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Dei pretoriani del presidente della Camera fanno parte oltre al ministro Ronchi, al viceministro Urso e i sottosegretari Menia e Bonfiglio, i deputati Bocchino, Granata, Briguglio (tutti deferiti ai probiviri), Ruben, Lamorte, Buongiorno, Scalia, Lo Presti, Perina, Giorgio Conte (capogruppo pro-tempore), Bellotti, Polidori, Moffa, Tremaglia, Consolo, Angeli, Sbai, Paglia, Raisi, Barbareschi, Siliquini, Della Vedova, Napoli, Proietti, Di Biagio, Patarino, Cosenza, Divella, Barbaro.

Una pattuglia numericamente consistente e in grado di incidere sull’autosufficienza del governo soprattutto se, come ha annunciato Fini, varrà la tattica delle mani libere e del voto da valutare volta per volta, sui provvedimenti che esulano dal programma elettorale. Ma va considerato anche che la maggiorparte dei deputati che hanno seguito Fini, in cambio gli avrebbero chiesto – in maniera più o meno indiretta – precise garanzie su tre aspetti: fedeltà al programma elettorale che significa non votare contro il governo; il rispetto degli impegni assunti con gli elettori e la lealtà al premier; il veto sulla possibilità di essere rappresentati dai tre pasdaran deferiti ai probiviri: Bocchino, Granata e Briguglio.

Non solo: se il controcanto dovesse trasformarsi in guerriglia a colpi di voti in Aula, è chiaro che a quel punto l’unica via che peraltro il Cav. continua a considerare aperta soprattutto nello scenario attuale, è il ritorno alle urne. [...] Ma è al Senato che la situazione è più fluida, nonostante Pasquale Viespoli (sottosegretario al Lavoro) assicuri che lunedì i finiani avranno il loro gruppo anche a Palazzo Madama. I conti sono presto fatti: i fedelissimi del presidente della Camera sono nove in tutto: De Angelis (ndr che qui però spiega i motivi per cui non seguirà Fini), Saia, Germontani, Valditara, Menardi, Viespoli, Baldassarri, Pontone e Digilio. Uno in meno dei dieci previsti dal regolamento come numero minimo per costituire un gruppo parlamentare.

Ci sono però alcune opzioni: nella squadra di “Futuro e Libertà” potrebbero entrare uno dei tre senatori del Mpa (in Sicilia a sostenere il governatore Lombardo sono proprio gli uomini di Fini), o la Poli Bortone (che, ironia della sorte, uscì da An sbattendo la porta e in durissima polemica con Fini) e forse un ex forzista. In questo caso i nomi che circolano con maggiore insistenza sono quelli dei senatori Enrico Musso (anche se ha smentito annunciando casomai l’ipotesi di passare al gruppo misto) e di Barbara Contini, ex governatrice di Nassiriya. Insomma numeri risicati e comunque, il dato politico è che la maggioranza degli ex aenne è nelle mani dei “lealisti” schierati con Berlusconi. Il che significa che a Palazzo Madama la strada a progetti, ipotesi o solo suggestioni di governi di transizione, larghe intese o tecnici che dir si voglia resterebbe sbarrata.

Ma c’è un altro dato da rilevare e riguarda le prime defezioni tra i senatori finiani. Quattro di loro hanno scelto di restare nel Pdl: Tofani, Allegrini e Cursi, capitanati dal sottosegretario Andrea Augello, uno di quelli che fino all’ultimo si è speso molto nell’opera di mediazione finalizzata alla tregua tra i due principali azionisti del partito unico. E nella giornata dedicata ai numeri e ai posizionamenti, non è passata inosservata la dichiarazione del governatore del Lazio Renata Polverini, la cui candidatura alla Pisana era stata fortemente voluta da Gianfranco Fini. Lei non ha dubbi e lo dice: resta col Cav., del quale ricorda l’impegno diretto e personale dimostrato nella tribolatissima campagna elettorale dopo l’esclusione della lista Pdl.

Intanto a 48 ore dallo show down tra Berlusconi e Fini sono scintille, accuse reciproche. L’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la foto-opportunity coi due che si abbracciano sul palco della Fiera di Roma al battesimo del Pdl, un anno e mezzo dopo è solo un cartoncino dai colori sbiaditi.

via I numeri di Fini: 33 pretoriani alla Camera ma al Senato sono già divisi | l’Occidentale.

Qui il siam pronti alla morte: “Seguirò Fini fino alle estreme conseguenze” di un neo-futurista-e-libertà per l’Italia. Qui sul Secolo d’Italia il per il momento mancato presidente del gruppo Benedetto Della Vedova (l’investitura di Repubblica non gli ha portato fortuna), conclude la sua surreale analisi politica, sperando nella rinascita di una “ripartenza unitarie e credibile” che potrebbe nascere, secondo lui,  proprio dal gesto coraggioso della creazione da parte dei finiani dei gruppi autonomi. Non senza aver spiegato che “le tensioni che hanno attraversato il Pdl, senza frenarne, neppure per un istante l’azione di governo, sono analoghe a quelle che caratterizzano tutte le grandi forze popolari europee e occidentali, e se ne differenziano semmai per difetto e non per eccesso”. Mentre qui, sempre il mancato presidente del gruppo e neo deputato Fli (abituiamoci a questa sigla, non sono loro, credo sia l’abbreviazione giornalistica di Futuro e Libertà per l’Italia) Della Vedova, in perfetta sintonia e coerenza con quanto scritto sul quotidiano NEL Pdl fa sapere che il voltafaccia dei finiani in Parlamento potrebbe già verificarsi la prossima settimana. «Consideriamo la mozione di sfiducia delle opposizioni al sottosegretario Caliendo presentata alla Camera il banco di prova per la maggioranza di governo» ha spiegato al Corriere, chiarendo ulteriormente le intenzioni, se ce ne fosse stato bisogno.

