La marcia del gambero

Disuniti contro Berlusconi di Peppino Caldarola

Presi uno per uno sono brave persone, ma viste tutte assieme fanno una certa impressione anche a un elettore di centro-sinistra come me. Un tuffo nel passato. Anzi, come vedremo, un doppio tuffo. Sul palco di oggi in piazza del Popolo ci sarà tutta la sinistra possibile. Ci sarà Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista che ha affossato la svolta a-comunista e pacifista di Fausto Bertinotti. Con lui due vecchi esponenti nostalgici della sinistra radicale, Oliviero Diliberto e Cesare Salvi.

Ci sarà Riccardo Nencini, capo della piccola pattuglia socialista sopravvissuta nel centro-sinistra. Ci sarà Angelo Bonelli, portavoce dei Verdi duri e puri appena uscito da un faticoso sciopero della fame. Ci sarà Antonio Di Pietro, singolare personaggio che occupa la prima scena a sinistra contrariamente alla sua vocazione. Ci saranno i leader del movimento “viola” eredi di quei girotondini che fecero disperare Fassino e D’Alema. Ci sarà Emma Bonino, esponente con Pannella dei radicali doc. Ci sarà Nichi Vendola, uomo immagine di un piccolo raggruppamento di forze di riformisti molto di sinistra. Ci sarà Pier Luigi Bersani, leader di sinistra di un partito che era nato per superare la sinistra.
Mancano due protagonisti che, abbiate pazienza!, indicheremo fra qualche riga. Tutto fa pensare che la coalizione che sognava di ritrovare il vecchio Ulivo si trovi improvvisamente di fronte a una pedissequa esibizione dell’Unione. Non è una bella notizia. L’Unione è stata l’alleanza più bislacca della storia politica italiana. Un vero calderone in cui si sono mescolate formazioni politiche che non avevano alcun collante se non l’opposizione a Berlusconi. Un tratto d’unione talmente labile che portò ad una esperienza di governo sofferta che si concluse dopo meno di due anni. Ogni giorno portava una pena, c’erano ministri che capeggiavano manifestazioni di protesta, altri ancora che chiedevano la testa di colleghi, in Parlamento si campava alla giornata, un vero casino. Dopo la sconfitta elettorale, ma in verità anche prima, tutti si erano impegnati a non incamminarsi più su quella strada. Si parlò di partito a vocazione maggioritaria e subito dopo di un partito con la vocazione di allearsi con le forze moderate.

Invece il diavoletto dell’Unione è riapparso all’orizzonte e rischia, al di là del risultato elettorale, di essere l’unica prospettiva politica del centro sinistra da qui alle prossime elezioni politiche. Tuttavia a me è venuto un altro incubo guardando la foto di gruppo di quest’oggi in piazza del Popolo. E se non fosse neppure l’Unione, neppure il compianto Ulivo ma addirittura quella cosa che li precedette e che fu sconfitta rovinosamente nel voto del ‘94? Infatti, partito più partito meno, sembra quasi di vedere la riedizione dei Progressisti e della “gioiosa macchina da guerra” occhettiana? C’è una sinistra autosufficiente che prova per la seconda volta a far da sola. Dopo la prima volta ci fu un’autocritica severa, Occhetto ci rimise la segreteria, iniziò un lavorio lungo per dare un profilo diverso alle forze che avrebbero dovuto contrastare Berlusconi. Si uscì dalla gabbia della sinistra e si cominciò a parlare di nuovo centro-sinistra. Iniziò la ricerca del nuovo leader che potesse rassicurare mondi lontani. Questo faticoso lavorio portò a risultati utili che consentirono di mettere in soffitta i Progressisti e la “gioiosa macchina da guerra”.

Se guardiamo attentamente la foto di oggi colpiscono le due assenze che citavamo prima. Come se qualcuno avesse raschiato personaggi d’epoca di cui non bisogna parlare più. Mancano gli ex popolari, che si sono trovati impegni in giro per l’Italia pur di non partecipare ad una manifestazione a forte rischio di crisi con il capo dello Stato. E manca un altro personaggio-chiave. Manca Romano Prodi. Due assenze diversamente motivate ma politicamente pesanti. Un uomo di esperienza come Bersani non può aver trascurato questo dato. In piazza ci sarà tutta la sinistra che c’è, ma mancano i moderati e manca l’uomo-simbolo dell’Ulivo e dell’Unione.

