Logorare, logorare, logorare

L’onorevole Fini è nella fase viet di Oscar Giannino

Logorare, logorare, logorare. Perché Gianfranco tira e poi molla.

Logorare, non lacerare. Dovessi scegliere una formula semplice e immediata per spiegare in tre parole a un amico straniero la tattica a breve dell’onorevole Gianfranco Fini nei confronti di Silvio Berlusconi, quelle sono le tre parole che userei. Sapendo bene – e avvisandone preventivamente l’amico – che in nessun caso l’onorevole Fini e i suoi sostenitori vi si riconoscerebbero mai, se richiesti di una conferma. Perché è ovvio che al mio amico essi direbbero che non certo loro, bensì Berlusconi stesso e lui solo porta la responsabilità del suo indebolimento. E che anzi, mai e poi mai l’onorevole Fini si sarebbe deciso a rendere sempre più accentuate le ragioni della sua critica e del suo dissenso, se non fosse stato Berlusconi a inoltrarsi sempre più rischiosamente e solitariamente sul cammino di una interpretazione del Pdl e dell’agenda di governo così diversa da quella che era lecito attendersi.

Ovviamente, non c’è alcuna possibilità di far coincidere il punto di vista di due leader e dei rispettivi seguiti politici, quando essi ritengono di avere diritti analoghi a insistere su una medesima o quanto meno assai limitrofa area di consensi. Anche questo aggiungerei al mio amico, mettendolo sull’avviso che per come si sono messe le cose nell’attuale legislatura, e a 16 anni dalla discesa in campo di Berlusconi, ormai quel che ci riserva il campo del logicamente ipotizzabile è solo l’alternarsi tra fasi in cui Fini tira molto la corda, in maniera da rendere evidente a chiunque la sua diversità rispetto a Silvio, ad altre nelle quali prudentemente l’ex leader di Alleanza nazionale torna presidente della Camera e abbassa testa e toni per evitare che la corda si spezzi.

Che si sappia quel che lui non farebbe mai.

Perché Fini non può risultare lui, la causa scatenante della caduta di Berlusconi: per il grosso dell’elettorato di centrodestra, a quel punto diventerebbe davvero il nefando e irriconoscente traditore, come talora sapientemente viene già da mesi dipinto dal Giornale feltriano. Può e vuole invece essere pronto ad altro, Fini, quando mai si scatenasse una nuova tempesta internazionale finanziaria e nel governo saltasse l’intesa con il rigorista Tremonti a caccia di nuovi tagli, se le procure mettessero a segno chissà quale nuovo colpo, o ancora se davvero l’attesa sedicennale del federalismo fiscale dovesse andare delusa proprio ora che la sua attuazione in teoria viene annunciata come a portata di mano.

Fini dovrebbe farsi trovare in quel momento semplicemente come un frutto ben maturo alla portata di chi lo vuole cogliere, un leader di un centrodestra giammai aziendalista e scevro da ambizioni di rifondazione dell’ordinamento, di strappo in strappo dai tempi del Msi ormai divenuto moderato e a-ideologico, patriota della Costituzione prima che di un’idea di nazione, infastidito dell’esaltazione del Nord che regge l’Italia da solo con il suo export e le sue tasse, un orecchio sempre teso al mondo dei servitori dello Stato e dei dipendenti pubblici, degli apparati che intermediano più di metà del reddito nazionale prima che della minoranza che lo produce davvero. Per questo serve che ogni attore politico, innanzitutto quelli oggi all’opposizione, veda e sappia bene che intanto Fini non farebbe la legge sulle intercettazioni e non caccerebbe dalla Rai i Ruffini e i Santoro, non nominerebbe nuovi ministri in odore di provvedimenti giudiziari e non graverebbe di tagli Regioni e Comuni.

Con il sostegno dei russi e dei cinesi (leggi Pd).

A mio giudizio, è una strategia simile a quella che i viet usarono contro gli americani fino all’offensiva del Tet. Attentati nelle città e imboscate nella foresta, manovre elusive per attirare fuoco e cavalleria aerea nemica in un luogo mentre nelle retrovie si completava l’allestimento delle piste nella giungla per approvvigionare di viveri e munizioni le divisioni dell’esercito che sarebbero scattate in avanti dal nulla quando i guerriglieri avrebbero lasciato loro il posto, nell’offensiva finale di Ho Chi Minh.

