Da tempo sosteniamo che l’Italia è uno dei Paesi che sta dimostrando più capacità di resistenza e reazione nel corso di questa crisi economica globale. È quanto segnalano costantemente, sin dalla primavera scorsa, anche gli indicatori anticipatori dell’Ocse. Naturalmente, occorre guardare sempre lontano all’orizzonte e non perdere di vista la bussola dei dati macroeconomici e settoriali più consolidati.
[...] Sono tutti segnali che dimostrano che l’economia “reale” italiana è forte ed ha le capacità per reagire. Ciò a dispetto di certe nuove mode “catastrofiste”: l’ultima è quella di cercare di prevedere quanto tempo sarà necessario affinché il nostro Paese ritorni ai livelli produttivi pre-crisi. C’è chi profetizza addirittura un orizzonte di 5-10 anni. Ma che cosa dovrebbero dire allora i tedeschi, visto che il valore aggiunto manifatturiero italiano è diminuito del 15% a prezzi correnti tra il secondo trimestre 2008 e il secondo trimestre 2009 mentre quello della Germania è sceso addirittura del 26%! continua qui
Si rafforzano i segnali di miglioramento dell’economia nell’area Ocse, dove ora ci sono «chiari segnali di ripresa in tutte le sette principali economie, in particolare in Francia e in Italia». A luglio, secondo quanto rende noto l’Organizzazione, il Composite leading indicator (Cli) è salito di 1,5 punti su base congiunturale (-1,9 punti rispetto a un anno fa). Tra i Paesi che hanno registrato un incremento maggiore figura l’Italia, che ha recuperato 2,7 punti su base mensile e 8 punti rispetto a luglio 2008.
OECD composite leading indicators (CLIs) for July 2009 show stronger signs of recovery in most of the OECD economies. Clear signals of recovery are now visible in all major seven economies, in particular in France and Italy, as well as in China, India and Russia. The signs from Brazil, where a trough is emerging, are also more encouraging than in last month’s assessment.
The CLI for the OECD area increased by 1.5 point in July 2009 and was 1.9 point lower than in July 2008. The CLI for the United States increased by 1.6 point in July, 4.3 points lower than a year ago. The Euro area’s CLI increased by 1.9 point in July, 1.4 point higher than a year ago. The CLI for Japan increased by 1.4 point in July, 6.6 points lower than a year ago. The CLI for the United Kingdom increased by 1.3 point in July 2009 and was 1.2 point higher than a year ago.
The CLI for Canada increased by 1.3 point in July, 2.2 points lower than a year ago. The CLI for France increased by 1.3 point in July, 4.6 points higher than a year ago. The CLI for Germany increased by 2.3 points in July, 2.0 points lower than a year ago. The CLI for Italy increased by 2.7 points in July, 8.0 points higher than a year ago.
The CLI for China increased 1.5 point in July 2009, 0.7 point lower than a year ago. The CLI for India increased by 1.3 point in July, 1.1 point lower than a year ago. The CLI for Russia increased by 1.3 point in July, 13.6 points lower than a year ago. The CLI for Brazil increased by 0.2 point in July, 9.8 points lower than a year ago.
Cominciamo da una questione “lessicale” aiutati dalla lezioncina e dalle nostre reminiscenze elementari. Un “peggio” deve essere comparato con un “meglio” precedente, peggiorare significa raffrontare qualcosa ad un precedente che era meglio. Corretto?
La notizia sembra essere: “Salari, l’Italia sempre peggio: è agli ultimi posti“, qui, qui e qui tutte le prime pagine di oggi. E’ incominciata a circolare ieri sera sui blog e oggi viene riportata sottolineando ed evidenziando il drammatico peggioramento della posizione che i salari netti dei lavoratori italiani occupano nell’OECD’s Taxing Wages 2007/2008: 2008 Edition, pubblicato nel maggio 2009 (che tra l’altro si occupa del 2007/2008 come ben si evince, magari qualcuno li leggesse anche questi benedetti rapporti). Notizia che bisogna evidentemente rapportare al precedente Taxing Wages 2006-2007: 2007 Edition, che l’anno scorso è uscito l’11 Marzo 2008. Qui la prima pagina di Repubblica che ne dava conto l’anno scorso e parlava dell’allarme lanciato dalla Cei e dai sindacati.
Allora eccolo qui il nostro precedente, trovato rapidamente.
