Sequestro da 800 milioni

Sigilli al tesoro di Aiello. Sequestro da 800 milioni

I carabinieri del comando provinciale di Palermo hanno notificato all’ex manager della sanità privata Michele Aiello un provvedimento di confisca dei beni del valore di 800 milioni di euro. L’imprenditore sconta una condanna a 15 anni e sei mesi per associazione mafiosa, corruzione continuata e truffa aggravata. La misura patrimoniale, già resa nota la scorsa settimana e oggi comunicata ad Aiello, è stata disposta dalla sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo. Aiello, coinvolto nella stessa inchiesta che ha portato alla condanna per favoreggiamento aggravato dell’ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro, è ritenuto strettamente legato al boss Bernardo Provenzano. Secondo gli inquirenti, avrebbe potuto contare in tutto l’arco della sua attività imprenditoriale, nata nel settore edile e poi ampliatasi in quello della sanità, su una sostanziale situazione di monopolio assicurata dall’appoggio dei vertici di Cosa nostra, che avrebbe anche investito ingenti somme di denaro nelle sue aziende. Il provvedimento, nato dagli accertamenti patrimoniali del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo, riguarda:

  • il polo oncologico di eccellenza ”Villa Santa Teresa”, a Bagheria (Pa);
  • otto imprese edili: la Costruzioni s.r.l., la Edilcontrol s.r.l., la A.t.i. (Alte Tecnologie Ingegneristiche) group s.r.l., la S.el.da s.r.l., l’E.m.a.r s.r.l., la Edil costruzioni s.r.l., la Tuttedil s.r.l. e la Edil maf s.n.c. di Aiello Francesca & c..
  • Confiscate inoltre sei imprese del settore sanitario – la Radiosystems protection s.r.l.; la Villa Santa Teresa – diagnostica per immagini e radioterapia s.r.l.; l’Italsystems s.r.l.; il Centro di medicina nucleare S. Gaetano s.r.l.; l’A.t.m. (alte tecnologie medicali) s.r.l e Villa Santa Teresa group s.p.a.-; la società che gestisce la squadra di calcio di Bagheria (Pa); la ”Servizi & Sistemi s.r.l.”, operante nel settore informatico;
  • due stabilimenti industriali di circa 6.000 metri quadrati; un impianto di calcestruzzi;
  • quattro edifici adibiti ad uffici;
  • 14 appartamenti a Bagheria e tre ville ad Aspra, Santa Flavia e Ficarazzi (Pa).
  • E ancora il provvedimento riguarda 22 magazzini; 22 terreni edificabili, 24 auto; 22 veicoli industriali; 2 imbarcazioni da diporto; 145 rapporti bancari per 250 milioni di euro in contanti e due polizze vita.

I giudici hanno anche disposto, a carico del manager, l’applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di residenza per due anni e sei mesi. I beni, sino ad oggi in amministrazione giudiziaria, sono stati messi a disposizione dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, che ne stabilirà la destinazione. Sono circa 400 i lavoratori che operano nelle imprese sanitarie, edili e amministrative di Aiello.

via Sigilli al tesoro di Aiello Sequestro da 800 milioni « Notizie Sicilia | Informazione sulla Sicilia | News, cronaca siciliana – Live Sicilia.

Solo per dare una lontana idea di cosa significhi l’imprenditoria mafiosa in Sicilia. Per quanto riguarda il governo siciliano e il possibile e strombazzato Lombardo quater, il presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, intervistato da una tv locale, si era augurato una rottura definitiva tra Gianfranco Miccichè e il premier:

“Miccichè per far parte del nuovo governo regionale dovrà rompere con il Pdl, quindi con Berlusconi, ma non credo che possa farlo”.

E il sottosegretario, nonostante il desiderio di “trascorrere le vacanze senza doversi inventare problemi che non esistono”, ha ritenuto opportuno replicare a distanza all’invito dell’alleato siciliano e ha dichiarato ai microfoni di Tgs cosa pensa della possibile formazione di un nuovo governo regionale:

Credo che una squadra di governo vada cambiata se alla base ci sono motivazioni di carattere politico. Da questo punto di vista non vedo novità a breve termine, per cui non capisco questa ipotesi, sbandierata più che altro dai giornali. Lombardo non mi ha mai parlato di un nuovo governo, né di nuovi assessori“.

Sulla auspicata rottura definitiva, Miccichè ha aggiunto:

“Io lascio Berlusconi e Lombardo chi lascia? Il Pd chi lascia? Mi sembra di giocare a Monopoli o a Risiko. Quella di Lombardo è una domanda alquanto curiosa, strana – ha detto il sottosegretario – Mi sembra un gioco piuttosto perverso della politica e dei palazzi su chi si deve avvicinare o allontanare di più, non considerando che ci sono problemi molto più ampi in Italia, e in Sicilia in particolare. In Sicilia – ha poi spiegato Miccichè - sembra che tutto sia condizionato da quello che decide il Pd, che un po’ si esalta per i litigi tra Berlusconi e Fini e si sente pronto ad andare alle elezioni, salvo poi fare un passo indietro. Si informano con Crespi sui sondaggi e capiscono di non essere nelle condizioni di vincere. A me il Pd non interessa, io non sono nel governo con il Pd né ci sarò mai e questo è un fatto assodato”.