Lo sappiamo tutti – perché fa parte del mito fondante finiano da quando la sua leadership tra i giovani missini fu imposta da Almirante per via della sua natura moderata, a discapito degli intransigenti rautiani e movimentisti – che Fini si presentava come chi aveva maturato le sue scelte guardando Berretti verdi, mitico film in cui uno stanco e imbolsito John Wayne ancora si adoperava carabina alla mano contro i viet. Ecco, per far capire al mio vecchio amico americano che cosa faccia Fini oggi, ho usato anch’io l’esempio di quel film. Fini oggi sta nella sua fase viet: sperando che russi e cinesi non neghino aiuti e sostegni dall’attuale opposizione, il compito che si è dato è logorare, logorare, logorare. Convinto che alla fine Silvio, per consunzione sua propria prima che per esplicita sconfitta in campo, lasci quella Saigon che è la politica italiana a bordo dell’ultimo rabberciato elicottero, lasciando a terra disperate torme di fan. Pronte, l’indomani, ad abbracciare un nuovo leader con rassegnazione, prima che per convinzione.

via L’onorevole Fini è nella fase viet | Tempi.it

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Mi scapperà tristemente ancor più da ridere

Oscar Giannino esprime un’opinione che specifica “è solo mia personale, e non impegna alcun altro di coloro che scrivono per Chicago-blog”.

Sono assolutamente senza parole, di fronte allo sciopero dei magistrati a difesa del portafoglio. [...] In altre parole, secondo i capi dell’ANM, una misura ben fatta dovrebbe invece prevedere: primo, naturalmente, che solo ai signori magistrati resti la prerogativa del progresso retributivo automatico, che non vale né per il resto del pubblico impiego, né tanto meno ovviamente per quello privato; secondo che lo stop agli aumenti – per solidarietà verso il resto dell’impiego pubblico, che ha avuto aumenti maggiori di quello privato negli ultimi anni – venga scritto con una norma ad hoc che tenga conto della retribuzione ad hoc, e dunque salvando dal congelamento proprio coloro che per tutela di casta più avranno di aumento nel biennio avanti a noi.

A me pare una logica quanto meno parecchio singolare. Non esattamente la prova di condivisione e di responsabilità istituzionale che è legittimo attendersi da chi non fa altro che ripeterci di svolgere una funzione delicatissima. Che cosa dovrebbero fare allora militari e poliziotti, carabinieri e finanzieri? Puntarci le armi addosso, per come li trattiamo? Ma dimenticavo: non sono essi, in prima fila nella lotta contro il male. Quello è un ruolo riservato ai soli magistrati. Deve essere per questo, che pensano il loro portafoglio sia l’unico tutelato dalla Costituzione. Se poi, come immagino, il governo alla fine tratterà e accetterà questa impostazione – magari, puta caso, per non lasciare i magistrati troppo vicini al solo onorevole Fini, mi scapperà tristemente ancor più da ridere.

via CHICAGO BLOG » No allo sciopero dei magistrati per gli aumenti automatici.

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Inconsapevolezza e nuovi capitoli

Alberto Alesina e Roberto Perotti sul Sole: “Nella manovra c’è la qualità”. E all’Assemblea di Confindustria di oggi, pressing di Silvio su Emma: «Vieni a fare il ministro». Ma la platea degli imprenditori disapprova. Qui Oscar Giannino commenta la finanziaria su Chicago Blog. La manovra, l’ignoranza, e Caltagirone nel mirino.

All’indomani della manovra varata dal governo, quel che colpisce è la persistenza di un’elevata e diffusa inconsapevolezza. Le classi dirigenti di un Paese non sono solo quelle politiche. Accademia e cultura, sindacato e professioni, banche e imprese, alta amministrazione e magistrati. Tutto ciò compone insieme la spina dorsale di un Paese, il suo sistema nervoso, il suo apparato muscolare. La correzione dei conti pubblici mostra sino ad ora che la grande eccezione all’inconsapevolezza diffusa viene dall ‘impresa – domani ne avremo conferma, all’assemblea di Confindustria – dalla banche, e da una parte del mondo sindacale, Cisl e Uil. Quella parte di classe dirigente sembra aver capito che cosa ha veramente indotto Berlusconi e Tremonti a metter mano alla manovra correttiva. Semplicemente, il fatto che da qualche mese siamo entrati in un nuovo capitolo della grande crisi che ci accompagna dall’estate 2007.

