Se ci fossero, sarebbero già qui

Franco Debenedetti scrive al Foglio. Perché questa sinistra non sarà mai capace di smantellare il berlusconismo.

Al direttore – Saranno i numeri primi, scrive al Foglio Rino Formica, a definire la nostra scena politica: ripudiato il 2 del maggioritario, saltando il 3 e il 5, 7 han da esserne gli attori. Sono più o meno sette i grani del rosario delle opposizioni che, dopo avere per anni gridato contro le leggi ad personam, oggi si uniscono in un’alleanza ad personam: con chiunque, guidati da chiunque, pur di mandar via Berlusconi. Dal 1994, in cinque campagne elettorali, l’opposizione ha denunciato il suo conflitto di interessi, il potere delle sue televisioni di creare i suoi elettori, ha previsto populismo fascismo regime, lo sfascio dei conti pubblici, la fine della libertà di stampa: nessuna minaccia si è materializzata. Ma neppure nessuna delle promesse si è realizzata: su riduzione delle tasse, presidenzialismo, riforma della Costituzione, giustizia, diritto del lavoro, perfino sul federalismo stando all’analisi che Luca Ricolfi ha fatto dei decreti attuativi non è successo sostanzialmente nulla. Per quindici anni, un estenuante clinch, un interminabile sumo. Un berlusconismo sempre più lontano dagli entusiasmi liberali delle origini, contro un antiberlusconismo sempre più in difficoltà a far combaciare programmi e coalizioni: e che oggi distilla la sua più pura e concentrata essenza, la cacciata di Berlusconi come unico obbiettivo, prescindendo da ogni programma politico.

Alla stessa stregua si può fare anche l’operazione inversa: una sorta di esperimento mentale che definisca il programma politico di Berlusconi prescindendo dalla sua persona. Prescindendo dalla strumentalità con cui sventolò la bandiera liberista, e via via dalle ingenuità e contraddizioni, dai giuramenti e contratti, dagli infortuni e compromessi che hanno punteggiato la sua esperienza di governo. Alla fine resta un’idea di politica “laica”, nel senso che non ha timori di rompere con il modo in cui si è concretamente realizzato il patto da cui è nata la Costituzione, e che invece prevede un diverso uso e una diversa entità delle risorse prelevate dallo stato ai cittadini, uno spostamento di poteri tra stato e enti locali, e tra governo e Parlamento, un riequilibrio tra le prerogative dei poteri costituzionali e quelle dell’ordine giudiziario. Questo programma, in cinque votazioni durante tre lustri ha preso i voti, molto più o poco meno, della metà degli elettori. Per quanto grande sia il magic di Berlusconi, difficile pensare che a lui sia riuscito di fool all of the people all of the time: più logico riconoscere che quel programma, diciamo anche solo quella prospettiva, siano una sintesi che esiste a prescindere dalla sua persona. L’alleanza ad personam invece si propone di cacciare Berlusconi senza preoccuparsi né di appropriarsi del suo tesoretto oggi, né di preservarlo per il domani. Anzi, vuole smantellarlo e spargere sale sulle macerie. Perché questo succede di certo abbandonando il 2 e passando al 7: il proporzionale, che si basa sulla difesa delle identità politiche, può produrre solo intese coerenti con l’inviluppo dell’esistente.

Questo smantellamento, per alcuni è il raggiungimento di un obbiettivo lungamente e apertamente perseguito. Ciò che stupisce è che ad accettarlo come inevitabile, siano il Pd o gli eredi di quello che in questi 15 anni è stato l’asse dell’opposizione. Nel Pd è dato cogliere sorprendenti convergenze con colonne portanti di quel programma. In politica economica, Tremonti ormai è più europeista e rigorista di Padoa-Schioppa, e in tema di fisco, quanto a tracciabilità dei pagamenti, inversione dell’onere della prova, fattura telematica in copia all’agenzia delle entrate, ha scavalcato Visco a sinistra. Sul federalismo, chi ha scritto e votato la modifica del titolo V non potrebbe rifiutare il suo appoggio a quanto per ora si intravvede. La svolta presidenzialista non c’è stata, ma Pd e Pds non si sono fatti scrupoli a mettere i nomi dei loro candidati sulla scheda elettorale. Sulla riforma del mercato del lavoro, le proposte più incisive provengono dalla sinistra. Perfino in tema di giustizia, separazione delle carriere, riforma dell’obbligatorietà dell’azione penale, tutela della privacy sono principi su cui autorevoli esponenti del Pd hanno fatto apprezzabili proposte.

