Buona notizia

Ho una buona notizia, per Antonio Di Pietro: non esistono solo quelli come lui, esistiamo anche noi, cultori del diritto e dei diritti. Sicché, adesso, noi non crediamo alle accuse e crediamo a lui, sulla parola. Questo ci suggerisce la cultura e la coscienza. Gli auguriamo, di cuore, di potere liberarsi al più presto da accuse sulle quali i suoi avversari politici speculano. Ci aguriamo che sia pulito, perché l’immondo giustizialismo di cui egli è espressione vogliamo batterlo con le armi della democrazia, non vederlo cancellare dal mostro che si autofagocita (questa gliela spiego dopo).

via Davide Giacalone.it.

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Ci sperano

Ipotesi, anche qui fatte tante volta in tempi non sospeti.

Scenari inquietanti si profilano, l’unico Paese in cui le “veline” vengono dalle procure, in cui il dibattito politico è scandito più da pizzini e papelli che dalle riforme. Purtroppo, al giustizialismo del centrosinistra se ne aggiunge uno di nuovo conio, o meglio, un amarcord: la migliore, si fa per dire, tradizione “manettara” della destra ripresa ultimamente dai “finiani”. Basta sentirlo parlare, e uno come Granata si direbbe un perfetto dipietrista. Fini stesso, che scopre tardivamente il conflitto di interessi e con il suo solito tempismo interviene per ribadire che «non c’è alcuna congiura, alcun accanimento dei giudici contro il governo», che parla di sensazione di «impunità» e fa demagogia sull’evasione fiscale, si aggrappa agli slogan classici (e finora perdenti) dell’antiberlusconismo.

Ma lo avevamo scritto in tempi non sospetti: su tutto Fini può distinguersi da Berlusconi e dalla maggioranza del Pdl, ma uno dei confini politici del centrodestra italiano, che qui si spera sopravviva (il confine) a Berlusconi, che possa anzi ampliarsi e non restringersi, è una certa analisi sull’anomalia giustizia nel nostro Paese. E invece, emerge con sempre maggiore evidenza che anche Fini ormai spera nell’azione delle procure per sbarazzarsi di Berlusconi. Ci sperano. Di più: ci basano le loro strategie politiche sia Casini, che vuole creare entro l’anno un nuovo partito per la «riconciliazione»; sia Fini, che pochi mesi fa si era illuso della “bomba” Spatuzza e che ha da poco annunciato la nascita dei circoli di Generazione Italia. Da un lato, gli ammiccamenti alla magistratura («baluardo della legalità») in chiave anti-Berlusconi (il poveretto non sa che se gli riuscisse di succedergli, lo terrebbero per le palle); dall’altro, l’allarmismo sul federalismo e gli ammiccamenti al Sud in chiave anti-Tremonti e anti-Lega. Non si tratta di complottismo, o cospirazionismo. Non penso che ci sia un “grande architetto“, ci sono forze politiche e sociali minoritarie i cui interessi convergono, che spesso agiscono al di fuori del loro ruolo costituzionale, e che mirano a sovvertire – purtroppo non nel momento deputato, quello delle elezioni – l’esito del voto.

via Riparte l’offensiva e in molti ci sperano.

Fra i litiganti Bossi gode.

Ricadiamo nel giustizialismo?

Aria di tempesta.

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Di destra, di sinistra e di centro

Scajola si è – correttamente – dimesso (resta in me un sentore di manovra anti nucleare). La mia opinione è che si tratta di un caso di minor dichiarazione di importo, e non di tangenti o donazioni o quel che sono state. Non interessa ormai, giudicheranno le Corti. Il nuovo ministro dello Sviluppo Economico potrebbe essere il televisivo (lanciò “Colpo Grosso”), formigoniano e mediasettaro Paolo Romani. In alternativa sarebbe Luca Montezemolo il vero “Colpo grosso”, destinato a fare oublier uno Scajola colto in fallo e non irresistibile, a parte il nuke. O arriverà il “normale” Galan?

Simone Bressan facebook page:

Contro tutti i manettari, di destra, di sinistra e di centro, qui si considera Claudio Scajola ancora innocente.

