Ne servirà di più

Il momento di una rivoluzione giovane di Giampaolo Rossi

Chissà se il Presidente del Consiglio i consigli li ascolta. Chissà se è disposto ad ascoltarli fuori dalla cerchia dei consiglieri di professione di cui è circondato. Ma lo stato comatoso in cui versa il Pdl oggi, di cui la “Caporetto” delle liste regionali a Roma è solo l’ultimo episodio, impone un intervento drastico di indirizzo, prima che sia troppo tardi. In gioco c’è molto più di una tornata elettorale. C’è quel progetto metapolitico che dovrebbe consentire di attraversare la morte delle culture del ‘900 dando corpo ad un nuovo e moderno soggetto capace di modernizzare il Paese, cominciando dalla sua classe dirigente.
Allora, partiamo da un dato che sembra ormai assodato: il Pdl non esiste. O meglio esiste qualcosa che è un po’ più di un cartello elettorale e molto meno di un partito. E il Pdl non esiste non perché sia già morto, ma perché nessuno ha pensato di farlo nascere. E’ come un’eterna gravidanza con le sue nausee, i dolori, le speranze, il nome già scelto, gli abitini confezionati e l’attesa infinita di un tempo a venire in cui tutti si dimenticano che ogni nascita è uno strappo e una rinuncia a qualcosa di sé.

Il Pdl non è mai nato, perché chi doveva non ha saputo costruirgli un’identità politica e culturale. Le responsabilità del Premier, in tutto questo, ci sono indubbiamente se non altro perché il Pdl nasce dalla sua strenua volontà; ma alle sue responsabilità vanno aggiunta quelle di una classe dirigente stanca, incapace di visioni strategiche, spesso solo concentrata a crearsi aree di potere funzionali ad un dopo-Berlusconi ancora di là da venire. Il problema è che, in questi quindici anni, la classe dirigente di centrodestra, tranne rare eccezioni, ha vissuto di rendita lasciando sulle sole spalle del Premier tutto il peso di una scommessa che doveva rappresentare la nascita di una nuova Italia. E il paradosso è che sono proprio quegli ambienti maggiormente allergici alla “plastica” del ’94 e che hanno spesso guardato con sufficienza l’esperimento politico berlusconiano, ad avere le maggiori colpe; spettava alla destra post-missina, alle componenti cattolico-liberali e a quelle riformiste il compito di dare forma culturale e unitaria al fenomeno dirompente del berlusconismo prima e al Pdl poi. Così non è stato. I leader di queste zone grigie si sono limitati a costituirsi giardini murati, proto-correnti sotto forma di Fondazioni, consumandosi in una guerra di posizione e di attesa senza quasi mai una spinta che andasse verso la creazione di nuove sintesi oltre le proprie provenienze. E oggi il Pdl altro non è che la somma aritmetica delle vecchie rivalità interne a Forza Italia più le vecchie correnti di An in perenne guerra tra loro.

Ma il Pdl non è stato frutto di un elaborato teorema politico-culturale, partorito nei convegni dei soliti maniscalchi delle idee e scriba da new media; né, come il Pd di Veltroni, è nato all’incrocio dei grandi interessi del potere economico e finanziario che da vent’anni cercano una politica debole che garantisca la loro forza. Il Pdl è stata un’intuizione politica, sceneggiata in una fredda piazza milanese nel novembre del 2007, come tentativo geniale ed estremo di Berlusconi di scardinare l’immobilismo di un sistema che aveva esaurito la spinta propulsiva del decennio precedente. Questa è stata la sua forza ma anche la sua evidente debolezza. Da quella intuizione il Pdl non si è mosso, nonostante gli Statuti, i congressi e i tesseramenti online.

In questi ultimi mesi i danni generati dall’assenza di un partito e dalla mancanza di selezione della classe dirigente, sono ricaduti pesantemente anche sull’operato del Governo, segno questo che la “politica del fare” ha bisogno di appoggiarsi alla “politica dell’essere” qualcosa. Il modo in cui localmente il Pdl si è mosso attorno alla questione delle prossime regionali, dimostra che molto c’è da fare per renderlo adeguato alle sfide in atto: non solo il caso delle liste a Roma e a Milano; dalla scarsa lucidità strategica nella definizione di accordi locali, come ad esempio in Puglia, alla inconcepibile composizione delle liste in Toscana, dove il meglio della classe dirigente regionale è stata epurata, a vantaggio di logiche clientelari e di potere che farebbero rabbrividire un Politburo.

Quindi, se il Presidente del Consiglio i consigli li accetta, provo a dargliene uno. Dopo le elezioni metta mano subito al Pdl e lo trasformi da riserva di caccia di vecchie nomenclature, a spazio per una nuova classe politica (e non solo politica). Lo faccia con lo stesso coraggio avuto in altre occasioni, come quando ha formato il più giovane governo della storia repubblicana, affidando ministeri e ruoli importanti a quella generazione di trenta-quarantenni che rappresentano la dimensione giovane e vitale della politica.