“Se ci fossero, sarebbero già qui”, rispondeva Enrico Fermi a chi lo interrogava sull’esistenza degli alieni. Se un partito che si dice progressista volesse davvero evitare di essere per sempre conservatore, l’avrebbe già fatto. Se un partito che ha avuto l’ambizione di essere autosufficiente nel proporsi alla guida del paese volesse evitare, accodandosi ai proporzionalisti, di essere un pezzo per sempre subalterno ad ogni futura coalizione di Governo, l’avrebbe già fatto.

Ma la risposta di Fermi vale anche per chi, nella maggioranza, vorrebbe una stretta programmatica che rivitalizzi questa legislatura, o per chi chiede l’ultima smazzata di carte di elezioni anticipate per realizzare il programma “laico” di Berlusconi. Se lo si volesse, sarebbe già stato fatto.

L’assemblaggio Brancaleone.

Benedetto Della Vedova invece scrive sul Foglio quello che secondo lui si potrebbe pure applaudire“.

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Sarà rischioso

La fuffa

Si governa o ci si prepara a farlo. La politica chiara diffida delle terze vie

Il progetto tanto sbandierato di un governo di transizione, che era stato lanciato dal segretario del Pd, si sta dimostrando per quel che è, un puro esercizio retorico costruito sul nulla. O per usare l’espressione colorita di Emma Bonino, pura fuffa. Difficile dar torto all’esponente radicale, quando spiega che la maggioranza ha il dovere di governare, obbligo dell’opposizione è preparare l’alternativa, tutto il resto, dall’ipotesi di accordi di salute pubblica al governo dei tecnici, dal governo dei pochi a quello dei molti, mi pare fuffa. Stesso sconcerto espresso, in modo più  politologico, anche da Arturo Parisi: “Pur di evitare il voto sento girare troppe parole senza senso. Sento ipotizzare il varo dileggi elettorali che impediscano la nascita di terzi poli, con l’aiuto, guarda caso, del terzo polo… Altri, immaginare governi Tremonti fondati sul sostegno della Lega mentre puntano ad acquisire un nuovo centro unificato dalla rivolta antileghista”. E anche Antonio Polito non dà chance all’ipotetico governo del ribaltone, che peraltro avrebbe come ragione di vita l’emanazione di una nuova legge elettorale sui cui contenuti i possibili sostenitori perseguono obiettivi assai divaricati. Non significa che, in caso di dimissioni del governo, non si cercherà di appofittare della confusione per cercare di mettere in piedi una combinazione qualsiasi, con il solo scopo di allontanare lo spauracchio del voto. Per chi, anche nell’opposizione, chiama le cose col proprio nome sa che sarà rischioso costituire il governo della fuffa.

via Il Foglio

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Sarebbe però una vittoria di Pirro

Tre idee opposte di Repubblica

Al termine della votazione sulla sfiducia a Caliendo, un finiano avrebbe esclamato: «È finita la monarchia». È una perfetta descrizione del passaggio dei finiani allo schieramento antiberlusconiano. Non nel senso superficiale di una loro diversa collocazione parlamentare, ma nel senso profondo dell’adesione a una «idea di repubblica» opposta a quella incarnata da Berlusconi.

È dal 1994 che a scontrarsi in Italia non sono solo schieramenti che rappresentano interessi diversi. La violenza verbale che accompagna il conflitto è spiegata dal fatto che a duellare sono idee diverse di repubblica. Sono ben tre e si fronteggiano dagli anni Novanta. Il bipolarismo, però, risolvendo la politica in un confronto fra due soli schieramenti, ha obbligato le fazioni sostenitrici di due di esse a stipulare fra loro un’alleanza strumentale. Nessuna di queste tre idee di repubblica ha fin qui prevalso sulle altre. L’Italia è quindi, dagli anni Novanta, in una condizione di stallo politico. A scontrarsi sono, prima di tutto, la variante berlusconiana della «democrazia plebiscitaria» e la «democrazia acefala» (senza un leader) sostenuta dalla maggioranza dei suoi nemici. C’è poi in campo una terza idea di repubblica, incarnata dalla Lega, e definibile, a seconda dei gusti, federalista, nordista o separatista.

