L’assoluzione

Dopo 17 anni, la Corte d’Appello di Bari su conforme richiesta del Procuratore Generale ha assolto Rino Formica. Oggi ne parla il Corriere della Sera. Formica nel 1993 fu arrestato (gli concessero i domiciliari), su richiesta della Procura di Foggia, accusato di avere preso tangenti per la sua corrente, non direttamente, ma attraverso un’altra persona. E in quel clima, in primo grado, fu condannato. Una prima considerazione: l’accusa era inconsistente, ma a prendere pubblica posizione critica nei confronti di quell’azione fui io e il compianto Napoleone Colajanni. Tanti scomparvero. Che sia il Procuratore Generale a dire che il fatto non sussiste è una sconfessione non solo della sentenza di primo grado, ma dell’iniziativa dei Procuratori di allora, i quali hanno fatto carriere appuntandosi anche la medaglia del processo a Formica. Un’ultima considerazione: in quegli anni la deriva giustizialista dipietrista infettò la sinistra, la quale però, anziché curarsi ha portato Di Pietro e altri come lui nell’agone politico con esiti disastrosi. Il rigore giudiziario è cosa diversa dal giustizialismo. E a Formica chi lo risarcisce, politicamente? Ne discuteremo.

via L’assoluzione di Formica | LeRagioni.it.

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Sentenze inappellabili

Breaking news: Bertolaso colpevole, lo ha sentenziato Concita di il Padano

Presso il supremo Tribunale del Popolo di Ballarò il Giudice monocratico Concita De Gregorio – inaudita altera parte – ha emesso la seguente sentenza: il dott. Guido Bertolaso è colpevole per tutti i capi di imputazione a lui ascritti. P.Q.M. 1) deve chiedere scusa agli Italiani, 2) deve dimettersi, 3) deve sparire dalla scena pubblica ed essere destinato all’eterna esecrazione… Questo – in sostanza – il dispositivo della sentenza (inappellabile) emessa dalla super-faziosa direttora dell’Unità.

Nel corso della puntata di ieri di Ballarò, infatti, la De Gregorio ha sferrato una violentissima requisitoria contro il mite Bertolaso, lo ha messo (mediaticamente) alle corde e lo ha tempestato di colpi sino a stordirlo (è dovuto intervenire persino Di Pietro per difenderlo). Poi – passata leggiadramente dal ruolo di pubblica accusa a quello di giudice – l’implacabile De Gregorio ha sentenziato: Bertolaso colpevole. Tutto molto semplice, molto easy, molto veloce: una sola persona giudica (per tutti) cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato. continua qui

Concetto quelllo della direttora sul quale è ritornato Oscar Giannino su radio24, commentando il “rafforzamento” telefonico dedicato alla tesi di Concita dall’altro direttore intervenuto a Ballarò: Eugenio Scalfari. Nella puntata di Nove in punto, la versione di Oscar dedicata alla Giustizia ad orologeria (ospiti il ministro Sandro Bondi, Giuseppe Cascini, segretario associazione nazionale magistrati e Piero Ostellino, editorialista del Corriere della sera), così introduce Giannino:

Mi capita molto raramente di emettere giudizi. Ieri sera mi è capitato di vedere il Ballarò dedicato dal collega Floris a Bertolaso che era presente in studio. [...] Non voglio dare giudizi antipatici. Considero la puntata di ieri alla quale ho assistito di Ballarò un classico esempio di quello che secondo me non andrebbe fatto, però. Non voglio criticare e censurare nessuno è quindi nel pieno e legittimo diritto di ciascuno di organizzare e impostare la trasmissione come si vuole. Ma faccio questo solo esempio: ho assistito a due miei colleghi, due direttori di giornali, un grandissimo nome come Eugenio Scalfari, intervenire in diretto telefonica, due volte, e poi Concita De Gregorio, direttore dell’Unità, sostenere questa tesi, inchiodando Bertolaso alle sue responsabilità, dicendogli: “NON TI PUOI SOTTRARRE”, perché come nel nostro caso da direttori di giornale, noi rispondiamo penalmente di qualunque cosa si pubblica, anche della pubblicità quasi, pubblicata nel nostro giornale, lo stesso vale per te. E per tutto ciò che gli uomini della Protezione Civile hanno fatto sotto di te… per tutto ciò che è stato fatto per gli eventi speciali oltre che per l’emergenza sotto la tua gestione. Quando Bertolaso ha timidamente, poco tempo a disposizione per altro, cercato di fare notare che questo ragionamento è improprio perché la Protezione Civile come è evidente non è un giornale, ma soprattutto perché non può rispondere egli Capo della Protezione Civile di gare o appalti banditi e aggiudicati da strutture altre e diverse, come per esempio nel caso del G8, appalti banditi ed aggiudicati dal Presidente del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, quindi non da Bertolaso e dalla struttura della Protezione Civile, ogni volta io ho visto i colleghi dirgli: “No, No, No. Tu non ti puoi sfilare. Tu sei come il direttore di un giornale”.

Bertolaso sosteneve argomenti formali di responsabilità giuridica coerenti al nostro ordinamento. La risposta era sostanziale ed era: “Per favore non tentare di confondere le carte in tavola” e Floris ogni volta lo interrompeva dicendo “Lei ha fatto politica, lo ammetta. Non ha fatto amministrazione”. Accusa, secondo me, se dovesse valere davvero, non dovrebbe farci scordare a tutti che Bertolaso è stato nominato da governi di un tipo e ha continuato a lavorare sotto governi di un altro tipo. Perché il Giubileo del 2000, come il G8, glieli ha affidati il governo Prodi. Ma se il punto diventa, come ha scritto domenica Scalfari, “che Bertolaso è condannabile perché è diventato lo strumento di un “egolatra sultano” come Berlusconi” e invece non deve valere l’accusa, magari se dovesse valere questa, anche di considerarlo un “costruttore delle piramidi” per conto di Prodi, allora siamo al punto. Cioè siamo all’interrogativo che poniamo oggi.

Sull’interrogativo e sul punto interviene lei. Altri commenti sulla vicenda e sulla puntata di Ballarò, qui Bertolaso a Ballarò si difende (bene), qui Uno tsunami di mistificazioni e qui Tutta colpa di Bertolaso? Qui si sottolinea il comportamento del sottosegretario. Qui le analisi dell’on. Granata sulle dinamiche all’interno della maggioranza, sviluppatesi grazie al “gruppo consapevole” e causate dalle discusssioni “non libere” che ci sarebbero, secondo lui ovviamente, nel governo, nel parlamento e nel partito. “Questa storia – spiega il deputato finiano Fabio Granata – dimostra che nel governo esiste un gruppo consapevole di quanto sia rischioso portare avanti idee che non siano frutto di una discussione libera. E’ una lezione che il presidente del Consiglio deve trarre”. Sulle sparate alla Granata lui si domanda abbastanza opportunamente, credo, qualcosina.

Questa invece la “Lettera aperta alle donne e agli uomini della Protezione Civile” a firma di Guido Bertolaso. Qui le dimissioni dalla magistratura del procuratore aggiunto di Roma Achille Toro, capo di Gabinetto del Ministro dei Trasporti Bianchi nel governo Prodi: “Nulla di cui pentirmi non conosco nessuna delle persone indagate”. Infine “suggestioni e mascariamenti” a mezzo stampa.

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Diciamolo subito

Diciamolo subito. È stato un brutto spettacolo. Fra i tanti modi che hanno i magistrati a disposizione per manifestare il loro dissenso dalle scelte del Governo e del Parlamento l’abbandono dell’aula nel giorno dell’inaugurazione dell’anno giudiziario è il peggiore e il più pericoloso.

