Liberare posti da destinare ai più giovani

Il dibattito del Corriere su Università, riforme e dintorni aperto dall’editoriale di Francesco Giavazzi del 22 luglio. A seguire c’è stato l’intervento di Michele Salvati del giorno successivo. Poi l’integrazione di Angelo Panebianco.

Un’idea su pensioni e ricerca

La proposta del Pd, fatta propria dal ministro Gelmini, di reperire risorse per le carriere dei giovani universitari mandando in pensione tutti i professori al compimento del sessantacinquesimo anno di età, come era inevitabile, ha innescato un conflitto generazionale nelle università. Come molti commentatori hanno osservato, però, la questione è resa assai delicata dal fatto che in essa sono in gioco due valori, entrambi importanti e entrambi degni di essere tutelati.

C’è, da un lato, la necessità di reperire risorse per consentire di fare carriera ai giovani meritevoli (e sottolineo meritevoli: ci sono anche giovani che non meritano affatto di farla ed è auspicabile che non la facciano). E c’è, dall’altro lato, la necessità di non impoverire di colpo l’università mandando a casa, insieme ai peggiori, anche i migliori fra i professori ordinari che abbiano compiuto 65 anni.

La via maestra, in realtà, dovrebbe essere quella indicata da Michele SalvatiMandatemi pure in pensione ma tutelate la qualità universitaria» – Corriere, 23 luglio) e ribadita, con l’aggiunta di qualche suggerimento assai interessante, da Irene Tinagli (Università valutiamo le qualità – La Stampa, 24 luglio): mettere a pieno regime il sistema di valutazione e distribuire premi (meglio se consistenti) e punizioni (meglio se durissime) sulla base della qualità della produzione scientifica individuale. I mezzi ci sono. Basta solo avere la voglia (e la capacità politica) di attivarli. Il grande vantaggio sarebbe quello di poter reperire risorse da destinare ai meritevoli togliendole ai non meritevoli, quale che sia l’età di costoro. Per esempio, si potrebbe decidere di ridurre lo stipendio a tutti quei docenti (di 30 anni o di 65 non fa differenza) che abbiano alle spalle una produzione scientifica insufficiente. E sarebbe anche altamente educativo se si decidesse che chi non ha prodotto nulla, poniamo negli ultimi cinque o dieci anni, debba essere messo alla porta. A un sistema di premi e punizioni sulla base della produzione scientifica svolta occorre arrivare al più presto. Non c’è altro mezzo per ridare slancio, prestigio e forza all’università.

Ma, se capisco qualcosa di politica (il che, naturalmente, non è scontato), sembra che governo e opposizione siano in realtà, in questo momento, alla ricerca di una via rapida, immediata (più immediata di quella che si affida al sistema della valutazione) per placare ansie e potenziali ribellioni degli universitari più giovani. Come percorrere questa via più rapida, salvando capra e cavoli, salvaguardando entrambi i valori sopra indicati? Si può fare solo se ci si affida a norme transitorie, in attesa che il meccanismo dei premi e delle punizioni connesso al sistema della valutazione entri a pieno regime. Si potrebbe stabilire, ad esempio, che, per un certo periodo di tempo (cinque anni o più) vadano in pensione, al compimento del 65° anno di età, tutti quei professori che risultino privi di pubblicazioni scientifiche nei tre anni precedenti all’anno di promulgazione della norma transitoria (a meno che, nel suddetto triennio, non abbiano avuto compiti direttivi nell’ateneo di appartenenza).

Uscirebbero dall’università, liberando risorse da destinare ai più giovani, i docenti che non fanno più ricerca mentre resterebbero quelli che la fanno. Oppure la norma transitoria potrebbe ispirarsi alla proposta di Francesco Giavazzi (Le università sotto esame – Corriere, 22 luglio) ma con una integrazione che mi permetto qui di suggerire. Al compimento del sessantacinquesimo anno, come propone Giavazzi, tutti i professori perdono il diritto di entrare in commissioni di concorso e di detenere cariche direttive (presidenze di facoltà, direzioni di dipartimenti, corsi di laurea, cliniche universitarie, eccetera). Forse non si elimina del tutto ma certo si riduce grandemente il cosiddetto «potere accademico» di questi docenti. Per giunta (ed è l’integrazione che propongo), i professori che accettano di andarsene in pensione a 65 anni, ricevono un bonus economico e non sono penalizzati a fini pensionistici rispetto ai professori che scelgono di restare. I docenti interessati solo ad esercitare potere accademico sarebbero incentivati ad andarsene. Liberando posti da destinare ai più giovani. Resterebbero invece i professori ultrasessantacinquenni con la perdurante passione per l’insegnamento e la ricerca e, proprio per questo, capaci di dare ancora molto all’università.

via Un’idea su pensioni e ricerca – Corriere della Sera.

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Il tema vero

La questione non è padana.

Dalla Sicilia all’Alto Adige, tentazioni secessioniste non sono mancate. Ora però andiamo a celebrare i centocinquanta anni dell’unità d’Italia mentre l’unità scricchiola più che mai. È un pessimo segno che la lotta politica (che ha sempre una dimensione simbolica) diventi competizione intorno a simboli nazionali: la bagarre nel consiglio comunale di Milano sulle «radici padane» della città, la polemica sull’esistenza o meno della Padania, le baruffe sull’inno di Mameli.