La democrazia plebiscitaria nasce sempre per la comparsa di un capo carismatico. La sua caratteristica è la fragilità. Dipende dalle sorti di un uomo. O trova uno sbocco istituzionale (presidenzialismo, premierato: forme di democrazia che rafforzino il vertice del potere esecutivo) oppure si dissolve quando egli esce di scena. «Plebiscitarismo» è per molti sinonimo di tirannia. In realtà, indica solo il rapporto diretto fra un leader e i seguaci. Può darsi in certi regimi autoritari come nelle democrazie che hanno istituzionalizzato la dimensione plebiscitaria. La democrazia plebiscitaria è «sul piatto» in Italia da quando c’è Berlusconi. Ricchezza, controllo di televisioni e carisma sono state le sue risorse. Ma Berlusconi, a differenza di de Gaulle e di altri capi carismatici, ha fallito (ammesso, ma non è sicuro, che i suoi scopi andassero oltre le situazioni contingenti), non ha saputo dare uno sbocco istituzionale alla democrazia plebiscitaria.

I suoi nemici gli hanno opposto la difesa della democrazia acefala. Se la democrazia plebiscitaria ruota intorno a un singolo leader, la democrazia acefala ha una struttura oligarchica (più capi che si controllano a vicenda). La cosiddetta Prima Repubblica ne è un esempio. In essa i leader che cercavano di elevarsi al di sopra del resto dell’oligarchia (Fanfani, Craxi) suscitavano forti resistenze e venivano prima o poi abbattuti. La Costituzione del ’48, consegnandoci un esecutivo debole, ha dato vita a una forma di «parlamentarismo integrale» (come lo chiamava Gianfranco Miglio) che è un perfetto abito istituzionale per la democrazia acefala. Se i fautori della democrazia acefala sono stati in grado, quanto meno, di resistere al ciclone Berlusconi è perché hanno dalla loro la forza della tradizione e, con essa, il sostegno dei custodi della tradizione, come magistrati e intellettuali.

Si noti un altro aspetto. La democrazia acefala, a differenza di quella plebiscitaria, mal si concilia con il bipolarismo. Il bipolarismo, effetto combinato dell’abbandono della proporzionale e dell’irruzione di un capo carismatico, è fragile perché incompatibile con la tuttora vigente forma istituzionale della democrazia acefala. E’ probabilmente destinato a scomparire quando uscirà di scena Berlusconi. In questa incompatibilità fra bipolarismo e forma istituzionale della Prima Repubblica c’è anche il vizio d’origine del Partito democratico. Nato sulla scia del bipolarismo, può esistere solo grazie ad esso. Ma il conservatorismo costituzionale che impregna la sua cultura politica gli impedisce di puntare a uno sbocco istituzionale (una riforma della Costituzione) che superi la democrazia acefala, mettendo così in sicurezza il bipolarismo.

La terza idea di repubblica è quella leghista. Ha conseguito grandi successi (ha imposto il federalismo come tema prioritario dell’agenda politica) ma non ha ancora ottenuto la vittoria decisiva. Mentre democrazia plebiscitaria e democrazia acefala sono «progetti» nazionali, quella di Bossi è una rivendicazione regionale: il federalismo è la via per dare forza alle regioni del Nord. L’alleanza fra Berlusconi e Bossi e il conseguente compromesso fra due idee di repubblica, plebiscitaria e federalista, sono stati possibili ma non senza tensioni. Basti pensare alla potenziale incompatibilità fra l’individualismo (che è la vera cifra culturale del berlusconismo) e il «comunitarismo» leghista. Questa è anche la ragione per cui non penso che i leghisti possano assorbire facilmente il grosso dell’elettorato berlusconiano del Nord, anche dopo l’eventuale uscita di scena di Berlusconi.

Si potrebbe ora scommettere su una vittoria della democrazia acefala, per quanto mal messi siano i suoi sostenitori. Possiedono la forza della tradizione, un atout che può rivelarsi decisivo dato il fallimento di Berlusconi, la sua incapacità di dare un ancoraggio costituzionale alla democrazia plebiscitaria.

Sarebbe però una vittoria di Pirro. Per tre ragioni. Perché la democrazia acefala può essere resa stabile solo dalla presenza di grandi partiti, forti e radicati. Ma in Italia non li resuscita più nessuno. In secondo luogo, perché necessita di un ambiente internazionale protetto (come era, per l’Italia, quello della guerra fredda, della politica dei blocchi). Nel sistema internazionale fluido e iper-competitivo di oggi la democrazia acefala è poco attrezzata per fronteggiare le sfide. In terzo luogo, perché la nostra storica divisione Nord/Sud si è ormai troppo acutizzata e i conflitti che suscita non possono essere facilmente smussati e sopiti con le tecniche tipiche della democrazia acefala. Lo stallo, il conflitto fra opposte idee di repubblica, è destinato a continuare. Resti o no in scena Berlusconi.