C’era da preoccuparsi se solo si fosse tornati indietro di due anni. Tuttavia la non rimpianta Unione aveva la caratteristica di inglobare anche un pezzo di schieramento moderato e di avere un leader che indiscutibilmente era un leader, non fosse altro perché è stato l’unico uomo politico del centro-sinistra a battere Berlusconi. Invece in questa marcia del gambero ci si trova persino a prima dell’Unione e a prima dell’Ulivo. Se queste elezioni regionali, che per il centro-sinistra, dicono i sondaggi, non dovrebbero andare male, devono anche prefigurare l’ampia coalizione che punterà a tornare al governo fra tre anni, sono davvero convinti i dirigenti del Pd che potranno farlo rieditando i Progressisti e rifacendosi all’esperienza di Achille Occhetto?

via Il Legno storto, quotidiano online – Politica, Attualità, Cultura – Disuniti contro Berlusconi.

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Summa e specchio

Un partito prigioniero di Angelo Panebianco

La tragicommedia non è ancora finita. Per ora il «golpe » (come certi oppositori, dotati, come ognun vede, di senso della misura e dell’equilibrio, hanno subito definito il decreto salva-liste) è stato bloccato da un Tar. Ieri la lista pdl nella provincia di Roma ha subito un nuovo stop. Vedremo gli sviluppi. Al momento, si constatano due conseguenze. La prima è data dal grave danno d’immagine che il centrodestra si è auto-inflitto e di cui è il solo responsabile. La seconda riguarda gli effetti sull’opposizione.

La reazione del Partito democratico fa riflettere. È possibile che abbia ragione Giuliano Ferrara («Il Foglio», 8 marzo): il Pdl aveva fatto un clamoroso autogol ma il Pd non è stato poi capace di approfittarne. I dirigenti del Pd avrebbero potuto dire: accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione. Sarebbero usciti da questa vicenda a testa alta, come l’unico partito importante dotato di senso delle istituzioni. Ma ciò avrebbe anche richiesto che il Pd fosse un partito diverso da ciò che è, un partito forte, capace di decidere da solo la propria agenda politica, non un partito debole e etero-diretto, un partito che l’agenda, nei momenti critici, se la fa dettare sempre da altri, si tratti dei giornali di riferimento o di Antonio Di Pietro.

All’indomani del decreto, incapaci di sfruttare il grande vantaggio tattico che il Pdl aveva loro offerto, i dirigenti del Partito democratico si sono subito infilati in una trappola. Parlo della manifestazione di sabato prossimo. Se non verrà annullata, risulterà per il Pd un boomerang e un pasticcio politico, in qualche modo summa e specchio di tutte le sue debolezze. I dirigenti del Pd possono negarlo quanto vogliono ma la manifestazione avrebbe necessariamente il carattere di una presa di posizione contro il capo dello Stato e non solo contro il governo. Il decreto salva-liste, infatti, è stato firmato e difeso da Napolitano. In questa situazione, la stella di Di Pietro, oggi vero leader morale dell’opposizione, brillerebbe: egli è infatti il solo non-ipocrita della compagnia, quello che dice pane al pane, quello che ha chiesto subito l’impeachment per il capo dello Stato. Si badi: se fosse vera la tesi (ma i costituzionalisti sono assai divisi) secondo cui il decreto crea un grave vulnus al processo democratico, allora Di Pietro avrebbe mille volte ragione a proporre l’impeachment. Quello del Pd risulterebbe dunque un capolavoro politico alla rovescia. Consentirebbe (e ha già consentito) al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica.

L’intera vicenda si presta a considerazioni amare sulla qualità, la tempra e la professionalità della classe politica, di destra e di sinistra. Sulle debolezze (tante e complesse) del centrodestra avremo modo di ragionare in seguito. Per quanto riguarda il Pd, basti ricordare che esso, incapace di tracciare una linea di divisione netta fra sé e il movimento giustizialista, incapace di combattere i giustizialisti (apprezzati da tanti anche al suo interno), ha finito per abbracciarli. E questo è il risultato.

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Il ragionamento non fa una piega

Il ragionamento del Pd non fa una piega: «Il decreto è un vulnus alla democrazia, stravolge le regole, è un atto autoritario, un gesto di arroganza, quindi Napolitano ha fatto benissimo a firmarlo».

via Quindi – LASTAMPA.it.