Rinnovi il partito e con esso rinnovi il paese. Lo faccia nelle aziende pubbliche, nell’amministrazione, nei luoghi di elaborazione culturale e di produzione dell’immaginario simbolico. Sarà questa nuova classe dirigente che saprà dare forma alla sua straordinaria intuizione. A pensarci bene, lo stesso coraggio non basterà. Ne servirà di più.

Il Tempo, 11 Marzo 2010

via il blog dell’Anarca

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Summa e specchio

Un partito prigioniero di Angelo Panebianco

La tragicommedia non è ancora finita. Per ora il «golpe » (come certi oppositori, dotati, come ognun vede, di senso della misura e dell’equilibrio, hanno subito definito il decreto salva-liste) è stato bloccato da un Tar. Ieri la lista pdl nella provincia di Roma ha subito un nuovo stop. Vedremo gli sviluppi. Al momento, si constatano due conseguenze. La prima è data dal grave danno d’immagine che il centrodestra si è auto-inflitto e di cui è il solo responsabile. La seconda riguarda gli effetti sull’opposizione.

La reazione del Partito democratico fa riflettere. È possibile che abbia ragione Giuliano Ferrara («Il Foglio», 8 marzo): il Pdl aveva fatto un clamoroso autogol ma il Pd non è stato poi capace di approfittarne. I dirigenti del Pd avrebbero potuto dire: accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione. Sarebbero usciti da questa vicenda a testa alta, come l’unico partito importante dotato di senso delle istituzioni. Ma ciò avrebbe anche richiesto che il Pd fosse un partito diverso da ciò che è, un partito forte, capace di decidere da solo la propria agenda politica, non un partito debole e etero-diretto, un partito che l’agenda, nei momenti critici, se la fa dettare sempre da altri, si tratti dei giornali di riferimento o di Antonio Di Pietro.

All’indomani del decreto, incapaci di sfruttare il grande vantaggio tattico che il Pdl aveva loro offerto, i dirigenti del Partito democratico si sono subito infilati in una trappola. Parlo della manifestazione di sabato prossimo. Se non verrà annullata, risulterà per il Pd un boomerang e un pasticcio politico, in qualche modo summa e specchio di tutte le sue debolezze. I dirigenti del Pd possono negarlo quanto vogliono ma la manifestazione avrebbe necessariamente il carattere di una presa di posizione contro il capo dello Stato e non solo contro il governo. Il decreto salva-liste, infatti, è stato firmato e difeso da Napolitano. In questa situazione, la stella di Di Pietro, oggi vero leader morale dell’opposizione, brillerebbe: egli è infatti il solo non-ipocrita della compagnia, quello che dice pane al pane, quello che ha chiesto subito l’impeachment per il capo dello Stato. Si badi: se fosse vera la tesi (ma i costituzionalisti sono assai divisi) secondo cui il decreto crea un grave vulnus al processo democratico, allora Di Pietro avrebbe mille volte ragione a proporre l’impeachment. Quello del Pd risulterebbe dunque un capolavoro politico alla rovescia. Consentirebbe (e ha già consentito) al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica.

L’intera vicenda si presta a considerazioni amare sulla qualità, la tempra e la professionalità della classe politica, di destra e di sinistra. Sulle debolezze (tante e complesse) del centrodestra avremo modo di ragionare in seguito. Per quanto riguarda il Pd, basti ricordare che esso, incapace di tracciare una linea di divisione netta fra sé e il movimento giustizialista, incapace di combattere i giustizialisti (apprezzati da tanti anche al suo interno), ha finito per abbracciarli. E questo è il risultato.

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Precisazioni

Dopo che il Ministro degli Interni Maroni aveva precisato oggi:

che “se il Tar decide che una lista è fuori rimane tale, nonostante il nostro decreto. Avremmo potuto riaprire i termini invece abbiamo deciso di conservarli e abbiamo detto ai giudici: voi decidete sulla base non di nuove leggi, ma dell’interpretazione data dal governo. Non sappiamo se saranno ammesse, mi auguro che tra pochissimi giorni il quadro sia completo in modo da poter svolgere quel che resta di campagna elettorale serenamente da chi ha il diritto di svolgerla”.

via Maroni sollecita i giudici – Maroni, elezioni, regionali – Libero-News.it.

Arriva ora dal Tar del Lazio la decisione di respingere la richiesta avanzata dal Pdl di sospendere il provvedimento della Corte d’Appello di Roma con il quale era stata esclusa la lista per la Provincia di Roma dalle prossime elezioni regionali, spiegando in un’ordinanza che la documentazione non era stata presentata nei tempi utili perché “non c’è certezza né prova che il delegato del Pdl all’atto della presentazione della lista avesse con sé tutta la documentazione”. I giudici (la seconda sezione Bis del Tribunale, presieduta da Edoardo Pugliese), hanno fissato la discussione nel merito del ricorso al 6 maggio 2010, spiegando che l’eventuale rinvio alla Corte costituzionale sulla legittimità del decreto cosiddetto “salva-liste”, sarà deciso in quella sede.