Ci sono tre critiche da fare. La prima è che rifiutarsi di ascoltare le ragioni dell’avversario (ma è normale in un Paese civile che governo e giustizia siano avversari?) rappresenta una degenerazione polemica che produce nuovi conflitti. Il secondo è il venir meno di un comportamento istituzionale. La magistratura non è una corporazione, anche se molti suoi atteggiamenti fanno pensare a questa deviazione, ma una istituzione dello Stato. Nel momento solenne in cui si celebra il valore della funzione giurisdizionale, l’abbandono delle aule retrocede il ruolo del magistrato a quello del dissidente professionale e istituzionale producendo così una ferita che sarà sempre più difficile sanare. Il terzo è che il messaggio lanciato alla pubblica opinione è devastante. Se i magistrati invitano alla disobbedienza civile non riconoscendo autorevolezza, anche nel contrasto, a uno dei poteri dello Stato siamo di fronte a un appello alla ribellione che se venisse accolto porterebbe questo Paese di fronte a uno stadio di guerra civile non conclamata. continua

via Il Riformista.

Mentre qui Giampaolo Pansa ricorda come nel suo intervento il Primo presidente della Corte di cassazione, Vincenzo Carbone abbia ricordato la classifica internazionale sui tempi processuali contenuta nel rapporto Doing Business (che la Banca Mondiale redige per fornire indicazioni alle imprese sui Paesi in cui è più vantaggioso investire), che rivela una posizione dell’Italia davvero penalizzante.

Si trova al 156° posto su 181 Paesi nel Mondo quanto a efficienza della giustizia. Addirittura viene dopo Angola, Gabon, Guinea, São Tome e prima di Gibuti, Liberia, Sri Lanka, Trinidad. «La crisi della Giustizia – spiega Carbone – ha conseguenze che vanno ben al di là dei costi e degli sprechi di un servizio inefficiente e si estendono alla fiducia dei cittadini, alla credibilità delle istituzioni democratiche, allo sviluppo e alla competitività del Paese».

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Ineffabili

Facendo zapping ieri durante la pubblicità del dr. House mi sono imbattuta in questo “sferzante” Bersani:

Sono cose allucinanti… E se ti dice per favore mandami anche i giovanotti che un po’ glielo spiego io e li tiro anche su, perché se no non ho le forze. Ma che problema c’è! Vi stan chiedendo di correggere una norma che tra l’altro mise Mastella… Ma volete correggerla per favore? E’ un’assurdità ha ragione lui…

Il tutto dopo che Palamara ci aveva spiegato, per ristabilire la verità contro le campagne di stampa pilotate che a suo dire vengono fatte contro la magistratura, forse senza aver mai avuto piena conoscenza delle difficoltà che da sempre affliggono le procure siciliane e sorvolando allegramente su questi recentissimi accadimenti (ZERO DOMANDE PER 16 POSTI A PALERMO: oltre il 60 % dei posti (112) sono rimasti scoperti. Ed è allarme soprattutto in Sicilia, visto che la quasi totalità delle procure (13 su 14), è rimasta senza aspiranti) che:

Fino al 2007 il sistema funzionava benissimo grazie al fatto che erano proprio i vincitori di concorso (quelli che non hanno ancora superato il necessario grado di valutazione) che andavano appunto nelle sedi disagiate

Parlavano di questa: La riforma della “riforma Castelli” della Giustizia che aveva come punto di forza, secondo chi l’ha emanata (Governo Prodi e la sua maggioranza), appunto, l’introduzione di una valutazione più omogenea per i magistrati. E che che vieta ai magistrati di prima nomina (cioè gli “uditori giudiziari”) funzioni di pm o di giudice monocratico. Così salutata allora sulla stampa da autorevoli rappresentanti della maggioranza di cui faceva parte il Ministro Bersani (e non solo).