Il capitolo che riguarda la sostenibilità dei debiti pubblici. Tra 4 anni, il debito pubblico dei Paesi industrializzati in assenza di correttivi supererà il 110% del loro Pil. Gli Stati Uniti per primi hanno un deficit pari al 12,5% del Pil. Il totale del debito americano piazzato sui mercati – sommando quello pubblico, delle imprese, delle banche e delle famiglie – è oggi al picco record nell’intera storia americana, supera il 360% del PIL degli USA, rispetto al 303% raggiunto negli anni Trenta. E altre migliaia di miliardi di carta pubblica dovranno essere piazzati sui mercati, negli anni a venire.

I mercati negli ultimi tre mesi hanno segnalato con forza che tale prospettiva è insostenibile. Per questo, attualmente, in ben 22 Paesi OCSE sono in corso manovre correttive energiche e incisive del deficit e del debito pubblico. E’ la consapevolezza di questo mondo nuovo, che scopre il bluff di sistemi sociali minati dal troppo debito accollato anche per via della crisi alle spalle delle prossime generazioni, ciò che molti stentano ancora a capire, continuando ragionando come se tutto il mondo avanzato continuasse a vivere nel mondo di ieri. E’ questa l’unica, grande, nuova e profonda consapevolezza che tutte le classi dirigenti dovrebbero condividere.

Ed è esclusivamente alla luce di tale consapevolezza, che vanno commisurati i tre criteri fondamentali della manovra correttiva, prima del merito di ogni singola misura.

Il primo è quello dei tagli al deficit e alla spesa. I 24 miliardi di correzione biennale del tendenziale italiano sono oggettivamente assai meno dei 100 miliardi in 4 anni annunciati dalla Francia, che ha un deficit pubblico superiore al 7%, o dei 50 miliardi annunciati dalla Spagna. Sono invece nell’ordine di grandezza del Paese leader dell’eurozona, la Germania dove Angela Merkel propone tagli di 10 miliardi annuali nel biennio. Se si considerano le reazioni italiane, ecco invece che medici e magistrati, professori universitari e amministratori locali, dipendenti ministeriali e politici di quasi ogni partito, aggiungono ciascuno la propria voce nel bocciare i tagli ai propri danni come iniqui. Ma se coloro che protestano disegnano una buona fotografia del Paese, è una conferma del fatto che i tagli sono stati spalmati e distribuiti. Una classe dirigente consapevole dovrebbe sapere qual è il è problema vero: che i rinvii di aumenti ai dipendenti pubblici o la sospensione delle prossime finestre previdenziali non mettono ancora mano strutturalmente alle determinanti delle maggiori voci di spesa pubblica, quella per il welfare al 24% del Pil, quella previdenziale al 16%, quella in retribuzioni pubbliche all’11%. L’accanimento dei politici locali nella difesa della decina di piccole Province finalmente da abolire sarebbe comica, se non apparisse drammatica. Gli oltre 10 miliardi a carico di Regioni e Comuni sono rilevanti: ma nel decennio alle nostre spalle la spesa corrente centrale è cresciuta del 38%, quella locale di quasi l’80%. Le resistenze di politici e dirigenti pubblici a tagliare enti inutili ed elargizioni autoattribuite appaiono desolanti.

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E’ evidente

Nove in punto, la versione di Oscar di Oscar Giannino

Oggi ospiti Gaetano Quagliarello, Mario Baldassarri e Stefano Folli.

Così commenta Giannino l’intervento di Mario Baldassarri che articolava con il solito garbo le sue posizioni:

E’ evidente che la modalità “disegnata” da Baldassarri non è sicuramente quella che si è vista in questi giorni, non è quella dei Bocchino, dei Briguglio…

o degli Urso e dei Granata, aggiungo io.

E poi ancora Giannino che non ha visto “Nessun passo indietro… solo un consolidamento delle posizioni”. Secondo lui è “una sostanza”, quella del Presidente Fini, “difficile da riportare alla vita di partito, diventa un conflitto effettivo nella sostanza. Ed è una contestazione profonda, non c’è alcun dubbio… Non si scappa da questo”.

