società di diavoli i politici, non si sa per quale miracolo, possano – anzi debbano – essere degli angeli; e la politica, di conseguenza, una specie di anticamera del paradiso terrestre. Tutti coloro che, come Marco Vitale, rimproverano alla politica in genere, e dunque anche alla sinistra, di non aver preso le misure necessarie per una vasta e radicale opera di moralizzazione pubblica, dovrebbero innanzi tutto chiedersi: ma siamo sicuri che quel partito o quello schieramento che lo avesse fatto avrebbe avuto il consenso degli elettori italiani? O non sarà forse che un’opera del genere – per come è l’Italia, il suo mercato del lavoro, i suoi rapporti patrimoniali, per come sono abituati i suoi pubblici dipendenti, per come sono le sua abitudini diciamo così fiscali – non sarà forse che un’opera del genere avrebbe suscitato molte più opposizioni che consenso? E perché altrimenti nessun partito, nessuno schieramento, ha mai preso questa strada?

Di fronte agli scandali in cui è coinvolta la politica (anche o soprattutto la politica) molti uomini e donne impegnati nelle attività private, nel mondo del fare come oggi si dice, amano invocare rispetto delle regole, meritocrazia, presenza di poteri contrapposti, trasparenza, orgoglio di ruolo. Lo ha fatto l’altro giorno anche Franco Bernabè su queste colonne. Confesso di non aver ben capito a chi fosse rivolto di preciso una tale astratta invocazione – che anche in questo caso come in altri casi, di altri autori, evita di fare nomi e cognomi – ma spero che comunque il presidente della Telecom mi perdonerà se gli rivolgo una domanda impertinente: in che misura a suo giudizio il sistema delle imprese italiane e quello bancario – e la stessa Telecom, aggiungo, toccando davvero il colmo dell’impertinenza - si attengono alle prescrizioni da lui messe nero su bianco? Personalmente penso che lo facciano parecchio meno di quanto dovrebbero e di quanto accada di solito in altri Paesi, a cominciare per esempio dagli Stati Uniti. Basta vedere l’accanimento tenace con il quale tutto quel mondo si è opposto ad un’efficace legislazione sulla “class action”; e se non sbaglio senza che nessun suo esponente alzasse la minima voce contraria. Non è solo la politica, insomma, a non avere le carte in regola.

Se non cominceremo una buona volta con il dirci tutto questo, con il dircelo ad alta voce e dircelo di continuo, potremo pure mandare periodicamente all’ergastolo tutti i “marioli” e i “birbantelli” del caso, potremo pure in un raptus suicida nominare Marco Travaglio ministro della giustizia, ma rimarremo sempre quello che siamo: una società malandrina, spietata e al tempo stesso accomodante, un Paese sostanzialmente senza legge e senza verità.

via L’Italia ipocrita e quelle domande alle quali non si vuole rispondere – Corriere della Sera.

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C’era una volta

L’attesa spasmodica – con il Secolo che ogni giorno ripubblicava l’invito dell’imminente intervento di Fini, intervistato da Stefano Folli e Luigi Amicone sulla “nuova politica. Quali sono i nuovi temi della politica italiana e come la nuova destra si rapporta ad essi” – è finalmente finita. Certo l’affaire Bertolaso gli ha tolto un po’ di visibilità mediatica, ma finalmente sappiamo. Dobbiamo “riconfigurarci“. Sta tutto lì il problema. E poi dobbiamo “guardare oltre le vecchie dicotomie” perché «La politica non si può fare con lo specchietto retrovisore». Ed è giunto il momento di comprendere, ha aggiunto Fini, “come le porte di oggi siano girevoli” chiarendo, quindi, come sia assurdo pensare “che ci siano ortodossia ed eresia“. E mi raccomando: Il Pdl non sia subalterno alla Lega (Lodovico Festa ci fa l’elenco delle subalternità di Fini).

Promesse e provocazioni tante, proposte politiche “operative” nessuna. Neanche l’ombra, a meno che qualcuno non arrivi a sostenermi che attraverso una polemica strategica piccola piccola, senza alcun respiro “alto” contro gli alleati di governo (anche questa volta in piena campagna elettorale, come per le Europee e dopo l’intesa sbandierata e gestita personalmente) si costruisca occultamente il progetto politico per arrivare ad una destra moderna ed europea. Rivendicazioni e parole tante: è da mesi (ormai quasi un anno) che le sentiamo: sempre le stesse. Dal “sofferto” congresso quando, elaborando il nuovo Pantheon (poi ulteriormente rielaborato dal gemello omozigote), hanno iniziato a spiegare cosa si sarebbe dovuto fare:

“Liberarsi dalla cultura di un partito e di una tradizione politica, prendere ciò che di buono viene dalla propria area di riferimento e impossessarsi, senza pudore, dei contributi e delle riflessioni che, solo per esigenze di scuderia, venivano percepiti come ‘altri’”.