  • GIUSTIZIA: UNA RIFORMA PER LA DEMOCRAZIA CHE EVITA LA CASTELLI E CI RIDA’ LA COSTITUZIONE  (GALLO DOMENICO)
  • DI PIETRO LODA MASTELLA IL POLO: LA RIFAREMO  (SALVIA LORENZO)
  • GIUSTIZIA, UNA RIFORMA CHE MANTIENE UNA PROMESSA  (DI LELLO GIUSEPPE)
  • GIUSTIZIA, SI’ DI MANCINO ALLA RIFORMA  (CUSTODERO ALBERTO)
  • GIUSTIZIA, QUESTA RIFORMA RISPETTA I CITTADINI E I MAGISTRATI  (DI LELLO PEPPINO)

E che così a nome dell’Ulivo veniva salutata al Senato da Massimo Brutti in dichiarazione di voto prima della sua approvazione definitiva:

BRUTTI Massimo (Ulivo). Signor Presidente, credo sia doveroso per noi ribadire brevemente le ragioni per le quali il Gruppo dell’Ulivo vota convintamente a favore di questo disegno di legge. Desidero innanzitutto esprimere un ringraziamento al relatore Di Lello, ai colleghi dell’Ulivo che hanno partecipato attivamente ai lavori della Commissione e un ringraziamento particolare al collega Gerardo D’Ambrosio.

Il disegno di legge al nostro esame tocca punti e temi che in questi giorni abbiamo analizzato e discusso approfonditamente: in primo luogo, l’indipendenza e l’autonomia dell’ordine giudiziario; in secondo luogo; l’efficienza dell’organizzazione giudiziaria; in terzo luogo, la formazione ed il reclutamento, quindi il rapporto tra magistrati ed avvocati.

[...] Vorrei, inoltre, sottolineare che sullo sfondo delle norme che abbiamo discusso vi è un problema fondamentale per la vita dell’organizzazione giudiziaria e per il rapporto tra Stato e cittadino, vale a dire il problema dell’interpretazione: non c’è interpretazione della legge senza professionalità dei magistrati, senza adeguata formazione e senza un’organizzazione che garantisca la loro indipendenza e la loro autonomia.

Abbiamo lavorato per realizzare questo obiettivo e possiamo, con orgoglio, dire che oggi dal Senato esce un testo di legge ispirato ai princìpi costituzionali e tale da inverarli nella prassi e nell’organizzazione concreta della giustizia. (Applausi dai Gruppi Ulivo, SDSE, IU-Verdi-Com e RC-SE).

Quando lui meno di 3 anni fa, seduto comodamente al governo accanto al collega Mastella sfornava le famose lenzuolate. Ineffabili o solo facce di tolla?

Qui la replica del ministro Alfano ai magistrati pronti allo sciopero e qui l’opinione di chi “sui problemi della giustizia, non ha mai risparmiato critiche a questo governo e a questo ministro della Giustizia”.

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Senza eguali

Ma era ormai – osserva – in pieno sviluppo la vasta indagine già da mesi avviata dalla Procura di Milano e da altre. E dall’insieme dei partiti e dei loro leader non era venuto tempestivamente un comune pieno riconoscimento delle storture da correggere, né una conseguente svolta rinnovatrice sul piano delle norme, delle regole e del costume. In quel vuoto politico trovò sempre di più spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia. L’on. Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona. Né si può peraltro dimenticare che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo – nell’esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’on. Craxi – ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il “diritto ad un processo equo” per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea.

Il testo integrale della lettera di Napolitano alla signora Craxi. Nel decimo anniversario della scomparsa di Bettino Craxi: “Lo Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni”.

