Ne servirà di più

Il momento di una rivoluzione giovane di Giampaolo Rossi

Chissà se il Presidente del Consiglio i consigli li ascolta. Chissà se è disposto ad ascoltarli fuori dalla cerchia dei consiglieri di professione di cui è circondato. Ma lo stato comatoso in cui versa il Pdl oggi, di cui la “Caporetto” delle liste regionali a Roma è solo l’ultimo episodio, impone un intervento drastico di indirizzo, prima che sia troppo tardi. In gioco c’è molto più di una tornata elettorale. C’è quel progetto metapolitico che dovrebbe consentire di attraversare la morte delle culture del ‘900 dando corpo ad un nuovo e moderno soggetto capace di modernizzare il Paese, cominciando dalla sua classe dirigente.
Allora, partiamo da un dato che sembra ormai assodato: il Pdl non esiste. O meglio esiste qualcosa che è un po’ più di un cartello elettorale e molto meno di un partito. E il Pdl non esiste non perché sia già morto, ma perché nessuno ha pensato di farlo nascere. E’ come un’eterna gravidanza con le sue nausee, i dolori, le speranze, il nome già scelto, gli abitini confezionati e l’attesa infinita di un tempo a venire in cui tutti si dimenticano che ogni nascita è uno strappo e una rinuncia a qualcosa di sé.

Il Pdl non è mai nato, perché chi doveva non ha saputo costruirgli un’identità politica e culturale. Le responsabilità del Premier, in tutto questo, ci sono indubbiamente se non altro perché il Pdl nasce dalla sua strenua volontà; ma alle sue responsabilità vanno aggiunta quelle di una classe dirigente stanca, incapace di visioni strategiche, spesso solo concentrata a crearsi aree di potere funzionali ad un dopo-Berlusconi ancora di là da venire. Il problema è che, in questi quindici anni, la classe dirigente di centrodestra, tranne rare eccezioni, ha vissuto di rendita lasciando sulle sole spalle del Premier tutto il peso di una scommessa che doveva rappresentare la nascita di una nuova Italia. E il paradosso è che sono proprio quegli ambienti maggiormente allergici alla “plastica” del ’94 e che hanno spesso guardato con sufficienza l’esperimento politico berlusconiano, ad avere le maggiori colpe; spettava alla destra post-missina, alle componenti cattolico-liberali e a quelle riformiste il compito di dare forma culturale e unitaria al fenomeno dirompente del berlusconismo prima e al Pdl poi. Così non è stato. I leader di queste zone grigie si sono limitati a costituirsi giardini murati, proto-correnti sotto forma di Fondazioni, consumandosi in una guerra di posizione e di attesa senza quasi mai una spinta che andasse verso la creazione di nuove sintesi oltre le proprie provenienze. E oggi il Pdl altro non è che la somma aritmetica delle vecchie rivalità interne a Forza Italia più le vecchie correnti di An in perenne guerra tra loro.

Ma il Pdl non è stato frutto di un elaborato teorema politico-culturale, partorito nei convegni dei soliti maniscalchi delle idee e scriba da new media; né, come il Pd di Veltroni, è nato all’incrocio dei grandi interessi del potere economico e finanziario che da vent’anni cercano una politica debole che garantisca la loro forza. Il Pdl è stata un’intuizione politica, sceneggiata in una fredda piazza milanese nel novembre del 2007, come tentativo geniale ed estremo di Berlusconi di scardinare l’immobilismo di un sistema che aveva esaurito la spinta propulsiva del decennio precedente. Questa è stata la sua forza ma anche la sua evidente debolezza. Da quella intuizione il Pdl non si è mosso, nonostante gli Statuti, i congressi e i tesseramenti online.

In questi ultimi mesi i danni generati dall’assenza di un partito e dalla mancanza di selezione della classe dirigente, sono ricaduti pesantemente anche sull’operato del Governo, segno questo che la “politica del fare” ha bisogno di appoggiarsi alla “politica dell’essere” qualcosa. Il modo in cui localmente il Pdl si è mosso attorno alla questione delle prossime regionali, dimostra che molto c’è da fare per renderlo adeguato alle sfide in atto: non solo il caso delle liste a Roma e a Milano; dalla scarsa lucidità strategica nella definizione di accordi locali, come ad esempio in Puglia, alla inconcepibile composizione delle liste in Toscana, dove il meglio della classe dirigente regionale è stata epurata, a vantaggio di logiche clientelari e di potere che farebbero rabbrividire un Politburo.