Angelo Panebianco

via Tre idee opposte di Repubblica – Corriere della Sera.

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Auto-bavagli

Opporsi alle leggi vuol dire saperle cambiare di Antonio Polito

Conosco e stimo il senatore Luigi Zanda, vice-presidente del gruppo del Pd. Per questo ieri sono saltato sulla sedia quando ho letto che, intervistato dal Fatto, ha negato l’opportunità che i parlamentari dell’opposizione si impegnino per tentare di ridurre il danno delle proposte di legge della maggioranza, svolgendo un lavoro di emendamento e miglioramento dei testi legislativi. «I parlamentari dell’opposizione – ha detto – non sono i consulenti del governo e non hanno il dovere di aiutare politicamente la maggioranza».

Se così fosse, ai parlamentari dell’opposizione non resterebbe che issare in aula cartelli con su scritto «Vergogna», urlare all’incostituzionalità di ogni legge che viene presentata e appellarsi al Capo dello Stato perché non la firmi. lo credo invece che non sia questo il ruolo dell’opposizione riformista e che questa presunta intransigenza, questa purezza che si rifiuta perfino di discutere il «male assoluto» proposto dalla maggioranza, alla lunga faccia perdere voti e credibilità.

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Forte componente di interesse nazionale

Nicola Rossi discute con IlSussidiario.net della manovra.

«Questa però non è una manovra come le altre – avverte il senatore del Pd Nicola Rossi – perché viene messa in campo dall’Italia all’interno di un’azione europea concertata. È l’inizio della costruzione dell’Europa che verrà. Per questo, le modalità con cui la dobbiamo valutare non possono essere le solite».

[...] Una manovra che ha le caratteristiche che ho voluto premettere porta con sé una forte componente di interesse nazionale. Per questo è opportuno che la maggioranza chieda una collaborazione all’opposizione e che l’opposizione sia pronta ad offrirla sulla strada di un provvedimento il più possibile condiviso. Dopodiché alcune cose piaceranno, altre meno. Sarebbe un segnale importante se si affrontasse la manovra nella logica dell’interesse nazionale e non in quella del “mi piace, non mi piace”. Detto questo, nella mia area politica alcune scelte sindacali non vanno nella direzione giusta. Per me però l’autonomia del partito dal sindacato deve essere totale e senza discussione.

La proposta della Cgil di uno sciopero generale non le sembra responsabile?

Ripeto, i sindacati facciano il loro mestiere. Se pensano di difendere in questo modo i loro iscritti lo facciano pure, l’importante è che non confondano l’interesse degli iscritti con l’interesse nazionale.

via MANOVRA/ 1. Rossi (Pd): Caro Bersani, appoggia Tremonti e scarica la Cgil.

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Essere chiari fino alla banalità

L’opposizione in un Paese normale fa esattamente ciò che abbiamo visto fare ieri a Fini.

Si alza, si accomoda il microfono, sfodera la migliore eloquenza (e la peggiore cravatta) e dice in faccia a chi governa che sono stati commessi errori, si sono fatte scelte inopportune. Fini ieri non cercava un dibattito all’interno del partito, ma pensava a una discussione all’interno del Parlamento. In un Paese normale quando un leader politico contesta l’alleanza politica fondante di una compagine di governo (il rapporto con la Lega, nel nostro caso) si mette autonomamente sui banchi dell’opposizione.

Sia chiaro in questo ragionamento non c’è alcun giudizio di valore. Il punto non è tanto quello di discutere su chi ha ragione, ma sul metodo di fare politica. Ieri Fini, per essere chiari fino alla banalità, non ha chiamato un grande congresso, ha rivendicato una posizione politica alternativa a quella della Pdl.

Nicola Porro sul Giornale.

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Guardiamo alla sostanza del problema

La piccola opposizione dei Fini e dei Bersani, che s’impuntano su una legge elettorale a doppio turno che potrebbe forse avvantaggiarli, è ridicola perché totalmente fuori bersaglio. A Berlusconi non importa un fico secco della legge elettorale, e proprio per questo oggi difende il Porcellum senza voto di preferenza. Quando il semipresidenzialismo alla berlusconiana sarà maturo, si troverà anche un sistema elettorale adeguato, e la maggioranza l’approverà.