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Non è debolezza ma forza

Per me, e non solo per me, quella fiscale è la «riforma delle riforme». Nella storia e in tutto il mondo il rapporto fiscale è infatti il rapporto politicamente ed economicamente fondamentale. Per decenni e decenni in Italia questo rapporto è stato distorto dalla “democrazia del deficit“. Dall’idea che la spesa pubblica non dovesse e potesse essere finanziata nel tempo presente con le tasse, ma con un crescente “future” fiscale. Una cambiale girata alle generazioni future. Noi siamo oggi la generazione futura. A partire dagli anni 70 il debito pubblico è diventato la dominante non solo economica ma politica del nostro paese. Prima come opportunità di vita facile e oggi come difficoltà di tenuta. Lei sta scrivendo sulla scrivania di Quintino Sella e Sella diceva che il bilancio pubblico contiene le virtù e i vizi di un paese!

Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai in gruppo. E non è debolezza ma forza.

Lei rivendica i meriti dell’azione di governo, ma troppo spesso, anche nell’attuale maggioranza, i contrasti della politica avvelenano il clima e frenano l’attuazione di politiche efficaci di sviluppo.

Onestamente se ci sono tensioni sono più di là che di qua. E alle tensioni interne che ci fanno gioco fa seguito la debolezza che invece non fa bene al sistema politico nel suo insieme. Un esempio per tutti: in uno schieramento politico dominato dall’idea della forma-partito, uno schieramento che rimprovera ad altri proprio il difetto di non essere un partito, ci si poteva aspettare la sequenza: partito che decide-candidato che accetta. In Lazio è successo l’opposto: il candidato ha deciso-l’erede ultimo della tradizione partito ha accettato.

Ma converrà che le tensioni tra Berlusconi e Fini non danno l’immagine di una maggioranza particolarmente coesa.

La sua domanda mi ricorda la vicenda della pagliuzza e della trave. Piuttosto sarebbe grave se alla crisi economica venuta dall’esterno si sommasse in Italia una crisi politica interna a matrice giudiziaria. Lei ricorderà il brocardo “fiat iustitia et pereat mundus“: si distrugge tutto per fare “giustizia“. Da millenni, dalla Bibbia in poi, i sistemi giuridici contengono invece in sé il principio dell’equilibrio, nessun sistema si esaurisce mai nell’assolutismo giuridico. Chieda un po’ in giro agli italiani se preferiscono la “giustizia” al deserto. Questo non vuol dire abbattere il principio di legalità, ma capire che quello tra poteri può essere solo un equilibrio ordinato nella logica anche empirica del bene comune. Ecco perché sono per le riforme, anche della giustizia.

via Tremonti e il fisco: «Riforma entro il 2013 e autofinanziata» – Il Sole 24 ORE.

Pezzi dell’intervista di Tremonti al Sole. Molte delle cose scritte le avevo già sentite qui. Alcune di quelle che ho estrapolato no. Parrami soggira,’ntendimi nora?

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Chiarisco

Un altro possibilista. Forse a sorpresa, per qualcuno. Dalle pagine del Manifesto è Giuliano Pisapia (se ne parlava qui) a sostenerlo: “Sulla giustizia l’intesa è possibile. Serve un garante“.

In realtà ci sono temi su cui il consenso si può trovare… Chiarisco che per me il termine “accordo” ha un valore positivo ed è l’esatto contrario di “inciucio“: è un’intesa di interesse generale che guarda più ai tempi lunghi che al breve termine… Bisogna uscire da questa logica. Credo che su alcune riforme ordinarie ci sia un consenso ampio in parlamento e nel paese… La separazione delle carriere è assolutamente necessaria perché discende dall’art.111 della Costituzione… Il punto vero è l’immunità parlamentare. Quella norma è giusta, ma non ha funzionato come i costituenti volevano. Si può ripristinare l’autorizzazione a procedere così come si fa in Europa.