Sì perché Lombardo intanto governa la Sicilia per virtù dello spirito santo. E con il suo vascello fantasma, composto da assessori finiani, di area e tecnici, mentre in aula è l’opposizione del Pd che vota il Dpef e la finanziaria. I tecnici ultimamente poi crescono a dismisura. Abbiamo addirittura scoperto che anche l’assessore al Turismo Nino Strano – qui la sua biografia, e qui intervistato spiegava chiaramente grazie a chi non erano riusciti a mandarlo in pensione: “Non fosse stato per Gianfranco Fini, ci sarebbero riusciti” - ora viene fatto rientrare tra gli assessori tecnici e quindi ritenuto tra gli intoccabili. Insomma, rinviato tutto a settembre, mentre continua il gioco al massacro, tattico e perverso, sulla pelle dei siciliani. Ora la sfida a monopoli prende il nome di “Governo di responsabilità istituzionale“.

Tag:, ,

Non è il suo mestiere

Dall’archivo storico del Corriere della Sera alcuni stralci del libro di Giovanni FalconeCose di cosa nostra“, sul rapporto tra mafia e politica:

[...] La mafia tuttavia non si impegna volentieri nell’attività politica. I problemi politici non la interessano più di tanto finché non si sente direttamente minacciata nel suo potere o nelle sue fonti di guadagno. Perciò contribuisce a fare eleggere amministratori e politici “amici”, e a volte addirittura dei membri dell’organizzazione… E’ la mafia a imporre le sue condizioni ai politici, e non viceversa. Poiché essa non prova, per definizione, alcuna sensibilità per un tipo di attività che, lo si voglia o no, fa intervenire la nozione di interesse generale. O meglio, ciò che interessa a Cosa Nostra è la propria sopravvivenza, e niente altro. Essa non ha mai pensato di prendere o di gestire il potere. Non è il suo mestiere. Non bisogna tuttavia concludere che Cosa Nostra non sappia, in caso di bisogno, fare politica. L’ha fatta alla sua maniera, violenta e spiccia, assassinando gli uomini che le davano fastidio, come Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana, e democristiano, nel 1980; Pio La Torre, deputato comunista, principale autore della legge che porta il suo nome, nel 1982; e Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana nel 1979. Questi crimini eccellenti, su cui finora non si è riusciti a fare interamente luce, hanno alimentato l’idea del “terzo livello“, intendendo che al di sopra di Cosa Nostra esisterebbe una rete ove si anniderebbero i veri responsabili degli omicidi, una sorta di supercomitato, costituito da uomini politici, da massoni, da banchieri, da alti burocrati dello Stato, da capitani di industria, che impartirebbe ordini alla Cupola.

Errore più grave non si riesce a immaginare. Rivela la profonda ignoranza dei rapporti tra mafia e politica e presuppone che Cosa Nostra sia agli ordini di un organismo… Parlando di mafia con uomini politici siciliani, mi sono più volte meravigliato della loro ignoranza in materia. Alcuni forse erano in malafede, ma in ogni caso nessuno aveva ben chiaro che certe dichiarazioni apparentemente innocue, certi comportamenti, che nel resto d’Italia fanno parte del gioco politico normale, in Sicilia acquistano una valenza specifica. Niente è innocente in Sicilia, né far visita al direttore di una banca per chiedere un prestito perfettamente legittimo, né un alterco tra deputati né un contrasto ideologico all’interno di un partito. Accade quindi che alcuni politici a un certo momento si trovino isolati nel loro stesso contesto. Essi allora diventano vulnerabili e si trasformano inconsapevolmente in vittime potenziali. Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze…

CSM, FALCONE SFIDA ORLANDO (Leoluca) ‘NO AI PROCESSI SENZA PROVE’ da Repubblica del 16 ottobre 1991.

Qui e qui il trattamento riservato a Giovanni Falcone da Leoluca Orlando e Alfredo Galasso. A seguire la conferenza stampa di Falcone sul processo Ciancimino (padre ovviamente).

Tag:, ,

Non è satira

La differenza tra satira e cronaca giudiziaria costituisce ormai l’ineffabile, e ieri, sulla Stampa, ne abbiamo avuto un esempio di vertice. I cronisti Francesco La Licata e Guido Ruotolo (“La mafia braccio armato dell’altra massoneria”)  hanno pubblicato dei «rapporti inediti» della Direzione investigativa antimafia (Dia) che per cominciare non sono inediti per niente, visto che sono riportati a margine della sentenza per la strage fiorentina di via dei Georgofili. Ora questi rapporti vengono improvvisamente ascritti al filone stragista e mafioso della «trattativa» (una di quelle che avrebbe favorito la nascita di Forza Italia, in sostanza) e quello che segue è un passaggio testuale – ripetiamo, testuale – riportato dai due cronisti:

«Cosa nostra si è sempre mossa attivando da una parte referenti politico-istituzionali… Altra determinante leva di pressione è stata sicuramente quell’alleanza con una parte della massoneria deviata, incarnata nelle logge occulte, riferibile, tra le altre, alla loggia del Gran Maestro della Serenissima degli Antichi Liberi Accettati Muratori-Obbedienza di Piazza del Gesù – Maestro Sovrano Generale del Rito Filosofico Italiano – Sovrano Onorario del Rito Scozzese Antico e Accettato, di origini palermitane, di stanza a Torino, il noto prof. Savona Luigi, particolarmente sentito nel decennio Ottanta, in seno a Cosa nostra, per il suo profondo legame con la cosca mazzarese, intrecciato attraverso il mafioso Bastone Giovanni, personaggio di primo piano nel panorama criminale torinese nel periodo succitato, che ha avuto un ruolo non certo insignificante nella vicenda relativa alla collocazione di un ordigno, non volutamente fatto brillare, nel giardino di Boboli a Firenze».