Alla prima defezione dei finiani dalla maggioranza, è l’avvertimento di Cicchitto, la richiesta del Pdl sarà quella di un immediato ritorno alle urne. «Vedremo ora come si comporteranno in Parlamento – dice l’esponente del Pdl a Sky Tg24 – questi nuovi gruppi nati da parlamentari eletti con la maggioranza. Di certo né il presidente del Consiglio Berlusconi né il Pdl sono disponibili a farsi cuocere a fuoco lento facendosi condizionare di volta in volta su ogni provvedimento. Se così fosse, si dovrebbe subito tornare a votare». Cicchitto, inoltre, invita a considerare «aperta, anzi ancora molto aperta, la partita sui numeri» su cui potrà contare in Parlamento tanto il nuovo gruppo finiano come il Pdl. «Ho motivo di ritenere – afferma – che nessuno, nemmeno noi, abbia già messo in campo tutta l’effettiva propria consistenza in modo da poter misurare i rapporti di forza».

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Chi sono?

Ricordiamolo. Dato che dappertutto vediamo i grandi quotidiani esercitarsi solo con tabelline, grafici e schemini web 2.0 che presentano al mondo i teorici del fini-pensiero e i 33 deputati (anche se tutti continuano a darne 34 come se si potesse contare il Presidente della Camera) che hanno aderito al nuovo gruppo Futuro e Libertà, noi ci permettiamo solo di ricordarli a quelli che fanno libera e corretta informazione. Questi sono i componenti dell’ufficio di Presidenza del Pdl. Questi insomma, tra gli altri, sono gli “schiavi” che si sono contrapposti alle “donne e agli uomini liberi”, e che hanno votato senza tentennamenti il documento che ha messo alla porta il cofondatore.

Renato Brunetta, Mara Carfagna, Gianni Chiodi, Roberto Formigoni, Franco Frattini, Giancarlo Galan, Mariastella Gelmini, Carlo Giovanardi, Stefania Prestigiacomo, Gaetano Quagliariello, Gianfranco Rotondi, Maurizio Sacconi, Renzo Tondo, Giulio Tremonti e Elio Vito.

A proposito sempre di stampa libera e democratica, a quanto pare tutti nel frangente si erano dimenticati di citare il precedente di Sandro Pertini, e sì che è stato un pezzo abbastanza importante della nostra vita democratica. Semplicemente rimosso. Non esistevano precedenti di sorta sulle dimissioni di un Presidente della Camera, ma Saragat e Pertini si dimisero.

Nel luglio del 1969, verificatosi una situazione di divisione analoga nel Partito Socialista con la sinistra socialista, il Presidente Pertini, ritenne doveroso dimettersi e mandò a tutti una lettera con questa dichiarazione: “Correttezza vuole ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi“.

Le ultime parole famose di Bocchino erano state proprio “da qui non ci muoveramo mai”. Beh a quanto pare, comunque, si sono dovuti muovere. Anche all’oscenità c’è un limite, scriveva lui, un altro  tra gli evidenti “uomini non liberi” qualche giorno fa. E ora li vogliamo vedere i componenti del governo che votano contro se stessi. O il 34esimo, il Presidente della Camera, che vota. Attendiamo fiduciosi. Anche da lì probabilmente dichiareranno dopo che non sono disponibili a muoversi. Sarebbe indubbiamente interessante. Non ci sono precedenti di sorta.

Mentre tutti gli altri “uomini liberi” sembrano anche assolutamente disinteressati dal far qualsiasi innocente domanda su questi argomenti, quando ad essere in campo sono i cognati (qui sono tranquillamente confermate le indiscrezioni pubblicate da qualche quotidiano). Che ne so fare solo qualche domandina per sapere come sono andate davvero le cose, non dico altro. Invece a quanto pare sembra normalissimo a tutta la stampa d’inchiesta, libera e democratica che il cognato del presidente della Camera occupi un appartamento a Montecarlo, lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Intanto le analisi dei politologi ora sembrano tutte ruotare intorno ai numeri e alle quote, sembra di essere ritornati al trionfo del manuale Cencelli, protagonista indiscusso della Prima Repubblica. Politica? Condivisione di programmi? Sintonia? Progetto comune? Chiarezza? Ma quando mai, è il trionfo assoluto dei numeri e della possibilità di chi deterebbe la golden share (così Bocchino) di tendere imboscate al governo scelto dagli italiani.