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Impeachment per il Colle

Dopo la firma del decreto “interpretativo” (qui il testo) da parte di Napolitano e dopo aver letto i giornali stamattina Di Pietro chiede: “Impeachment per il Colle” e lo scrive in una nota.

«[...] stamattina, dalla lettura dei giornali ho appreso che il Colle avrebbe partecipato attivamente alla stesura del testo. Se così fosse sarebbe correo visto che, invece di fare l’arbitro, avrebbe collaborato per cambiare le regole del gioco mentre la partita era aperta» afferma in una nota il presidente dell’Italia dei Valori, che aggiunge: «Allora, c’è la necessità di capire bene il ruolo di Napolitano in questa sporca faccenda onde valutare se non ci siano gli estremi per promuovere l’impeachment nei suoi confronti per aver violato il suo ruolo e le sue funzioni».

Dopo che ieri aveva così salutato la notizia: «È un abuso, andrebbero fermati con le forze armate». Di «decreto eversivo» aveva parlato il radicale Marco Cappato, secondo cui è in atto «un tentativo di porre il potere al di sopra e contro la legge» e secondo cui le elezioni a questo punto andrebbero annullate e riconvocate. Mentre per Emma Bonino, candidato tra l’altro nel Lazio, si stava assistendo ad: «una delle pagine più vergognose della storia del Paese dal punto di vista giuridico. Non ci sono parole. Non ci sono situazioni che possono autorizzare un governo a emettere norme palesemente illegali». Sinistra e Libertà, con Fabio Mussi, definiva invece il tentativo di reinserire le liste del centrodestra come veri e propri «brogli di Stato». Per Pier Luigi Bersani, infine, aveva dichiarato: «non si sa se c’è da piangere o da ridere».

Oggi anche il Pd cerca di difendere il Capo dello Stato e attacca Di Pietro, mentre annuncia, contemporaneamente, una grande manifestazione di tutto il centrosinistra per sabato 13 marzo. Massimo D’Alema spiega che il Presidente «poteva opporre un problema di costituzionalità per una norma sostanziale», ma questo non poteva avvenire per «una forma interpretativa». «La responsabilità politica è del governo», attacca il presidente Copasir: «C’è una casta pasticciona che si autoassolve, siamo di fronte a un atto d’arroganza». L’inaccettabile fino ad ieri inviato verso l’ipotesi decreto o rinvio da Bersani e Franceschini, il vicecapogruppo al Senato del Pd, Nicola Latorre, lo spedisce anche a Di Pietro. La posizione di Di Pietro sull’impeachment al Capo dello Stato «è assolutamente inaccettabile».

«Napolitano continua ad operare con grande equilibrio – ha aggiunto – e garanzia per tutto il Paese».

Io continuo a pensare che le due situazione erano e sono completamente diverse. Il decreto, a mio parere, non avrebbe dovuto riguardare Roma e la lista Pdl, dove le “incapacità” sono state manifeste e dove alla fine sarebbe stato escluso 1 partito. Cosa molto diversa invece è avvenuta in Lombardia, dove nessuno si sarebbe “scandalizzato” ad una riammissione del listino e dove le “anomalie” sono state (tante) della Corte di Appello e si sarebbe esclusa non 1 lista, ma decine e decine di liste, impedendo davvero a milioni di cittadini incolpevoli di esercitare il loro diritti.

Al di là quindi delle responsabilità, solo per avere un’idea è come dire che per motivi formali e burocratici (o per errori manifesti di qualcuno), gli elettori del centrosinistra di Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Basilicata, tutti insieme, si fossero trovati non solo senza Pd, ma senza alcuna possibilità di votare chiunque se non Lega e Pdl. Sarebbe stato il male minore o no?

I pareri dei costituzionalisti sull’intervento: Il confine sottile tra la modifica e l’interpretazione.

