Logorare, logorare, logorare
L’onorevole Fini è nella fase viet di Oscar Giannino
Logorare, logorare, logorare. Perché Gianfranco tira e poi molla.
Logorare, non lacerare. Dovessi scegliere una formula semplice e immediata per spiegare in tre parole a un amico straniero la tattica a breve dell’onorevole Gianfranco Fini nei confronti di Silvio Berlusconi, quelle sono le tre parole che userei. Sapendo bene – e avvisandone preventivamente l’amico – che in nessun caso l’onorevole Fini e i suoi sostenitori vi si riconoscerebbero mai, se richiesti di una conferma. Perché è ovvio che al mio amico essi direbbero che non certo loro, bensì Berlusconi stesso e lui solo porta la responsabilità del suo indebolimento. E che anzi, mai e poi mai l’onorevole Fini si sarebbe deciso a rendere sempre più accentuate le ragioni della sua critica e del suo dissenso, se non fosse stato Berlusconi a inoltrarsi sempre più rischiosamente e solitariamente sul cammino di una interpretazione del Pdl e dell’agenda di governo così diversa da quella che era lecito attendersi.
Ovviamente, non c’è alcuna possibilità di far coincidere il punto di vista di due leader e dei rispettivi seguiti politici, quando essi ritengono di avere diritti analoghi a insistere su una
medesima o quanto meno assai limitrofa area di consensi. Anche questo aggiungerei al mio amico, mettendolo sull’avviso che per come si sono messe le cose nell’attuale legislatura, e a 16 anni dalla discesa in campo di Berlusconi, ormai quel che ci riserva il campo del logicamente ipotizzabile è solo l’alternarsi tra fasi in cui Fini tira molto la corda, in maniera da rendere evidente a chiunque la sua diversità rispetto a Silvio, ad altre nelle quali prudentemente l’ex leader di Alleanza nazionale torna presidente della Camera e abbassa testa e toni per evitare che la corda si spezzi.
Che si sappia quel che lui non farebbe mai.
Perché Fini non può risultare lui, la causa scatenante della caduta di Berlusconi: per il grosso dell’elettorato di centrodestra, a quel punto diventerebbe davvero il nefando e irriconoscente traditore, come talora sapientemente viene già da mesi dipinto dal Giornale feltriano. Può e vuole invece essere pronto ad altro, Fini, quando mai si scatenasse una nuova tempesta internazionale finanziaria e nel governo saltasse l’intesa con il rigorista Tremonti a caccia di nuovi tagli, se le procure mettessero a segno chissà quale nuovo colpo, o ancora se davvero l’attesa sedicennale del federalismo fiscale dovesse andare delusa proprio ora che la sua attuazione in teoria viene annunciata come a portata di mano.
Fini dovrebbe farsi trovare in quel momento semplicemente come un frutto ben maturo alla portata di chi lo vuole cogliere, un leader di un centrodestra giammai aziendalista e scevro da ambizioni di rifondazione dell’ordinamento, di strappo in strappo dai tempi del Msi ormai divenuto moderato e a-ideologico, patriota della Costituzione prima che di un’idea di nazione, infastidito dell’esaltazione del Nord che regge l’Italia da solo con il suo export e le sue tasse, un orecchio sempre teso al mondo dei servitori dello Stato e dei dipendenti pubblici, degli apparati che intermediano più di metà del reddito nazionale prima che della minoranza che lo produce davvero. Per questo serve che ogni attore politico, innanzitutto quelli oggi all’opposizione, veda e sappia bene che intanto Fini non farebbe la legge sulle intercettazioni e non caccerebbe dalla Rai i Ruffini e i Santoro, non nominerebbe nuovi ministri in odore di provvedimenti giudiziari e non graverebbe di tagli Regioni e Comuni.
Con il sostegno dei russi e dei cinesi (leggi Pd).
A mio giudizio, è una strategia simile a quella che i viet usarono contro gli americani fino all’offensiva del Tet. Attentati nelle città e imboscate nella foresta, manovre elusive per attirare
fuoco e cavalleria aerea nemica in un luogo mentre nelle retrovie si completava l’allestimento delle piste nella giungla per approvvigionare di viveri e munizioni le divisioni dell’esercito che sarebbero scattate in avanti dal nulla quando i guerriglieri avrebbero lasciato loro il posto, nell’offensiva finale di Ho Chi Minh.
Lo sappiamo tutti – perché fa parte del mito fondante finiano da quando la sua leadership tra i giovani missini fu imposta da Almirante per via della sua natura moderata, a discapito degli intransigenti rautiani e movimentisti – che Fini si presentava come chi aveva maturato le sue scelte guardando Berretti verdi, mitico film in cui uno stanco e imbolsito John Wayne ancora si adoperava carabina alla mano contro i viet. Ecco, per far capire al mio vecchio amico americano che cosa faccia Fini oggi, ho usato anch’io l’esempio di quel film. Fini oggi sta nella sua fase viet: sperando che russi e cinesi non neghino aiuti e sostegni dall’attuale opposizione, il compito che si è dato è logorare, logorare, logorare. Convinto che alla fine Silvio, per consunzione sua propria prima che per esplicita sconfitta in campo, lasci quella Saigon che è la politica italiana a bordo dell’ultimo rabberciato elicottero, lasciando a terra disperate torme di fan. Pronte, l’indomani, ad abbracciare un nuovo leader con rassegnazione, prima che per convinzione.