A cotanta prosa cristallina ci permettiamo di aggiungere che di questa faccenda della «mafioneria» (mafia più massoneria, i due sulla Stampa usano quest’espressione) nonché della citata bomba inesplosa nel giardino di Boboli (1993) ebbero a parlare anche i pentiti Gullotta, Brusca e la Barbera, quest’ultimi peraltro in contraddizione tra loro: ma non vorremmo che i due cronisti ci scrivessero un’altra pagina. Soprattutto se apprendessero anche dell’articolato racconto del pentito Leonardo Messina (in Commissione stragi nel dicembre 1992, in procura a Palermo nel febbraio e giugno 1993) il quale parlò di una riunione di Cosa Nostra che decise alcune stragi a mezzo di una «nuova strategia secessionista messa a punto dalla massoneria», oltre al racconto dell’altro pentito Gioacchino Pennino (30 giugno 1999, Firenze) il quale parlò del professore Giuliano Di Bernardo che «ebbe a motivare le dimissioni che successivamente presentò alla Grande Loggia Unita d’Inghilterra, al Duca di Kent, dicendo che era venuto a conoscenza che settori deviati della massoneria, di concerto con ambienti mafiosi, stavano progettando alcune stragi».

Non è satira. Non stiamo facendo gli spiritosi. A confermare tutto questo, autorevolmente, fu il lucido procuratore Antonio Ingroia in un’intervista rilasciata nel maggio 2002: «Cosa nostra, a un certo punto, ha abbandonato il progetto secessionista. Giovanni Brusca ha dichiarato che Totò Riina gli disse “mi portarono ‘stu Bossi“, cioè qualcuno suggerì a Riina, in quella fase di ricerca di referenti politici, di agganciarsi all’esplosione del movimento leghista. Teniamo conto che nell’inchiesta della procura di Aosta «Phoney Money» sono emersi dei contatti tra personaggi che ruotavano attorno alla Lega Nord e soggetti che ruotavano attorno ad ambienti della massoneria e dei servizi segreti».

Senza fine
.

Fillipo Facci su Libero.

E Violante striglia i colleghi che avvelenano gli anni delle stragi.

Serve determinazione e prudenza, ma basta malizie sull’origine di Forza Italia.

Tag:, ,

Il colpo di Stato

Anch’io come Ferrara sono dell’idea che non si debba (e possa) far finta di nulla, anche se dubito che Grasso intendesse dire quello che altri gli fanno dire, mentre l’intervista di Ciampi sembra davvero incredibile e surreale. Nel 1993 era presidente del Consiglio, poi è stato ministro del turismo e dello spettacolo ad interim (1993-1994), ministro del tesoro e del bilancio (1996-1999) e poi Presidente della Repubblica fino al 2006 e ci viene a dire nel 2010 che lui ha sempre pensato e continua a pensare che in quell’anno vi fu un tentativo di colpo di stato (“Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi…”). Sull’argomento Davide Giacalone, Ciampi e il colpo di Stato:

Le parole di Carlo Azeglio Ciampi sono pesanti e gravissime, sebbene non chiare ed inequivoche. Escludiamo, anche solo per giocosa ipotesi, che si tratta del volgare lancio per un libro in uscita, quindi facciamo i conti con le cose che ha detto a Massimo Giannini, e da questi pubblicate su La Repubblica. Ovvero: 1. sono convinto che, nel 1992, sia stato tentato il colpo di Stato; 2. le bombe mafiose servirono a favorire la nascita di un “aggregato imprenditoriale e politico”; 3. è ora di sapere chi ordinò quella strategia e cosa celava, in tal senso rimandando al libro di prossima uscita, di taglio autobiografico. Il quotidiano romano, senza neanche forzare troppo, presenta il tutto come l’ennesima conferma di quel che molti hanno già supposto: Silvio Berlusconi usò la mafia per agevolare, anzi, imporre la propria ascesa al governo.

E qui Giuliano Ferrara. Non si convive inerti con una accusa di stragismo a chi governa.

In un paese serio non si convive con il dubbio che il partito del capo del governo abbia avuto origine da una strategia stragista. O si accerta che le cose sono andate a quel modo, e lo si caccia via o lo si rinchiude in galera a seconda del suo grado di coinvolgimento, oppure chi avanza quell’ipotesi senza indizi, senza prove, senza criterio di responsabilità si becca, quale che sia la sua autorevolezza, il disonore sociale, e in più la sanzione penale che tocca ai calunniatori.

Mentre su Left Wing si commenta il veltroniano “fermiamoci tutti” che viene proposto “come rigorosa applicazione del principio della precauzione democratica”. Veltroni e il complesso di Robertino:

Prendiamo per esempio l’intervista di Walter Veltroni a Repubblica. L’ex segretario del Pd commenta le parole del procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, il quale aveva sostenuto che gli attentati del ’93 avevano una duplice finalità: “Orientare la situazione in atto in Sicilia verso una prospettiva indipendentista […] e organizzare azioni criminose eclatanti che, sconvolgendo, avrebbero dato la possibilità ad un’entità esterna di proporsi come soluzione per poter riprendere in pugno l’intera situazione economica, politica, sociale, che veniva dalle macerie di Tangentopoli”. Queste parole configurano da sé sole uno scenario assai inquietante. Ma a Veltroni non bastano. Veltroni, che storico non è, vuole tuttavia mettere le cose in una “prospettiva storica” e allora rincara la dose, accumulando un bel po’ di altri fatti e circostanze: nella sua intervista ricompaiono Piazza Fontana e il rapimento Moro, e poi “l’estremismo di destra e le Br, i servizi segreti e la P2 e la banda della Magliana e forse anche pezzi di terrorismo di sinistra”. Dopodiché Veltroni pone la terribile domanda: è una e la stessa l’entità esterna che ha voluto le stragi di mafia del ’92-‘93 e che sta dietro a tutta questa roba? Ora, uno vorrebbe rispondere che forse no, non è la stessa, che basta e avanza l’ipotesi di Grasso per mandare in bestia Cicchitto e Bondi e immaginare un paese perennemente imbrigliato da trame oscure, ma la consecuzione nel ragionamento di Veltroni è implacabile. Seguitela: “Se non è così, non si capisce quale potere abbia potuto mettere insieme in tutte queste storie di sangue cose in apparenza tanto distanti”. In realtà, la logica vorrebbe che se non è così, se uno pensa che non c‘è la stessa “entità” dietro tutti questi fatti, allora è plausibile, si direbbe tautologico, concludere che non c‘è un’unica centrale di potere che ha messo tutto insieme. E invece, con sprezzo della contraddizione che non lo consentirebbe, Veltroni conclude che se non è così, allora non si capisce come non possa esser così.

Per Mario Sechi Siamo alla golpe mania. Qui una “lettura” leggermente diversa. Stragi, ma allarme “entità” è del marzo ’92 (lanciato da Parisi). “Già Vincenzo Scotti, nel 2000 dettò a verbale (redatto dall’allora capo della procura della Repubblica di Caltanissetta Francesco Messineo):

“Nel marzo del 1992, fu diramata dal capo della polizia (Vincenzo Parisi, ndr) una informativa, che diede vita ad una circolare del ministro degli Interni (Vincenzo Scotti) nella quale si dava notizia di attentati e si preconizzava una particolare allerta sulla scia di alcune segnalazioni confidenziali che paventavano la messa in opera di un piano di destabilizzazione, con azioni di tipo terroristico-eversivo”.

Tag:, ,

Il giallo dell’agente segreto

Massimo Ciancimino svela l’identità del famoso “signor Franco“. L’identificazione è avvenuta grazie ad una fotografia pubblicata su un settimanale romano. L’uomo rientrerebbe in tutte le indagini di mafia a partire dalle stragi del 1993, era lo scoop-inchiesta di Attilio Bolzoni e Francesco Viviano pubblicato ieri da La Repubblica. “E’ lui il signor Franco lo 007 delle bombe indagato dai Pm di Firenze. Ancora in servizio: ora ha un nome e un volto“. “Riconosciuto in una fotografia, il “signor Franco”, che Massimo Ciancimino qualche volta ha sentito chiamare da suo padre anche “Carlo”, è “un agente di alto grado della nostra intelligence”.

L’uomo dei grandi misteri siciliani ha un volto. L’agente dei servizi che per 30 anni è stato l’ufficiale di collegamento tra la mafia e pezzi di Stato è stato identificato.

La smentita immediata della procura di Caltanissetta non era stata presa in considerazione da nessuno ed era così stata commentata da più di qualcuno. Ci si chiede: smentita reale o manovra di depistaggio?

Sul sito online di Repubblica infatti nel pomeriggio era stato pubblicato in esclusiva il clou dello scoop: la foto del “signor Franco” alle spalle di Bruno Vespa e Gianni Letta. Sparita poi con grande “sopresa” di tutti dalla home di Repubblica sia la foto che la notizia. Non c’era più. Arrivava però, a stretto giro di posta anche l’allarme dei magistrati siciliani: sono piccole porzioni di verità in mezzo a notizie per lo più false che rischiano di inquinare o rendere inefficaci indagini delicate. “Spero che queste fughe di notizie in molti casi non rispondenti al vero non siano il frutto di un tentativo di inquinare o privare di efficacia le indagini in una fase cruciale” dice Di Matteo, facendo eco a quanto già Sergio Lari, procuratore capo di Caltanissetta, aveva paventato la settimana scorsa. Il procuratore in quell’occasione aveva lanciato ”un appello al senso di responsabilità dei giornalisti, anche perché non possiamo intervenire per fare delle rettifiche”. ”Se si identificassero chi sono gli autori di queste fughe di notizie – aveva concluso Lari – credo che la reazione dello Stato dovrebbe essere esemplare”.

Così il quotidiano si è poi “scusato” parlando di “giallo” e di errore redazionale, dopo aver ricevuto una immediata diffida a toglierla:

Vi scrivo a nome di un mio assistito, che si è riconosciuto nella fotografia che avete pubblicato con grande evidenza sul Vostro giornale on-line sotto il titolo “Ecco la foto del “Sig. Franco” lo 007 accusato da Ciancimino”. Il mio assistito per ora non vuole rivelare il proprio nome e cognome per non subire ulteriore danno. La notizia, che ha fatto il giro del mondo, è del tutto fantasiosa.

Vi invito a voler immediatamente far apparire sul Vostro giornale on-line una smentita in grandissima evidenza in cui si precisi che la fotografia ritrae una persona del tutto estranea alla vicenda oggetto del commento e della notizia stessa e in cui dovete esprimere le Vostre più sentite e profonde scuse verso il signore così superficialmente riprodotto nella fotografia”.