Arrivare alla fine del mese con poco più di mille euro: lo stipendio netto medio di un italiano infatti non arriva neanche a 20mila dollari l’anno (19.861 per la precisione), che equivalgono a circa 13mila euro. A fare i calcoli nelle tasche degli italiani è l’Ocse che colloca il nostro Paese nella classifica dei salari medi netti al 23° posto sui trenta totali. L’Italia si colloca così ben dietro non solo a Francia, Germania e Gran Bretagna, ma anche a Paesi come Grecia e Spagna.
Classifica invece capovolta se si guarda a quanta parte del salario, invece di finire in busta paga, finisce nelle casse del fisco e degli istituti previdenziali. In Italia la quota è quasi pari al 46% e nella classifica del cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente viene incassato dal lavoratore, siamo al sesto posto. Emergenza salari – che proprio domenica 10 marzo è stata richiamata dal presidente della Cei Angelo Bagnasco e sulla quale nei mesi scorsi si era soffermato anche uno studio della Banca d’Italia – è dunque confermata anche dall’istituto di Parigi che ci colloca quasi in coda alla classifica. I calcoli sono fatti sul salario medio al netto di un single senza carichi di famiglia e sono a parità di potere d’acquisto, inglobando anche gli effetti del caro-vita.
Se la passano peggio degli italiani, in Europa solo i portoghesi e gli abitanti dei Paesi dell’ex area dell’Est; in fondo alla classifica anche turchi e messicani. Per il resto in tutti gli altri paesi si registra un salario medio più alto. In Corea il salario medio è di 37.844 dollari l’anno.
I sindacati chiedono un intervento urgente sulla questione. «Il rapporto dell’Ocse è l’ennesima conferma che siamo diventati un Paese povero, dove si è allungata drammaticamente in questi anni la forbice sociale tra chi ha un reddito elevato e chi non riesce più ad arrivare a fine mese», commenta il segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Per dare risposte all’emergenza salari occorre intervenire «sia sul fisco sia sui contratti di lavoro» a partire dalla riforma del modello contrattuale sui cui non si può «continuare a stare fermi», sottolinea il segretario confederale della Uil, Paolo Pirani. Per Giorgio Cremaschi della Fiom invece «lo sprofondare dei salari italiani dice che dopo più di 20 anni di moderazione salariale il sindacato deve radicalmente cambiare linea e dare via ad un’offensiva salariale senza scambi su produttività».
Pesa sui salari in Italia anche il cuneo fiscale: considerando il caso di un lavoratore single senza figli che guadagna esattamente il 100% della media nazionale, il cuneo fiscale si attesta al 45,9% (al sesto posto tra i paesi Ocse), in crescita dello 0,3% rispetto al 2006. La percentuale è più bassa invece nel caso del lavoratore con a carico coniuge e due figli: il cuneo fiscale in questo caso è al 33,8% (ma era al 33,3% nel 2006) per gli stipendi italiani, superiore comunque alla media Ocse (27,3%), dell’Europa a 15 (31,9%). Tra il 2000 e il 2006 il peso della tassazione sui salari in Italia è diminuito (-0,9%) e il maggiore calo si è registrato nelle fasce di reddito più basse.
Queste le cifre 2007 se volessimo rimanere in termini di “meglio” e “peggio”. Gli italiani guadagnavano, non arrivando a 20mila dollari, mediamente il 19% in meno della media Ocse :
Lo stipendio netto medio di un italiano non arriva neanche a 20mila (19.861 per la precisione) dollari l’anno. Se si resta in Europa, dalla classifica Ocse emerge comunque che un inglese guadagna quasi il doppio (l’87,8% in più) di un italiano, un tedesco il 43,1% e un francese il 28,6% in più. L’Italia è nettamente sotto la media Ocse (24.660 dollari), Ue a 15 (26.434) e Ue a 19 (23.282).
Direi che in termini di raffronto, a prendere per corretti i conti fatto da Sole, nel 2008 la situazione sembra “leggerissimamente” migliorata. Scrive oggi il Sole:
Tornando alla classifica sui salari, infatti, facendo un pò di conti, un italiano con un salario netto di 21.374 dollari in un anno guadagna mediamente il 44% in meno di un inglese, il 32% in meno di un irlandese, il 28% in meno di un tedesco, il 18% in meno di un francese. Gli italiani guadagnano mediamente il 17% in meno della media Ocse. Salari italiani penalizzati anche se il raffronto viene fatto con la Ue a 15 (27.793 di media) e con la Ue a 19 (24.552).
[...] nell’ultimo trimestre del 2008 il costo del lavoro unitario nelle economie avanzate è cresciuto dello 0,9 per cento rispetto al periodo precedente e del 2,9 per cento nel paragone su base annua. Incrementi
«ampiamente determinati dai crolli della produzione reale causati dalla crisi», rileva l’Ocse, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, con un comunicato.
