E’ l’elefantino che firma l’editoriale del Foglio, La Camera oscura delle fede:
La tesi esposta da Gianfranco Fini, secondo il quale il Parlamento deve fare leggi non orientate da precetti di tipo religioso è volutamente ambigua e allusiva. Nella sua versione pacifica consiste in un’ovvietà. Le assemblee della rappresentanza politica non subiscono i precetti di nessuno, sono politicamente e laicamente libere. C’è però anche un’altra possibile interpretazione: quella che considera la cultura religiosa estranea allo spazio pubblico. Si potrebbe dire che le ultime parole di Fini segnano quasi un passaggio dalla concezione espressa da Nicolas Sarkozy a quella di Paolo Flores d’Arcais, dalla laicità positiva dello stato, che sollecita un dibattito animato da ragione e fede, alla laicità come censura e negazione della fede e del suo diritto di esistere fuori dal cuore umano, nella società. Se fosse così si configurerebbe una paradossale discriminazione nei confronti di chi considera l’ispirazione cristiana un fondamento della propria azione politica.
Lo stesso insistito riferimento alla Costituzione diventa così fuorviante, una sorta di tiritera ideologica. A parte il fatto che nella Costituzione la parola laicità non c’è, è evidente che il rispetto costituzionale del pluralismo politico, civile, culturale e religioso non nega affatto che i rappresentanti del popolo possano esprimere la loro cultura religiosa e il retaggio della loro fede. La laicità intesa correttamente è per sua natura inclusiva.
Il laicismo invece, esattamente come la teocrazia, è un’ideologia totalizzante che richiede fedeltà canina all’etica della maggioranza, e Fini questo dovrebbe saperlo.
Per La Stampa è l’ultimo strappo. In “Fini: i precetti religiosi non diventino legge ci mostra maggioranza e opposizione divise tra perplessità e consensi. Applausi, critiche, dubbi.
[...] Nel Pdl Benedetto Della Vedova elogia Fini per «la distinzione tra leggi di Cesare e di Dio», in quanto il compito del Parlamento è «preservare la libertà dei cittadini, non imporre la verità religiosa». E qui continua:
«Dopo il perentorio richiamo e impegno di ieri da parte di Silvio Berlusconi a fare del Pdl il partito della rivoluzione liberale, lo splendido intervento odierno di Fini ha declinato al futuro, anche quello non immediato, la prospettiva riformatrice del Pdl.
Ho trovato in particolari eccellenti, innovativi e di prospettiva, i passaggi su immigrazione e laicità. Una grande forza popolare non può che porsi l’obiettivo di affrontare i temi della società multiculturale non cavalcando la paura ma cercando le vie dell’integrazione nella legalità.
Bene Fini, concorda il capogruppo dell’Idv alla Camera, Massimo Donadi, «peccato che sia una posizione isolata in una maggioranza non solo autoritaria, ma ormai anche confessionale».
«Sulla laicità non può esserci disciplina di partito – osserva il segretario del Pd, Dario Franceschini – i vescovi parlano in Italia come nel resto del mondo».
Per Massimo Franco, Gianfranco Fini torna ad ostentare le sue stimmate laiche. E chiedendo che il Parlamento non faccia leggi «orientate da precetti di tipo religioso», spiazza di nuovo il centrodestra; e dà del proprio ruolo un’interpretazione sgradita sia alla maggioranza sia a Palazzo Chigi.
E’ vero che da tempo il presidente della Camera occupa una posizione eccentrica fino alla stucchevolezza, e di fatto minoritaria. [...] Ma la sua esternazione arriva in un momento in cui i rapporti con la Chiesa cattolica sono già tesi per il modo in cui il governo affronta il dramma dell’immigrazione clandestina; e dunque finisce per sottolineare la scarsa compattezza del centrodestra.
Tanto più che l’ennesimo affondo sulla laicità si abbina alla richiesta di una «rivoluzione culturale» sull’immigrazione, che suona come ulteriore critica al governo. Lui, coautore con Umberto Bossi di misure su questo tema contestate dall’opposizione nella precedente legislatura guidata dal centrodestra, ora invoca un approccio diverso. E chiede che sia «quanto più lontano da campagne elettorali»: un’allusione neppure troppo velata ai risvolti strumentali della scelta di rispedire in Libia i clandestini.
Eppure, probabilmente il Pdl ha qualche ragione quando si difende dall’accusa di xenofobia sostenendo che non si comporta diversamente da Spagna e Francia. Il dettaglio che fa riflettere politicamente è che però nessuno accusa il governo di Madrid o di Parigi; quello italiano, invece, rischia di diventare il parafulmine di un dramma condiviso col resto dell’Ue.
Il Riformista parla di “esternazione continua” e titola: Finimondo, poi dà voce, in maniera molto laica, ad un contraltare cattolico, “La neutralità dello Stato e il clerico-laicismo“. Si passa dai soliti titoli ovvi, visti, rivisti e riproposti ogni volta, Dal post-fascismo alla conversione laica di chi fa solo un’ennesima cronistoria partendo da Giorgio Almirante, all’Avvenire che parla di ondata di repliche alle parole del Presidente della Camera, con in bella vista altre parole, quelle di Monsignor Sgreccia “La chiesa non impone, ma non tacerà mai sui diritti umani“.
Ma nessuno sembra ricordare proprio le europee di qualche anno fa (secoli fa, per la verità) e quella Conferenza Programmatica di Verona, che aveva disegnato la destra del 2000, la Coccinella, l’alleanza con Segni e l’operazione “elefantino” delle Europee del ‘99. E nessuno ricorda quel -5,5 che seppellì definitivamente l’esperimento, con tanto di prima svolta laica (non compiuta e abortita) e sfida al cesarismo e allo strapotere berlusconiano, con la volontà di incunearsi nello schieramento avversario, così tanto voluta e così repentinamente abbandonata dallo stesso Fini.