A quanto pare le “regole”, le leggi e i giudizi continuano ad esserci in Italia e i Tribunali Amministrativi anche, non li hanno eliminati. Nonostante i ragionamenti. Continuano autonomamente a decidere.

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Impeachment per il Colle

Dopo la firma del decreto “interpretativo” (qui il testo) da parte di Napolitano e dopo aver letto i giornali stamattina Di Pietro chiede: “Impeachment per il Colle” e lo scrive in una nota.

«[...] stamattina, dalla lettura dei giornali ho appreso che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo. Se così fosse sarebbe correo visto che, invece di fare l’arbitro, avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta» afferma in una nota il presidente dell’Italia dei Valori, che aggiunge: «Allora, c’è la necessità di capire bene il ruolo di Napolitano in questa sporca faccenda onde valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l’impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni».

Dopo che ieri aveva così salutato la notizia: «È un abuso, andrebbero fermati con le forze armate». Di «decreto eversivo» aveva parlato il radicale Marco Cappato, secondo cui è in atto «un tentativo di porre il potere al di sopra e contro la legge» e secondo cui le elezioni a questo punto andrebbero annullate e riconvocate. Mentre per Emma Bonino, candidato tra l’altro nel Lazio, si stava assistendo ad: «una delle pagine più vergognose della storia del Paese dal punto di vista giuridico. Non ci sono parole. Non ci sono situazioni che possono autorizzare un governo a emettere norme palesemente illegali». Sinistra e Libertà, con Fabio Mussi, definiva invece il tentativo di reinserire le liste del centrodestra come veri e propri «brogli di Stato». Per Pier Luigi Bersani, infine, aveva dichiarato: «non si sa se c’è da piangere o da ridere».

Oggi anche il Pd cerca di difendere il Capo dello Stato e attacca Di Pietro, mentre annuncia, contemporaneamente, una grande manifestazione di tutto il centrosinistra per sabato 13 marzo. Massimo D’Alema spiega che il Presidente «poteva opporre un problema di costituzionalità per una norma sostanziale», ma questo non poteva avvenire per «una forma interpretativa». «La responsabilità politica è del governo», attacca il presidente Copasir: «C’è una casta pasticciona che si autoassolve, siamo di fronte a un atto d’arroganza». L’inaccettabile fino ad ieri inviato verso l’ipotesi decreto o rinvio da Bersani e Franceschini, il vicecapogruppo al Senato del Pd, Nicola Latorre, lo spedisce anche a Di Pietro. La posizione di Di Pietro sull’impeachment al Capo dello Stato «è assolutamente inaccettabile».

«Napolitano continua ad operare con grande equilibrio – ha aggiunto – e garanzia per tutto il Paese».

Io continuo a pensare che le due situazione erano e sono completamente diverse. Il decreto, a mio parere, non avrebbe dovuto riguardare Roma e la lista Pdl, dove le “incapacità” sono state manifeste e dove alla fine sarebbe stato escluso 1 partito. Cosa molto diversa invece è avvenuta in Lombardia, dove nessuno si sarebbe “scandalizzato” ad una riammissione del listino e dove le “anomalie” sono state (tante) della Corte di Appello e si sarebbe esclusa non 1 lista, ma decine e decine di liste, impedendo davvero a milioni di cittadini incolpevoli di esercitare il loro diritti.

Al di là quindi delle responsabilità, solo per avere un’idea è come dire che per motivi formali e burocratici (o per errori manifesti di qualcuno), gli elettori del centrosinistra di Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Basilicata, tutti insieme, si fossero trovati non solo senza Pd, ma senza alcuna possibilità di votare chiunque se non Lega e Pdl. Sarebbe stato il male minore o no?

I pareri dei costituzionalisti sull’intervento: Il confine sottile tra la modifica e l’interpretazione.

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La successione

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Faceva meglio

Visto come è andata a finire (Decreto sul voto, sì del Colle), anche se non si sa ancora come finirà definitivamente (L’opposizione pensa alla piazza forse per riprendere chi la piazza l’aveva comunque evocata? “Avessero escluso il Pd saremmo già in piazza”), propongo un post lasciato finora tra le bozze perché ritenuto da me troppo “acido” e che su più di un argomento è sicuramente assolutamente datato.