Nei servizi i costi del lavoro unitari sono aumentati dell’1 per cento dai tre mesi precedenti e del 2,7 per cento su base annua; nell’industria sono saliti dell’1,2 per cento dal periodo precedente e del 3,9 per cento su base annua. L’Ocse rileva che si sono registrate dinamiche di incrementi simili su queste voci nel G7 e nell’area dell’euro.
L’Organizzazione parigina segnala che «l’Italia ha registrato il tasso di crescita più elevato sull’industria, con un più 2,2 per cento rispetto al trimestre precedente e un incremento su base annua del 7,2 per cento».
Potrebbe anche voler dire tra il superare in discesa altre nazioni europee, e questi dati, che in alcuni settori, il nostro paese paga meno di altri la crisi internazionale?
Differenza direte voi? Immediata, grazie ai link-rilink-controlink-infiniti dei blogghér, qualcuno riesce anche a scambiare il salario netto per il costo del lavoro!
This annual publication provides details of taxes paid on wages in all thirty member countries of the OECD. The information contained in the Report covers the personal income tax and social security contributions paid by employees and their employers, and cash benefits received by families. The objective of the Report is to illustrate how personal income taxes and social security contributions are calculated and to examine how these levies and cash family benefits impact on net household incomes. The results also allow quantitative cross-country comparisons of labour cost levels and of the overall tax and benefit position of single persons and families.
The Report shows the amounts of taxes, social security contributions and cash benefits for eight family-types, which differ by income level and household composition. It also presents the resulting average and marginal tax rates. Average tax rates show that part of gross wage earnings or total labour costs which is taken in tax (before and after cash benefits) and social security contributions. Marginal tax rates show the part of an increase of gross earnings or total labour costs that is paid in these levies.
The focus of the Report is the presentation of accurate estimates of the tax/benefit position of employees in 2008. In addition, the Report shows definitive data on the tax/benefit position of employees for the year 2007 and shows tax burdens for the period 2000-2008.
This excerpt from the full Report provides an overview of the results for 2008. It includes tables and graphs comparing results by country. A full version of the Report is available on line at new.sourceOECD.org.
Quello che conta è che il peso di tasse e contributi, sempre per un lavoratore dal salario medio, single senza carichi di famiglia, è del 46,5% a fronte di un 45,9% precedente. Secondo i dati contenuti nel dossier dall’Ocse, a pesare negativamente sulle buste paga degli italiani è ancora e sempre il cuneo fiscale, che calcola la differenza tra quanto pagato dal datore di lavoro e quanto effettivamente finisce in tasca al lavoratore. In questa classifica l’Italia risulta infatti al 6 posto (anche se passa dal 5 al 6 posto, come si evince da questo rapporto Assolombarda) tra i trenta paesi Ocse dietro a Ungheria, Belgio, Germania, Francia e Austria. Scende al 36%, attestandosi in 11° posizione, se si considera una famiglia monoreddito con due figli a carico.
Nella classifica che prende in considerazione un lavoratore con un reddito medio senza figli a carico, l’Italia si posiziona con il 46,5% dopo il Belgio (56%), l’Ungheria (54%), la Germania (52%), la Francia (49,3%) e l’Austria (48,8%). Meno pressante la mano del fisco su lavoratori e imprese in Gran Bretagna (32,8%), Stati Uniti (30,1%), Portogallo (37,6%), Spagna (37,8%), solo per citarne alcuni. Scende al 36% però il cuneo fiscale del Bel Paese se si considera una famiglia monoreddito con due figli a carico: in questo caso l’Italia si attesta all’undicesimo posto dopo Francia (42,1%) e Germania (36,4%) tra gli altri.
Forse a Damiano sono sfuggiti i precedentireport e gli effetti che la politica “lungimirante” del governo precedente ha avuto, almeno sempre secondo gli studi dell’Ocse, sul salario reale degli italiani. Purtroppo è un dato non recente, che conferma un trend che da anni si può osservare e che oggi in piena crisi diventa ineludibile, come altri, affrontare. Forse un certo numero di “lavoratori” si diceva un volta (rileggere i flussi elettorali 2008 e ricordare qualche recente sondaggio), se n’era già accorto abbondantemente della cosa, nonostante le televisioni e la stampa “cloroformizzante”.