«Esiste» la Padania, intesa non come luogo geografico e nemmeno come semplice blocco di interessi, ma come vera nazione? Al momento sembra di no, tranne che nella mente dei militanti leghisti. Però, attenzione: le nazioni sono tutte, storicamente, comunità «inventate». Esistono o non esistono a seconda di quanti credono, o non credono, nella loro esistenza. Quando si scatena una competizione fra simboli e controsimboli non si può sapere come andrà a finire. Oggi la Padania non esiste sia perché l’imprenditore politico che ne possiede il copyright, Umberto Bossi, è ben lontano dall’avere, al Nord, la maggioranza dei consensi sia perché, a quanto sembra, nemmeno i cuori di molti elettori leghisti sono scaldati dalla Padania/nazione. Votano Lega, stando ai sondaggi, per una varietà di motivi: economici (meno tasse e meno trasferimenti al Sud), antistatalisti (meno burocrazia centrale), di sicurezza (questione della immigrazione). Oppure perché solo i leghisti sono andati a parlare con loro nei paesi o nei quartieri. L’impacchettamento di questi variegati motivi, la loro ricomposizione entro un quadro simbolico coerente (la Padania) è un’operazione non ancora riuscita alla Lega ma non è detto che in seguito ciò non possa accadere.

Se la Padania (ancora) non esiste, che cosa fa scricchiolare l’unità nazionale? Il fatto che arrivino al pettine i nodi di un fallimento storico, dell’incapacità delle classi dirigenti di risolvere il problema del Sud. Non si può avere una «questione meridionale» che duri ininterrottamente per centocinquanta anni senza che, alla fine, ciò comporti gravi conseguenze politiche. Rispetto a ciò, la Lega è un effetto (il più appariscente), non una causa. Perché l’idea che il Sud sia una palla al piede che frena lo sviluppo del Paese, non circola solo fra i leghisti, ha una diffusione ampia. Per quale altro motivo, d’altra parte, il federalismo fiscale avrebbe potuto suscitare così tanto interesse?

Ne discende una logica conseguenza: è del Sud che ci si deve occupare. Perché se non si creano, e in fretta, le condizioni per uno sviluppo autonomo del Sud, saranno guai. Qui ci si scontra però con l’abulia delle classi dirigenti meridionali. Nelle regioni più disastrate non è in atto alcun piano di bonifica radicale delle istituzioni, niente che lasci intravedere una reale disponibilità a mutare comportamenti e abitudini. Nessuno crede che i servizi pubblici al Sud cesseranno, a breve, di essere scadenti e molto più costosi che in Lombardia o in Emilia, che tante scuole e Università del Sud smetteranno di distruggere capitale umano anziché crearlo o che le amministrazioni locali, con la loro inefficienza, cesseranno di frenare lo sviluppo.

Chi vuole difendere l’unità nazionale deve impegnarsi, con atti concreti, per cambiare le condizioni del Sud. Altrimenti, la lotta fra simboli e controsimboli avrà, alla fine, un esito scontato.

Angelo Panebianco

via La questione non è padana – Corriere della Sera.

Chissà se lo leggerà chi recentemente “alla retorica leghista da comizio, ha contrapposto una retorica identica“.

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Rinnovare o rassegnarsi

La fine del socialismo della spesa

C’è sicuramente molta esagerazione nella tesi secondo cui la crisi economica cambierà radicalmente il volto dell’Europa e, in particolare, cancellerà quella sua specificità (che l’ha sempre differenziata dagli Stati Uniti) rappresentata da estesi e costosi sistemi pubblici di welfare. La storia non fa salti e non ne farà nemmeno in questa occasione. Però, un ridimensionamento sensibile, unito a una forte razionalizzazione delle spese, dei sistemi di welfare, sembra inevitabile nel corso degli anni a venire (per le ragioni indicate da Piero Ostellino sul Corriere di ieri) . Tale evenienza, sul piano politico, potrebbe fare una vittima illustre, carica di storia: il socialismo, in tutte le sue diverse sfumature e varianti. Era stata proprio l’influenza dei partiti socialisti (insieme a quella delle forze politiche di ispirazione religiosa) a determinare, nel Novecento, l’espansione dei sistemi di welfare dell’Europa occidentale e a fare di tale espansione una peculiarità dell’Europa. Se il processo si inverte, lo spazio per forze politiche socialiste (con connessioni più o meno organiche con organizzazioni sindacali) diventa sempre più ristretto.

Quali che siano le caratteristiche aggiuntive che gli si vogliano attribuire, il socialismo europeo è stato, prima di tutto, e soprattutto, uso della spesa pubblica per fini di ridistribuzione, ampliamento costante di quelli che, nel linguaggio socialista, venivano chiamati «diritti» (ossia, l’ accesso alle prestazioni sociali dello Stato) in nome di un principio di uguaglianza. Ma se tutto questo diventa economicamente insostenibile, se persino il carattere universale delle prestazioni di welfare (che comunque, ancorché ridimensionate, sopravviveranno) rischia di essere messo in discussione a causa della scarsità delle risorse e della conseguente necessità di scegliere i soggetti a cui continuare a erogare le prestazioni e i soggetti da escludere, il socialismo finisce per perdere gran parte della sua ragione sociale. I conservatori sono sicuramente molto più attrezzati, per cultura politica e insediamenti elettorali, a governare in una fase storica che si annuncia assai lunga e che potremmo definire di welfare austerity.