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La successione

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Smaliziati e ectoplasmi

Il Foglio chiede a Cinque smaliziati osservatori che cosa c’è dopo il Pd. Tra una Barbara Palombelli al limite dell’ipotesi estrema, che in precedenza aveva parlato di incubo ricorrente, quello di “svegliarsi, più o meno il 30 marzo prossimo, e non trovare più il proprio partito, la propria area di riferimento”, un Cacciari secondo cui il “progetto iniziale del Pd è ormai andato” e un Panebianco che pensa che dopo il Pd “può darsi che ci sia un nuovo cambio di etichetta, ma la sostanza mi pare invariata”, con la riproposizione di un ulteriore tappa di una “storia della sinistra che è stata storia di gruppi dirigenti che cambiavano etichette”, quella che spicca è l’analisi del prof. Campi, che dopo aver analizzato, in questi mesi, dettagliatamente e incessantemente la crisi del Pdl e “costruito” il nuovo partito – tra le elaborazione più brillanti: il problema è Berlusconi, mentre qui ci spiegava come e perché aveva ragione l’Udc e come sia importante l’alleanza con Casini – questa volta si esercita sul futuro del Pd:

Alessandro Campi, intellettuale di area finiana e direttore scientifico della Fondazione FareFuturo, dice al Foglio di non credere affatto “a una fine del Pd, tantomeno dopo le regionali, nelle quali perderà meno di quanto si immagini, anche se poi si ritroverà gli stessi problemi di adesso. L’esperienza di questi anni dovrebbe aver insegnato a tutti che non si reagisce alla crisi di un partito fondandone un altro. Invece di puntare sulla quinta trasmutazione, il Pd dovrebbe puntare su quello che ha, che non è poco, perché non è un ectoplasma. Il vero problema del Pd, dal quale discendono tutti gli altri, è che non si sa chi comanda. Non ci sono catene di comando stabili e rispettate, c’è un clima di guerra civile permanente. E’ questo che va affrontato, perché anche definire il quadro delle alleanze è possibile a questa condizione: sapere chi comanda”.

Ed è l’unico a fare ipotesi più che ottimistiche per l’opposizione. Alle “regionali il Pd perderà meno di quanto si immagini” e Bersani non ha niente di che preoccuparsi: “il Pd dovrebbe puntare su quello che ha, che non è poco, perché non è un ectoplasma”.

Si tranquilizzi anche Chiamparino.

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Vicissitudini

Paolo Pombeni. La doppia identità che va superata.

LE RECENTI vicissitudini del Partito democratico dovrebbero invitare alla riflessione sulla crisi della forma partito così come l’abbiamo conosciuta in Italia, piuttosto che risolvere tutto nel gossip sulle lotte intestine (che pure non mancano). continua qui

Stefano Folli. C’era una volta il Partito democratico.

Argomento? La crisi di un progetto politico. Conclude Pombeni:

Il dibattito che il Pd dovrebbe dunque aprire con coraggio riguarda proprio il suo modello organizzativo e la sua identità. Non può illudersi di tenere insieme ancora la visione togliattiana del partito di lotta e di governo, così come dovrebbe riflettere sul velleitarismo dell’utopia berlingueriana della “diversità”. [...] Aggiungiamoci che il centrodestra avrebbe tutto l’interesse a favorire questo processo anziché pensare solo ad orizzonti ristretti e maramaldeggiare sulle presenti difficoltà del suo avversario.

update serale: E Bersani riparte da Di Pietro: Accordo siglato in undici regioni su tredici.

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Scelte aziendali

Scrive l’Ansa alle 14.54: È durato solo poche ore l’oscuramento di Facebook nella sede del Partito democratico, al largo del Nazareno. Stamane era stata disposta la chiusura del social network perché troppi dipendenti lo usavano invece di lavorare. All’ora di pranzo c’è stato però un ripensamento, come si è appreso attraverso l’ufficio stampa: “La chiusura è stata una scelta fatta dal Partito in senso troppo aziendale perché non si è tenuto conto che Facebook è anche uno strumento di lavoro per i politici e per tutta la struttura” (il corsivo è nostro).

Che significa in senso troppo aziendale? che le aziende sono stupide, o che usano i piccioni viaggiatori anziché i social network, o che lavorano anziché perdere tempo in chiacchiere? E si può essere ‘abbastanza’ aziendali, ‘insufficientemente’ aziendali, ‘troppo’ aziendali?

Oscurare Facebook per sbaglio non è grave; non sarebbe troppo grave neppure oscurarlo del tutto, e mandare demagogicamente i funzionari “fra la ggente”, anziché tenerli prigionieri dell’universo virtuale diventato fighissimo grazie a Obama (che avrebbe vinto grazie alla rete). Ma in senso troppo aziendale proprio non va giù: perché rivela, con l’ingenuità che soltanto il linguaggio dei fanciulli riesce ad avere, un totale fraintendimento delle aziende, dei partiti, di internet, della politica, e in definitiva del mondo.

via Il Pd oscura Facebook, ma subito si pente della “scelta troppo aziendale” – The Frontpage.