“Niente di male a criticare il governo – questo, quello precedente e anche il prossimo – ma va fatto con argomenti sensati. Certo, creare sviluppo è molto più difficile che predicarlo, ma è anche l’unica opzione disponibile. Vogliamo criticare il governo? Facciamolo su questo.”
Il problema non è misurare se l’Italia è passata dal 17° al 23° (cosa tra l’altro successa proprio nei due anni precedenti) o divertirsi con i giochini delle classifiche che ci vedono “peggiorare” dappertutto, ma lo studio che misura il peso della tassazione sui salari chiede ai governi di intervenire, eventualmente, con delle politiche che lo ridimensionino, attraverso riforme strutturali che devono incidere su mercato del lavoro, contrattazione e tassazione, come qualcuno va ripetendo da tempo, anche senza ricorrere a “soldi freschi” come chiedono altri. E servirebbe il coraggio di tutti. Quello si.
La lista pubblicata dall’Ocse sui paradisi fiscali, che tante “proteste” ha già suscitato. In realtà questa lista l’Ocse l’aveva già da tempo, e da tempo aveva pure stabilito i criteri per esservi inclusi. L’Ocse, oggi, l’ha solo su richiesta del G-20 aggiornata e continuerà ad aggiornarla nel tempo. Comprende la lista nera (i 4 paesi, Costa Rica, Malaysia (Labuan), Filippine e Uruguay, che non si sono mai impegnati a rispettare gli standard internazionali), la lista grigia (i 38 paesi fra i quali Monaco, Liechtenstein, Antille olandesi, Belgio, Svizzera e Lussemburgo e riguarda gli stati che pur essendosi impegnati a rispettare le regole dell’Ocse in sostanza non le hanno mai applicate) e la cosiddetta lista bianca, chiamiamola così (dove sta anche l’Italia che comprende i 40 i paesi che sostanzialmente le hanno recepite e applicate).
Il test più concreto del rinnovamento politico nell’economia globale sarà il contrasto ai paradisi fiscali.
Si tratta di uno dei punti qualificanti dell’accordo del G-20 di giovedì («un notevole progresso su questa strada» lo ha definito Mario Draghi), ma anche di uno degli argomenti politici in cui le parole dei governi raramente vengono seguite dai fatti. L’esistenza di oasi di evasione ha impedito proprio le forme elementari di riequilibrio fiscale tra capitale e lavoro in cui si esprimono le grandi disuguaglianze. Come ha scritto Mario Monti sul Corriere della Sera del 23 marzo, i capitali vanno dove sono meno tassati e così gli Stati «hanno sempre meno risorse per assistere coloro che soffrono dalla globalizzazione».
Senza coordinamento, senza cioè mettere in discussione la sovranità nazionale delle politiche fiscali, la lotta ai paradisi dell’evasione non potrà funzionare – come non ha funzionato finora – perché in un contesto di pura competizione fiscale, ogni Paese avrà interesse a proteggere alcune oasi più amiche di altre. La stessa trattativa al G-20 stava saltando perché la Cina voleva evitare l’inserimento di Hong Kong e Macao nella lista nera dei paradisi da mettere all’indice.
Coordinare la tassazione e i suoi regimi regolatori significa mettere in comune una delle forme primarie di esercizio del potere pubblico e una delle ragioni giuridiche della democrazia. [...] Se davvero sono disposti a concedere la loro sovranità, per il bene comune, avranno dimostrato di saper “condividere“, come dice il comunicato del G-20, anziché dividere, di voler proteggere, anziché essere protezionisti. Di non confondere cioè la critica al mercato con la difesa delle chiusure nazionali, entro cui esercitare un controllo incontrastato sul consenso politico.
Altrettanto importante, in quest’ottica, saranno quindi le intese bilaterali sulla trasparenza che dovranno seguire alla classificazione degli stati: Quattro liste in cerca di accordi.
ITALY The income gap vis-à-vis the best performing countries continues to widen, in particular due to weak productivity growth. Labour utilisation remains low, especially among youth, the elderly and women, and in southern Italy. There have been significant product market reforms in recent years, but more progress remains to be made, especially in the following areas.
Priorities supported by indicators
Reduce public ownership and regulatory barriers to competition
High levels of public ownership and constraining regulation in professional services and transport hamper productivity growth. Actions taken: The second package of the 2007 structural reform reduced regulatory barriers in retail trade, retail banking, insurance and professional services. A proposed law to privatise local public service providers did not complete the parliamentary process. The 2009 budget law contains plans to continue deregulation and privatisation. Recommendations: Eliminate entry barriers to professional services, and abolish price ceilings on such services set by professional organisations. Reduce state ownership and involvement in business activities in electricity, gas, post and transport, and limit local government involvement in enterprises that provide local services. Improve educational outcomes
Tertiary education attainment is low compared with the OECD average. High drop-out rates from tertiary studies seriously reduce the supply of human capital and waste resources in higher-education establishments. Actions taken: A law was adopted in August 2008 that allows public universities to take the status of private foundations. A law passed in January 2009 is intended to increase the share of output-based funding but details of implementation have yet to be fixed.