L’attuale crisi dei socialismi meridionali, greco, spagnolo, portoghese, è un fatto solo congiunturale (spiegabile con gli alti e bassi che sempre hanno le fortune dei partiti in democrazia) o rispecchia una condizione strutturale: il fallimento definitivo del «socialismo della spesa», la sua, ormai irreversibile, insostenibilità finanziaria? E come spiegare il fatto che in Italia, nemmeno in una situazione di dura crisi economica, le proposte di espansione della spesa del maggior partito di opposizione, il Partito Democratico, hanno fin qui incontrato il favore dell’elettorato? Leggi il resto »

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L’inutile fervore

Sul quanto sia ridicolo (o peggio ultrademagogico e antipolitico) pensare di poter imporre la trasparenza per legge. E in mezzo a tutte queste “adesioni” e  “compagnie di giro” per dirla alla Ricolfi, io provo ad arruolarmi tra quelli che pensano “meno male che Panebianco c’è”.

Da “Il Corriere della Sera” di venerdì 26 febbraio 2010

LA CORRUZIONE E I PARTITI di Angelo Panebianco

Il caso del senatore Di Girolamo ma anche quanto documentano tante inchieste della magistratura sulla politica locale chiamano direttamente in causa le modalità di reclutamento della classe politica, al centro e alla periferia (le vicende giudiziarie che coinvolgono, rispettivamente, la Protezione civile ma anche Teleconi e Fastweb toccano invece aspetti diversi). Come sempre, quando scoppia una emergenza giudiziaria, e tanto più se ci si trova alla vigilia di qualche importante scadenza elettorale, si invocano e si propongono nuove regole, soprattutto per quanto riguarda la composizione delle liste elettorali. È giusto che i partiti, in questa situazione, si diano delle norme stringenti nella selezione dei candidati. Proporre nuove regole, più o meno moralizzatrici, ha lo scopo di tranquillizzare un’opinione pubblica allarmata e sconcertata. Ma che servano davvero a risolvere, alla radice, il problema della qualità dei reclutamenti dei politici è un altro discorso.

Ci sono due aspetti da considerare. Il primo riguarda la natura dei partiti: la loro plasticità e permeabilità. I partiti sono strutture camaleontiche, che si adattano all’ambiente in cui operano, e sono anche, inevitabilmente, condizionati, sia per il reclutamento del personale politico sia per quanto riguarda le influenze che su quel personale sono esercitate dall’esterno, da gruppi, aziende, notabili (ma anche, in certe zone, organizzazioni criminali), che nei diversi territori sono dotati delle maggiori risorse.

Ne discende che le battaglie moralízzatrící (anche ammesso, e non concesso, che vengano intraprese con reale convinzione e con reale volontà) tese a bonificare i partiti sono destinate a sicuro fallimento se non si procede prima, o almeno contestualmente, a bonificare lambiente. E inutile, ad esempio, stupirsi delle «infiltrazioni mafiose» nei partiti se parti ampie delle economie dei territori in cui le infiltrazioni avvengono sono in mano alla criminalità. Per bonificare con speranze di successo i partiti bisogna intervenire sull’economia di quei territori.

Tramontata l’epoca che alcuni (ma non chi scrive) ritengono gloriosa dei partiti di massa ideologici, i partiti sono ormai quasi esclusivamente comitati elettorali e rimarranno tali. La loro permeabilità all’ambiente resterà, pertanto, elevatissima. E il reclutamento del personale politico continuerà a esserne condizionato.

Il secondo aspetto importante riguarda l’opacità delle relazioni fra gruppi di affari e il personale politico. Qui bisogna davvero intendersi. Non si riuscirà mai a dare la trasparenza necessaria alla attività delle lobbies che operano sul piano locale e sul piano nazionale se continueremo a demonizzarle (come la nostra cultura politica ha sempre fatto) anche a prescindere dalla individuazione di specifici e circostanziati reati penali. Le lobbies, in tutte le democrazie, sono una costante. Imporre la trasparenza necessaria per contrastare le attività illecite richiede, come contropartita, la piena accettazione pubblica delle attività lobbistiche.

I vescovi hanno levato giustamente la loro voce contro i perversi rapporti fra politica e affari nel Mezzogiorno. Ma è un problema che non si risolve se non ci si fa venire nuove idee su come combattere l’economia parassitaria (l’economia che vive di distribuzione di risorse pubbliche) nel Sud del Paese. C’è poi il fatto che non bisognerebbe avanzare richieste contraddittorie. È più che lecito, ad esempio, criticare l’attuale legge elettorale perché, fra le altre cose, spezza il rapporto fra l’eletto e il territorio. Ma come si concilia questa critica con la richiesta di usare la ramazza contro i comitati d’affari locali? Se, cambiando legge elettorale, si rinforzano i legami fra eletti e territorio (per esempio, reintroducendo le preferenze) anche i rapporti fra i candidati, gli eletti e gli interessi dei gruppi locali che fanno affari con la politica non possono che rafforzarsi. Chi scrive è sempre stato un fautore del sistema maggioritario con collegi uninominali. Perché mi sembra il sistema elettorale che meglio favorisce la competizione fra opposti schieramenti politici. Ma mentirei se sostenessi che con il collegio uninominale si allenterebbe la dipendenza degli eletti dai gruppi di pressione locale. Probabilmente, quella dipendenza potrebbe solo accrescersi. Il fervore con cui, improvvisamente, si cerca di trovare «nuove regole» è comprensibile. Ma non porterà da nessuna parte senza interventi ben più incisivi e importanti sugli ambienti sociali ed economici in cui i partiti operano. Ad esempio, scordatevi la possibilità di avere nel Sud partiti puliti e lustri se la realtà meridionale, per tante parti, resta quella che è. Anche se una certa, diffusa mentalità legalistico-formalistica porta tanti a non comprenderlo, una nuova «regola», quale che essa sia, per esempio in materia di composizione delle liste, se cade in un ambiente con essa incompatibile, verrà necessariamente aggirata o stravolta. Passata l’emergenza, tutto ricomincerà più o meno come prima.