E cosa tutti dovrebbero fare, pena l’inclusione automatica tra i ”cattivi”, tra chi, “in politica ma non solo, ha terribilmente paura di fare quel maledetto passo in avanti”, tra chi vuole “rimanere inesorabilmente indietro, anzi, molto indietro” e l’esclusione, anche quella immediata, dalla destra trendy dallo stile sobrio di cui tutti sono tanto invidiosi.

Tremendamente tautologico, scriveva lui. E poi la solita tiritera: Non vogliamo fare nessuna rottura, vogliamo solo “fare” discussione, vogliamo elaborare autonomamente, non abbiamo nessuna intenzione di tradire nessuno. Vogliamo, vogliamo, vogliamo. Ok ci crediamo! Andiamo avanti? Possiamo finalmente “andare oltre” avrebbe detto Tatarella? Possiamo sentire, finalmente come immaginate di costruire questo partito a parte le provocazioni e le eresie? O sta tutta qui la progettualità? Nelle polemiche infinite su tutto? Nello sparare a zero, contrapponendosi costantemente per diversificarsi? Come se il “valore” da ricercare spasmodicamente fosse solo ed unicamente la “differenziazione” a tutti i costi? Nel continuare a rivendicare quegli “spazi” che nessuno, mi pare di poter dire senza tema di smentita, gli ha finora negato? Parlano lui e la sua officina su tutto e di tutto su qualsiasi organo di stampa con piena libertà di azione e di “movimento” in piena “autonomia” politica (sicilia e candidature “imposte” e “calate” secondo quote, e con gli stessi criteri che in altre regioni si criticano, alla regionali docet). Qui Granata dopo aver garantito personalmente che, per tanti anni, quando lui è stato in “giunta con Cuffaro, nell’azione concreta di governo, Cuffaro non ha mai proposto un atto che oggettivamente fosse di confine rispetto a interessi mafiosi” (sarebbe diventato pericoloso e contiguo alla mafia solo dopo che lui è uscito dalla giunta?) si esprime liberamente contro il processo breve e favorevolmente ad un metterlo “definitivamente in stand-by”. Poi chiama a raccolta “Micciché, Lombardo, i finiani e Lumia, lanciando l’idea degli Stati generali dell’autonomia” (quella degli stati generali sta diventando un pallino, altra indizione questa volta escludendo il suo partito dall’appello). Conducono costantemente una guerra di movimento (rifacendosi alle storiche tattiche radicali) che niente ha a che fare con le prospettive di un partito maggioritario e di governo e con il dibattito costruttivo che si dovrebbe sviluppare al suo interno per arrivare ad una sintesi delle posizioni, senza che nessuno glielo impedisca, mi pare. Siamo riusciti anche a vedere in questa legislatura un caso più unico che raro di un vicecapogruppo che interviene alla Camera dicendo una cosa e poi vota contro la cosa pochi minuti prima sostenuta. O la progettualità sta in quel mischiare sempre, “furbescamente” insieme, quelle che dovrebbero essere (sono?) le posizioni istituzionali e super partes, assolutamente condivisibili e ovvie, anzi che dovrebbero servire da stimolo per tutti, che prevedono accordi bipartisan con le opposizioni per fare le riforme e il parlar di politica da co-fondatore di un partito? Leggi il resto »

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Puo darsi che sia un dettaglio

Voglio esprimere solidarietà a Fausto Bertinotti che, suo malgrado, s’è visto costretto a scrivere, pubblicamente, di affari che dovrebbero restare strettamente suoi. A taluno può sembrare poca cosa, a me sembra un’inutile umiliazione. Detto questo, però, occorre riflettere sul come si sia potuti arrivare a tale punto, senza omettere le responsabilità, enormi, di ciascuno.