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E’ una strada percorribile

E dopo le tensioni degli ultimi tempi, il presidente della Repubblica invita a «guardare con ragionevolezza allo svolgimento di questa legislatura ancora nella fase iniziale». «Non si paventino – aggiunge il Capo dello Stato – complotti che la Costituzione e le sue regole rendono impraticabili contro un governo che goda della fiducia della maggioranza in Parlamento»

«Ci incontriamo a breve distanza di tempo dalla brutale aggressione al presidente del Consiglio, al quale rinnovo i sensi della mia solidarietà personale e istituzionale e fervidi auguri di pronto ristabilimento – dice Napolitano. – È stato un fatto assai grave, di abnorme inconsulta violenza, che ha costituito motivo non solo di profondo turbamento ma anche di possibile (ne abbiamo visto i primi segni) ripensamento collettivo».

Il presidente della Repubblica parla poi di giustizia: il suo funzionamento, dice, è

«motivo di grave insoddisfazione e preoccupazione sul piano istituzionale». Il presidente della Repubblica chiede di «affrontare i problemi nella loro oggettività: problemi – dice – che incidono sulla durata e su tutti gli aspetti del giusto processo, definiti dall’articolo 111 della Costituzione». Per il capo dello Stato «occorre da questo punto di vista intervenire su norme, procedure, strutture organizzative, disponibilità di risorse, ma anche su equilibri istituzionali come quelli riassumibili nel rapporto tra politica e giustizia».

Napolitano continua a battere il tasto delle riforme.

«Quella della più larga condivisione – spiega – è la strada maestra per realizzarle, ed è una strada percorribile».

via «Riforme, serve una larga condivisione ma non c’è ancora un clima propizio» – Corriere della Sera.

Questo il testo integrale del Discorso del Presidente Napolitano all’incontro con le Alte Magistrature della Repubblica. Qui tutta la parte che riguarda la giustizia. Chiaro il suo riferimento a precedenti intreventi e alla lettera inviata nel 2008 al Csm (se ne parlava qui: Le funzioni proprie ed esclusive del Parlamento). Napolitano ha sottolineato poi la necessità di intervenire anche con riforme costituzionali.

E vengo ad altro motivo di grave insoddisfazione e preoccupazione sul piano istituzionale, che è quello del funzionamento della giustizia. Premetto che qualsiasi considerazione al riguardo non deve suonare svalutazione o sottovalutazione dell’impegno che in condizioni difficili e con sacrificio tanti magistrati pongono nell’esercizio della loro alta ed essenziale funzione, né tantomeno del senso delle istituzioni con cui tanti giovani motivati si preparano a duri concorsi per entrare in magistratura. Si debbono affrontare i problemi nella loro oggettività: problemi che incidono sulla durata e su tutti gli aspetti del giusto processo, definiti dall’articolo 111 della Costituzione. E occorre da questo punto di vista intervenire su norme, procedure, strutture organizzative, disponibilità di risorse, ma anche su equilibri istituzionali come quelli riassumibili nel rapporto tra politica e giustizia.

Sul nodo “delicato e critico” costituito da tale rapporto mi sono chiaramente espresso manifestando la mia preoccupazione già nel febbraio 2008 quando ho rivolto un discorso impegnativo al Consiglio Superiore della Magistratura, ed anche in altre occasioni prima e dopo. Ho messo l’accento su atteggiamenti dell’una e dell’altra parte che fanno apparire la politica e la giustizia come “mondi ostili, guidati dal sospetto reciproco“, mentre comune dev’essere la responsabilità nel prestare un servizio efficiente ai cittadini, così come nel reagire a quella diffusione di pratiche di corruzione e di altre violazioni della legge penale che è stata più volte denunciata dalla tribuna dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario. E nel ribadire l’intangibile principio di autonomia e indipendenza della Magistratura, ho sottolineato come esso comporti, da parte del magistrato, senso del limite – senza considerarsi investito di missioni improprie – scrupolo di riservatezza, cautela nel valutare gli elementi indiziari, e sempre imparzialità non meno che rigore: comportamenti, tutti, che possono solo giovare al prestigio della Magistratura. Questi richiami critici, queste chiare avvertenze possono cogliersi anche nei provvedimenti disciplinari adottati negli ultimi tempi dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Ma ci sono buoni motivi per ritenere che occorrano, per stabilire un più corretto rapporto tra politica e giustizia, insieme con comportamenti più misurati e costruttivi, modifiche sia di leggi ordinarie sia di clausole costituzionali. E’ questo, d’altronde, che si intende quando si parla di riforma della giustizia, oltre che far riferimento a interventi come quelli che il governo ha sottoposto al Parlamento in materia di processo civile e di processo penale e che si auspica assumano svolgimenti più organici e di più ampio respiro. Per garantire un più lineare e corretto rapporto tra politica e giustizia, rimangono naturalmente decisive le valutazioni e le scelte che il Parlamento è ormai chiamato a definire.