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Ridare forza alla politica

Da “Il Corriere della Sera” di giovedì 17 dicembre 2009

LA VIA D’USCITA DALL’ESTREMISMO di Angelo Panebianco

L’intervento di Fabrizio Cicchitto alla Camera due giorni fa, dedicato all’identificazione, nomi e cognomi, di quelli che egli considera i «mandanti morali» dell’aggressione fisica al premier, è stato del tutto sbagliato e inopportuno. Non aiuta il clima politico. Soprattutto, non aiuta il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, a sciogliere i nodi che egli sa di dover sciogliere. Sarebbe anche nell’interesse del centrodestra, e del Paese, che questo avvenisse.

Possiamo mettere in questi termini il problema dell’opposizione. La sua componente estremista ha un capo riconosciuto, con un profilo netto, Antonio Di Pietro. Bersani, invece, deve ancora dimostrare di saper essere, al di là della carica politica, il capo riconosciuto, con un profilo altrettanto netto, della componente democratica dell’opposizione. Quando si dice che il Pd dovrebbe rompere l’alleanza con Di Pietro si dice una cosa giusta ma banale. Si perde di vista che «rompere con Di Pietro» sottintende una complessa operazione politica che, per essere attuata, ha bisogno di una leadership coi fiocchi. Si tratta di un’operazione che implica sia la resa dei conti con il «dipietrismo interno» al Partito democratico sia una ricalibrazione dei rapporti con le forze esterne (certi magistrati, certi giornali, eccetera), che sul dipietrismo interno al Pd hanno sempre fatto leva per condizionarne la politica.

Opporsi alla persona di Berlusconi o opporsi alle politiche del governo? La risposta rivela la concezione della lotta politica, nonché il giudizio sullo stato della nostra democrazia, di ciascun singolo oppositore. Da quando c’è Berlusconi le due anime hanno convissuto e, quasi sempre, quella antiberlusconiana pura ha prevalso, essendo stato fin qui l’antiberlusconismo il vero ancoraggio identitario della sinistra. E’ evidente che Bersani, per la sua storia personale, ambirebbe a portare il Pd fuori dall’orbita del massimalismo antiberlusconiano, dare a quel partito ciò che esso non ha: un chiaro profilo riformista. E’ anche evidente che egli (legittimamente) si preoccupa di non perdere consensi. Poiché il massimalismo antiberlusconiano è ben presente nell’elettorato e fra i militanti del Pd un’operazione che separi nettamente i destini politici degli estremisti da quelli dei riformisti appare, sulla carta, assai rischiosa.

Ma qui entra in gioco la questione della leadership. Immaginiamo che Bersani batta il pugno sul tavolo e dica: «Di Pietro non è un alleato ma un avversario da isolare e i dipietristi interni al partito sappiano che non sarà più tollerato chi tiene il piede in due staffe. A loro volta, le forze esterne che pretendono di condizionarmi sappiano che la linea politica del Pd la detto solo io a nome della maggioranza congressuale che mi ha espresso. Se vogliono opporsi a me e logorarmi si accomodino ma sia chiaro che, così facendo, favoriranno il centrodestra». Gli antiberlusconiani duri e puri (anche quelli del Pd) griderebbero al tradimento ma ciò potrebbe essere compensato dalla scoperta, da parte degli elettori di sinistra, del fatto che c’è ora in circolazione un leader riformista forte e vero, dal profilo netto, che potrebbe domani anche portarli alla vittoria.

La politica, si dice, è ormai troppo debole per non essere condizionata da forze esterne. Tramontata l’epoca dei partiti di massa, è solo la leadership che può ridare forza alla politica.

Mentre qualcuno ci ha recentemente spiegato come la “leadership, intesa come capacità di (con)vincere, non esiste più”, oggi, dalla prima pagina del Corriere, arriva l’analisi di Angelo Panebianco che si appella invece alla possibilità, per il momento solo teorica, speriamo prima o poi possibile, che finalmente la sinistra riesca ad averne una credibile. Per uscire dall’estremismo e riuscire a fare quelle scelte necessarie a riportare la politica al centro del dibattito. Questo è per lui il discrimine tra civiltà e inciviltà politica in questo momento. Per ridare forza alla politica.

Dell’editoriale di Panebianco se ne parla anche qui. Il nodo resta Di Pietro, il Corriere chiede al Pd di rompere.

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Fiato sprecato.

IL PROFILO POLITICO DEL PD. Un’offerta inesistente.