Oggi altri chiarimenti sul presunto “giallo”. Nessun agente segreto, era solo un dirigente della Bmw Italia ritratto in occasione di un evento ufficiale. Lo precisa la stessa casa automobilistica con una nota.

“BMW Italia S.p.A, a seguito della pubblicazione da parte di alcuni media di foto di un suo dirigente erroneamente indicato come un presunto agente segreto, precisa che la persona ritratta nulla ha a che fare con i fatti riferiti. Le immagini in questione – si legge nel comunicato – furono scattate in occasione di un evento ufficiale organizzato da BMW Italia S.p.A nel 2003 presso Villa Almone, residenza dell’Ambasciatore della Repubblica Federale di Germania a Roma”. BMW Italia S.p.A dichiara, inoltre “il proprio sconcerto nel vedere associate immagini scattate in circostanze ufficiali a vicende che nulla hanno a che fare con le proprie attività ed ha dato incarico ai propri legali di perseguire in tutte le sedi civili e penali i responsabili di tale indebito accostamente. Si tratta infatti, con tutta evidenza, di uno scambio di persona”.

via La Bmw: “Non era il signor Franco” « Notizie Sicilia | Informazione sulla Sicilia | News, cronaca siciliana – Live Sicilia.

Il colmo dei colmi viene raggiunto dal consueto, in questo periodo, accompagnamento: “Con la legge-bavaglio non leggerete più questo articolo”. Che periodaccio, la confusione regna sovrana.

Basta con Sputtanopoli, inchieste-portineria, giornalismi-origliatori.

Tag:, ,

Questo è il tempo e il luogo della radicalità

A parlare è Ivan Lo Bello 47 anni, presidente di Confindustria Sicilia:

«Essere imprenditori in Sicilia è diverso che altrove: qui, per badare agli interessi propri, devi tutelare anzitutto l’interesse collettivo. È per questo che pur essendo un riformista penso che ci sia bisogno di radicalità».

«In Sicilia è necessario essere radicali, è il contesto che lo impone. Come fai a riformare un sistema che in alcune sue parti vive di connivenza, di mercati protetti di diritti che non esistono, di solidarietà sociali inesistenti? Questo è il tempo e il luogo della radicalità».

Al Sud e in Sicilia il problema è l’assenza di mercato, l’assenza di regole. Questo ha prodotto la tolleranza e l’indifferenza – che oggi sta venendo meno – verso forme di collusione e corruzione. Senza regole i cittadini sono sudditi e la politica esercita un potere totalizzante e assoluto. Il vero pericolo non è solo la criminalità spicciola ma i crimini dei colletti bianchi, dietro ai quali c’è la distruzione del mercato, della ricchezza intellettuale e materiale di questo paese”.

Senza appello anche la bocciatura della Finanziaria approvata negli ultimi giorni. Il suo giudizio sulla finanziaria del Presidente Lombardo, votata dal Pd, non è stato per nulla positivo. Perché?

“I numeri dell’economia siciliana rivelano un disastro. Ci troviamo davanti ad una macchina amministrativa enorme, inefficiente, costruita per riprodurre nel tempo un sistema clientelare e assistenziale. Tutto questo ha creato la crescita più bassa e la disoccupazione più alta dell’intero Paese. C’è nuova e inedita plebe priva di identità politica, inconsapevole dei propri diritti di cittadinanza, subordinata alla parte peggiore della politica meridionale. Questo è il vero voto di scambio”.

Qui tutta l’intervista. “Troppi imprenditori fanno proprio il sistema mafioso”.

Tag:, ,

Faccia da mostro

Quella petulanza antimafia che è il risvolto dell’omertà.

Caccia al mostro, letteralmente. Pare che stavolta la chiave di volta per capire la morte di Falcone – come se non se ne sapesse tutto fino nei dettagli, come se la morte di un semidio del coraggio e della sapienza non fosse inscritta nella sua nascita, come se non si fosse contato il numero delle sigarette fumate smozzicate e acciaccate nell’attesa da chi manovrò il detonatore di Capaci quel maledetto sabato – pare che stavolta la chiave di volta sia un poliziotto colluso “con la faccia da mostro”. Forse spaventapasseri vivo a passeggio per Palermo, scrive Bolzoni, forse morto da anni. Forse c’entrano sommozzatori del Sisde, ci dicono, poi morti ammazzati. Dipende dagli identikit di ventuno anni fa (l’attentato è dell’estate 1989). Forse c’entrano dei “piccoli malacarne” della borgata dell’Acquasanta, poi uccisi in modo fatalmente sospetto, “non a caso” (ma non succede spesso, ai malacarne grandi e piccoli, di rimanere stesi sul selciato?).

“Stragi… desidera?”, rispondeva un tempo il centralino della Commissione stragi insediata nel palazzo delle Bicamerali a San Macuto. Le stragi mafiose come servizio pubblico, come informazione sempre disponibile a singhiozzo, come ipotesi poliedrica, a tripla o quadrupla mandata, in mano a magistrati fantasiosi e accorti, a politici industriosi e ciarlieri, per gettare fumo nuovo su ogni pista possibile. A occhio e croce, tutto quello che Falcone detestava, temeva, scongiurava. Come dimostrano il suo libro con Marcelle Padovani, Cose di cosa nostra, e l’arresto del “calunniatore” Pellegriti che addossava a Salvo Lima l’omicidio Mattarella, indizio di quanto il giudice istruttore tenesse alla pulizia dell’indagine, alla sua forza documentale e testimoniale, contro le genericità e le facinorose allusività del giornalismo e del politicismo antimafioso più andante.

