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Dei pretoriani del presidente della Camera fanno parte oltre al ministro Ronchi, al viceministro Urso e i sottosegretari Menia e Bonfiglio, i deputati Bocchino, Granata, Briguglio (tutti deferiti ai probiviri), Ruben, Lamorte, Buongiorno, Scalia, Lo Presti, Perina, Giorgio Conte (capogruppo pro-tempore), Bellotti, Polidori, Moffa, Tremaglia, Consolo, Angeli, Sbai, Paglia, Raisi, Barbareschi, Siliquini, Della Vedova, Napoli, Proietti, Di Biagio, Patarino, Cosenza, Divella, Barbaro.
Una pattuglia numericamente consistente e in grado di incidere sull’autosufficienza del governo soprattutto se, come ha annunciato Fini, varrà la tattica delle mani libere e del voto da valutare volta per volta, sui provvedimenti che esulano dal programma elettorale. Ma va considerato anche che la maggiorparte dei deputati che hanno seguito Fini, in cambio gli avrebbero chiesto – in maniera più o meno indiretta – precise garanzie su tre aspetti: fedeltà al programma elettorale che significa non votare contro il governo; il rispetto degli impegni assunti con gli elettori e la lealtà al premier; il veto sulla possibilità di essere rappresentati dai tre pasdaran deferiti ai probiviri: Bocchino, Granata e Briguglio.
Non solo: se il controcanto dovesse trasformarsi in guerriglia a colpi di voti in Aula, è chiaro che a quel punto l’unica via che peraltro il Cav. continua a considerare aperta soprattutto nello scenario attuale, è il ritorno alle urne. [...] Ma è al Senato che la situazione è più fluida, nonostante Pasquale Viespoli (sottosegretario al Lavoro) assicuri che lunedì i finiani avranno il loro gruppo anche a Palazzo Madama. I conti sono presto fatti: i fedelissimi del presidente della Camera sono nove in tutto: De Angelis (ndr che qui però spiega i motivi per cui non seguirà Fini), Saia, Germontani, Valditara, Menardi, Viespoli, Baldassarri, Pontone e Digilio. Uno in meno dei dieci previsti dal regolamento come numero minimo per costituire un gruppo parlamentare.
Ci sono però alcune opzioni: nella squadra di “Futuro e Libertà” potrebbero entrare uno dei tre senatori del Mpa (in Sicilia a sostenere il governatore Lombardo sono proprio gli uomini di Fini), o la Poli Bortone (che, ironia della sorte, uscì da An sbattendo la porta e in durissima polemica con Fini) e forse un ex forzista. In questo caso i nomi che circolano con maggiore insistenza sono quelli dei senatori Enrico Musso (anche se ha smentito annunciando casomai l’ipotesi di passare al gruppo misto) e di Barbara Contini, ex governatrice di Nassiriya. Insomma numeri risicati e comunque, il dato politico è che la maggioranza degli ex aenne è nelle mani dei “lealisti” schierati con Berlusconi. Il che significa che a Palazzo Madama la strada a progetti, ipotesi o solo suggestioni di governi di transizione, larghe intese o tecnici che dir si voglia resterebbe sbarrata.
Ma c’è un altro dato da rilevare e riguarda le prime defezioni tra i senatori finiani. Quattro di loro hanno scelto di restare nel Pdl: Tofani, Allegrini e Cursi, capitanati dal sottosegretario Andrea Augello, uno di quelli che fino all’ultimo si è speso molto nell’opera di mediazione finalizzata alla tregua tra i due principali azionisti del partito unico. E nella giornata dedicata ai numeri e ai posizionamenti, non è passata inosservata la dichiarazione del governatore del Lazio Renata Polverini, la cui candidatura alla Pisana era stata fortemente voluta da Gianfranco Fini. Lei non ha dubbi e lo dice: resta col Cav., del quale ricorda l’impegno diretto e personale dimostrato nella tribolatissima campagna elettorale dopo l’esclusione della lista Pdl.
Intanto a 48 ore dallo show down tra Berlusconi e Fini sono scintille, accuse reciproche. L’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la foto-opportunity coi due che si abbracciano sul palco della Fiera di Roma al battesimo del Pdl, un anno e mezzo dopo è solo un cartoncino dai colori sbiaditi.
via I numeri di Fini: 33 pretoriani alla Camera ma al Senato sono già divisi | l’Occidentale.
Qui il siam pronti alla morte: “Seguirò Fini fino alle estreme conseguenze” di un neo-futurista-e-libertà per l’Italia. Qui sul Secolo d’Italia il per il momento mancato presidente del gruppo Benedetto Della Vedova (l’investitura di Repubblica non gli ha portato fortuna), conclude la sua surreale analisi politica, sperando nella rinascita di una “ripartenza unitarie e credibile” che potrebbe nascere, secondo lui, proprio dal gesto coraggioso della creazione da parte dei finiani dei gruppi autonomi. Non senza aver spiegato che “le tensioni che hanno attraversato il Pdl, senza frenarne, neppure per un istante l’azione di governo, sono analoghe a quelle che caratterizzano tutte le grandi forze popolari europee e occidentali, e se ne differenziano semmai per difetto e non per eccesso”. Mentre qui, sempre il mancato presidente del gruppo e neo deputato Fli (abituiamoci a questa sigla, non sono loro, credo sia l’abbreviazione giornalistica di Futuro e Libertà per l’Italia) Della Vedova, in perfetta sintonia e coerenza con quanto scritto sul quotidiano NEL Pdl fa sapere che il voltafaccia dei finiani in Parlamento potrebbe già verificarsi la prossima settimana. «Consideriamo la mozione di sfiducia delle opposizioni al sottosegretario Caliendo presentata alla Camera il banco di prova per la maggioranza di governo» ha spiegato al Corriere, chiarendo ulteriormente le intenzioni, se ce ne fosse stato bisogno.
Alla prima defezione dei finiani dalla maggioranza, è l’avvertimento di Cicchitto, la richiesta del Pdl sarà quella di un immediato ritorno alle urne. «Vedremo ora come si comporteranno in Parlamento – dice l’esponente del Pdl a Sky Tg24 – questi nuovi gruppi nati da parlamentari eletti con la maggioranza. Di certo né il presidente del Consiglio Berlusconi né il Pdl sono disponibili a farsi cuocere a fuoco lento facendosi condizionare di volta in volta su ogni provvedimento. Se così fosse, si dovrebbe subito tornare a votare». Cicchitto, inoltre, invita a considerare «aperta, anzi ancora molto aperta, la partita sui numeri» su cui potrà contare in Parlamento tanto il nuovo gruppo finiano come il Pdl. «Ho motivo di ritenere – afferma – che nessuno, nemmeno noi, abbia già messo in campo tutta l’effettiva propria consistenza in modo da poter misurare i rapporti di forza».