Il Partito democratico si avvia verso il congresso. La lotta precongressuale è stata aspra ma ciò non è servito a guarire la malattia di quel partito: la scarsa credibilità della sua «offerta politica» complessiva, l’assenza di un insieme di idee e di proposte potenzialmente in grado di convincere una parte rilevante di quegli elettori che, fin qui, si sono tenuti alla larga dal Partito democratico. Di più: mi pare che ci sia, in settori significativi del Pd, la sfiducia nella possibilità stessa che una forte offerta politica possa essere confezionata. Come altro si può interpretare il fatto che il gruppo dirigente oggi non speri, per vincere di nuovo, nelle virtù e nelle capacità proprie ma unicamente negli incidenti di percorso altrui? Non è forse vero che, per tornare al governo, il Pd si affida solo alla speranza di una uscita di scena di Berlusconi e della disgregazione del centrodestra? Non è forse vero che esso ripone le proprie chances, anziché nella capacità di attrarre elettori, in quella di attrarre alleati? Puntare tutte le proprie carte, piuttosto che sulle possibilità di sfondamento nell’arena elettorale, sulle manovre nell’arena parlamentare, significa sostituire la tattica alla strategia, sperare che il tatticismo e le capacità manovriere possano sopperire ai ritardi culturali e alle inadeguatezze politiche.

Quando Massimo D’Alema dice che un partito del 27-30 per cento può andare al governo solo costruendo alleanze, rivela la sua sfiducia nelle possibilità di crescita autonoma del partito. Una sfiducia della quale è peraltro facile identificare l’origine: va cercata in una pagina di storia ormai chiusa, quella del partito comunista. Non critico D’Alema per questo: tutti noi siamo condizionati dalle nostre esperienze passate. Ma è un fatto che pensare che un partito del 30 per cento sia condannato a rimanere tale è un portato di quella esperienza. All’epoca del bipolarismo Usa/Urss il Partito comunista non aveva possibilità di espansione al di là di una certa soglia elettorale. Poteva accrescere la propria influenza politica e, eventualmente, entrare nell’area di governo, solo grazie alla sua capacità di costruire alleanze. È quello schema che, consapevolmente o meno, D’Alema oggi ripropone. Ma nel mondo attuale, senza più conventio ad excludendum, guerra fredda e partiti comunisti, quello schema dovrebbe essere buttato via. Perché, nelle nuove condizioni, un partito del 27/30 per cento (alle precedenti elezioni) può benissimo, se azzecca la proposta politica, se intercetta la domanda del Paese, sfiorare la maggioranza dei consensi (e magari, se poi governa male, tornare al 27 per cento o anche meno alle elezioni successive). Capisco il fatto che, in politica, le proposte degli avversari siano sbagliate per principio. Ma la verità è che l’idea del «partito a vocazione maggioritaria» di Walter Veltroni non era affatto sbagliata. Nasceva dalla presa d’atto che, nel dopo guerra fredda, un partito di sinistra (non comunista), se centra la proposta politica, può benissimo giocarsela «alla pari» con la destra. L’idea era eccellente ma venne realizzata male. La proposta politica non fu abbastanza innovativa e ci fu l’errore dell’alleanza con Di Pietro.

Certo, poi ci vogliono anche le alleanze. Ma le alleanze vengono dopo la proposta politica. È nella proposta politica la vera debolezza del Pd. Ne deriva un circolo vizioso: la debolezza dell’offerta politica genera problemi di identità che alimentano la sfiducia, la quale a sua volta impedisce di agire creativamente per modificare l’offerta politica. [...] Costruire una offerta politica adeguata ai tempi può essere, per il Pd, una impresa faticosa, destinata anche a suscitare forti conflitti interni. Ma, almeno, sarebbero conflitti da cui potrebbero nascere serie elaborazioni culturali e sforzi di immaginazione politica. Molto meglio che stare seduti sul greto del fiume, ripetendo fino alla noia vecchi slogan, e aspettando, inerti, di vedere passare sull’acqua il cadavere del nemico.

Angelo Panebianco sul Corriere.it

Per tutti quelli, e purtroppo sono tanti, che continuano a compiacersi del loro esser “moralisti” (qua era sempre Panebianco a parlare dei danni che questa cosa ha e avrebbe continuato a causare, cercando di chiarire le differenze per chi eventualmente continua a non averle chiare) e lo rivendicano, come se fossero gli unici puri in questo mondo di reprobi, rientrando di diritto (laico o divino ci sono anche quelli ovviamente) fra i combattenti dell’armata della luce contro quella delle tenebre. Continuando a dire a se stessi che è quella la “politica”, l’unica e vera, ma aspettando solo – come oggi dice Panebianco, sul greto del fiume, ripetendo fino alla noia vecchi slogan,  inerti – di vedere passare sull’acqua il cadavere del nemico.

Torno sulla questione del moralismo. A for­za di campagne moralistiche, nel corso dei de­cenni, si è messa larga parte delle nuove gene­razioni nell’impossibilità di capire alcunché di politica. Le si è addestrate a pensare la poli­tica nei termini infantili e menzogneri della lotta fra il bene e il male, le si è condannate a non vedere la complessità del mondo e la sua ineliminabile ambiguità, anche morale.