Ma prima o poi – come dice pragmaticamente Mieli (“li vedo e li piango“), uno che se ne intende di tutto questo ambaradan, che a Cortina ne approfitta per consigliarli opportunamente e fraternamente, “rimboccatevi le maniche e lavorate col vostro elettorato” – che ne so, facendo qualche nome a caso tra «le donne e gli uomini liberi», gli amici Barbareschi (finora noto per essere stato per anni un brillante artista, qui nella vera immagine del giorno), Bongiorno (finora noto per essere stata il brillante difensore di un altro pezzo importante della Prima Repubblica, quell’Andreotti inquisito per mafia), Ronchi (finora noto per essere diventato un brillantissimo dirigente di partito e poi un ministro nominato, senza mai passare per una elezione di alcun tipo, neanche quella di un condominio), Consolo (idem con patate, candidato per la prima volta con scarso successo nel proporzionale in Sicilia e noto finora per essere il padre della famosa attrice Nicoletta Romanoff), Proietti (Francesco Proietti Cosimi detto Checchino, finora noto per essere stato per anni il segretario personale del Presidente della Camera) o anche Perina, Angeli, Sbai e Della Vedova, si dovranno pur misurare con delle elezioni nazionali e speriamo anche con delle preferenze o con dei collegi, ed è là che si parrà poi la lor nobilitate, dato che per loro sarà l’esordio assoluto, visto che per assidersi comodamente a Montecitorio, finora sono stati solo nominati e cooptati (fino a ieri senza mai manifestare nausea o schifo alcuno).

Se e quando i numeri verranno meno si andrà a votare. E allora sarà con il paese che si dovranno misurare, non più con le beghe di palazzo, se non altro per un minimo di rispetto verso gli elettori di centrodestra. Ed è proprio al paese, a quella pancia del paese dagli istinti animali, che prima o poi bisognerà presentarsi, assumendosi le doverose responsabilità. Quantomeno in una democrazia.

update: “Una cosa deve essere chiara: senza i numeri si va subito al voto“. «Abbiamo reagito e scelto l’unica strada possibi­le. Per scongiurare una lenta e inevitabile consunzione. E per­ché era arrivato il momento della chia­rezza e del nuovo inizio. Le incognite? Pesate. Valutate…». Una pausa leggera, poi Gaetano Quagliariello riprende a par­lare da dove si era interrotto: «Berlu­sconi è il primo a essere assolutamente consapevole del rischio che si corre. È il primo a capire che scegliere la chiarezza significa anche mettere a repentaglio se stesso». E Berlusconi sa benissimo che deve sfidare l’ex alleato fuori dal Palazzo.

update: Sono distratta, mi era sfuggito stamattina o forse l’hanno cambiato dopo, pongo comunque rimedio. Per il Corriere che ne fa un GRAFICO INTERATTIVO abbiamo addirittura “L’esercito dei finiani alla Camera“.

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Stuzzicante

Il Foglio Andrea’s Version del 30 luglio 2010

Avremmo preferito un accordo, tra due persone così cruciali, e sarebbe stato certamente meglio se fossero riuscite a resettarsi senza risentimenti. Avremmo preferito che mai fosse stata imboccata la strada che sembra portare ormai verso la separazione e che finirà per non risultare agevole per alcuno dei protagonisti. Più accordo, avremmo preferito, maggiore capacità di comprensione reciproca, con qualche sacrificio in più da parte del presidente del Consiglio e qualche sacrificio in più da parte del presidente della Camera. Fosse stato nel nostro potere, avremmo senz’altro obbligato entrambi a non dimenticare che le elezioni sono state vinte dal Popolo della libertà, il partito che tutti e due avevano contribuito a fondare. Fosse stato nelle nostre capacità, avremmo di sicuro cercato di convincere sia l’uno che l’altro. Siamo davvero a una triste svolta. Ma è stuzzicante l’idea che Fini cominci a fare il frocio col culo suo.

di Andrea Marcenaro

Tradotto in dialetto siciliano – ormai poco utilizzato, ma sempre efficacissimo – ora:

o cerchiti u pani

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Una associazione per farsi eleggere?

Partiti e probiviri di Marco Cavallotti

La questione posta sul nostro giornale da Bartolomeo Di Monaco, e sul Corriere da Pierluigi Battista, merita qualche considerazione a parte. Si tratta infatti di un annoso problema, che viene spesso affrontato con animo diverso, se si tratta di dissidi in seno al gruppo nel quale si milita, o se si appartiene all’altro.

Così Battista invita al dibattito e alla tolleranza, ricorda e getta come un terribile memento le vecchie parole d’ordine staliniste sull’eliminazione dei dissidenti interni – spesso più odiati degli avversari veri – e ritiene che il ricorso ai probiviri sia di per sé una rinuncia alla politica “vera”. Insomma, chi propone l’allontanamento dei finiani senza por tempo in mezzo sarebbe pericolosamente “totalitario”, e la cosa apparirebbe tanto più inaccettabile in un partito che si vuole liberale. Anzi, per colmo di sfottò ci spiega che queste sue sono “opinioni liberamente espresse”, come liberamente dovrebbero essere espresse le opinioni in seno ad ogni partito.

È una posizione che a me appare di comodo, non entrando nel merito della discussione, e postulando non solo che il dissenso possa esistere, cosa ovvia, ma che possa anche riguardare l’intera linea del partito: questo sembra potersi desumere dal fatto appunto, che Battista non affronta le ragioni dei dissenso voce per voce. Ogni forma di dissenso avrebbe diritto di esistere. È una posizione di comodo, che finisce per rappresentare l’ennesima variante del solito incoraggiamento agli avversari perché si sbranino fra loro. Roba vecchia, in fondo, che non giustifica una costruzione ideologica intorno al liberalismo, per giunta traballante.