Beh si lo ammetto e non me ne vergogno, io sono tra quelli cresciuti senza “geni della politica” o executive master in business administration che ci “autorizzassero” a fare politica (a’ pulitica), misurando preventivamente i nostri curriculum. Senza guru o ex spin doctor, che curavano la comunicazione del candidato. Io rientro senz’altro tra quelli che hanno una visione romantica e passatista della politica, cresciuti a pane e militanza (si chiamava una volta). Che so perfettamente essere un passato che non ritorna, né ho nessunissima intenzione di proporlo come modello oggi. E’ solo un pezzo di storia che mi è venuta voglia di raccontare. Un fare politica fatta di segretari di sezione e di funzionari (solo nelle “Federazioni Provinciali”, pagati una miseria (rimborso spese), nelle sezioni comunali il partito non poteva permetterselo, non era il Pci degli anni dell’Urss). Di riunioni interminabili in cui si controllava e ricontrollava anche il pelo nell’uovo, in cui si discuteva e ridiscuteva su tutto, con tutti e dove tutti “contavano” in ragione del loro impegno quotidiano. Dall’elettricista allo spazzino (oggi operatore ecologico) “analfabeta”, dal professore universitario all’avvocato. Noi al massimo, ai tempi, devo ammetterlo mestamente avevamo un professore di scuola media come consigliere prima comunale e dopo provinciale e il segretario era un misero ex impiegato in pensione, forse oggi non avrebbero neanche avuto il curriculum “giusto”. Sei convocato per discutere della Presentazione delle liste o fare l’analisi del risultato elettorale, questi alcuni gli ordini del giorno delle riunioni che però ci venivano notificati in modo assolutamente abituale. Chiamavamo il segretario del mio partito nel mio paesino, ironicamente e ridendoci su ogni volta tra noi “carusi”, il “Federale”, per come si “scattava” ad ogni suo ordine. Ancora oggi non nego la nostalgia per il piacere che si provava nel dirla agli altri e nel sentirla noi questa cosa: “il mio partito”, ci vediamo al “partito”, riunione stasera al “partito” (“Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito resi indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria…”). Appena si arrivava  in piazza (niente internet sms o telefono, c’era la piazza per incontrarsi e comunicare) e qualcuno diceva “ti cerca il segretario”, tutti a correre per andare a parlare con lui e sapere cosa c’era da fare e qual’era il compito che ti spettava. “Devi metterti in lista perché non ci sono persona a sufficienza”. Ma segretario chi mi vota ? Ci serve, dobbiamo chiudere la lista, anche se prendi un voto, il tuo, devi farlo. Obbedisco. Stasera alle 11 tutti in sezione per i manifesti. Tu vai nella “squadra” di Mario, tu vai con Mimmo, tu invece che “ssi fimmina” vai in quella di Eugenio, mi fido più di lui è più grande e ha la testa sulle spalle. Qua ci sono i soldi per i panini (se andava bene) e la colla fateveli bastare. Bene. Tu vai come rappresentante di lista alla X. Ma segretario è a “casa diddio”, non posso stare al centro? Devi stare alla X, ci servi là. Spedita senza fiatare oltre in una “sperduta” sezione elettorale periferica, dove le ore dello sfoglio diventavano interminabili e al massimo si poteva scambiare qualche parola con il carabiniere di turno e con il compagno del Pci (il “nemico” comune era la DC). “Perché non devi muoverti di lì fino alla fine e devi contestare e fare mettere a verbale qualsiasi cosa non ti convince, poi ti veniamo a prendere” (pochi avevano la macchina propria, qualche scassato motorino). Sfogli passati inesorabilmente a sentire scandire dal Presidente di turno i voti degli altri, bene che andava il tuo di partito ne prendeva 5 o 6. Dobbiamo annunciare il comizio. Ok. Tu fai il centro, tu la periferia. E si passava ore e ore a girare sulla macchina dove erano state montate sul tettuccio le casse e il megafono. Questa sera alle ore… parlerà il candidato alla Camera dei deputati X e ti sentivi investito del ruolo di presentatore ufficiale. Chiunque fosse il candidato, era il partito ad organizzare il “palco”, a pubblicizzare la sua presenza ed era il mitico “segretario” a presentarlo nel comizio. Poi sono arrivati i comitati elettorali. E le federazioni e le sezioni sono state chiuse o sono diventate “superflue” e inutilizzate. Tutto questo in Alleanza Nazionale, non nel forzaitaliota partito di plastica. Ora la politica si fa così: “Tu non puoi capire”. Proprio riandando con la memoria a questo miei ricordi, non ho potuto non concordare con quanto scritto qui: Invece di circondarsi di geni e visagisti, il Cav. faceva meglio a recuperare il funzionario di partito. Ma il mio è solo uno spaccato di storia ottocentesca.

Aspettando che tutto si risolva per il meglio (ndr altra parte datata), si anche questo, sono cresciuta con questa “distorta” visione, critiche si, dissenso certo, ma quando serve tutti insieme e tutti uniti come una famiglia, mi limito solo ad azzardare una piccola riflessione. Non è che i timori manifestati a più riprese, attenti sul territorio si creano “voragini”, padronissimo chiunque di cambiare idea, padronissimo di dissentire, ma questo “balletto” a cui assistiamo è pericolosissimo, dirompente, decidete una buona volta dove volete stare e andiamo avanti, ho provato a dire milioni di volte. Non è che i mesi e mesi di “scazzi politici” pubblici (al di là delle posizioni di merito), di chi si trastullava in fondazioni, conventicole, pensatoi, contenitori vuoti per una cultura inesistente c’entrino qualcosina?