Non molti, ormai, riescono a distinguere fra la mo­ralità (che investe una dimensione personale: riguarda il rapporto fra me, i miei atti e la mia coscienza e, per chi ci crede, Dio) e il morali­smo, che è una tecnica di combattimento poli­tico. I moralisti sono di due tipi: quelli che ci credono e quelli che si fingono. Quelli che ci credono pensano che invocare di continuo la moralità sia un modo di testimoniare la pro­pria appartenenza alla schiera dei buoni. Sarebbero inoffensivi se la loro ingenuità non ve­nisse sfruttata da altri, i veri utilizzatori del moralismo come tecnica politica. Da coloro, cioè, che in un mondo di esseri imperfetti e peccatori, si attribuiscono virtù che non han­no e si ergono a giustizieri morali. Sono i re­sponsabili della propagazione di una immagi­ne farsesca della politica, come luogo del con­fronto fra luce e tenebre. La loro presenza ren­de difficile affrontare i temi di etica pubblica. Questi ultimi riguardano, per lo più, problemi di convenienza collettiva: ad esempio, convie­ne abbassare il tasso di corruzione, per gene­rare condizioni di fiducia sociale e incentivi allo sviluppo, per migliorare le condizioni di vita. Ma parlare di queste cose con i moralisti è fiato sprecato.

Da rileggere anche questo. Dal moralismo al riformismo. Tutto se è possibile (Panebianco non sembra essere a libro paga di nessuno). Pensarci su e riflettere anche, se capita.

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Prendiamo il caso dell’Università

Ancora su mancate riforme, pessimi centri universitari e strategie necessarie per renderle possibili, al di là delle astrazioni accademiche.

I veri ostacoli delle riforme

Forse bisognereb­be scavare più a fondo di quanto in genere non si faccia quando ci si interroga sul perché sia così diffi­cile per i governi italiani, di destra o di sinistra, fare riforme incisive a favore della concorrenza. Quelle mancate riforme, dopotut­to, contribuiscono a spie­gare due decenni di bassa crescita (in un’epoca di grande espansione del­l’economia internaziona­le) e sappiamo che, se non si faranno, anche la ri­presa potrebbe risultare difficile e stentata una vol­ta superata la crisi mon­diale. Ma, forse, quelle ri­forme sono rese estrema­mente difficili dal fatto che, se attuate, potrebbe­ro destabilizzare la demo­crazia italiana e, persino, mettere a rischio la stessa unità del Paese. Insom­ma, c’è probabilmente qualcosa di più, dietro al­le riforme mancate, della resistenza delle solite lob­bies.

Sul Corriere del 28 giu­gno scorso Mario Monti ha elencato i settori che dovrebbero essere interes­sati dall’azione riformista: «… la riduzione struttura­le della spesa pubblica corrente, anche attraver­so la riforma delle pensio­ni, la formazione del capi­tale umano, le infrastrut­ture, una maggiore con­correnza per aprire i mer­cati e ridurre le rendite, la liberalizzazione dei servi­zi e specialmente dei ser­vizi pubblici locali». Effet­tivamente, sappiamo che sono quelle le riforme che servirebbero per dare un nuovo slancio all’eco­nomia italiana e metterla in condizione di sfruttare al meglio le occasioni che le si presenteranno quan­do la crisi mondiale fini­rà. Ciò che invece non sap­piamo, ciò che è più diffi­cile prevedere, è quali sconvolgimenti sociali po­trebbero derivare da radi­cali interventi riformatori in tutti quei settori.

Nonostante la tradizio­nale turbolenza della no­stra vita politica, la socie­tà italiana, nel corso dei decenni, sembra essersi ben adattata a vivere in condizioni di bassa cresci­ta. Al punto che la perpe­tuazione dei suoi equili­bri, sociali e territoriali, pare dipendere ormai pro­prio dall’assenza di incisi­ve riforme liberalizzatrici in una serie di settori stra­tegici. In altri termini, se­condo questa ipotesi, ciò che obbliga da decenni l’economia italiana a fun­zionare a basso regime è anche ciò che assicura al Paese condizioni di stabi­lità sociale e territoriale. In queste condizioni, ten­tare di dare molta più po­tenza alla macchina richie­derebbe modificazioni drastiche e subitanee di radicatissime abitudini so­ciali, la messa in discus­sione di equilibri consoli­dati, la penalizzazione (al­meno a breve termine) di vaste aree territoriali oggi garantite dalle rendite, grandi, piccole, e anche piccolissime, assicurate dai mercati protetti. Con conseguenze, sociali e po­litiche, assai poco prevedi­bili.

Una delle ragioni, forse la più importante, per cui la società italiana risente oggi meno di altre degli effetti della crisi mondia­le, è dovuta proprio alla presenza di quei fattori che ne hanno frenato la crescita nei decenni prece­denti. Dipende dal fatto che, accanto al welfare «ufficiale», quello gestito dallo stato, c’è anche un esteso welfare «occulto» che tutela tante famiglie italiane a vari livelli di reddito. Ci sono protezioni e fringe benefits assicurati ai tanti dalle innumerevoli corporazioni, le rendite garantite dalla spesa pubblica (sprechi inclusi), i benefici assicurati ai singoli dall’economia sommersa. Non casualmente, a soffrire di più a causa della crisi sono fino ad oggi quei settori della piccola impresa e del commercio (come ha osservato Dario Di Vico sul Corriere del 2 luglio) che sono tra i pochi davvero esposti alla concorrenza di mercato.

Dall’elenco di Monti estraggo il caso che conosco meglio, quello della formazione del capitale umano. E’ la questione dell’istruzione. Sarebbe auspicabile una riforma meritocratica dell’Università (Francesco Giavazzi, su questo giornale, 3 luglio) e della scuola in generale. Ed è vero che il ministro Gelmini è sinceramente interessato a farla. Ma potrà mai il Parlamento (nelle sue componenti di destra e di sinistra) consentire davvero incisive riforme meritocratiche nel settore dell’istruzione? Ne dubito. E non certo a causa della resistenza di qualche «barone» o di qualche preside di liceo. A causa del fatto, piuttosto, che verrebbero scossi equilibri territoriali, locali, consolidati.