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Meglio tardi che mai

Ultimatum del Pdl al presidente della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo affinché si impegni al massimo per ricomporre la maggioranza di centrodestra nell’Isola. L’avvertimento: “Soluzioni diverse non sarebbero accettabili per gli elettori“.

In una nota congiunta dei tre coordinatori Ignazio la Russa, Denis Verdini e Sandro Bondi, il Pdl ha invitato il governatore siciliano a “impegnarsi al massimo per ricomporre la maggioranza di centrodestra” e a “escludere qualsiasi ipotesi di ribaltone o di governo locale sostenuto, direttamente o indirettamente, da forze politiche diverse da quelle che hanno contribuito in modo determinante e maggioritario alla sua elezione”. Secondo i coordinatori del Pdl, “soluzioni diverse non sarebbero accettabili per gli elettori e, di conseguenza, per il Popolo della Libertà, che degli elettori è espressione e voce”. “In questo caso, infatti, verrebbero violati i principi della democrazia maggioritaria e si darebbe luogo a governi privi di legittimità popolare”, concludono.

via Sicilia, il Pdl frena Lombardo: “Niente ribaltoni” – Interni – ilGiornale.it del 18-12-2009.

Ok ad aggiustamenti ma niente ribaltoni”, dichiara uno dei due coordinatori siciliani del Pdl, l’ex aennino e attuale vicepresidente del Senato, Domenico Nania:

“Qualunque aggiustamento in corso d’opera è legittimo, ma mai un ribaltone. – aggiunge – Abbiamo lavorato per un mese come Pdl, con l’Mpa, rappresentato dal Commissario regionale, senatore Oliva, accompagnato dal senatore Pistorio e a volte, anche con i parlamentari Lo Monte e Leanza, con questo spirito”. Per Nania, “non ricomporre una maggioranza, che con la buona volontà dimostrata da tutti sarebbe ed è facile ricostruire, sarebbe davvero sconcertante e preoccupante, perché sintomo che dietro la vicenda siciliana c’é ‘qualcosa che non quadra’

E sull’argomento appoggio a Lombardo in Sicillia, dopo la disponibilità data da Bersani per un governo delle riforme, scende in campo anche Veltroni: “Nessun aiuto a Lombardo e Miccichè”:

“Se ci fosse un governo tecnico, un governo con personalità della società civile svincolate dalle appartenenze politiche, allora tutte le forze che vogliono garantire magari una fase di transizione potrebbero concorrere. Ma l’idea che il Pd possa sostenere una giunta composta da Lombardo e Miccichè è, per quanto mi riguarda, da escludere”.

“Lombardo dice che il Pd, insieme con il Gruppo Sicilia (finiani e amici di Micciché), è l’unico partito disponibile alla stagione delle riforme?

Forse bisogna ricordargli quanto è accaduto in questo anno e mezzo a Sala d’Ercole” dichiara invece il capogruppo del Pdl all’Ars, Innocenzo Leontini. “Il partito non ha tradito nessuno”

“Il Pdl – riprende Leontini – ha sempre votato, in quasi tutte le occasioni, rimanendo in linea con il programma di riforme sul quale la coalizione si era formata, sul quale ci eravamo confrontati prima delle elezioni regionali e che avevamo presentato agli elettori. E il presidente Lombardo è stato eletto, con una legge voto che non contempla ribaltoni, dal popolo siciliano che, evidentemente, questo programma aveva apprezzato”.

Per Leontini: “I siciliani hanno eletto Lombardo in una coalizione che, all’indomani del voto, il presidente della Regione ha sconfessato”. “Lombardo si è ostinato a portare al voto un Dpef disconnesso dalla realtà – ha osservato – e dalle necessità della Sicilia, un documento bocciato anche dalla Corte dei Conti, non potevamo che votargli contro. Subito dopo, Lombardo ha urlato al disfacimento della maggioranza e al tradimento – conclude Leontini – Ma il Pdl non ha tradito nessuno: né il programma, né gli alleati e la maggioranza uscita dalla consultazione elettorale regionale. E non tutti possono affermare la stessa cosa”.

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