Per quel che mi riguarda, sotto il profilo di riforme che tocchino la Costituzione vigente, posso solo ripetere quel che sono venuto affermando dal momento stesso del messaggio d’insediamento, quando, dinanzi al Parlamento, accompagnai “un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948“, con la sottolineatura della sua rivedibilità e non immodificabilità, in riferimento a quella Seconda Parte fatta già più volte oggetto di proposte di revisione. E anche dopo l’esito negativo del referendum confermativo del giugno 2006, ho ritenuto del tutto sostenibili proposte volte a rivedere norme costituzionali “che si giudichino non più corrispondenti a esigenze di moderna ed efficace articolazione dei poteri nel sistema delle istituzioni repubblicane“.

In più occasioni, mi è sembrato saggio suggerire tuttavia un approccio realistico, concentrato su alcune, essenziali e ben mirate proposte di riforma. E se insisto su ciò, è perché mi preme che su questo terreno si giunga finalmente a dei risultati nell’attuale legislatura, il che è un ulteriore motivo per cercare la massima condivisione in Parlamento.

Non mi pronuncio naturalmente su nessun diverso, più ambizioso approccio che possa liberamente essere proposto. Ritengo però che ogni visione costituzionale, secondo i pur diversi modelli dell’Occidente democratico, debba sancire il rispetto dei limiti da parte di ciascun potere nei confronti dell’altro, equilibri tra i poteri, “pesi e contrappesi” come si usa dire, e garanzie costituzionali, in concreto quel controllo di legittimità costituzionale delle leggi affidato in Italia come dovunque a un’istituzione indipendente, al cui giudizio è rimessa, la si condivida oppure no, la valutazione conclusiva. E’ qui un tratto essenziale della moderna democrazia costituzionale, e un presupposto di quella leale cooperazione tra le istituzioni cui ho sempre fatto e continuo a fare appello, rivolgendomi a tutte e a ciascuna senza eccezione.

Aggiungo, concludendo su questo tema, che una cosa è discutere di riforme costituzionali, altra cosa è darne alcuna per già compiuta “di fatto” e dunque operante. Un nostro grande studioso, Leopoldo Elia, che operò anche, sapientemente, nella Corte Costituzionale e poi in Parlamento, e che, a più riprese, elaborò idee di coraggiosa innovazione della stessa forma di governo parlamentare in cui credeva, mise in guardia, già decenni orsono, contro un uso scorretto della nozione di “Costituzione materiale“, per non “incorrere nell’illusione ottica di scambiare per mutamento costituzionale ogni modificazione del sistema politico” – o, potremmo ora aggiungere – del sistema elettorale.

Considero importante la recente larga intesa nel voto in Senato su mozioni che concordano nell’indicare alcuni temi rilevanti di riforme istituzionali, anche in materia di giustizia, e nel perseguire “l’approvazione di un testo condiviso dalla più ampia maggioranza parlamentare”. Mi si permetterà di sentirmene confortato, dopo che si è tante volte detto che i miei auspici unitari non trovano riscontro.

E ha poi concluso, evidenziando quello che ci unisce, non quello che ci separa. Negando in modo risoluto che ci sia un paese diviso su tutto.