Prendiamo il caso dell’Università. In Italia ci sono centri universitari ottimi, centri universitari così così e centri universitari pessimi. Questi ultimi godono di esteso sostegno e di granitiche complicità nelle comunità territoriali di appartenenza. Una riforma meritocratica (che, se fosse davvero tale, dirotterebbe i finanziamenti sui centri e i ricercatori migliori) li metterebbe in ginocchio. E che cosa credete che accadrebbe? Quei pessimi centri universitari sono pur sempre erogatori di stipendi e rendite, e grazie ad essi vive anche un esteso indotto cittadino. Inoltre, essi contano sulla complicità delle famiglie le quali, pagando tasse basse, assicurano comunque ai propri figli diplomi dotati di valore legale. Ci sarebbero probabilmente rivolte in stile Reggio Calabria 1970. I sindaci, i sindacati, i deputati locali (di destra e di sinistra) farebbero barriera in difesa del pessimo centro universitario minacciato.

Ciò che vale per l’istruzione vale, credo, per tutti gli altri settori che dovrebbero essere interessati da incisive riforme. In molti casi, colpire la rendita può significare mettere a rischio o, per lo meno, in grave sofferenza, anche i legami fra le diverse aree territoriali del Paese. Ciò significa che non bisogna fare quegli interventi riformatori? Bisogna farli di sicuro, a meno che non ci si rassegni definitivamente all’idea che la democrazia italiana possa reggere solo se si accettano bassi tassi di crescita (anche a crisi superata) e forse, in prospettiva, un ulteriore impoverimento complessivo. Ma bisogna anche individuare le strategie utili per attutire gli inevitabili, probabilmente fortissimi, contraccolpi.

Angelo Panebianco

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Lavoro di ricostruzione

[...] La verità è che se Berlusconi non fosse esistito, se non fosse entrato in politica nel 1994, la sinistra italiana se lo sarebbe dovuto inventare. Da quindici anni Berlusconi, con la sua presenza, aiuta la sinistra a non fare i conti con se stessa, con il vuoto in cui è precipitata dopo il crollo del muro di Berlino.

In tutto questo tempo, Berlusconi è servito alla sinistra italiana per non guardarsi allo specchio. Se lo avesse fatto avrebbe scoperto che lo specchio non è in grado di riflettere alcuna immagine.

Checché se ne dica, un tentativo, uno solo, di costruire una nuova identità c’è stato. Lo ha fatto Walter Veltroni. Il suo discorso del Lingotto era più o meno questo. Ma ci sono limiti a ciò che un leader può fare. Nel caso specifico, c’erano anche i limiti del leader.

Incapacità di fare i conti col passato, rimozioni e trasformismi. Di che altro sarebbero il sintomo, ad esempio, gli inopinati omaggi che gli uni o gli altri continuano di tanto in tanto a tributare a Enrico Berlinguer, ossia all’ultimo dei grandi capi del comunismo italiano? Come si è chiesto Giovanni Belardelli sul «Corriere» di ieri, a chi e a che serve Berlinguer nella società attuale?

O, ancora, era davvero pensabile che la sinistra (da Mani Pulite fino alla recente alleanza con Di Pietro) potesse trovare una identità politica di ricambio facendosi megafono dell’Associazione Nazionale Magistrati? O che potesse diventare competitiva con la destra, soprattutto al Nord, senza contrastare apertamente le correnti sindacali più conservatrici in materia di legislazione del lavoro, di scuola o di pubblica amministrazione? O che potesse acquisire credibilità a fronte del più esplosivo fenomeno del nostro tempo, l’immigrazione, innalzando solo il vessillo della «solidarietà»? Non è un caso che anche molti dei cosiddetti «giovani», più o meno emergenti, del Pd, per lo meno a una prima occhiata, sembrino vecchi quanto i loro nonni.

La migliore osservazione sul Partito democratico l’ha fatta Claudio Velardi, ex collaboratore di Massimo D’Alema: al Pd, dice Velardi, serve un «pazzo», nell’accezione positiva del termine, uno che si prenda il partito sparando sul quartier generale. Un leader che unisca estro, solidità culturale e credibilità. E la caparbietà necessaria per dedicarsi a un lungo lavoro di ricostruzione culturale e politica. Senza farsi condizionare troppo dai vecchi oligarchi del partito o da centri di potere esterni.

Angelo Panebianco

via Il ventennio di rimozioni – Corriere della Sera.

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Se fossimo a Timbuktu

Secondo Angelo Panebianco, Berlusconi dovrebbe “aiutare” Veltroni, ma a me pare che sia Veltroni a non aiutare se stesso, avendo rinunciato ad essere il Veltroni pre-elettorale. continua

Lui fa alcune valutazioni di merito, io penso che ne Il premier e l’opposizione, il professore dica alcune cose condivisibili e che sicuramente potrebbero servire a svelenire l’attuale clima politico. Ma, a mio parare, dimentica un dettaglio non proprio piccolo piccolo: dimentica dove viviamo.

Mettendo da parte solo per un secondo il Caimano, difficile riuscirci certo, ma anche impossibile dialogare partendo da lì, questo è un paese dove si è riformato il Titolo V della Parte II della Costituzione con le leggi cost. n. 1 del 1999 e n. 3 del 2001 che hanno profondamente mutato l’assetto della potestà regolamentare dello Stato e delle Regioni, a stretta maggioranza.