La contiguità è certa, storicamente, è fatta di ampie collusioni a ogni livello: partiti, istituzioni, apparati di sicurezza e servizi di informazione. Basta uno sguardo sociologico calato su Palermo e Trapani e altri triangoli fatali, non servono prove, non servono dettagli, e appare senza filtri la natura politico criminale della mafia, il fatto che la mafia abbia esercitato uno spietato servizio alla Repubblica dei partiti, alla democrazia costituitasi nelle forme possibili dopo il fascismo. Solo quando questa contiguità diventa materia per funambolismi lessicali, per rievocazioni azzardate, per accuse temerarie, ecco, allora una certezza storica si disfa e falliscono i processi, si accumulano le accuse solo per insabbiarsi nella confusione, e la confusione la più mafiosa possibile si impadronisce dello stato di diritto e dell’intelligenza che sono i soli veri strumenti, a parte il coraggio civile, con i quali si è riusciti ad arginare la mafia negli anni. Vogliamo piantarla di opporre al non detto dell’omertà mafiosa quella petulanza antimafiosa che ne è il simmetrico risvolto?

Il pezzo è di Giuliano Ferrara. Qui Falcone, antimafia e Copasir riaprono il caso Addaura. Qui l’inchiesta di Bolzoni commentata anche da Filippo Facci.

Nell’attesa, si potrebbe ricordare a tutti – a Bolzoni e a Veltroni in particolare – due o trecento cose. Primo: un processo per i fatti dell’Addaura c’è già stato eccome. Dopo il primo e secondo grado, il 19 ottobre 2004, si è espressa chiaramente anche la Cassazione: 89 pagine che hanno confermato condanne a 26 anni per Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia; 9 anni e 4 mesi per Francesco Onorato e 2 anni e mezzo per Giovanni Battista Ferrante. La Cassazione ha detto chiaramente che i servizi segreti non c’entrano niente perché la responsabilità fu di Cosa Nostra, e -  come già era accaduto in primo e secondo grado – la sentenza ricostruisce l’attentato minuziosamente.  Non che la Cassazione sia la verità rivelata, ma in attesa di nuovi fatti concreti – si fatica a intravvederne, nell’articolo di Bolzoni – ogni discussione dovrebbe ripartire da qui: e invece Repubblica fa finta di niente. Non si citano neppure le pagine della Cassazione che mettono nero su bianco quello che viene definito «l’infame linciaggio» di Giovanni Falcone, che in buona sostanza in quel 1989 fu accusato di essersi piazzato una bomba da solo. Fu il comunista  Gerardo Chiaromonte, defunto presidente della Commissione Antimafia, a scrivere che «i seguaci di Leoluca Orlando sostennero che era stato lo stesso Falcone a organizzare il tutto per farsi pubblicità». Ma la sentenza della Cassazione fa altri nomi: giudici Domenico Sica, Francesco Misiani e il colonnello dei carabinieri Mario Mori, futuro capo del Sisde: chi più e chi meno, misero tutti in dubbio un fallito attentato che troppi cercarono di derubricare ad avvertimento. L’aspetto paradossale di quella sentenza, ora come dimenticata, è che Bolzoni vi è pure citato: anche attraverso le sue deposizioni, oltre a quelle di molti altri, «sono emersi con drammatica evidenza», si legge, «i perversi giochi di potere realizzati contro le legittime aspettative di Giovanni Falcone prima e dopo l’attentato dell’Addaura». Un disegno che, «ipotizzando la non funzionalità dell’ordigno», dava benzina alla difesa del boss Madonia che cercava di sostenere l’estraneità della mafia e di colpevolizzare i soliti servizi segreti. Ora c’è qualcuno, in Sicilia, che ci sta riprovando. Tutte le sentenze già emesse non servono più, scrive Bolzoni  «Le inchieste (attuali, ndr) sono partite con quasi vent’anni di ritardo per disattenzioni investigative e deviazioni, un depistaggio che ha voluto Totò Riina e i suoi Corleonesi come unici protagonisti del terrore…». E invece no, è il sottinteso. C’entrano altri. La fantasmagorica «trattativa» tra Stato e mafia sta per essere arricchita di un nuovo e non meno fantasmagorico gioco a incastro.

L’ex segretario del Pd Walter Veltroni intervenuto a Palermo come ospite ad un incontro dal titolo ‘Mafie Internazionali’ promosso dal Centro Pio La Torre, commenta così: Pezzi dello Stato dietro l’attentato a Falcone.

Tag:, ,

Doppio colpo: arrestati boss e dirigenti

Nuovi grossi guai dopo quelli degli scorsi anni per Calcestruzzi Spa.

(AGI) – Caltanissetta, 27 apr. – Arrestati da carabinieri e finanzieri i vertici di Cosa nostra siciliana e della Calcestruzzi spa di Bergamo. Tra gli arrestati boss mafiosi, cui sono stati contestati i reati di associazione mafiosa e illecita concorrenza con violenza e minaccia, e i dirigenti della Calcestruzzi Spa di Bergamo, a cui sono stati contestati i reati di associazione per delinquere e frode in pubbliche forniture. Con l’appoggio della mafia, cui cedeva parte dei maggiori profitti realizzati frodando i propri clienti – ai quali forniva calcestruzzo con minori quantitativi di cemento – l’azienda bergamasca – da più di due anni sotto amministrazione giudiziaria – aveva assunto il monopolio nella fornitura di calcestruzzo in Sicilia. Conferenza stampa alle 11 al palazzo di giustizia di Caltanissetta.