Ma qui la situazione è diversa. Non si può invocare un immaginario principio liberale, come ha fatto oggi Fini, per chiedere le dimissioni degli indagati. Non si può, dalla cattedra di vicepresidente dell’Antimafia, dichiarare che nel governo ci sono amici della mafia, e non farne il nome. Abbiamo già espresso un giudizio severo nei riguardi di chi già qualche giorno fa, come presidente emerito della Repubblica e come importante esponente della magistratura antimafia, ha espresso sentenze ugualmente irresponsabili. Qui non si esprimono opinioni, qui si scassa ulteriormente il nostro disastrato sistema istituzionale. E si persegue una linea che di liberale non ha nulla, e che anzi contrasta radicalmente con l’idea dei diritti e della giustizia, intorno alle quali si formò il nucleo originale di Forza Italia, e che dovrebbe restare patrimonio inalienabile del Pdl.

Se sia meglio fare chiarezza con i probiviri – e nel caso specifico, viste le accuse non supportate da alcun elemento probatorio, mi parrebbe giusto – o se la messa in minoranza e l’esclusione dalle posizioni direttive debba avvenire per via politica, attraverso un auspicabilissimo congresso, resta da stabilire. Ma c’è da chiedersi se un partito debba avere una linea o, come sembra ritenere Battista in maniera assai pelosa, esso debba costituire un semplice gruppo di potere, buono per tutti, senza idee e senza valori: una associazione per farsi eleggere a una carica lucrosa. Ma in fondo il quotidiano di via Solferino ha cessato da un pezzo di mantenere una linea equilibrata.

via Il Legno storto, quotidiano online – Politica, Attualità, Cultura – Partiti e probiviri.

Le riflessioni servono certo, come le continue scoperte. Sono educative. Vedere Della Vedova che da liberale e da radicale difende Granata che dà del mafioso – con le indegne insinuazioni nei confronti di Alfredo Mantovano – a qualche “pezzo del governo” di cui tutti e due fanno parte è veramente uno spettacolo fantastico, che solo qualche mese fa nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Ma io più semplicemente in questo caso la penso come lui, senza bisogno di scomodare probiviri e congressi:

Granata ha di fronte a sè due strade. Può ammettere di essersi sbagliato a dire che pezzi di governo impediscono la lotta alla mafia. Oppure può prendere atto che tra lui e il partito che lo ha portato in Parlamento c’è una distanza così enorme che una riflessione sulla sua permanenza si impone.

Il problema è politico e di coerenza personale. Questo non è il dissenso che richiama Battista, questa è una guerriglia incessante che dura ormai da troppo tempo e che non ha nessuna possibilità di essere ricomposta. Questa ostinazione di Fini, che ora fa dichiarare a Bocchino di essere pronto a scatenare la guerra totale è assolutamente incomprensibile e folle, ipotizzando, solo per un attimo, la buona fede (e se non fosse solo il tentativo di distruggere tutto).

BOCCHINO: «O PACE O GUERRA» – Lo stesso Italo Bocchino ha esortato dai microfoni de La7 i due cofondatori del partito ad un confronto chiarificatore: «O Berlusconi e Fini si chiudono in una stanza e trovano le ragioni di un nuovo patto fondativo o si va alla rottura. E se sarà rottura sarà traumatica». E per essere ancora più chiaro: «Se si scatena la guerra» contro la componente finiana ci sarà una reazione. «Dal partito non ci possono cacciare – ha sottolineato, non possono espellere Fini e noi non ce ne andremo. O pace o guerra: nessuna sperazione consensuale».

Non ti trovi bene? Hai in più, come dici tu e come ripetono ossessivamente i tuoi, il consenso della gente dalla tua? Benissimo vai via, ci si separa, come chiunque con un minimo di raziocinio farebbe e come chiunque in politica ha fatto. Nei secoli. Non ti ritrovi più in questa famiglia? Bene, non sei obbligato dal medico a restare, niente te lo impone. Vai. Perché continuare con tutto questo?

p.s.: E poi cosa sarebbe il nuovo patto fondativo? Posti da distribuire ai finiani? Quote da ridistribuire? Non ci sarebbe, almeno da quello che abbiamo visto in quest’ultimo anno e da quello che si può leggere quotidianamente sul Secolo o su G.I. nient’altro su cui si potrebbe trovare un’intesa. Le distanze su tutto il resto sono siderali.

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Fuorviante

E’ da tempo che molti “analisti politici” sostengono che la rottura tra Fini e Berlusconi non si fa e non si potrà fare mai, perché il Presidente della Camera si è salvaguardato tecnicamente con un accordo blindatissimo (firmato dal notaio) che impedirebbe quasiasi rottura. Ne ha scritto anche il Tempo oggi: “Senza Fini addio al simbolo del Pdl“. Berlusconi è il proprietario, ma per utilizzarlo ha bisogno dell’autorizzazione di tutti i soci fondatori. Il Cavaliere vorrebbe cacciare l’ex leader di An ma perderebbe il marchio del partito.

Questa la nota di precisazione che ha diramato l’ufficio stampa del Popolo della Liberta e che fa riferimento proprio all’articolo pubblicato sul Tempo, definito ”fuorviante”.

”Il presidente Silvio Berlusconi non solo è l’unico e legittimo proprietario del simbolo del PdL, ma ne ha la piena disponibilità senza il bisogno dell’autorizzazione di chicchessia, anche nel caso di fuoriuscita dal partito di uno dei contraenti che stipularono l’atto notarile il 27 febbraio 2008”.