Quindi, se il Presidente del Consiglio i consigli li accetta, provo a dargliene uno. Dopo le elezioni metta mano subito al Pdl e lo trasformi da riserva di caccia di vecchie nomenclature, a spazio per una nuova classe politica (e non solo politica). Lo faccia con lo stesso coraggio avuto in altre occasioni, come quando ha formato il più giovane governo della storia repubblicana, affidando ministeri e ruoli importanti a quella generazione di trenta-quarantenni che rappresentano la dimensione giovane e vitale della politica.

Rinnovi il partito e con esso rinnovi il paese. Lo faccia nelle aziende pubbliche, nell’amministrazione, nei luoghi di elaborazione culturale e di produzione dell’immaginario simbolico. Sarà questa nuova classe dirigente che saprà dare forma alla sua straordinaria intuizione. A pensarci bene, lo stesso coraggio non basterà. Ne servirà di più.

Il Tempo, 11 Marzo 2010

via il blog dell’Anarca

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Per una volta

Al di là delle questioni burocratiche e formali, su cui continuo a pensare che ci sia una netta differenza tra cosa sarebbe successo a Roma e cosa sarebbe successo a Milano e confidando nel giudizio del Tar o del Consiglio di Stato che hanno una giurisprudenza infinita, che mai, dico mai ha finora privilegiato le questioni formali rispetto a quelle sostanziali. Non sono affatto nati oggi i ricorsi sulle liste e gli errori nella presentazione (nel Molise l’annullamento fu causato da errori nell’autenticazione della firme da parte dell’allora Ulivo). A Messina si è votato a ripetazione in pochi anni, con l’ultimo annullamento, che ha portato allo scioglimento del Consiglio e alla decadenza del Sindaco dopo che era stato in carica per più di un anno, proprio per l’esclusione dalle elezioni, poi ritenuta illeggittima dal Cga, di una lista elettorale. «I principi di democrazia posti a fondamento essenziale della Repubblica, sono prevalenti rispetto ad ogni altro interesse», ha scritto il collegio presieduto da Riccardo Virgilio in quell’occasione. Qua invece finalmente si parla di partito e di questioni sostanziali.

Non è giusto che milioni di persone non possano barrare il simbolo del Popolo della Libertà, ma non è nemmeno giusto che questo movimento cerchi l’ennesimo alibi per autoassolversi, per trasferire altrove le colpe che sono nostre e soltanto nostre. Della nostra incapacità di stare in mezzo alla gente, della nostra inadeguatezza a far sentire i cittadini partecipi di questo grande partito che ha la legittima ambizione di rappresentare la metà più uno degli italiani. Facciamo mea culpa, una volta tanto. E smettiamola di trastullarci in fondazioni, conventicole, pensatoi, contenitori vuoti per una cultura inesistente. Il partito è lì per essere costruito: le maniche ce le dobbiamo rimboccare tutti. E tutti dobbiamo sentirci in discussione e avere il coraggio di misurarsi con quel po’ di meritocrazia che magari non risolve tutti i problemi ma perlomeno toglie alcuni alibi.

via Poche scuse.

In aggiunta un commento al post che condivido ancora più del post, e che, a mio parere, è proprio quello che da circa un anno provo a dire anch’io (anche, molto probabilmente, non pensandola come lui su tutto, non è quello il punto). 1972 ha detto:

Ciao. Solo poche osservazioni.
Primo. Che il dibattito sull’inadeguatezza della classe dirigente finalmente faccia capolino nel centrodestra è cosa buona e giusta. Che cominci per una questione burocratica piuttosto che per questioni di merito ben più gravi, però, lascia un po’ perplessi. Il che fa pensare che sia più facile togliersi un sassolino dalla scarpa che una trave dall’occhio e questo non è incoraggiante, a mio modesto avviso. Diciamo che l’ultimo anno del berlusconismo (purtroppo si riduce a questo il panorama) è stato una tragedia, politicamente parlando. Ma non ho visto la stessa fermezza nel rimarcarlo (non parlo specificamente di te, Simone, sia chiaro, il mio discorso è generale), anzi ci si è persi in giustificazionismi più o meno acrobatici, anche quando l’evidenza era davvero molesta.
Secondo. Sulle conventicole e i pensatoi. Simone, ti fa onore questa osservazione ma bisognava pensarci prima, invece di perdere inutilmente tutti questi anni. Ti ricordi quando fu lanciata TocqueVille? Doveva essere la fondazione della nuova cultura liberale nel nostro paese. Invece cosa è diventata? E guarda che non era difficile vederlo, fin dall’inizio. Non parliamo delle varie riviste online che nessuno legge, dei convegni dei finiani a cui partecipano solo i parenti, delle riunioni di bloggers il cui principale risultato è un articolo su Libero.
Non voglio sminuire il lavoro di chi, come te, ci crede e si impegna. Ma in poco tempo, devi riconoscerlo, quelli che erano i vizi che si imputavano allo schieramento politico opposto, sono diventati propri della “nuova” generazione del centrodestra. Familismo, nepotismo, se sei amico facciamo cose insieme, se no fottiti. Fa schifo, abbi pazienza. Altro che meritocrazia.
In tutto questo la questione delle firme è davvero marginale. Anzi è la cosa più bella che sia capitata al centrodestra negli ultimi anni. Almeno si sta a casa, a riflettere. Per una volta.

Saluti Enzo

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Ad giornalem

E sull’unanimità di ieri, benedetta dal Presidente della Camera, ha qualcosa da dire oggi il Riformista. Un decreto ad giornalem.

La meravigliosa storia italiana dei tagli all’editoria.

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Quante volte?

«Quante volte si è riunita la direzione del partito»

Quante volte in 22 anni ininterrotti di segretaria prima e di Presidenza poi del suo di partito ha condiviso con qualcuno le sue decisioni? Lo chiediamo a Gianfranco Fini. E che ne dice se ci spiegasse anche come venivano nominati o estromessi i componenti? E come veniva eletto lui prima come segretario e poi come Presidente?

Sempre “memoria storica”. Sana rievocazione giornalistica, per i tanti smemorati di Collegno che lo affiancano, facendo finta di lottare contro il pensiero unico, parlando di spirito del ‘94 e ipotizzando attraverso lui una intrigante “rifondazione” di F.I. in chiave liberale e libertaria. Fini vorrebbe fondare il nuovo partito liberale. Vorrei proprio capire quanto ci credano e quali potrebbero essere i fatti che gli fanno immaginare lontanamente credibile la svolta hegeliana del Presidente co-fondatore (altro che full immersion e Paolino Mieli, qui siamo ad altri livelli di ghostwriter).

Dall’archivio del Corriere. Anno 2006. E’ il Presidente di Alleanza Nazionale a parlare, i fatti sono quelli conosciuti da molti, quando con una lettera di sette scarne righe Fini comunicò a Storace che “alla luce della sopravvenuta rottura del rapporto fiduciario” veniva escluso dall’esecutivo del partito:

«L’esecutivo è un organo fiduciario e le reiterate posizioni politiche del senatore, in dichiarato dissenso con la linea del partito, dimostrano inequivocabilmente il venire meno di questo rapporto».

Le cronache ci dicono che si scatenarono anche i fedelissimi di Storace. Tra i più duri l’allora numero due di Storace, Carmelo Briguglio:

“Per noi – spiega un fedelissimo di Storace come Carmelo Briguglio – questa è un’opportunità, perché Fini sancisce che c’è in An una maggioranza, guidata da lui, e una minoranza di cui è leader Storace. In questo modo, fra l’altro, si indebolisce la leadership del Presidente”

che oggi da fedelissimo di Fini dà lezioni di libertarismo critico: Senza libertà critica partito fallisce. Questa la risposta dell’ex ministro della salute, ex governatore del lazio ed ex amico personale:

La sostanza è che non si ha più la fiducia di Fini perché se ne critica la linea. Roba da manuale della democrazia.

Altro che valore del dissenso che qualcuno intravede. Qui invece è ancora più recente.