Nella vasta operazione denominata “Doppio colpo“, che ha interessato Sicilia, Lombardia, Lazio e Abruzzo, i militari dell’Arma e le Fiamme gialle dei comandi provinciali di Caltanissetta hanno tratto in arresto 14 persone e sequestrato sette aziende siciliane operanti nel settore del movimento terra.

La mafia nel cemento.

L’elenco degli arrestati.

I provvedimenti restrittivi sono stati notificati in carcere al capomafia Giuseppe ‘Piddu’ Madonia, 64 anni, al boss Francesco La Rocca, 72 anni, e a Giuseppe Giovanni Laurino, 53 anni, esponente di spicco del clan Cammarata di Riesi.

Carabinieri e guardia di finanza hanno invece posto agli arresti domiciliari gli imprenditori Salvatore Rizza, 78 anni, Santo David e Gandolfo David, 71 e 77 anni; il consulente esterno e l’amministratore del sistema informatico della Calcestruzzi Spa, Gianni Cavallini, 48 anni di Ravenna e Alvis Alessandro Trotta, 41 anni, di Milano; il responsabile del controllo gestione della stessa società, Carlo Angelo Bossi, 41 anni, di Induno (Milano), e due ex dipendenti, Mario De Luca, 47 anni, di Napoli, e Nunzio Anello, 42 anni, di Mazzarino (Caltanissetta); e il consulente esterno dell’Italcementi, Giancarlo Bianchi, 54 anni, di Brignano Gero D’Adda.

Sono stati invece condotti in carcere gli imprenditori Francesco Lo Cicero, 56 anni, di Campobello di Licata (Agrigento) e Vincenzo Arnone, 47 anni, di Serradifalco (Caltanissetta). Lo Cicero, Arnone e i due imprenditori David sono indagati per associazione mafiosa; La Rocca, Madonia, Rizza, Lauria, Lo Cicero, Arnone e gli stessi David sono accusati di illecita concorrenza con violenza e minaccia, aggravato dall’avere avvantaggiato Cosa nostra; a Cavallini, Trotta, Bossi, De Luca, Anello e Bianchi è contestato il reato di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di frodi in pubbliche forniture; e De Luca e Anello sono anche indagati per truffa.

Sono stati notificati due avvisi di garanzia a Carlo Pesenti, in qualità di legale rappresentante pro tempore della Italcementi Spa e a Mario Colombini, ex amministratore delegato della Calcestruzzi Spa, arrestato il 30 gennaio 2008.

Il provvedimento ha colpito beni per 5,5 milioni di euro. Le indagini, sono state condotte dai carabinieri del Reparto Operativo e dai Finanzieri del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria di Caltanissetta, sotto la direzione della Dda nissena. Sigilli, in particolare alla David Santo e Gandolfo S.n.c., con sede a Polizzi Generosa (Palermo), alla Telg srl di Riesi (Caltanissetta), all’impresa individuale Lo Cicero Francesco di Campobello di Licata (Agrigento), alla Arnone Vincenzo Srl con sede a Mussomeli (Caltanissetta), all’impresa individuale Ricotta Maria Pia con sede a Caltanissetta, all’impresa individuale Incognito Antonio di Bronte (Catania) e alla Fo.Tra. Srl di Gela.

Lo stesso Ad di Italcementi in passato era stato interessato da indagini della Procura di Caltanissetta per una sequenza di reati, dal concorso in riciclaggio alla frode in pubbliche forniture.
Al di là delle responsabilità, che come al solito si aspetta siano dimostrate dagli inquirenti e dalla magistratura, si spera che vicende del genere servano al resto d’Italia per capire quanto poco serva l’antimafia delle parole a sconfiggere il fenomeno.

Tag:, ,

Regione inchiodata e governo azzoppato

Riepiloghiamo, per quanto è possibile, gli accadimenti di Sicilia.

Ieri Raffaele Lombardo è intervenuto all’Ars (qui il testo completo dell’intervento e il dibattito che ne è seguito dallo stenografico dell’Assemblea. “Comunicazioni del Presidente della Regione in ordine alle vicende di carattere giudiziario riportate dalla stampa che lo riguardano” era il punto all’ordine del giorno). Intervento ampiamento annunciato e anticipato da un’intervista sul più letto quotidiano nazionale, Lombardo: mafia e politica, ecco i miei nemici: “Farò i nomi dei politici legati alla mafia” aveva assicurato. Intervistato dal Corriere riferiva di intercettazioni (che sarebbero state già pubblicate da un foglio locale) in cui si prefigurava “la sua morte politica” grazie ad un “accordo con Berlusconi”.

E’ durato circa un’ora l’intervento in aula del governatore che sarebbe indagato per concorso in associazione mafiosa. Con il volto paonazzo, almeno a quanto ci riferiscono in modo univoco gli inviati (qui il video per chi vuole controllare). Nomi di politici “legati alla mafia” così come aveva promesso, nessuno. Insinuazioni e frecciate per i rivali politici del Pdl lealista e del Pd contrario all’accordo con lui, tante. “Liti catanesi rilanciate con mimica teatrale. E quasi recitando, accorato e rosso in viso come mai era accaduto”. Secondo lui gli attacchi e l’aggressione mediatica sarebbero stati architettati e congegnati da “menti raffinate”, (qui le menti però diventano già raffinatissime) e da una “magistratura parallela” che agirebbe contro di lui (che non ha mai ancora ricevuto un avviso di garanzia). Ha poi ripetuto più o meno le stesse cose che il giorno prima aveva ampiamente anticipato a Felice Cavallaro, facendo ripetuti riferimenti ad intercettazioni che riguarderebbero due parlamentari catanesi del Pdl, Torrisi e Firrarello, alla vicendo politica di Totò Leotta e al caso Paternò (quando l’intervistatore, insolitamente cauto, gli faceva notare che “come tutte le intercettazioni, ogni frase si presta ad interpretazioni dubbie”).