Nell’articolo in questione si sostiene che Berlusconi vorrebbe cacciare Gianfranco Fini ma se lo facesse perderebbe il simbolo.

”L’estensore dell’articolo, pur citando ampi stralci dello stesso atto, non sembra essere in possesso dell’intera documentazione relativa al simbolo e al nascente partito del PdL – aggiunge il comunicato – ed ignora lo statuto, le norme transitorie e l’avvenuto congresso fondativo, che hanno superato in modo sostanziale e formale ogni atto precedente, compresi quelli citati nell’articolo”.

Ed eccole qui le norme transitorie contenute nello statuto che spiegano, forse, anche perché Fini e i finiani boccino preventivamente qualsiasi proposta (anche ieri con Benedetto della Vedova hanno giudicato ridicola l’ipotesi dei congressi locali lanciata da Alemanno). A loro non interessa nulla della possibile articolazione territoriale del partito, della discussione dal basso, a loro interessa solo riuscire in qualche modo a riottenere quei posti e quel potere che Fini pensava di essersi garantito a vita, accettando al momento della confluenza qualsiasi porcheria. Anzi ne era stato proprio, appunto, come rivendicano continuamente i suoi fedelissimi, il co-fondatore. D’altronde per lui era abituale, di deroghe infinite ne aveva fatto ampio e personale uso a proposito di un altro statuto. Chiedere all’amico Carmelo Briguglio, che per anni da storaciano si è battuto in modo indefesso chiedendo vanamente la convocazione di un congresso.

TITOLO VII – NORME FINALI
Art. 51 – Potere regolamentare
L’Ufficio di Presidenza, qualora non altrimenti disposto dal presente Statuto, provvede all’emanazione di tutte le norme regolamentari necessarie per l’esecuzione del presente Statuto.

Art. 52 – Modifiche statutarie
Le modifiche statutarie spettano al Congresso nazionale, che le approva a maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto al voto.
Nell’intervallo tra due Congressi, eventuali modifiche statutarie possono essere proposte dall’Ufficio di Presidenza al Consiglio nazionale, che le approva con il voto favorevole dei due terzi degli aventi diritto al voto.

NORME TRANSITORIE
I) Direzione nazionale: in deroga all’art. 18 del presente Statuto, la nomina o l’integrazione o il completamento della Direzione nazionale eventualmente vacante, fino al plenum di 120 componenti, compete al Presidente nazionale d’intesa con l’Ufficio di Presidenza.

II) In deroga all’art. 22 del presente Statuto, sino alla formale elezione da parte della Direzione Nazionale, il Segretario Amministrativo Nazionale ed il Vice sono nominati dall’Ufficio di Presidenza.

III) Coordinatori provinciali e di Grande Città: in deroga agli artt. 29-30-31, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali del movimento successiva al Congresso istitutivo del Popolo della Libertà, spetta al Presidente nazionale, d’intesa con l’Ufficio di Presidenza, l’indicazione dei Coordinatori provinciali e di Grande Città e loro rispettivi Vice vicari.

IV) Coordinamenti provinciali e di Grande Città: in deroga all’art. 31, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali, il Coordinamento provinciale ed il Coordinamento della Grande Città sono nominati rispettivamente dal Coordinatore provinciale e dal Coordinatore della Grande Città, d’intesa con i loro Vice vicari, entro 15 giorni dalla loro nomina, sentito il Coordinatore regionale e con ratifica del Comitato di coordinamento.

V) Coordinatori comunali, Delegati comunali e Coordinatori circoscrizionali: in deroga agli artt. 32-33-34, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali, entro 30 giorni dalla loro nomina, i Coordinatori provinciali e di Grande Città, d’intesa con i relativi Vice vicari, nominano rispettivamente i Coordinatori o i Delegati comunali e i Coordinatori di circoscrizione. Quelli relativi ai Comuni superiori ai 30mila abitanti saranno ratificati dal Coordinatore regionale d’intesa con il suo Vice vicario.

VI) Fino al secondo Congresso nazionale del Popolo della Libertà, valgono in materia di presenza negli Organi di partito e nelle candidature i criteri specificatamente individuati nell’atto notarile del 27 febbraio 2008, costitutivo dell’associazione Il Popolo della Libertà.

VII) Movimento giovanile: i vertici nazionali delle Organizzazioni giovanili riconosciute dai partiti costituenti il PdL definiranno congiuntamente la proposta di Regolamento, l’assetto organizzativo, i modi e i tempi non superiori ad un anno dall’entrata in vigore del presente Statuto, per la celebrazione del Congresso. Tale Regolamento sarà sottoposto all’approvazione della Direzione nazionale.

VIII) In deroga a quanto previsto dagli artt. 2 e 4 dello Statuto, hanno automaticamente diritto ad associarsi per l’anno 2009 al Popolo della Libertà gli iscritti a Forza Italia degli anni 2007 e 2008, e di An dell’anno 2008, che ne facciano esplicita richiesta e versino la relativa quota associativa.

IX) In deroga a quanto previsto dal comma 2 dell’art.7, gli iscritti di cui alla precedente norma transitoria esercitano i loro diritti di elettorato nell’ambito territoriale indicato nel tesseramento del partito di provenienza.

X) In deroga all’articolo 52 del presente Statuto, per i 12 mesi successivi alla sua approvazione tutte le proposte di modifica statutaria saranno di competenza esclusiva dell’Ufficio di Presidenza, che delibererà a maggioranza qualificata dei tre quarti dei suoi componenti. Tali modifiche entrano in vigore dal momento dell’approvazione, e dovranno comunque essere ratificate nella prima riunione del Consiglio nazionale, che potrà essere convocato anche successivamente al suddetto termine.