Guardiamo invece alla sostanza del problema. Cucire la forma dello Stato sulla propria persona, se lo si fa per vie costituzionali, è del tutto legittimo: lo ha fatto De Gaulle, può farlo Berlusconi se ne ricordi chi oggi sventuratamente brandisce come una minaccia l’arma del referendum. Nel 2013 saranno in palio le due poltronissime di palazzo Chigi e del Quirinale. Berlusconi, come è stranoto, punta da tempo alla seconda. Ma la vuole conquistare a modo suo, cioè lottando e senza chiedere niente a nessuno. Per questo vuole il semipresidenzialismo, e per questo lo otterrà.

La sinistra, anziché perdersi in chiacchiere o promuovere cortei, dovrebbe cominciare oggi stesso a costruire il candidato che fra tre anni sfiderà Berlusconi.

via La sinistra cerchi un candidato per il Quirinale | The Frontpage.

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Chiarezza e coerenza

«E’ stato aggredito e ferito il Presidente del Consiglio, e anche se risulterà essersi trattato del gesto di uno squilibrato dobbiamo esserne tutti egualmente allarmati. E quando dico tutti intendo tutti gli italiani che credono nella democrazia e che vogliono veder garantita nel nostro paese una pacifica convivenza civile. Dunque il senso delle mie dichiarazioni di ieri sera è: impediamo subito, risolutamente, che rinascano forme di violenza che l’Italia, in un passato non lontano, ha già conosciuto e duramente pagato»

Avverte il  Presidente Napolitano in un’intervista al Tg2 (qui il video).

Secondo Massimo Franco, «sono parole che chiedono chiarezza e coerenza di comportamenti; ed invitano ad assumere un atteggiamento di­verso dall’esasperazione pericolosa delle polemiche. È un’insistenza figlia di una grande preoccupazione».

Motivata, verrebbe da dire dopo la reazio­ne di Antonio Di Pietro, che finge di non essere uno dei principali destinatari dell’ap­pello; ed invita la maggioranza a seguire i consigli di Napolitano. In realtà, il capo del­lo Stato sembra indovinare le potenzialità ed insieme i pericoli che si presentano do­po l’aggressione a Berlusconi. Quando insi­ste sull’esigenza di non vedere «complot­ti », parla al governo. E quando avverte che c’è una maggioranza votata per guidare il Paese per cinque anni, e dunque non biso­gna inseguire «scorciatoie», si rivolge al­l’opposizione. L’impressione è che sia un’esortazione simmetrica a non accarezza­re l’idea di elezioni anticipate.

E «Napolitano addita dunque una ri­composizione difficile, eppure obbligata: l’unica in grado di esorcizzare il fantasma di violenze vecchie e nuove».

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Il perno della politica

Ora che il pericolo di violenza si è materializzato, la discussione su come si combatte il governo dovrebbe invece assumere dei contorni ben più precisi: cambiare molte parole e moduli fin qui usati, rompere con ogni personalizzazione e concentrarsi completamente sugli aspetti politici dello scontro. Saprà o potrà farlo il Pd che già ora è incalzato da un settore politico come quello di Di Pietro, che dell’antiberlusconismo ha fatto la sua unica piattaforma?

via La sinistra a un bivio – LASTAMPA.it.

Sapranno capire, ora, i vari bloggher intellettuali, moderati e riformisti (e non solo), che non è consentendo la qualsiasi in nome della libera manifestazione del pensiero di una sola parte (bacchettando, richiamando e dando lezioni i ragazzetti di centrodestra che osano dissentire o ricoprendo di commenti indignati chi si arrischia a cercare di discutere) e della “giusta” e “sacrosanta” lotta al pericolo pubblico numero uno, che non è così che si fa e si parla di politica? Sapranno finalmente tutti assumersi delle responsabilità?

Sapranno cambiare molte parole e moduli fin qui usati, rompere con ogni personalizzazione e concentrarsi completamente sugli aspetti politici dello scontro?

Oggi come allora, il perno della politica rimane il principio che la governabilità di un Paese dipende dall’assumersi responsabilità. Anche da parte di chi è all’opposizione.

Sapranno prendere le distanze dai fini intellettuali che propongono “cordoni sanitari“, affermando che con il nemico non si può avere nessun dialogo?

L’odio politico è un mostro che scatenato diventa mollto difficile da domare” scrive Pierluigi Battista oggi sulla prima pagina del Corriere, in: Un clima avvelenato. Perché ora come conclude qui Carlo Fusi, Quel valore che non possiamo permetterci di perdere:

Per tutti, è doveroso vincolarsi, senza se e senza ma, a comportamenti che non siano alimento per spettacoli, dentro e fuori il Parlamento e più in generale in tutto l’ambito sociale, che deprimono il senso di appartenenza e di coesione sociale.

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