In aggiunta, nell’improvvisata conferenza stampa che ne è seguita, sollecitato dai giornalisti a fare i nomi dei suoi nemici, Lombardo dopo aver detto: “ne ho fatti tanti, troppi“, ha parlato così della Publiservizi: “Il mandatario elettorale del senatore del Pd, Enzo Bianco (ndr l’avv. Carpinato), mi risulta che sia diventato l’amministratore unico di una società di Catania, la Publiservizi. Queste sono le informazioni che mi hanno fornito – ha aggiunto – e che tutti sono in grado di potere verificare”.

L’attacco sarebbe stato studiato, riassume Cavallaro, tra un’insinuazione e l’altra:

da quei nemici politici ai quali affianca il deputato della Commissione Giustizia Salvatore Torrisi e un’area del Pd, guidata a Catania da Enzo Bianco. E qui insinua un «inciucio» che farebbe capo al genero di Firrarello, Giuseppe Castiglione, il presidente della Provincia «reo» di avere assunto come consulente l’ex pd Totò Leotta e nominato alla guida della Publiservizi un avvocato in passato vicino a Bianco. [...] Anche con riferimento alla società Altecoen, gruppo Gulino, vicino al candidato Pd a sindaco di Enna, Mirello Crisafulli. Bordate pesanti contro un pezzo del Pd.

L’ex sindaco di Catania Enzo Bianco, esponente di spicco dell’area liberai del Pd che ha sempre dichiarato la sua contrarietà ad un accordo con Lombardo (“Noi del Pd dobbiamo essere alternativi al centrodestra, non possiamo fare la stampella di Lombardo”), risponde al “mascariamento” qui e qui:

«Le critiche di Raffaele Lombardo nei miei confronti sono semplicemente infondate, non hanno alcun appiglio con la realtà». Poi aggiunge: «Provo un sentimento di umana comprensione per la difficoltà in cui si trova Lombardo, senza maggioranza politica e indagato per gravi motivi. Gli auguro che possa trovare presto serenità. Quella serenità che oggi gli manca».

Torrisi, Castiglione e Firrarello qui. Così commenta Rita Borsellino: “Un grande bluff mediatico”. Dal sindaco di Palermo Cammarata arriva una nuova “stilettata” a Lombardo: “All’Ars soltanto una farsa”. Qui ci si domanda:

Siamo davanti a un crepuscolo o siamo al cospetto di un difficoltoso tentativo di resurrezione dell’alba nelle tenebre oscure diffuse da instancabili complottardi?

I parlamentari nazionali “finiani” del Pdl Fabio Granata, Carmelo Briguglio, Nino Lo Presti e Pippo Scalia si erano prontamente e anticipatamente dichiarati “pienamente solidali col presidente della Regione“:

Siamo e saremo contrari a un uso politico della giustizia contro di lui e il suo governo in cui siamo rappresentati e attendiamo le sue dichiarazioni in aula per avere elementi su intrecci inquietanti da lui preannunciati. La lealtà che abbiamo dimostrato sempre a Lombardo però non può esimerci dal ritenere del tutto sbagliato coinvolgere impropriamente il ministro della Giustizia in una vicenda alla quale è estraneo.

Confermando contemporaneamente, pertanto, ad “Angelino Alfano la loro stima e fiducia”.

Oggi, dopo l’intervento del Governatore, propongono con Granata – ridiventato improvvisamente loquace – che “Intervenga l’Antimafia”, ricevendone insospettabile (per loro ?!?) sponda del capogruppo del Pdl lealista all’Ars, Innocenzo Leontini, che rilancia: “Sarebbe opportuno che la Commissione Antimafia nazionale acquisisse tutti gli interventi fatti in Aula e non soltanto quello di Lombardo”.

Intanto si apprende che Lombardo sarà sentito, come da lui richiesto, anche dai pm della Dda di Palermo sui rapporti con architetto Liga, dato che dall’inchiesta, che ha portato all’arresto di Liga (intanto spedito al 41 bis) e di altri esponenti mafiosi, sono emersi incontri, uno a Palazzo d’Orleans, sede del governo regionale, tra Lombardo e l’architetto. Qui viene spiegato chi è Carmelo Frisenna, l’uomo che avrebbe annunciato l’arresto di Lombardo.

Qui si ipotizzano le nuove alleanze, procure permettendo. Alle urne nelle Regionali la Sicilia avrà tre coalizioni ai nastri di partenza. Ecco quali. Questa è la cronaca “dell’abbraccio” che avrebbe ricevuto in aula dal capogruppo del Pd Cracolici e del “gelo” che gli avrebbe riservato il Pdl. Parte del Pd sembra non mollare Lombardo. Cracolici: “Ci batteremo perché la Sicilia cambi“.

Intanto la Regione continua ad essere inchiodata e il governo azzoppato. Ecco perchè serve un passo indietro.

Tag:, ,