Questa per i poco informati è l’attuale composizione dell’Ufficio di Presidenza, quella uscita dal Congresso, su 37 componenti i finiani sono 4, il 10,81% (Italo Bocchino, Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli). Questa invece la Direzione Nazionale, su 171 componenti i finiani sono a occhio e croce e salvo qualche svista 17, il 9,94%, (AUGELLO, BOCCHINO, BRIGUGLIO CARMELO, COLLINO GIOVANNI, CURSI CESARE, DELLA VEDOVA BENEDETTO, GRANATA BENEDETTO, LAMORTE DONATO, MOFFA SILVANO, PERINA FLAVIA, PISANU GIUSEPPE, PONTONE FRANCESCO, RAISI ENZO, RONCHI ANDREA, TATARELLA SALVATORE, URSO ADOLFO, VIESPOLI PASQUALE). Perché erano così attenti alla partecipazione dal basso e a premiare il merito di chi faceva politica sul territorio che gli onorevoli Bocchino e Viespoli, il ministro Ronchi e il viceministro Urso per sicurezza li hanno messi in tutte due gli organismi (e ora se li friggono).

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Vedremo

Il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, parlando alla platea della fondazione Nuova Italia e rivolgendosi all’esponente finiano, aveva inviato l’ennesimo segnale.

“Dico all’amico Fabio Granata: o dici nomi, cognomi o almeno dai indizi forti sui pezzi del governo che starebbero ostacolando la lotta alla mafia, e in quel caso io non potrei stare un minuto di più nel governo se una cosa del genere fosse vera, oppure tu chiedi scusa o lascia il partito”

E Granata si è spiegato subito a modo suo, rispondendo così a La Russa che – anche lui come avevano fatto prima Maurizio Lupi, Valducci e Frattini – gli aveva posto l’aut aut: o chiedi scusa o lasci il partito. “Non ho davvero nulla di cui scusarmi”.

“Le verità che ho detto – aggiunge Granata – sono oggettive e sostenibili in qualsiasi sede, anche in quella (se esiste) dei probiviri del Pdl dove La Russa e gli ex amici di An potranno chiedere con forza la mia espulsione e ribadire la loro fraterna solidarietà a Verdini e Cosentino”.

“La Russa continua a strumentalizzare affermazioni serie ed equilibrate da me portate avanti nel contesto della Commissione Antimafia e che erano riferite all’inopinata negazione da parte della Commissione ministeriale presieduta da Alfredo Mantovano del regime di protezione per Spatuzza, considerato attendibilericorda Granata – da ben tre Procure sulla questione delle stragi del ’92”. “Diniego che – prosegue il deputato finiano – era stato letto da più parti come una forma di deterrenza rispetto alla sua collaborazione”.

via Berlusconi: “No a contrapposizioni correntizie” La Russa: “Fini? Al governo come ministro”

Quindi ora finalmente sappiamo. Il mistero è stato svelato. Secondo Fabio Granata e i finiani che lo difendono, il pezzo del governo «che fa di tutto per ostacolare le indagini sulla strage di via D’Amelio e creare condizioni di delegittimazione della magistratura» sarebbe il sottosegretario Alfredo Mantovano. Tra l’altro anche lui ex-amico-di-An scelto e nominato dallo stesso Fini in quota An nel lontano 2008, evidentemente vendutosi palesemente – oggettivamente e in modo tale da potere essere sostenuto e dimostrato in qualsiasi sede – alla mafia nel lasso di tempo che va da allora ad oggi. E che sta facendo «di tutto per ostacolare le indagini sulla strage di via D’Amelio e creare condizioni di delegittimazione della magistratura».

Il sottosegretario all’Interno replica così alle dichiarazioni del vice presidente della commissione antimafia. Mantovano: Fini si esprima su Granata.

“Le dichiarazioni di Granata sono di una gravità assoluta. Non devo ricordare a nessuno la mia storia personale. Io, da esponente del governo ma soprattutto da componente della camera dei deputati chiedo al presidente della camera Gianfranco Fini che, in avvio della prossima seduta che lui presiederà, dica qualcosa sul punto”.

“Lo esigo – aggiunge Mantovano – in base alla mia storia personale e alla vicinanza allo stesso Fini con cui abbiamo condiviso un percorso ed in base all’azione di governo che si sta facendo da due anni a questa parte. L’antimafia delle chiacchiere fa danni perché delegittima il lavoro delle forze polizia”.

Una volta c’erano i “professionisti dell’antimafia”, oggi ci sono i “professionisti della legalità”, stanno a destra e aprono “fuoco amico” sul governo, ha aggiunto Mantovano. “La guerra alla mafia che questo governo sta conducendo – ha sostenuto Mantovano – ha degli effetti collaterali: irrita i professionisti dell’antimafia. L’elemento di novità però è che fino a non molto tempo fa i professionisti dell’antimafia stavano solo a sinistra: oggi c’è il fuoco amico; oggi si utilizzano questi temi, così difficili, così delicati, non solo come strumenti di lotta politica, ma come strumenti di contrapposizione interna; e hanno fatto un salto di qualità e hanno ampliato la prospettiva: da professionisti dell’antimafia a professionisti della legalità”.