Flop di Fini a Palermo, saltano i vertici di An in Sicilia. Gianfranco Fini, il partito che non c’è, e le sedie vuote di Palermo.

La facilità con cui il Presidente di AN dimissiona (ndr seduta stante), mette in riga e rimbrotta, rivela sicuramente un dato di fatto: il partito gli consente di assumere ogni decisione senza bisogno di ascoltare alcuno. Insomma il partito c’è fino a un certo punto non solo perché si scioglierà nel PDL ma perché i suoi organi hanno una modesta capacità di decidere.

Ma allora il Presidente non aveva ancora evidentemente maturato la “sofferta” sensibilità odierna che lo porta a invocare maggiore “democrazia interna” e “alti” momenti di confronto politico. O forse pensava che non fosse nella natura di un partito come il suo discutere? O forse che ogni singolo iscritto, in quel partito, non avesse nessun diritto di esprimere opinioni e avere luoghi di discussione? Non è che forse allora pensava addirittura che:

Parlare di democrazia interna significava minare la sua leadership o fare atto di lesa maestà

Parole sante, davvero.

Per i poco esperti di cose dei partiti. Non fare un congresso (qui l’ultimo prima della confluenza) per circa 7 anni (negli ultimi 15 anni circa: 2 congressi. 1 ogni 7 anni e mezzo di media) rinviandolo e posticipandolo continuamente non riunendo gli organi di partito per dare voce agli iscritti, come ha fatto Gianfranco Fini prima nel Msi e poi in Alleanza Nazionale, significa anche che quasi tutti le segretarie regionali e provinciali per capirci erano commissariate, i segretari, i deputati e i senatori venivano cooptati dal Presidente (in persona) e la loro scelta seguiva criteri di natura assolutamente ed unicamente fiduciaria. E ricordo anche, per ultimo ma non meno importante, che sono state proprio solo le scelte personali del Presidente di An (di sua assoluta sponte), di quella direzione nazionale e di quell’esecutivo, organi assolutamento fiduciari come abbiamo visto, a comunicare – all’Assemblea Nazionale (eletta a liste bloccate e con un regolamento capestro), convocata pochi giorni prima della confluenza nel Pdl – le decisioni prese. Dopo avere identificato e nominato i costituenti, il “primus inter pares” ed aver stabilito le “regole” (qui La Russa, il primus inter pares, nominato reggente sempre dal Presidente Fini in persona, le spiega chiaramente in Assembela Nazionale). Si tratta di 6 mesi fa, non di una vita fa.

In una prima fase, un anno o forse due – ha spiegato il reggente di An – servirà un regime transitorio perché per un anno almeno non ci sarà una base cui demandare l’elezione degli organi. E le regole transitorie saranno adottate nel solco delle intese prese in occasione della formazione delle liste elettorali per Camera e Senato”. “Con le stesse regole – assicurava La Russa – prima delle elezioni europee nascerà il nuovo soggetto politico: e noi ci saremo con tutta la nostra struttura, la nostra storia, la nostra militanza, i nostri programmi e progetti.

Quelle stesse “regole” che oggi vengono definite poco “democratiche” e indegne di un partito moderno. A quanto pare, però, non sono state né le decisioni o il coinvolgimento di alcun singolo iscritto, né le imposizioni cesariste di Silvio Berlusconi a stabilirle. Caro Presidente Fini.

Condividendo lei, non si può che dire:

E’ da suicidi e non da politici seri giocare agli statisti incompresi mentre la nave rischia di affondare e già troppi nemici sparano a raffica sul “timoniere”.

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Quelli che c’erano prima

Uso assolutamente personale, in questo caso, del blog e delle cose che scrive uno di sinistra. Chi vuole capire capisca.

Per quelli che hanno voluto e “costruito” un partito in cui alla fine della discussione non si va a cena (dalle nostre parti si “mangiava la pizza”) tutti insieme, ma solo tra quelli che stavano dalla stessa parte della discussione. Per quelli che ci hanno spiegato e continuano a spiegarci che è questo inesorabilmente l’unico percorso “politico” possibile.