Ebbene, l’Italia non è, come talvolta si scrive, un paese “diviso su tutto“. Mi sono talvolta riferito a diverse espressioni di una società più ricca di valori e più coesa dell’immagine che ne dà la politica con le sue lacerazioni. Ma non è “diviso su tutto” nemmeno il mondo della politica e delle istituzioni, nonostante una conflittualità che va ben oltre il tasso fisiologico proprio delle democrazie mature. L’Italia è stata unita nei giorni del G8 a L’Aquila, nel sostenere l’interesse nazionale al riconoscimento e al successo del nostro ruolo di grande paese europeo e di partner importante della comunità mondiale in una fase di grave crisi globale.

L’Italia è stata unita nel raccogliersi nell’omaggio ai nostri caduti in Afganistan, e nella vicinanza affettuosa alle loro famiglie ; ed è unita nel sorreggere le nostre missioni militari e civili nelle aree di crisi.

L’Italia è unita politicamente nel solco della grande causa comune della costruzione di un’Europa sempre più integrata, democratica, dinamica, che affermi il suo ruolo nel nuovo mondo globale.

L’Italia si è unita nel sentimento popolare e nell’impegno civile attorno alle popolazioni colpite dell’Abruzzo. Così come si è unita anche quest’anno in tante occasioni e iniziative di solidarietà umana e sociale.

L’Italia è stata ed è unita attorno alle forze dello Stato che garantiscono la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni; unita – al di là della naturale dialettica tra maggioranza e opposizione sui termini generali dell’indirizzo di governo – attorno a tutti i protagonisti dell’impegno e dei successi nella lotta contro la mafia e contro le altre organizzazioni criminali.

ps.: Il Presidente della Camera, prenda appunti per i suoi prossimi interventi. E su cosa significhi essere super partes, anche esprimendo le proprie legittime  (ed eventualmente non condivisibili) opinioni.

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Far finta

Far finta che sia giustizia

Possiamo continuare a far finta che sia normale un Paese che dibatte la propria vita nelle aule dei tribunali, ma non lo è. Possiamo far finta di credere che l’unico dilemma consista nel lasciar libera la magistratura di agire, o metterle la mordacchia, ma non è così. Queste sono versioni di comodo, perché la nostra giustizia è in bancarotta, incapace d’onorare il nome che porta.

Il ministro della giustizia ha inviato i magistrati del pubblico ministero a lavorare in procura e a non soggiornare in televisione. L’Associazione Nazionale Magistrati gli ha risposto ribadendo la legittimità di quella “presenza pubblica”. Ma vi pare normale? Lo stesso ministro ha lamentato la non copertura, da parte dei magistrati, dei posti vuoti nelle “sedi disagiate”. Ma l’Italia non è mica la foresta amazzonica, o la steppa siberiana. La più disagiata delle sedi dista poche ore di viaggio da tutto il resto del Paese, ed i magistrati che colà prestano servizio non solo hanno la carriera assicurata, ma anche agevolata.

E’ ora di porre un freno alle tante polemiche, alla lussuria dello scontro fra corporazioni, al tentativo di attribuire sempre tutte le colpe all’altro. Lo stato della giustizia è così miserevole che chiunque abbia a cuore la civiltà del diritto non può che lavorare ad una riforma profonda, indirizzata a farla funzionare, non ad una mai definitiva resa dei conti. Molti, fra i politici ed i magistrati, lo capiscono. E’ ora che zittiscano gli arruffapopolo e gli ammazzagiustizia.

www.davidegiacalone.it

Pubblicato da il Tempo

via Il Legno storto, quotidiano online – Politica, Attualità, Cultura – Far finta che sia giustizia.

Se un pm può definire il Guardasigilli “un simpatico burlone”.

“Le parole del ministro Alfano sembrano quelle di un simpatico burlone”. Così il procuratore capo di Torino, Giancarlo Caselli, intervenuto a Radio24Mattino a definito la dichiarazione del Guardasigilli Angelino Alfano.

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