E dopo le tensioni degli ultimi tempi, il presidente della Repubblica invita a «guardare con ragionevolezza allo svolgimento di questa legislatura ancora nella fase iniziale». «Non si paventino – aggiunge il Capo dello Stato – complotti che la Costituzione e le sue regole rendono impraticabili contro un governo che goda della fiducia della maggioranza in Parlamento»
«Ci incontriamo a breve distanza di tempo dalla brutale aggressione al presidente del Consiglio, al quale rinnovo i sensi della mia solidarietà personale e istituzionale e fervidi auguri di pronto ristabilimento – dice Napolitano. – È stato un fatto assai grave, di abnorme inconsulta violenza, che ha costituito motivo non solo di profondo turbamento ma anche di possibile (ne abbiamo visto i primi segni) ripensamento collettivo».
Il presidente della Repubblica parla poi di giustizia: il suo funzionamento, dice, è
«motivo di grave insoddisfazione e preoccupazione sul piano istituzionale». Il presidente della Repubblica chiede di «affrontare i problemi nella loro oggettività: problemi – dice – che incidono sulla durata e su tutti gli aspetti del giusto processo, definiti dall’articolo 111 della Costituzione». Per il capo dello Stato «occorre da questo punto di vista intervenire su norme, procedure, strutture organizzative, disponibilità di risorse, ma anche su equilibri istituzionali come quelli riassumibili nel rapporto tra politica e giustizia».
Napolitano continua a battere il tasto delle riforme.
«Quella della più larga condivisione – spiega – è la strada maestra per realizzarle, ed è una strada percorribile».
via «Riforme, serve una larga condivisione ma non c’è ancora un clima propizio» – Corriere della Sera.
Questo il testo integrale del Discorso del Presidente Napolitano all’incontro con le Alte Magistrature della Repubblica. Qui tutta la parte che riguarda la giustizia. Chiaro il suo riferimento a precedenti intreventi e alla lettera inviata nel 2008 al Csm (se ne parlava qui: Le funzioni proprie ed esclusive del Parlamento). Napolitano ha sottolineato poi la necessità di intervenire anche con riforme costituzionali.
E vengo ad altro motivo di grave insoddisfazione e preoccupazione sul piano istituzionale, che è quello del funzionamento della giustizia. Premetto che qualsiasi considerazione al riguardo non deve suonare svalutazione o sottovalutazione dell’impegno che in condizioni difficili e con sacrificio tanti magistrati pongono nell’esercizio della loro alta ed essenziale funzione, né tantomeno del senso delle istituzioni con cui tanti giovani motivati si preparano a duri concorsi per entrare in magistratura. Si debbono affrontare i problemi nella loro oggettività: problemi che incidono sulla durata e su tutti gli aspetti del giusto processo, definiti dall’articolo 111 della Costituzione. E occorre da questo punto di vista intervenire su norme, procedure, strutture organizzative, disponibilità di risorse, ma anche su equilibri istituzionali come quelli riassumibili nel rapporto tra politica e giustizia.
Sul nodo “delicato e critico” costituito da tale rapporto mi sono chiaramente espresso manifestando la mia preoccupazione già nel febbraio 2008 quando ho rivolto un discorso impegnativo al Consiglio Superiore della Magistratura, ed anche in altre occasioni prima e dopo. Ho messo l’accento su atteggiamenti dell’una e dell’altra parte che fanno apparire la politica e la giustizia come “mondi ostili, guidati dal sospetto reciproco“, mentre comune dev’essere la responsabilità nel prestare un servizio efficiente ai cittadini, così come nel reagire a quella diffusione di pratiche di corruzione e di altre violazioni della legge penale che è stata più volte denunciata dalla tribuna dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario. E nel ribadire l’intangibile principio di autonomia e indipendenza della Magistratura, ho sottolineato come esso comporti, da parte del magistrato, senso del limite – senza considerarsi investito di missioni improprie – scrupolo di riservatezza, cautela nel valutare gli elementi indiziari, e sempre imparzialità non meno che rigore: comportamenti, tutti, che possono solo giovare al prestigio della Magistratura. Questi richiami critici, queste chiare avvertenze possono cogliersi anche nei provvedimenti disciplinari adottati negli ultimi tempi dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Ma ci sono buoni motivi per ritenere che occorrano, per stabilire un più corretto rapporto tra politica e giustizia, insieme con comportamenti più misurati e costruttivi, modifiche sia di leggi ordinarie sia di clausole costituzionali. E’ questo, d’altronde, che si intende quando si parla di riforma della giustizia, oltre che far riferimento a interventi come quelli che il governo ha sottoposto al Parlamento in materia di processo civile e di processo penale e che si auspica assumano svolgimenti più organici e di più ampio respiro. Per garantire un più lineare e corretto rapporto tra politica e giustizia, rimangono naturalmente decisive le valutazioni e le scelte che il Parlamento è ormai chiamato a definire.