Quelli che c’erano prima e forse dormivano

[...] Aggiungo solo una cosa – ma lunga – perché in tutto questo parlare di apparati e di rinnovamento mi sono tornati in mente i tempi in cui avevo ancora una tessera in tasca e una sezione in cui andare a discutere di quello che capitava. L’ho fatto per quattordici anni, da quando ne avevo quindici a quando ne avevo ventinove, nella sezione Mazzini dei Ds (e prima del Pds).

[...] Come dappertutto, c’è sempre qualcuno che arriva dopo di te. E spesso era proprio uno di loro, uno di quelli arrivati da poco e desiderosi d’impegnarsi e di farsi valere, che nelle discussioni portava quella carica tipica di chi ha ferme convinzioni politiche ma ha sempre avuto poco tempo da perderci dietro, e alle lunghe e accese e spesso defatiganti discussioni e mediazioni della politica non è abituato. E insomma, per farla breve, interveniva nel dibattito con tono sprezzante e accusatorio, se non offensivo, prendendosela con quello che aveva parlato prima. Succedeva regolarmente, con le facce nuove, con quelli che ad altri livelli si sarebbero detti esponenti della società civile. Ma allora c’era sempre in sezione qualcuno, un vecchio dirigente, un autorevole intellettuale e magari pure ex partigiano, uno di quelli che in altra sede si sarebbero definiti esponenti dell’apparato, che lo interrompeva. Qualcuno che fino a quel momento, attenzione, aveva sostenuto esattamente la stessa posizione, mica uno degli altri. “Vedi – gli diceva con tono garbato, con voce posata e con fare paterno – non si dice così a un compagno…”. Ci girava un po’ intorno, spiegava brevemente la differenza tra polemizzare sulle idee e polemizzare sulle persone, quindi concludeva: “Perché se no, se tu dici così, allora io ti dico che sei uno stronzo, mi spiego?”. Era uno scatto improvviso, su e giù, una frase musicale che sulla “o” di “stronzo” scoppiava come un tuono che annuncia tempesta, per poi chiudersi sulle note suadenti e serene con cui era cominciata, con quel dolce “mi spiego?”. Il nuovo arrivato taceva, la discussione riprendeva più accanita di prima, si protraeva fino a ore insostenibili, quindi si votava, ci si divideva, qualcuno perdeva e qualcun altro vinceva, si andava tutti insieme a cena tardissimo e lì magari si ricominciava a discutere fino a molto più tardi.

E ancora oggi, quando sento discutere di rinnovamento e apparati, partito leggero e signori delle tessere, vecchio e nuovo, mi viene da pensare che in politica si parla troppo di valori e questioni morali e buoni e cattivi, ma si pensa troppo poco a come principi e modi di pensare e modi di stare con gli altri si trasmettono, in una grande organizzazione che voglia davvero cambiare qualcosa, anche di se stessa. E quando sento fior di burocrati che nell’apparato hanno passato la vita parlare con tanto disprezzo di tessere e iscritti, non so perché, ma la prima cosa che mi viene in mente è un partito in cui alla fine della discussione non si va a cena tutti insieme, ma solo tra quelli che stavano dalla stessa parte della discussione. E penso pure che se questo accadrà, la responsabilità non sarà dell’ultimo arrivato e del suo ingenuo manicheismo, ma di tutti i vecchi dirigenti con i quali andrà a cena, che gli diranno bravo e gli daranno tante pacche sulle spalle, già abituati alla modernissima idea che in questo consistano il confronto e la discussione politica: nel dirsi e nel sentirsi dire bravo, nel dare e nel ricevere tante pacche sulle spalle, e tanti colpi di gomito, dentro il proprio piccolo, splendido, democratico gruppetto di puri, in cui regna sempre l’unità e l’armonia e la solidarietà interna, e in cui soprattutto a nessuno verrebbe mai in mente di darti chiaramente e pubblicamente dello stronzo.

Quelli che molto probabilmente non leggono questo blog (i blog non li legge nessuno) o forse che sì. Qualche volta.

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Al Pd non serve…

Claudia Mancina, tra i pochi/e oggi a farti riconciliare con la politica, tutto da leggere il suo pezzo. Non sarebbe male che lo leggessero anche quelli che si accingono a celebrare 2 congressi nel giro di 15 giorni: “Quello di cui abbiamo bisogno è un partito: moderno, certo, leggero, certo, non burocratico, non ingessato da riti che appartengono a un passato ormai finito. Ma un partito. Un soggetto politico capace di scegliere, di decidere, di elaborare analisi, soluzioni, proposte, magari anche una cultura politica adatta ai tempi. Un partito che abbia sedi di dibattito e procedure di formazione e selezione dei dirigenti.”

