Mezza giornata

Le colpe del malpaese

Non è certamente colpa di nessuno, tantomeno del governo in carica, se scoppia un terremoto nel cuore della notte e devasta un’area sismica già censita nelle mappe della paura, provocando una dolorosa catena di rovine, morti e feriti. Quando l’instabilità del territorio si combina purtroppo con la violenza della natura, il cataclisma diviene inarrestabile e l’uomo non può che arrendersi alla fatalità.

E’ doveroso ora far fronte all’emergenza, soccorrere le vittime, assistere i sopravvissuti, ripristinare al più presto condizioni di vita normali e dignitose per tutti.

Ed è senz’altro opportuno accantonare per il momento qualsiasi polemica contingente, per concentrare gli sforzi in un impegno comune di solidarietà.

E meno male che stamattina tutti condividevano convinti (da leggere anche in cosa sarebbero di grande aiuto secondo lui i giornalisti). Per le polemiche c’è tempo.

E’ bastata una mezza giornata.

p.s.: sulle stime fatte dagli economisti ne aveva scritto lui.

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La politica del non fare

Da “IL SOLE 24 ORE” di martedì 10 marzo 2009

La zona grigia che inghiotte il Paese del fare di Guido Gentili

Della parte emersa si conosce ormai tutto (o quasi). Di quella sommersa assai meno. Ma è a questa zona grigia, tra burocrazie procedimentali e lentezze dei lavori del Parlamento, che occorre ora guardare con grande attenzione quando si parla di grandi opere pubbliche, energia e piani per l’edilizia come leva per uscire dalla crisi.

Quanto alla parte emersa è presto detto. Sappiamo da decenni che in Italia il fronte del “no” si nutre, insieme, d’ideologia e localismo ultracorporativo.

Non c’è stato Governo, di centrodestra (avversato politicamente per definizione) o di centro-sinistra (mai riuscito a evitare gli stop imposti dalla sua ala sinistra), che non si sia ritrovato a dover fare i conti con la “politica del non fare“.

E le stesse voci ambientaliste più responsabili sono state spesso costrette all’angolo, impossibilitate a far prevalere un disegno autenticamente riformista su questo terreno.

La sindrome di Nimby (“not in my backyard”, non nel mio cortile) è quantificabile in dati che non lasciano spazio ai dubbi. Sono 264 le infrastrutture bloccate per contenziosi vari, in aumento rispetto alla quota 193 registrata nel 2008. Energie “alternative” comprese, tipo i parchi eolici. A guidare il fronte del “no” (secondo l’Osservatorio Nimby Forum) gli amministratori pubblici locali e i comitati spontanei dei cittadini.

In questo quadro, un’informazione sul territorio trasparente e puntuale sul “che fare“, sui costi e i benefici per la cittadinanza rappresenta un punto irrinunciabile. Ma proprio da qui si può partire per fare un esempio di quella zona grigia che contribuisce a rallentare i processi decisionali.

È il caso del disegno di legge governativo all’esame del Senato dall’autunno scorso (risultante di uno “stralcio” della Camera del 5 agosto 2008) che fra l’altro si occupa della possibilità di impiantare nuove centrali nucleari e prevedere i siti per lo stoccaggio dei rifiuti radioattivi (tema tornato d’attualità dopo la bozza di accordo italofrancese voluta da Berlusconi e Sarkozy).

Secondo il Ddl, il Governo è delegato ad adottare entro il 30 giugno 2009 i decreti legislativi di riassetto normativo per i nuovi impianti, i benefici «diretti alle persone e alle imprese», le misure compensative e una rete d’informazione «diffusa e capillare» per le popolazioni interessate, le modalità di esercizio «del potere sostitutivo del Governo in caso di mancato raggiungimento delle necessarie intese con gli enti locali coinvolti».

Ma il Ddl, tra emendamenti e sub-emendamenti e in attesa dei pareri delle commissioni Affari costituzionali e Bilancio, è ancora all’esame della commissione Industria di Palazzo Madama e non è stato calendarizzato per i lavori d’Aula. Che vuol dire, con ogni probabilità, tempi lunghi per i decreti delegati, la “polpa” della manovra.

Il fattore tempo non è indifferente. E anzi in un periodo di crisi come l’attuale diventa decisivo. Vale per i lavori delle Camere. Vale per i passaggi tra un ministero e l’altro all’insegna di faticosi “concerti”. Vale, all’interno dei singoli ministeri, nei meandri burocratici in cui i provvedimenti s’incagliano tra una scrivania e l’altra. È la zona grigia e sommersa dell’Italia del mezzo “sì”. Che alla fine può assomigliare a quella del “no”.

guido.gentili@ilsole24ore.com

Dibattersi tra il fronte del no e la zona grigia diffusa non è decisamente il massimo in questo periodo di crisi.

E qui invece chi teorizza che la politica dei no, non esiste, è solo un copione scritto e imposto dalla potenza mediatica di “un capo che sorride e ha nel cuore le sorti del popolo contro un’opposizione frustrata e invidiosa: questo è il plot che la gragnuola delle dichiarazioni da telegiornale, molti talk-show, molti titoli strillati hanno confezionato e consolidato”, un siparietto propagandistico:

Come altre formule “pop” della destra di governo, lo slogan “sinistra del no” è semplice e funzionale: attribuisce all’opposizione una sorta di malumore preconcetto; e al governo un’alacre attivismo. Peso morto da una parte, motore virtuoso dall’altra. Il cliché rientra nel “normale” fastidio che questa maggioranza coltiva nei confronti dell’opposizione e delle sue prerogative.

Quale politica dei no, quindi. Solo costruzioni mediatiche che perdono di vista “la dimensione concreta dei problemi, che fanno scomparire il  merito, che è solo uno dei morbi più velenosi e ottundenti della scena pubblica italiana”.

Che io mi ricordi, comunque, non che conti molto, ma l’attuale opposizione in questo scorcio di legislatura mi sembra che non abbia detto “no” solo alla legge elettorale per le europee ed all’elezione di Zavoli, ma posso sbagliarmi, ovvio. Per il resto solo no, attendiamo ancora (con ansia) il momento in cui comunichino di dare la loro disponibilità a discutere di qualcosa (tranne qualche rara eccezione). “Attenti a non cementificare i cervelli ed aprire i cantieri in tribunale“, dice lui. Poi grande curiosità suscitano le personalissime e misteriose fonti che gli hanno consentito l’incipit, pontificando tra l’altro, sul cosiddetto “piano casa”, che, secondo lui

appare a una parte consistente dell’opinione pubblica come la deregulation della già sregolatissima cultura edilizia italica.

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