Sul fronte giudiziario, la barbarie s’è stabilizzata al seguente equilibrio: l’inchiesta giudiziaria è da considerarsi un elemento infamante, ma solo se riguarda l’avversario. L’indagato amico è una vittima, e l’avviso di garanzia, in quel caso, solo un “atto dovuto”. L’indagato nemico è un delinquente in attesa di condanna, e l’avviso di garanzia la dimostrazione che i sospetti erano fondati. Procedendo su questa strada, e considerato che la gran parte dei procedimenti non arriva ad un bel niente, nulla ha più valore e ciascuno si tiene stretti i propri idoli. Nel Paese in cui l’avviso di garanzia era l’equivalente di una condanna, talché i malcapitati dovevano sparire dalla vita civile, è andata a finire che neanche i condannati si tolgono di torno.

Al contempo, capitava che, per certificare la propria esistenza sulla scena politica, contano più i “cafonal” (marchio di fabbrica di D’Agostino), più le presenze mondane, più le foto d’abbuffata, che non l’attività in Parlamento. Il mondo delle serate e delle comparsate, almeno, è visibile, mentre il lavoro in Aula e in commissione nessuno è disposto a considerarlo veramente tale. Una volta erano le divette e gli attori al debutto, a cercare di farsi fotografare negli ambienti della Roma perditempo, ora s’è fatta lunga la fila dei presunti leaders politici che, con i rispettivi coniugi, sprizzano, fin dai più reconditi pori, la gioia d’esserci arrivati. Bertinotti, come tanti altri, non si è sottratto, sicché oggi non comprende attraverso quali vie i canoni comunicativi di Cinecittà siano potuti diventare quelli di Montecitorio.

Può anche darsi che una parte del popolo si sollazzi, a tale spettacolo. Sono sicuro, però, che c’è anche chi storce la bocca, che preferirebbe un mondo politico con costumi più riservati, con un’idea più grave del ruolo che ricopre, e che sia in grado di sentire il disagio, per non dire la rabbia, circa il confondersi dei giudizi penali con quelli estetici.

Puo darsi che sia un dettaglio, o che sia divenuto troppo sensibile, ma in questi passaggi vedo i sintomi di un declino profondo e triste, sia della nostra vita collettiva che della credibilità delle istituzioni.

via Il Legno storto, quotidiano online – Politica, Attualità, Cultura – L’avviso e il pettegolezzo.

Solo altri rumors e voci?

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La sindrome della tribù

Continua la discussione partita dal pezzo di Riotta. Per chi nel tempo abbia avuto modo (e la pazienza) di leggere questo blog, ritroverà nelle opinioni espresse da Romano, molte delle cose ripetutamente scritte e vanamente anticipate anche qui. Probabilmente. Purtroppo ora la “distesa di piccoli accampamenti ben fortificati, con pochi e stretti sentieri di collegamento e uno scarsissimo flusso in entrata e in uscita da ogni recinto”, sembra aver occupato, ad imitationem, anche ampi spazi della c.d. discussione all’interno del centrodestra. Non male come effetto “costruzione” di una destra plurale e moderna.

Il rischio: non cercare lo scambio ma far gruppo tra simili …

La sindrome della tribù che può uccidere il web di Andrea Romano

[...] Eppure c’è qualcosa nelle modalità con cui la discussione pubblica italiana si è intrecciata con internet che rimanda ad una particolarità della nostra storia recente. Le molte contumelie che ogni giorno ci capita di leggere su internet ovunque si discuta di politica non hanno niente a che fare con la nostra buona o cattiva educazione, ma descrivono i confini di un’opinione pubblica che sulla rete si è organizzata secondo una struttura tribale.

Dove ci si ritrova attorno al focolare di un’opinione della quale si è già ampiamente convinti, cercando conforto nello specchio virtuale di un’identità che sentiamo già nostra e dunque maledicendo chiunque si affacci in quello spazio per metterla in discussione. Quella che vediamo sulla rete politica italiana somiglia ad una distesa di piccoli accampamenti ben fortificati, con pochi e stretti sentieri di collegamento e uno scarsissimo flusso in entrata e in uscita da ogni recinto. Tutto il contrario di un’agorà tecnologica, perché lo scambio di informazioni non è funzionale all’eventuale cambio di opinione ma serve solo a cercare conferma a convinzioni già marmorizzate.

Se proprio volessimo cercare un colpevole non lo troveremmo certo in Grillo né in un qualsiasi altro tra i molti capi-tribù del nostro dibattito virtuale, che semmai hanno avuto l’acume di comprendere meglio di altri le caratteristiche di un fenomeno che appare molto peculiarmente italiano. Le ragioni sono forse da ricondurre ai modi nei quali si è organizzato – ben lontano da internet – un confronto politico che da circa quindici anni ripropone le stesse linee di divisione interna. Anche qui con rare modifiche e con scarsissimi flussi in entrata e in uscita, ma con l’articolazione di blocchi elettorali e di opinione pubblica che appaiono sorretti da convinzioni identitarie ben poco permeabili al flusso di informazioni.

