Sarebbe bello, ma non è possibile
L’intervento di Roberto Perotti sul Sole (Quadrature del cerchio, gettito e tagli), sul quale, dopo averlo preventivamente omaggiato (Roberto Perotti notoriamente non è un lafferiano come noi, e ciò nulla toglie alla sua serietà di economista e accademico) Oscar Giannino esprime:
un fermo e ragionato, oltre che rispettoso naturalmente com’è costume in questa casa, totale dissenso rispetto alla tesi che ha espresso.
Questo il concetto di fondo espresso chiaramente, com’è suo costume da Perotti, che lamentava un’assenza importante nel dibattito e la presenza, invece, spesso, di un discorso nel “migliore dei casi ozioso, nel peggiore pericoloso”:
Ma questa proposta comporta un altro problema: ridurre le aliquote è la cosa più semplice di questo mondo; purtroppo però non è possibile tagliare permanentemente le tasse senza ridurre la spesa, tanto più in un paese ad alto debito come l’Italia. Eppure, la spesa è la grande esclusa dal dibattito.
Molti citano gli esempi di Reagan e Thatcher. Ma dimenticano che uno degli scopi principali di quei tagli alle tasse era costringere i governi futuri ad abbassare la spesa pubblica. Da noi un partito di riduzione della spesa non esiste, come Tremonti ci ha ricordato recentemente nel modo più chiaro possibile: «Un conto è fare salotto, un conto è l’attività di governo». Questa può essere una fortuna o una disgrazia, a seconda dei punti di vista; ma la conseguenza certa è che ogni discorso di riduzione delle aliquote è nel migliore dei casi ozioso, nel peggiore pericoloso. Né serve parlare di riduzione della spesa, rimandandola al futuro: quando il futuro arriva, si troverà un motivo per rimandare ancora.
La realtà è che non si possono avere aliquote anglosassoni e spesa pubblica scandinava. Sarebbe bello, ma non è possibile. D’ora in poi, chiunque proponga di ridurre le tasse dovrebbe dirci anche quali spese tagliare in modo politicamente fattibile (dove l’enfasi sta sulle due ultime parole): se si propone di tagliare le imposte del 2% del Pil, si dica anche dove e come tagliare 30 miliardi di spesa. E non basterà la solita frase sui «tagli agli sprechi». Per inciso, e per evitare l’accusa di «fare salotto», ho tante idee su quali spese tagliare, ma ahimè, realisticamente nessuna che, nel clima attuale, sia politicamente fattibile.
Posizione che Giannino bolla come un “eccesso di realismo” e trova particolarmente “singolare, anzi singolarissimo” che per l’occasione (editoriale in prima pagina) “questa diventi la posizione esplicita del quotidiano di Confindustria”. Aggiungendo che “Perotti ha ragione pienamente, su tre punti centrali. Ma singolarmente torto sulla conclusione che ne trae”.
Proprio per questo, secondo me ha singolarmente torto nell’aggiungere però che in Italia l’oggettivo realismo pretende che si riconosca come paletto insuperabile che nessuno intenda oggi – nella politica italiana – promuovere la riduzione della spesa pubblica, e di conseguenza poarlare di riduzione delle aliquote sia un esercizio “ozioso” se non tout court “pericoloso”.
Se lo avessi seduto di fronte a me, direi a Roberto che di questi eccessi di realismo da parte di economisti e addetti ai lavori si è costantemente nutrita nei decenni la funzio incrementale della spesa e dell’intermediazione pubblica nel nostro Paese. Faccio presente che nell’Italia odierna il tasso di interposizione pubblica sull’economia – sommando gettito e spesa pubblica - supera il 100% del Pil. Se non è questa, la condizione nella quale continuare a battersi con forza per meno Stato e meno tasse – entrambi concentrati su poche priorità da ridefinire come essenziali – non so proprio quale sia. Mi sembra poi non singolare, ma singolarissimo, che questa diventi la posizione esplicita del quotidiano di Confindustria, poichè gli industriali non fanno che ripetere incessantemente che è proprio di meno Stato invadente e inefficiente, ciò di cui hanno bisogno loro e il Paese intero. Rendere omaggio alla prudenza assoluta di Tremonti nell’evitare deficit aggoiuntivo è un conto, va sempre ripetuto visto che la politica vorrebbe incessantemente più spesa ancora. Ma rassegnarsi all’impossibilità – anzi: alla “pericolosità” - di battersi pe rmeno Stato è secondo noi un errore al quale non bisogna rassegnarsi. meno che mai oggi, in un mondo che vedrà i Paesi avanzati di qui a pochi anni raggiungere l’Italia come percentuale di debito pubblico sul Pil, se voci come le nostre non avranno non meno, ma più ascolto.