Ma noooooooo. Quando maiiiiii. Ma che stai dicendo, le tue analisi sono “deliranti“.

E oggi, si è arrivati inequivocabilmente al game over, negarlo sarebbe inutile. Ma a qualcuno non basta neanche quello a cui abbiamo assistito. Bisognerebbe scegliere, secondo loro, tra il “siamo in piena emergenza democratica” (l’altra “demenziale” maratona oratoria ce lo ha detto eloquentemente) o l’altra opzione: stiamo vivendo l’ultimo atto del complotto ordito dai berluscones contro Fini e i finianes.

Complotto, realizzato, non solo nel Lazio, con un coordinatore ex An e con i presentatori che “camminavano in coppia come i carabinieri”, ma addirittura infiltrando qualcuno nello staff della Polverini, che non ha trovato nessuno capace di controllare i documenti del listino, prima di presentarlo e anche nella lombardia formigoniana e leghista che non avrebbe potuto votare (cioè poi mi dovrebbero spiegare come la inseriscono dentro il complotto contro Fini questa cosa). Altro che 25 luglio. Il tutto dopo aver fatto ridere il mondo chiedendo al Presidente Napolitano di intervenire, invece di organizzare il ricorso e chiedere immediatamente e contemporaneamente la testa del coordinatore regionale. Le gerarchie amici, le gerarchie e l’assunzione di responsabilità, amici. Troppo ottocentesche e fuori moda? Il complotto si concluderebbe ovviamente, si “predice” già da qualche giorno, con l’abbandono da parte di Fini sia del Pdl che del governo. Condizione essenziale per non andarsene? A quanto pare sarebbe vincere, aggiungono (e ricordiamolo), in Lazio, Campania e Calabria. Se questo non avvenisse (attenti sulla Calabria, poco informati a mio avviso sulle dinamiche territoriali, informarsi meglio dalla Napoli e da Granata casomai) il governo, ci avvertono con assoluta certezza, cadrà a maggio. Transeat, per quello dovremmo solo aspettare ancora un po’. Io, presuntuosamente di dubbi su come sarebbe finita sul piano politico non è ho mai avuti. E non ho avuto bisogno di aspettare questo indecente spettacolo odierno. Oggi il finologo del Foglio scrive: Dietro il pasticciaccio delle liste c’è una resa dei conti anticipata. Tutti sono d’accordo su una cosa: la fusione non è riuscita. Mentre Franco Debenedetti sulla prima pagina dello stesso giornale, nella sua lettera al Direttore azzarda: “Se per il Cav. il rischio del fallimento è eccezionale, eccezionale deve essere l’iniziativa: elezioni anticipate.” Per il Riformista Fini è di nuovo a un passo dalla scissione. Quante volte l’abbiamo sentito?

Quello che a me “vecchio arnese” della politica e con buona memoria della storia del mio ex partito ha fatto sobbalzare sulla sedia è però un commento che ho avuto occasione di leggere.

[...] io son sempre stato tesserato ad AN non ho mai perso un congresso… qualsiasi mio incarico è sempre stato preceduto da un elezione, votazione o delega… qui nulla…

Cavolo. “io son sempre stato tesserato ad AN non ho mai perso un congresso… “. Parla di Alleanza Nazionale? La mia Alleanza Nazionale? A questo punto non ho potuto far altro che domandarmi, non è che mi sono distratta, chessò sono andata in vacanza da qualche parte all’estero e nel frattempo in An hanno fatto qualche elezione, votazione, delegato qualcuno democraticamente e hanno fatto anche qualche congresso che mi sono persa?

Pare di no. Nessuna distrazione. Internet conferma. Wikipedia continua a dire alla voce Alleanza Nazionale, Congressi nazionali:

  • I Congresso – Fiuggi, 28-29 gennaio 1995 – Cresce la nuova Italia
  • II Congresso – Bologna, 4-7 aprile 2002 – Vince la Patria, nasce l’Europa
  • III Congresso – Roma, 21-22 marzo 2009 – Nasce il partito degli italiani

Confermati in pieno i miei ricordi, una media di 7 anni dicasi 7 tra un congresso e l’altro tra il 1995 e il 2009. Con il segretario prima e il Presidente dopo eletti, nelle due occasioni, sempre per acclamazione. Cioè se dovessimo ripetere oggi quello che è stata la storia consegnataci da An, un nuovo congresso nel Pdl potremmo anche svolgerlo tranquillamente quantomeno nel 2015, per acclamare chi sarà. Io non conosco ovviamente l’età del commentatore Alfio. Ma ipotizzando ne avesse 20 nel 1995, anno di nascita di An, ne ha dovuti fare 34 per avere l’onore di “ratificare” la decisione presa personalmente e anticipatamente dal Presidente di far confluire An nel Pdl. Se ne avesse avuti 40 ne ha fatti 47 per votare per la prima volta ad un congresso e 54 per ripetersi per la seconda volta. Perchè una cosa è sostenere che questi qui che ci sono ora sono degli incompetenti (e arroganti) che hanno fatto ridere il mondo o che ci sarebbe dietro il complotto dei complotti e chi più ne ha più ne metta (padronissimi ovviamente di immaginare la qualsiasi), come se a pagarne il prezzo sia oggi Bs o Fini e non il Pdl tutto, altro è paragonarlo a cose che sono successe in quella modalità solo nella mente fantasiosa di qualcuno. Alla faccia di elezioni, votazioni o deleghe per qualsiasi incarico …