Al Pd non serve un succedaneo di Prodi.
Il ritorno di Romano Prodi sulla scena italiana ha suscitato una certa emozione: la sua ricostruzione della caduta del Governo, in seguito all’affermazione di Walter Veltroni di voler chiudere l’esperienza dell’Unione e andare alle elezioni senza alleanze raffazzonate, è sembrata la pietra tombale sulla strategia della vocazione maggioritaria, già affossata del resto dal fallimento del suo principale interprete.

Com’è corta la memoria del Belpaese, sempre pronto a tornare indietro in questo eterno gioco dell’oca; sempre pronto a resuscitare gli sconfitti sui quali appena ieri ha infierito. Prodi non ha detto nulla che non si sapesse già; anche la sua disapprovazione delle scelte politiche veltroniane, anche se non così esplicitamente dichiarata, non era stata certo dissimulata. Com’era del tutto legittimo, d’altronde.

Oggi però si dovrebbe ricordare qual era la situazione, non solo in quei giorni, ma fin dalle elezioni del 2006, addirittura dalla stessa notte elettorale, quando fino a notte fonda i dirigenti dei partiti non sapevano che cosa dire, perché non sapevano se avessero vinto o perso. E dopo: il Governo sovraffollato, i ministri in piazza contro il Governo, l’impossibilità di decidere, l’inutile seminario di Caserta… Prodi che tenacemente, testardamente, ricuciva sempre una tela che tutti strappavano.

Questa era la situazione, ed era tale per un deficit strutturale, che neanche la tenacia di Prodi poteva sanare: quella che ora la tenerezza del ricordo fa sembrare una vittoria era in realtà una mezza sconfitta; l’equilibrio politico che ne era derivato non poteva essere stabile e durevole. L’uscita di Veltroni – forse imprudente – fece solo precipitare qualcosa che comunque era destinato a crollare. Per quanto poi riguarda i risultati del 2008, anche qui non si capisce come si dimentichi che, prima della campagna elettorale, ci si aspettava un tracollo, e solo un’incredibile capacità di autoillusione poteva far pensare che si potesse vincere. In realtà il risultato del 33,4% era un ottimo risultato, che avrebbe dovuto consentire un serio lavoro di ricostruzione e di costruzione del nuovo partito.

Non intendo certo dire che la nuova leadership del Partito democratico non abbia fatto errori. Non sono tra quelli che attribuiscono a complotti e cospirazioni dei soliti nemici interni il fallimento della breve esperienza veltroniana. L’elenco degli errori è lungo e vario (dall’alleanza con Di Pietro all’incapacità di aprire con forza il dibattito sui risultati, dalla continua oscillazione tra dialogo e anti-berlusconismo al timore di affrontare lo scontro politico negli organismi del partito, con conseguente incapacità di decidere su questioni fondamentali…), e del resto con le dimissioni lo stesso Veltroni ha messo sulla sua leadership il marchio del fallimento. Da questo a pensare che sia smentita l’idea della vocazione maggioritaria, però, per tornare alle belle ammucchiate di una volta, ce ne corre.

Intanto di mezzo c’è un mutamento estremamente significativo della presa berlusconiana sul Paese. Oggi l’egemonia del Cavaliere è indiscussa e ci vorrà altro che la perdita di qualche punto nei sondaggi per metterla a rischio. Bisognerebbe invece chiedersi perché il consenso verso di lui ha raggiunto questi livelli: non sarà anche perché gli italiani non ne possono più delle coalizioni inconcludenti e apprezzano la capacità di decidere e di fare, qualche volta anche a prescindere dal suo oggetto? Vedi il caso Englaro: sembrava che la maggioranza degli italiani non fosse d’accordo con la forzatura di Berlusconi, tuttavia il suo consenso non è diminuito e la sua forza politica non ha avuto la minima flessione. Tornare al formato dell’Unione non sarà certo la via efficace per scalzare un consenso così solido: ci vorranno idee, e capacità di direzione. Il Pd, se vuole avere in futuro delle chance di vittoria, deve semplicemente mettersi la strada sotto i piedi e camminare.