Vedreme se Fini difenderà chi dice «governo mafioso».

p.s.: Qui una ripassatina dello Statuto per Granata, non vorremmo si fosse confuso con quello di An, dove era il Presidente Nazionale in persona che si pronunciava in via definitiva entro il termine di 30 giorni, anche sulla richiesta di iscrizione al partito.

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In An accadeva due volte l’anno

E il Secolo d’Italia intervistò anche uno dei parlamentari ex An non finiani. Certo non in prima, lì neanche un minuscolo richiamo, troppo impegnati ovviamente e come al solito in tutt’altro, ma un’intervista a pagina 5 si. Si può fare.

Verità che escono fuori (finalmente!), qualche sassolino tolto dalla scarpa e tanta “diplomazia”. Anche se parla solo per se. Condanna della “ricerca di visibilità di chi vuol conquistare con il tema della legalità spazi interni” (leggasi trio Granata-Bocchino-Briguglio). Si è vero: “Anche in An ogni tanto si riunivano gli organismi, ma le decisioni si prendevano altrove”, con qualche ricordo che riaffiora puntuale: “nel Pdl l’ufficio di presidenza si riunisce una volta a settimana, in An accadeva due volte l’anno, mi pare che abbiamo già fatto dei miglioramenti.”

Serve la discussione così come si è svolta finora? Assolutamente no, così non va. Certo bisognerebbe discutere nel merito, sarebbe giusto e utile: ma bisognerebbe farlo “negli organi di partito“, perché “in questo modo c’è il rischio di distruggere il Pdl e il Paese, non mi piace che volino gli stracci, così l’elettorato non capisce”. E il famoso coordinatore unico servirebbe a qualcosa?

Forse sì, ma è prematuro parlarne. Bisognerebbe fare il congresso e cambiare lo statuto. Anche questa mi sembra una discussione surreale.

RAMPELLI: «Io lo vorrei “liquido” e non oligarchico come adesso, ma anche in An non si discuteva».

E i congressi in An si facevano mediamente ogni sette anni, nonostante lo Statuto li prevedesse ogni 3. Qui si parlava dell’ultimo.

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Quel Partito di Berlusconi

(Adnkronos) – Afferma il deputato finiano Benedetto Della Vedova commentando, da Radio Radicale, quanto scritto oggi nel suo editoriale da Vittorio Feltri:

“Noi abbiamo cercato sul ‘Secolo’ di ieri di suonare la sveglia per il Pdl, dicendo cose magari da discutere. Feltri oggi invece ha recitato il de profundis per il Partito di Berlusconi”.

La politica fatta sui giornali e sulle radio a suon di dichiarazioni o magari di paginate su come riorganizzare e dare una prospettiva al partito, a quel partito di Berlusconi, come lo definisce oggi il deputato finiano, su cui Feltri avrebbe recitato il de profundis e la cui sorte peraltro a loro tanto starebbe a cuore. Paginate con le “risposte degli uomini vicini a Gianfranco Fini”: da Rossi a Bocchino, da Della Vedova a Moffa, dalla Napoli a Granata, l’ala giustizialista, dalla Perina a Bonfiglio. Discorso a parte merita il sottosegretario Roberto Menia, che non si capisce bene se, con quel “noi” che utilizza largamente quando parla di “pecche che avevamo denunciato sia nell’ultimo congresso che in quello fondativo”, abbia rapidamente dimenticato anche lui le sue recentissime dichiarazioni, se utilizzi “seriamente” e non con intenti ironici il plurale maiestatis o se anche per lui la politica stia diventando rapidissima evoluzione. 6 pagine per dire che il Pdl è morto. E l’interlocutore politico per loro continua ad essere Feltri e quello che scrive sul Giornale. Quando non lo querelano o lo insultano e proprio a Feltri che rispondono, replicano e chiedono lumi. E meno male che oggi il deputato finiano dopo la colta e raffinata elaborazione sulla new demacracy, pare si sia dedicato alle più tranquille lezioncine su Radio Radicale, con contorno di consigli al premier su come debba avere “più fiducia in se stesso e nella sua stessa leadership”. Ci sentiamo finalmente risollevati. Liberati da un peso.

E a proposito di domandine irriverenti in puro stile farefuturista, dato che ci siamo, ne faccio qualcuna anch’io:

Chi ha chiesto a Gianfranco Fini di sciogliere An? Perché non si è accontentato del suo decorosissimo 12,337 per cento? Perché ha sentito l’esigenza politica di fondare un nuovo partito? E perché, soprattutto, di farlo con qualcun altro? E come ha fatto a non pensare che, magari, qualcuno dei nuovi compagni di strada non avrebbe accettato la regola del contorno, del meno male che Gianfranco c’è? Se pensava di avere così tanto consenso (quanto davvero?) perché non ha tentato lo slancio solitario da quel suo personalissimo 12,337 per cento ottenuto nel 2006?

Lo chiediamo a Filippo Rossi che, al momento, sembra l’unico in grado d’interpretare i pensieri del capo. Attendiamo risposta.

p.s.: Sempre a proposito del Presidente della Camera, per lui l’insolita presenza a Palermo alla fiaccolata per ricordare il Giudice Borsellino è praticamente un esordio: in 15 anni c’è andato soltanto una volta, 4 anni fa, e solo per compiere qualche passo.

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Ridere o piangere?