Un consiglio spassionato. Usiamo le “nuove tecnologie” e esercitiamoci tutti qui che è meglio. Generatore automatico di giustificazioni.

p.s.: a meno che non si parlava di quest’altra storia, era pre-Fini, quando i congressi si svolgevano mediamente ogni due anni. Ma attenti prima di commentare, in quel caso si parla di quel passato che:

pesa sempre meno e comunque più passano gli anni maggiori sono le possibilità per riflettere e a volte rivedere certi giudizi

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Per una volta

Al di là delle questioni burocratiche e formali, su cui continuo a pensare che ci sia una netta differenza tra cosa sarebbe successo a Roma e cosa sarebbe successo a Milano e confidando nel giudizio del Tar o del Consiglio di Stato che hanno una giurisprudenza infinita, che mai, dico mai ha finora privilegiato le questioni formali rispetto a quelle sostanziali. Non sono affatto nati oggi i ricorsi sulle liste e gli errori nella presentazione (nel Molise l’annullamento fu causato da errori nell’autenticazione della firme da parte dell’allora Ulivo). A Messina si è votato a ripetazione in pochi anni, con l’ultimo annullamento, che ha portato allo scioglimento del Consiglio e alla decadenza del Sindaco dopo che era stato in carica per più di un anno, proprio per l’esclusione dalle elezioni, poi ritenuta illeggittima dal Cga, di una lista elettorale. «I principi di democrazia posti a fondamento essenziale della Repubblica, sono prevalenti rispetto ad ogni altro interesse», ha scritto il collegio presieduto da Riccardo Virgilio in quell’occasione. Qua invece finalmente si parla di partito e di questioni sostanziali.

Non è giusto che milioni di persone non possano barrare il simbolo del Popolo della Libertà, ma non è nemmeno giusto che questo movimento cerchi l’ennesimo alibi per autoassolversi, per trasferire altrove le colpe che sono nostre e soltanto nostre. Della nostra incapacità di stare in mezzo alla gente, della nostra inadeguatezza a far sentire i cittadini partecipi di questo grande partito che ha la legittima ambizione di rappresentare la metà più uno degli italiani. Facciamo mea culpa, una volta tanto. E smettiamola di trastullarci in fondazioni, conventicole, pensatoi, contenitori vuoti per una cultura inesistente. Il partito è lì per essere costruito: le maniche ce le dobbiamo rimboccare tutti. E tutti dobbiamo sentirci in discussione e avere il coraggio di misurarsi con quel po’ di meritocrazia che magari non risolve tutti i problemi ma perlomeno toglie alcuni alibi.

via Poche scuse.

In aggiunta un commento al post che condivido ancora più del post, e che, a mio parere, è proprio quello che da circa un anno provo a dire anch’io (anche, molto probabilmente, non pensandola come lui su tutto, non è quello il punto). 1972 ha detto:

Ciao. Solo poche osservazioni.
Primo. Che il dibattito sull’inadeguatezza della classe dirigente finalmente faccia capolino nel centrodestra è cosa buona e giusta. Che cominci per una questione burocratica piuttosto che per questioni di merito ben più gravi, però, lascia un po’ perplessi. Il che fa pensare che sia più facile togliersi un sassolino dalla scarpa che una trave dall’occhio e questo non è incoraggiante, a mio modesto avviso. Diciamo che l’ultimo anno del berlusconismo (purtroppo si riduce a questo il panorama) è stato una tragedia, politicamente parlando. Ma non ho visto la stessa fermezza nel rimarcarlo (non parlo specificamente di te, Simone, sia chiaro, il mio discorso è generale), anzi ci si è persi in giustificazionismi più o meno acrobatici, anche quando l’evidenza era davvero molesta.
Secondo. Sulle conventicole e i pensatoi. Simone, ti fa onore questa osservazione ma bisognava pensarci prima, invece di perdere inutilmente tutti questi anni. Ti ricordi quando fu lanciata TocqueVille? Doveva essere la fondazione della nuova cultura liberale nel nostro paese. Invece cosa è diventata? E guarda che non era difficile vederlo, fin dall’inizio. Non parliamo delle varie riviste online che nessuno legge, dei convegni dei finiani a cui partecipano solo i parenti, delle riunioni di bloggers il cui principale risultato è un articolo su Libero.
Non voglio sminuire il lavoro di chi, come te, ci crede e si impegna. Ma in poco tempo, devi riconoscerlo, quelli che erano i vizi che si imputavano allo schieramento politico opposto, sono diventati propri della “nuova” generazione del centrodestra. Familismo, nepotismo, se sei amico facciamo cose insieme, se no fottiti. Fa schifo, abbi pazienza. Altro che meritocrazia.
In tutto questo la questione delle firme è davvero marginale. Anzi è la cosa più bella che sia capitata al centrodestra negli ultimi anni. Almeno si sta a casa, a riflettere. Per una volta.