Per quel che mi riguarda, sotto il profilo di riforme che tocchino la Costituzione vigente, posso solo ripetere quel che sono venuto affermando dal momento stesso del messaggio d’insediamento, quando, dinanzi al Parlamento, accompagnai “un risoluto ancoraggio ai lineamenti essenziali della Costituzione del 1948“, con la sottolineatura della sua rivedibilità e non immodificabilità, in riferimento a quella Seconda Parte fatta già più volte oggetto di proposte di revisione. E anche dopo l’esito negativo del referendum confermativo del giugno 2006, ho ritenuto del tutto sostenibili proposte volte a rivedere norme costituzionali “che si giudichino non più corrispondenti a esigenze di moderna ed efficace articolazione dei poteri nel sistema delle istituzioni repubblicane“.
In più occasioni, mi è sembrato saggio suggerire tuttavia un approccio realistico, concentrato su alcune, essenziali e ben mirate proposte di riforma. E se insisto su ciò, è perché mi preme che su questo terreno si giunga finalmente a dei risultati nell’attuale legislatura, il che è un ulteriore motivo per cercare la massima condivisione in Parlamento.
Non mi pronuncio naturalmente su nessun diverso, più ambizioso approccio che possa liberamente essere proposto. Ritengo però che ogni visione costituzionale, secondo i pur diversi modelli dell’Occidente democratico, debba sancire il rispetto dei limiti da parte di ciascun potere nei confronti dell’altro, equilibri tra i poteri, “pesi e contrappesi” come si usa dire, e garanzie costituzionali, in concreto quel controllo di legittimità costituzionale delle leggi affidato in Italia come dovunque a un’istituzione indipendente, al cui giudizio è rimessa, la si condivida oppure no, la valutazione conclusiva. E’ qui un tratto essenziale della moderna democrazia costituzionale, e un presupposto di quella leale cooperazione tra le istituzioni cui ho sempre fatto e continuo a fare appello, rivolgendomi a tutte e a ciascuna senza eccezione.
Aggiungo, concludendo su questo tema, che una cosa è discutere di riforme costituzionali, altra cosa è darne alcuna per già compiuta “di fatto” e dunque operante. Un nostro grande studioso, Leopoldo Elia, che operò anche, sapientemente, nella Corte Costituzionale e poi in Parlamento, e che, a più riprese, elaborò idee di coraggiosa innovazione della stessa forma di governo parlamentare in cui credeva, mise in guardia, già decenni orsono, contro un uso scorretto della nozione di “Costituzione materiale“, per non “incorrere nell’illusione ottica di scambiare per mutamento costituzionale ogni modificazione del sistema politico” – o, potremmo ora aggiungere – del sistema elettorale.
Considero importante la recente larga intesa nel voto in Senato su mozioni che concordano nell’indicare alcuni temi rilevanti di riforme istituzionali, anche in materia di giustizia, e nel perseguire “l’approvazione di un testo condiviso dalla più ampia maggioranza parlamentare”. Mi si permetterà di sentirmene confortato, dopo che si è tante volte detto che i miei auspici unitari non trovano riscontro.
E ha poi concluso, evidenziando quello che ci unisce, non quello che ci separa. Negando in modo risoluto che ci sia un paese diviso su tutto.
Ebbene, l’Italia non è, come talvolta si scrive, un paese “diviso su tutto“. Mi sono talvolta riferito a diverse espressioni di una società più ricca di valori e più coesa dell’immagine che ne dà la politica con le sue lacerazioni. Ma non è “diviso su tutto” nemmeno il mondo della politica e delle istituzioni, nonostante una conflittualità che va ben oltre il tasso fisiologico proprio delle democrazie mature. L’Italia è stata unita nei giorni del G8 a L’Aquila, nel sostenere l’interesse nazionale al riconoscimento e al successo del nostro ruolo di grande paese europeo e di partner importante della comunità mondiale in una fase di grave crisi globale.
L’Italia è stata unita nel raccogliersi nell’omaggio ai nostri caduti in Afganistan, e nella vicinanza affettuosa alle loro famiglie ; ed è unita nel sorreggere le nostre missioni militari e civili nelle aree di crisi.
L’Italia è unita politicamente nel solco della grande causa comune della costruzione di un’Europa sempre più integrata, democratica, dinamica, che affermi il suo ruolo nel nuovo mondo globale.
L’Italia si è unita nel sentimento popolare e nell’impegno civile attorno alle popolazioni colpite dell’Abruzzo. Così come si è unita anche quest’anno in tante occasioni e iniziative di solidarietà umana e sociale.
L’Italia è stata ed è unita attorno alle forze dello Stato che garantiscono la sicurezza dei cittadini e delle istituzioni; unita – al di là della naturale dialettica tra maggioranza e opposizione sui termini generali dell’indirizzo di governo – attorno a tutti i protagonisti dell’impegno e dei successi nella lotta contro la mafia e contro le altre organizzazioni criminali.
ps.: Il Presidente della Camera, prenda appunti per i suoi prossimi interventi. E su cosa significhi essere super partes, anche esprimendo le proprie legittime (ed eventualmente non condivisibili) opinioni.