Massimo Franco intervistato da IlSussidiario.net, dice: «Che un certo logoramento di Berlusconi sia in atto da tempo non è una novità. Parlare di tramonto del berlusconismo è però prematuro. L’opposizione è ancora estremamente debole e poco strutturata, mentre all’interno del centrodestra non si è ancora visto un possibile successore».

Ancora una volta il premier sembra costretto a cedere alle richieste di Fini. Queste dimissioni rappresentano l’ennesima vittoria per l’ex leader di An o ne limitano gli argomenti per continuare la sua costante polemica di logoramento?

Credo che dal modo con cui Berlusconi reagisce a Fini non emerga tanto la forza del leader della minoranza del Pdl, ma l’esigenza di ascoltare, anche se di riflesso, le indicazioni del Quirinale. Il peso di Fini in questo momento deriva più dalla carica di Presidente della Camera che dal fatto di guidare l’opposizione interna. Il rapporto tra i due leader, comunque, sembra avere una conclusione piuttosto obbligata.

Quale?

Il divorzio. Resta da capire quali siano i tempi e i modi per realizzarlo, ma, mentalmente, è già avvenuto.

Da ultimo, ieri sera Umberto Bossi ha dichiarato: «Berlusconi se la caverà, si alzerà una mattina e scoprirà di avere la spada affilata e la utilizzerà per fare la guerra». Cosa significano queste parole secondo lei?

Solitamente Bossi non parla senza motivo. L’altro giorno ha finto di smentire una dichiarazione facendo intendere che Cosentino se ne sarebbe poi effettivamente andato. Probabilmente Berlusconi ha in mente un piano, ma non può ancora dichiararlo. Non mi stupirei se nel mirino ci fosse Fini.

via SCENARIO/ Bossi svela il piano di Berlusconi | Pagina 1.

Lo scenario del Foglio, invece, continua imperterrito ad essere sempre lo stesso che ci viene ostinatamente propinato (alternandolo con i consigli) da un paio di mesi. Non si sposta di una virgola. “Verso la pace con Fini“. Questa volta potremmo essere addirittura a un passo. Tra poco per accontentare il Presidente della Camera, verrà eliminato il triumvirato, e poco importa che secondo lo statuto ci vorrebbe un congresso per farlo. Poco importa in quel caso della gente, del consenso, del confronto democratico, in quel caso: “Basta governare in due. Non era meglio farlo da subito?”

Anche se continuano a malincuore a dover aggiungere che: “Non sarà facile. E chissà se la pace con Fini sarà di aiuto o complicherà le cose.” Mentre il finiano di turno, abbandonato per l’occasione il Gianni Letta di Fini – probabilmente visto il non grandissimo successo della sua opera diplomatica: smentito tranquillamente il giorno dopo - è questa volta Carmelo Briguglio, che insinua:

“Il premier rischia di diventare ostaggio dei signori della guerra”.

Qui per i distratti, dato il capolavoro informativo che fa da cornice al pezzo, la recentissima dichiarazione di pace di quello che sosteneva con incredibile sicumera: “Andrebbero via 45 deputati e 18 senatori“. Ora messi definitivamente da parte i problemi dei numeri basterebbe solo che fossero: “Almeno uno in più di quel numero che è indispensabile per tenere in piedi la maggioranza” e se anche prendessero l’1,5% va benissimo, servirebbe comunque a far perdere il Pdl almeno al Senato, come ha fatto sapere Fini dalle colonne domenicali di Repubblica. Ma in realtà come spiega bene Enzo Raisi: “I numeri dei ‘finiani’ sono quelli della mozione alla Direzione Nazionale… E quando arriverà il momento saranno anche di più”. Sempre le solite ambigue minacce che sottintendono chissaché. Per chi, come nelle assolate redazioni romane, l’avesse dimenticato, il risultato della votazione alla Direzione nazionale è stato di 11 voti contrari e di 1 astenuto (Beppe Pisanu) su 172 componenti (in base a questi numeri, il 93% del vertice del partito sta con il presidente del Consiglio. Il 7% circa si schiera con Gianfranco Fini). Prima della non dimenticata offensiva mediatica del Presidente della Camera. Qui i 75 ex An non finiani, quelli ininfluenti e trasparenti rispetto alla decina di finiani che dettano continuamente le condizioni e vorrebbero anche dettare la linea. Non c’è che dire sbigottiti e ammirati oltre che da loro, dalle puntuali analisi politiche del finologo, non si potrebbe dir altro.

Finirà così. Finirà chessò che si farà questo ipotetico terzo polo o l’altro ipotetico governo tecnico o addirittura si andrà a elezioni anticipate, dopo aver eliminato lo sbarramento al 4%, e loro continueranno tranquillamente a scrivere: Verso la pace con Fini. Siamo a un passo. Mentre i “signori della guerra” bisognerebbe continuare a cercarli altrove.

Con buona pace di Ferrara che fare? Ridere o piangere? Fate voi.

p.s.: Ah qui sempre da leggere l’intervento di Tremonti in direzione nazionale. Perché l’altra lezioncina estiva che ci viene impartita qui dal nostro retroscenista, è che chi lavora silenziosamente evitando di far politica con le dichiarazioni polemiche mandate ogni secondo alle agenzie stampa è il vero pericolo. “Si dice” sia il vero protagonista di tutte le trame oscure. Ovvio. Non contento, ci spiega qui, tutto soddisfatto, come siano Repubblica e Libero a “piegare la cronaca alla linea editoriale“. Fantastico.

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