Saluti Enzo

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Grottesco?

Altro che grottesco. Pensavamo che cose del genere potessero succedere solo nel Pd siciliano. Anche se in quel caso fu ancora più grave e il ridicolo totale. Se ne parlava qui: il nulla della sinistra siciliana. Quando il coordinatore provinciale, poi diventato deputato regionale, cognato del candidato sindaco Francantonio Genovese, poi sonoramente sconfitto, ma nello stesso momento deputato nazionale e coordinatore regionale del nuovo Pd, si dimenticò di presentare le liste a sostegno del candidato presidente del centrosinistra alla provincia di Messina, in tutti i collegi della provincia contemporaneamente, per improvvisi, imprecisati ed imprevedibili “motivi tecnici”.

E invece eccoli qui. Nel Lazio del partito organizzato e stutturato, nella Roma che non gradisce la “bava alla bocca“, quella del coordinatore regionale Vincenzo Piso, anche lui contemporaneamente deputato, ex capogruppo di An in Campidoglio, il pasticcio è stato incredibilmente servito. Rispettando rigorosamente le quote:

I Gianni e Pinotto, o se preferite Stanlio e Ollio [...] si chiamano Alfredo Milioni, caporale di Forza Italia, e Giorgio Polesi, sergente di An. Ma se il Pdl perderà le elezioni in Lazio non lo deve solo a loro ma anche ai rispettivi capi e mandanti che, come i due e i carabinieri, viaggiano ovviamente in coppia. Parliamo del coordinatore regionale Vincenzo Piso, deputato, area An, marcato a vista dal vice coordinatore Alfredo Pallone, Forza Italia, eurodeputato. E del capo cittadino Gianni Sammarco, deputato, Forza Italia affiancato dal controllore Luca Malcotti, An, consigliere comunale.

Un grave sbaglio essersi allontanati da quell’ufficio.

update: E su questo concordo con lui: “L’unico lato oscuro della faccenda – questo sì strano e a quanto mi risulta senza precedenti nei casi di presentazione di liste – è perché non sia stato consentito l’accesso agli uffici per la presentazione della lista, sia pure in ritardo”. E non capisco perché invece di appellarsi in modo “strampalato” come scrive Massimo Franco al Presidente della Repubblica (qui la lettera inviata da Alemanno) non si sia proceduto subito in questa direzione, evitando l’ennesimo appello alle libertà democratiche violate. Boh! Sulla sua proposta di riduzione del danno, purtroppo, non credo sia percorribile. Ma non sono sicurissima. Intanto arriva un’altra sorprendente esclusione, questa volta della Corte d’appello di Milano. Fuori la lista di Formigoni. Troppi incapaci?

E si che non ci vogliono gli executive master in business administration per presentare delle liste senza fare pasticci. Mentre chiedere di voler cambiare le “regole” a frittata avvenuta, somiglia tanto solo a un tentativo di “scaricare ogni responsabilità all’esterno”. Per non dire altro di acido.

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Indiziato numero uno

Italo Bocchino, vicecapogruppo dei deputati del Pdl, è in cima alla lista degli indiziati, fra i presunti autori dei giochi di potere. A lui viene attribuita una frase che ha fatto letteralmente infuriare il capo del governo: «Verdini e La Russa sono due morti che camminano». Lui, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, smentisce: «È impensabile, La Russa è il meglio che esiste, i problemi li hanno “loro“, non “noi“, è una guerra intestina a “loro“».

Nell’uso dei pronomi c’è il problema dei problemi. I partiti sono rimasti due. “Loro” sono quelli di Forza Italia. “Noi” sono gli ex di An.

via Coordinatori divisi, trame dei ministri Ma l’affondo del premier è per Fini – Corriere della Sera.

Marco Galluzzo, racconta abbastanza correttamente la cronaca di questi ultimi giorni per un verso, per poi aggiungerci qualcosa di suo nelle conclusioni che non ha assolutamente nessun riscontro con i fatti accaduti. Bocchino sarebbe l’indiziato numero uno, si dice (ma lui nega), che avrebbe sparato a zero oltre che su Verdini anche contro Ignazio La Russa (è un morto che cammina). Ed è proprio a questo punto che i fatti ci dicono tutto il contrario della conclusione a cui giunge il giornalista del Corriere: «I partiti sono rimasti due. “Loro” sono quelli di Forza Italia. “Noi” sono gli ex di An». Eventualmente rendono solo più chiaro il problema così come lo pongono e lo vivono da tempo Fini e i finiani.