Quei blocchi hanno conosciuto esperienze di innovazione nella comunicazione e nei linguaggi politici anche molto rilevanti, che tuttavia fino ad oggi non hanno avuto bisogno di attingere alla rete come strumento di creatività o di partecipazione. Si pensi all’esperienza berlusconiana, che dal primo discorso del 1994 (“L’Italia è il paese che amo…”) fino al contratto elettorale e poi alla diffusione del pamphlet di immagini “Una storia italiana” si è rivelata assai più innovativa di quanto sia stato tentato dal centrosinistra. È di questi giorni, ad esempio, la campagna di manifesti di Bersani in cui il suo bel volto viene associato ad uno slogan (“Per l’alternativa”) che appare letteralmente teletrasportato dalla fine degli anni Settanta. Eppure né l’innovativo Berlusconi né il più rassicurante centrosinistra sono ancora riusciti a cogliere le potenzialità partecipative della rete, come negli ultimi anni è stato fatto non solo dal solito Obama ma anche dal più vicino Sarkozy. Finendo per ignorare un luogo come internet che, in mancanza di nuove offerta politica, ha finito per essere dominato dal tribalismo e dalle sue liturgie.

update: La Rete? Spazio in cerca di utenti di Alberto Mingardi

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Misurare le parole

L’autore è un folle, ma il motivo è la politica

E inutile dunque che la Trimurti che ha messo in piedi questo assioma, Di-Pietro-Santoro-Travaglio, faccia ora complicati distinguo tra la critica legittima e l’istigazione all’odio. E’ il contenuto della loro critica che non è politico, ma antropologico e infamante. Dunque è un’istigazione all’odio. Ieri Travaglio ha infatti scritto sul sito di Grillo una vera e propria apologia dell’odio: «Non vedo per quale motivo qualcuno non potrebbe odiarlo».

La quarta domanda: Berlusconi è corresponsabile di questa personalizzazione, e di conseguenza di questo clima di odio? Il premier è responsabile di molti mali della politica italiana, su questo non ci piove. Ma l’idea che possa essere lui la causa dell’aggressione di cui è stato vittima ricorda molto le tesi giustificazioniste di chi sosteneva che la causa del terrorismo era l’ingiustizia della società. La madre di questi cretini è sempre incinta, e ieri ci ha pensato Di Pietro a ricordarcelo. Non c’è mai l’attenuante della provocazione per chi ricorre alla violenza. E su questo deve stare molto attenta anche l’opposizione seria, quella del Pd per esempio. Il «senza se e senza ma» di Bersani deve stroncare ogni ambiguità. E la sua visita a Berlusconi in ospedale è un gesto di forte significato, che da solo ripara alla scivolata della Bindi.

Qui ampia rassegna stampa sulle molte madri incinte e sull’ampio ventaglio di democratiche reazioni agli «sguaiati commenti del giorno dopo», dove sarebbe «rimasto ignoto a molti, anche a sinistra, il concetto (assai snobbato in questo paese) di responsabilità personale (non è ignoto a Oliviero Beha, diamogliene atto pubblicamente, che nel suo ultimo impegno televisivo di ieri è esploso: per un pazzo che ha spaccato un labbro al cavaliere…). Dopo che era «già partita la campagna televisiva di demonizzazione e criminalizzazione dell’opposizione (per un idiota in cura al Policlinico che ha lanciato un souvenir!)». Campagna, che ovviamente, sarebbe stata messa in piedi proditoriamente dai «maggiordomi piduisti del premier», che non vedevano l’ora di punire chi ha prontamente risposto e non è si lasciato intimidire dall’uso «politico del souvenir di Tartaglia», davanti all’ennesimo «prevedibile attacco a tutti coloro che non sono stati proni al premier negli ultimi mesi (inclusi Fini e Casini)».

Berlusconi scriveva ieri l’Unità «è incappato in un miracolo!»

«Purtroppo – proseguiva Oreste Pivetta – quel Duomo in faccia, che gli ha tolto le forze per qualche secondo, gli ridarà vigore e titoli per l’ennesima, campagna elettorale, in un Paese che grazie a, lui e ai suoi simili è sempre in campagna elettorale».