Sono d’accordo: fino a sentenza. Non so se Bressan mette dentro i finiani, nel gruppo dei manettari alla Il Fatto e IDV. “Contro” Scajola sono intervenuti anche Gasparri, Porro e Feltri. A ragione, direi. Ma l’ipotesi di un giustizialismo di massa rimane: una certa destra rischia di finire al punto di partenza, il socialismo massimalista di Mussolini (Travaglio li ha anticipati tutti). Ma attenzione: oltre ai politici-champagne, ci sono anche gli economisti-champagne, che sono peggiori ancora…

Sia chiaro che il contrario del giustizialismo manettaro non è il liberi tutti o la possibilità di rubare, tangentare etc. Anzi. In Italia la rivoluzione etica è indispensabile, ma deve partire non dai tribunali e dalle redazioni, ma dalla scuola, dalla società civile, dal basso. Serve un Rinascimento basato sulla triade Sapere, Cultura, Etica. Se non si promuovono questi princìpi fondamentali resteranno le manette fascio-staliniste da un lato, e le ruberie dall’altro.

via Scajola si è dimesso – La Pulce di Voltaire.

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Non si può investire

A proposito di cultura del sospetto, di cosa accade oggi (e cosa è accaduto), di chi ha dimenticato (o ignorato) in questi anni e di chi oggi parla di fatti gravissimi e di accuse grossolane:

“Falcone prese possesso del nuovo incarico romano all’inizio del marzo 1991. Trovare pace continuava, però, a risultargli impossibile. Il 15 ottobre si dovette, ancora una volta, presentare al Palazzo dei Marescialli, dove subì un vero e proprio interrogatorio per difendersi dalle accuse lanciate nei suoi confronti da Leoluca Orlando e due suoi seguaci, secondo i quali avrebbe «nascosto le prove nel cassetto» a proposito di indagini che avevano a che fare con la politica. Erano i militanti del «sospetto come anticamera della verità». Un’assurdità alla quale il Csm, ammesso che lo volesse, non poté non dar seguito, avendo ricevuto un esposto formale. Giovanni, imperturbabile, rispose con fermezza, concludendo:

«Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità. La cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo»”.

(Giuseppe Ayala, “Chi ha paura muore ogni giorno – I miei anni con Falcone e Borsellino”, Mondadori – pag. 190-191).
[Niente di nuovo - Quadernino]

E ancora qui:

“Non voglio risse né polemiche. Voglio ricordare, ragionare e capire perché – credo – così si rispetta il sacrificio di questo strano tipo di italiano, grande e scomodo, che è stato Giovanni. Voglio ricordare che la magistratura italiana addirittura scioperò contro Falcone nel 1991. Scioperò contro la legge che creava la Procura nazionale antimafia a lui destinata. Per bloccarne la candidatura, ricordo, un togato del Csm, Gianfranco Viglietta, di Magistratura democratica, esaltò in una lettera al presidente Cossiga l’”assoluta indipendenza” dell’antagonista di Falcone, Agostino Cordova, osservando che “i criteri per la nomina a importantissimi incarichi direttivi non prevedono notorietà o popolarità”. (…) Più esplicito in quell’accusa fu Alfonso Amatucci, anch’egli togato al Csm, per la corrente dei Verdi. (…) Falcone era più o meno un “venduto” per Amatucci.

Ancora un ricordo. Leoluca Orlando Cascio, nel 1990, sostenne e non fu il solo, soprattutto nella sinistra – che “dentro i cassetti della procura di Palermo ce n’è abbastanza per fare giustizia sui delitti politici”. (…) Ritorna l’accusa di Amatucci e Viglietta: Falcone è un “venduto”. Delle due l’una, allora. O quelle accuse erano fondate e allora non si beatifichi come eroe un magistrato che ha fatto commercio della sua indipendenza o quelle accuse erano, come sono, calunnie e gli artefici avvertano la necessità di fare pubblica ammenda. In dieci anni, non ho ancora ascoltato una sola autocritica nella magistratura e nella politica”.

[Intervista di Giuseppe d’Avanzo a Ilda Boccassini, la Repubblica, 21 maggio 2002]

Inutile aggiungere nel corso di quale trasmissione televisiva Orlando lanciò quelle accuse.

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