Perché i fatti e la cronaca avevano appena registrato una lunga e ampia intervista a tutta pagina sul Riformista, giornale che Galluzzo evidentemente non legge, dove l’on. Fabio Granata aveva chiesto ufficialmente il passo indietro e l’autosospensione di Verdini denunciando contemporaneamente «una questione morale» nel Pdl. Per questo aveva detto, mi sembra senza possibilità di essere male interpretato: «Dopo le Regionali il Pdl ha bisogno di una guida certa. Via i triumviri», aggiungendo tra le altre cose «Bertolaso? Nella migliore delle ipotesi poteva non sapere», mentre sull’operazione trasparenza aveva intimato: «L’antimafia voti il codice etico senza se e senza ma» (se ne parlava qui). Qui tutta l’intervista per chi si se la fosse persa.

Bocchino, vox populi, tra l’altro è anche colui che dovrebbe, nella strategia neanche tanto nascosta portata avanti finora, sostituire proprio quel La Russa attuale morto che cammina, come co-coordinatore e che nelle “veline di chiara fabbricazione interna” viste all’opera in questi giorni, la grande stampa nazionale dava come nominato “certo”. Così come era stato indicato e richiesto da tempo. La qual cosa veniva ad essere rappresentata, ovviamente, come una grande vittoria “politica” di Fini e dei finiani. E’ da tempo immemore, infatti, che i finiani, chiedono un “riequilibrio” con la sostituzione del Ministro (dopo esser stato nominato primus inter pares da Fini stesso e ratificato dall’assemble nazionale di An) per presunte “incompatibilità” e non sentendosi “LORO” rappresentati ai massimi livelli, in questo caso proprio da un ex di An. Altra cosa che mostra una scarsa informazione, anzi una vera è propria disinformazione è il dire che: “Paolo Bonaiuti ad Arezzo aveva visto più lungo di altri: basta con il metodo del 70 e 30 per ogni cosa, le cariche, le liste, il partito è di tutti, il futuro è la collegialità. Non è stato ascoltato, almeno non da tutti”. Sono stati propri i finiani a ritenere e ribadire sempre che questa impostazione servisse a “penalizzare” loro e che le “quote” dovevano essere assolutamente rispettate.

“Il Presidente della Camera, sottolinea qui un deputato finiano, intende costruirsi spazi di agibilità politica nel partito e per farlo occorre intervenire sull’organigramma, sulle quote ormai sfalsate dal rimescolamento in atto. A partire dall’ufficio politico, ovviamente. Senza però dimenticare il coordinamento”.

La discussione nel resto del partito, invece, era stata ampia e aveva coinvolto molti rappresentanti anche tra gli ex an (da Gasparri e Quagliarello, da Bondi e Cicchitto intervenuti in infinite occasioni). Mentre loro hanno addirittura trovato modo di ridire ed esultare anche sullo scarso successo del tesseramento che a loro dire sarebbe solo servito ad isolarli («la retorica delle tessere è stata usata infatti per far tacere le minoranze interne. Il tesseramento? un bluff», sempre Granata intervistato dal Riformista). Polemiche infinite spesso culminate in “voci” insistenti più o meno eterodirette che lasciavano intravedere chissà quali sfraceli, per poi smentirli e negarli categoricamente, anzi accreditarli come nati dai nemici che li volevano screditare, perché loro mai e poi mai avrebbero tradito. Come poco prima di Natale: Pdl, voci insistenti su gruppo autonomo. E Fini riunisce ex di An.

Bocchino, come scrive Galluzzo, è indiscutibilmente, in cima ad un’altra lista, quella della fiducia personale del presidente della Camera, Gianfranco Fini. E dato che fare due più due non dovrebbe essere difficile per nessuno, meno che mai per i grandi analisti della politica nostrana è chiaro che i «giochi di potere» citati da Berlusconi erano, senza discussione, un messaggio al co-fondatore. E ai suoi uomini che fanno costantemente e quotidinamente il “lavoro sporco” per lui sulla “grande” stampa. Finalmente, dico io. Era ora.

Per finire vero è che Bocchino parla di “NOI” e “LORO”, mostrando in modo chiaro cosa ci sia dietro le loro tattiche e quale sia la loro cultura politica, ma è assolutamente falso che dietro il “NOI” di Bocchino ci siano gli ex di An. Ci sono gli amici di Fini. Nuovi e vecchi. Quello si. Compreso probabilmente il suo nuovo consigliere per l’economia (e anche sulle questioni etiche: il radicale del Pdl, indicato dallo stesso Fini come l’interprete della sua linea). Che hanno tra le loro principali occupazioni e preoccupazioni quelle di piazzare le “loro” truppe. Amici vecchi e nuovi che sono padronissimi, ovviamente, di fare le loro libere battaglie politiche e di condividere le posizioni di Bocchino e di Granata, ma che niente hanno a che fare e a che vedere con gli ex di An.

Tanto per chiarire. Ci siamo abbondantemente stufati di sentire parlare a sproposito di ex-An che starebbero tutti dietro questo modo di fare “politica”.

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