Aspettiamo ora con ansia, come prevede Galan, la prossima puntata del Dandini Show, dove ci spiegheranno ridendo e facendo satira, come  il cavaliere si sia autoaggredito.

E si che il povero Napolitano, insiste ostinatamente, rivolgendosi a tutti gli italiani che dovrebbero essere egualmente preoccupati: «Fermare la tensione politica, misurare le parole. Ciascuno faccia la sua parte».

E’ stato aggredito e ferito il Presidente del Consiglio, e anche se risulterà essersi trattato del gesto di uno squilibrato dobbiamo esserne tutti egualmente allarmati. E quando dico tutti intendo tutti gli italiani che credono nella democrazia e che vogliono veder garantita nel nostro paese una pacifica convivenza civile. Dunque il senso delle mie dichiarazioni di ieri sera è: impediamo subito, risolutamente, che rinascano forme di violenza che l’Italia, in un passato non lontano, ha già conosciuto e duramente pagato.

Anche lui ignorando e snobbando il concetto di responsabilità personale. Evidentemente.

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Taluni silenzi

Da Pallante a Tartaglia di Davide Giacalone

Il gesto d’un demente non deve cancellare il significato politico delle cose dette domenica scorsa. [...] Prima di ragionare sull’accaduto serale, però, fermiamoci su quanto Silvio Berlusconi ha detto, dal palco: il governo funziona, noi andiamo avanti. La mia sensazione era diversa, e l’ho scritto, non sembrandomi che governo e maggioranza godano di così buona salute. Avevamo, pertanto, messo nel conto anche l’ipotesi d’elezioni anticipate. Quelle del 2008 sono state vinte, dal centro destra, in modo netto, salvo il fatto che il cofondatore del partito unico ha preso a navigare per i fatti suoi e sul presidente del Consiglio è tornata a pesare l’ipoteca giudiziaria. Gli elettori, insomma, si sono espressi chiaramente, gli eletti, invece, annaspano nel sempre uguale. I primi hanno scelto per il presente, i secondi, però, preferiscono occuparsi di un (loro) futuro, di cui sfuggono i contorni.

Parlando ai milanesi, Berlusconi ha cancellato l’ipotesi d’elezioni ravvicinate. Questo era il messaggio più importante. Un segnale che le cose stavano andavano in quella direzione, del resto, lo si era avuto quando Pierferdinando Casini s’era lanciato nella bislacca (e scivolosissima, ci torno) idea di una specie di comitato di liberazione antiberlusconiano. Lo aveva fatto perché s’era mosso in direzione diversa, mettendo nel conto l’ipotesi di un’alleanza elettorale con Berlusconi (le sue aperture sulla giustizia andavano in parallelo con le chiusure di Fini), nel caso dell’anticipo immediato. Successivamente, secondo le intramontabili regole del mondo democristiano, ha corretto l’equilibrio negando con eccesso d’enfasi.

[...] Nel determinare un clima eccessivo hanno concorso le sconclusionatezze di ambo le parti. Ma non si può pensare che il rispetto, anche fisico, dell’avversario sia una subordinata del suo tacere o abbozzare. Non si può pretendere che chi governa taccia i mali profondissimi della giustizia italiana, nei giorni scorsi trasmessi in mondovisione, o accampare l’insana tesi che l’attesa di un giudizio penale abbia prevalenza sul giudizio elettorale. E se è vero che in uno Stato di diritto ci si difende nel processo, è anche vero che tutti gli ordinamenti democratici hanno guarentigie per gli eletti ed i governanti, così come che la pretesa di un giudizio morale, alternativo a quello elettorale, è tipico dello Stato etico, non di quello democratico.

Parteggiare per Silvio Berlusconi, e la sua formazione politica, è legittimo. Lo fa la maggioranza degli elettori, del resto. Battersi contro di lui e per l’altra parte politica è altrettanto legittimo. Lo fanno molti elettori, del resto. Ma pensare di risolvere la faccenda prescindendo dalla misurazione del consenso elettorale è antidemocratico. E’ illegittimo. Chi non lo capisce ha un difetto di cultura, e di coscienza. Non sa cosa sia il comune sentire istituzionale, sconosce il senso dello Stato. Per questo, talune parole sono state vergognose, ma taluni silenzi hanno dato i brividi.

via Il Legno storto, quotidiano online – Politica, Attualità, Cultura – Da Pallante a Tartaglia.

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