Senza cercare scorciatoie, come strane alleanze o figure provvidenziali. La scelta di Prodi nel 1995 era giustificata da un’alleanza inedita, ma tutt’altro che estemporanea: era un’alleanza strategica, l’espressione di un progetto politico di grande respiro (che fu rallentato e quasi soffocato in culla, per responsabilità di molti). Già la seconda volta era tutt’altra cosa.

Il progetto del Pd, che tardivamente veniva a realizzare l’idea originaria, era valido e una sconfitta peraltro annunciata non ne smentisce la validità. Oggi l’ipotesi del “secondo Prodi” – l’imprenditore, il tecnico, l’uomo fuori dei partiti – è un’ipotesi assurda, è appunto una scorciatoia. A che pro mettere di nuovo insieme un arco di alleanze che vada da Vendola a Casini, con una specie di deus ex machina che dovrebbe garantire la capacità di governo, per ritrovarsi (dopo un’eventuale vittoria) con un Governo che invece di risolvere i problemi del Paese è il problema principale? E pensiamo davvero che gli italiani ci caschino ancora?

Quello di cui abbiamo bisogno è un partito: moderno, certo, leggero, certo, non burocratico, non ingessato da riti che appartengono a un passato ormai finito. Ma un partito. Un soggetto politico capace di scegliere, di decidere, di elaborare analisi, soluzioni, proposte, magari anche una cultura politica adatta ai tempi. Un partito che abbia sedi di dibattito e procedure di formazione e selezione dei dirigenti. Un partito che si proponga come candidato a governare il Paese, non in splendida solitudine ma con un progetto chiaro. Non so se il Pd è ancora in tempo, o se è già definitivamente fallito. Ma questa è l’unica strada per riprendere un ruolo e una funzione adeguata e per poter competere per il governo del Paese.

Mentre qui si parla, riparla di Montezemolo come possibile futuro leader del centrosinistra. Il succedaneo di cui parla la Mancina?

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Se così avverrà

La casta e l’antipolitica, sull’Espresso di questa settimana alcune interessanti riflessioni sotto forma di intervista-confronto tra Massimo Cacciari e Ilvo Diamanti. Le ragioni della protesta contro i partiti. I conflitti insiti nel sistema democratico. Il populismo. Sottolineo le parti, secondo me, più stimolanti:

[...] Però, appunto, perché un partito vada oltre deve avere delle idee. Per non abbandonare il monopolio delle idee agli specialisti del marketing e dell’opinione pubblica, agli spin-doctor, che oggi sono divenuti le figure più importanti nel definire le strategie dei leader e dei partiti, bisogna affondare le idee su basi culturali: tradizioni, ideologie, identità.

[...] L’homo democraticus può ben essere convinto dell’importanza dei propri valori, ma lo sarà anche del loro fondamento storico. Egli, cioè sa che i propri valori sono qualcosa di ‘costruito‘, niente di assoluto, qualcosa destinato a modificarsi, divenire, trasformarsi. E perciò anche tramontare. L’homo democraticus, per questo, modifica le proprie convinzioni: la sua identità non solo è storicamente determinata, ma va modificandosi in relazione all’altro, nella relazione con l’altro. Questo è il metodo da seguire per quanto riguarda le questioni etiche. Per queste ragioni io credo che in un partito la complessità dei valori possa essere ricchezza e non fonte continua di traumi.

E mutuando le parole di Cacciari rispondo anche a chi mi chiede un parere sulla “lista unica“:

[...] Ripeto: progettato. Il Partito del Popolo delle Libertà è un partito in cui ci sono credenti e non credenti, laici e cattolici, come si usa malamente dire; ma non per caso. A differenza del Pd (dico io). Anche lì coabitano, ma, appunto, “per caso” (o comunque con molte più contraddizioni). Nel Partito del Popolo delle Libertà il dialogo deve apparire invece pensato e voluto. Se così avverrà, si sarà trattato di una vera, coraggiosa innovazione politica. O altrimenti la politica italiana conterà l’ennesimo fallimento.

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