Recommendations: Increase the amount of private financial investment in tertiary education through higher tuition fees and private sector financing, to increase the supply (quality and quantity) of university places and reduce drop-out rates; introduce student loans with income-contingent repayment. Reduce the tax wedge on labour income
The tax wedge, especially for low-skilled workers, remains high and depresses labour utilisation. Actions taken: The 2008 budget included a one-off lump sum payment for low-income earners; in May 2008 taxation on earnings from overtime work and local productivity-related pay increases for low-paid workers was cut. A 2008 White Paper on tax reform discusses various measures including lower marginal tax rates, a switch to joint taxation of couples, a negative income tax or in-work benefit and streamlining and simplification of the current tax system. No action has yet been taken on this. Recommendations: Marginal tax rates should be decreased, especially for low-income groups, without introducing excessive complexity, financed by reduced public expenditures and strengthened tax enforcement. Since joint taxation is detrimental to women’s labour force participation, already among the lowest in the OECD, separate taxation of couples should be maintained.
Other key priorities
Wage bargaining. To reduce regional disparities in labour utilisation, promote decentralisation in wage bargaining, starting with differentiating wages in the public sector, so as to take into account regional differences in productivity and the cost of living.
Innovation incentives. To foster innovation and growth, consider increasing the current low rate of R&D expenditure through careful use of tax incentives, in addition to strengthening competition in product markets. Promote research partnerships between industry and universities. Make recruitment procedures for researchers more transparent.
Chissà se i nostri Rettori leggono (sui politici pochi dubbi), qualche volta, i rapporti dell’Ocse.
“conti pubblici dell’Italia che sono molto esposti all’andamento dei tassi di interesse a breve perchè il debito con maturazione a meno di un anno rappresenta oltre il 15% del pil”.
Quanto alla spesa pubblica, l’Ocse sottolinea ancora una volta l’importanza di insistere sul capitolo dell’efficienza.
Sul fronte dell’istruzione, ad esempio, l’Italia, così come la Spagna, la Grecia e il Belgio, «potrebbe migliorare di dieci punti percentuali i propri punteggi senza dover aumentare gli investimenti nella scuola». Basterebbe avvicinarsi di più alla frontiera dell’efficienza, continua il rapporto Ocse.
In compenso il benessere dei risparmiatori italiani è molto alto: L’Ocse calcola che, alla fine del 2007, il benessere finanziario netto dell’area euro corrisponde a più del doppio del reddito disponibile, una media comparabile a quella del Canada e superiore a quella del Giappone, degli Usa e della Gran Bretagna. Inoltre anche le attività non finanziarie, che contribuiscono in larga parte alle attività finanziarie nette, sono in crescita nell’area euro rispetto al reddito e, alla fine del 2006, in Italia, Germania e Francia, le «attività non finanziarie sono tra 4 e 6 volte più alte del reddito disponibile».
Nel Factbook 2008 a parte numeri e grafici, che tutti i giornali stanno riportando (copia conforme), l’Ocse analizza anche i progressi fatti e le risposte politiche date dai Governi che si sono succeduti alla guida del paese fino al 2007, nel rispondere alle priorità in uno dei campi con le maggiori criticità:
Improve access to, and graduation from, tertiary education
Challenge and recommendations: To boost tertiary graduation rates and improve university teaching and research quality, it was recommended that teachers’ careers be linked to performance, student co-payments and loans with income-contingent repayments be introduced, financing and management of universities be decentralised, and international teacher and student exchanges be increased.
Actions taken: No significant action taken, though a government Green Paper recognises the need toimprove spending efficiency in higher education.
Ocse: Italia maglia nera della produttività
Un paese in piena e palese decelerazione. E’ l’Italia che esce dal Factbook 2008 dell’Ocse. Resta la 6° economia mondiale, ma è scivolata al 20° posto (dietro alla Spagna) se si considera il pil pro capite, ha il 2° peggiore debito pubblico del mondo ed è ultima per crescita del pil negli anni più recenti tra i 30 paesi più industrializzati. Ad aumentare sono state in compenso le disparità di reddito (6° posto). Leggi il resto »