E quando la stessa cosa è stata fatta da un altro parlamento (sempre liberamento eletto e con gli stessi diritti, si presume…), questo è il minimo che è stato detto o scritto, con susseguente referendum in nome e per conto della difesa della democrazia:

Col voto del Senato di ieri, la liquidazione della Costituzione repubblicana è nell’agenda politica. Le regole democratiche, le garanzie dei diritti e delle libertà che per anni hanno accompagnato il consolidamento della nostra convivenza civile sono a rischio.

Questo è un paese dove il Governo eletto il 17 maggio 2006, senza una maggioranza consistente, (diciamo così), viene salutato da un coro generale di inviti al diritto-dovere-obbligo a governare (giustamente) e a esercitare le proprie scelte, che hanno portato nel giro di pochi mesi, all’elezione esclusiva e a stretta maggioranza di tutte le più alte cariche dello stato, senza minimamente tentare alcun dialogo con l’opposizione (compreso il Presidente della Repubblica).

E dove se il governo che gli è succeduto fa le stesse identiche cose viene salutato dal coro generale (degli stessi di cui sopra), come chi governa incurante dei diritti dell’opposizione e calpestante tutti i tentativi di dialogo.

Questo è un paese dove nel silenzio generale di chi si “scandalizza” per mestiere, è stato formato un governo composto da 111 tra ministri e sottosegretari (durato così fino alla fine) al quale ne è succeduto uno con 60 tra gli stessi, che ha formato il governo a tamburo battente (rivoluzionario nel metodo) e emanato un dpef triennale che tra le altre cose per la prima volta dal 1999, come attesta il governatore Draghi, contiene il dettaglio del quadro programmatico (nel merito se ne può discutere senza tregua).

Ma dove le cose che dice Nicola Rossi, economista e senatore del Pd, diventano le reazioni “inciuciste”, da mosca bianca e quasi “uniche” di un uomo raro e coerente:

Stare all’opposizione non significa essere ciechi, quindi se c’è qualcosa di positivo va riconosciuto. E qui di di veramente positivo ci sono soprattuto 2 cose, poi ce ne sono una serie di altre, ora vediamo. Innanzitutto la riforma istituzionale, se così possiamo chiamarla, per cui ci liberiamo, mandiamo in soffitta questa anticaglia che è il documento di programmazione economica e finanziaria lo riduciamo a quello che dev’essere, poche pagine. Punto.  continua

Cose che vengono accompagnate da questi atti politici dell’opposizione: conferenza stampa del Ministro Ombra (qui l’audizione in Parlamento, molto istruttiva, con il suo intervento, ascoltare anche Morando) e seguite dall’annuncio della grande raccolta di firme lanciata da Veltroni  (diventa tutto democratico nel momento stesso in cui il soggetto cambia) in nome e per conto della crescita di salari e pensioni (chiedendo conto di tutto ciò al nuovo governo in carica dall’8 maggio 2008, dopo un governo durato 1 anno, 11 mesi e 19 giorni).

Dove la piazza è populista e sintomo grave di una deriva peronista se la riempie la destra di opposizione, ma diventa agorà (Fassino dixit) e cuore pulsante della democrazia nel momento stesso in cui si presuppone la possa riempire la sinistra.

Ed è un posto dove (blogger compresi, anzi primi tra tutti), tra l’altro:

a. Se il governo in carica emana una norma il metro di giudizio unico e incontrovertibile per esercitare la facoltà del giudizio è sapere se e cosa aveva fatto quello precedente e:

  1. riportarlo in modo esteso ed articolato se ipoteticamente “positivo”
  2. ignorarlo e lasciarlo nell’oblio se ipoteticamente “negativo”.

b. Il riconoscimento del merito e la valutazione delle cose che vengono fatte o proposte è indissolubilemente legato alla ratio della lettera a), comma precedente.

c. Una cosa che “teoricamente” potrebbe andar bene (es. interventi sulla p.a. o università) deve necessariamenta, sempre per il rispetto del comma a), essere accompagnato (obbligatoriamente) dal: sì, potrebbe andare bene, sì forse l’ho sostenuto fino ad ieri, ma attenti… e tutto un susseguirsi di aspetti negativi e di impossibilità reale a che la cosa si realizzi con questo governo in carica ed in questa situazione politica.

d. se il governo in carica fa un emendamento e poi lo ritira (potrebbe anche essere un tentativo di dialogo?!?) il merito è sempre dell’opposizione e siamo naturalmente sempre in presenza di una grande vittoria democratica della stessa.

e. se il governo in carica fa un qualsivoglia taglio, naturalmente (e giustamente) la “colpa” e la responsabilità è sua, ma se lo stesso governo, ci ripensa e toglie il taglio in questione, a questo punto mistero dei misteri, il merito non è mai suo, ma sempre delle summenzionate battaglie democratiche delle opposizioni e della società civile (blogger sempre compresi), anche in presenza di un voto di fiducia e della conseguente bocciatura di qualsiasi emendamento.

Sì se fossimo a Timbuktu, forse, alcune delle cose dette da Panebianco sarebbero perseguibili e realizzabili.

update: Qui l’ultima “battaglia” dell’opposizione in parlamento: ha trovato da ridire sulla contestualità della presentazione del Documento e della manovra anticipata di cui al decreto 112.

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