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Ma che cosa prevede davvero?

update: Promulgata la riforma. «La storia è fatta quando la passione si fonde con saldi principi». Sanità, Obama firma la legge. «Dedicato anche a mia madre»

ControcantoMa il Welfare italiano meglio dello Zio Sam di Oscar Giannino

La retorica è parte indissolubile della politica. Ma raramente si è assistito a tanta retorica diffusa in Italia e in tutta Europa per una riforma negli Stati Uniti. Naturalmente, parlo della riforma sanitaria approvata dalla Camera dei Rappresentanti.

Viene avvicinata all’approvazione del Civil Rights Act antisegregazionista del 1964, addirittura alla Costituzione scritta dai Padri Fondatori, nell’abile enfasi di cui il presidente Obama e i capi del Partito Democratico hanno saputo circondare il voto a strettissimo margine con cui la legge è passata, malgrado la defezione di una quarantina di congressmen democratici.

Ma che cosa prevede davvero, la riforma? In realtà la sanità americana la conoscono in pochi, qui in Italia e Europa. E’ il caso di capire meglio di che cosa si tratta. Se immaginate una svolta epocale perché gli States si danno una sanità universale gestita dal pubblico e solo integrata dal privato, come da noi e in generale in Europa, e anche in Gran Bretagna dal 1946, sbagliate di grosso. Altrettanto sbagliate se pensate che in America, se bisognosi di cure d’urgenza, possano sbattervi fuori da un ospedale invece che curarvi, come vi raccontano molti ignoranti politici europei. Non è affatto così. Leggi il resto »

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Sarebbe bello, ma non è possibile

L’intervento di Roberto Perotti sul Sole (Quadrature del cerchio, gettito e tagli), sul quale, dopo averlo preventivamente omaggiato (Roberto Perotti notoriamente non è un lafferiano come noi, e ciò nulla toglie alla sua serietà di economista e accademico) Oscar Giannino esprime:

un fermo e ragionato, oltre che rispettoso naturalmente com’è costume in questa casa, totale dissenso rispetto alla tesi che ha espresso.

Questo il concetto di fondo espresso chiaramente, com’è suo costume da Perotti, che lamentava un’assenza importante nel dibattito e la presenza, invece, spesso, di un discorso nel “migliore dei casi ozioso, nel peggiore pericoloso”:

Ma questa proposta comporta un altro problema: ridurre le aliquote è la cosa più semplice di questo mondo; purtroppo però non è possibile tagliare permanentemente le tasse senza ridurre la spesa, tanto più in un paese ad alto debito come l’Italia. Eppure, la spesa è la grande esclusa dal dibattito.

Molti citano gli esempi di Reagan e Thatcher. Ma dimenticano che uno degli scopi principali di quei tagli alle tasse era costringere i governi futuri ad abbassare la spesa pubblica. Da noi un partito di riduzione della spesa non esiste, come Tremonti ci ha ricordato recentemente nel modo più chiaro possibile: «Un conto è fare salotto, un conto è l’attività di governo». Questa può essere una fortuna o una disgrazia, a seconda dei punti di vista; ma la conseguenza certa è che ogni discorso di riduzione delle aliquote è nel migliore dei casi ozioso, nel peggiore pericoloso. Né serve parlare di riduzione della spesa, rimandandola al futuro: quando il futuro arriva, si troverà un motivo per rimandare ancora.

La realtà è che non si possono avere aliquote anglosassoni e spesa pubblica scandinava. Sarebbe bello, ma non è possibile. D’ora in poi, chiunque proponga di ridurre le tasse dovrebbe dirci anche quali spese tagliare in modo politicamente fattibile (dove l’enfasi sta sulle due ultime parole): se si propone di tagliare le imposte del 2% del Pil, si dica anche dove e come tagliare 30 miliardi di spesa. E non basterà la solita frase sui «tagli agli sprechi». Per inciso, e per evitare l’accusa di «fare salotto», ho tante idee su quali spese tagliare, ma ahimè, realisticamente nessuna che, nel clima attuale, sia politicamente fattibile.

Posizione che Giannino bolla come un “eccesso di realismo” e trova  particolarmente “singolare, anzi singolarissimo” che per l’occasione (editoriale in prima pagina) “questa diventi la posizione esplicita del quotidiano di Confindustria”. Aggiungendo che “Perotti ha ragione pienamente, su tre punti centrali. Ma singolarmente torto sulla conclusione che ne trae”.

Proprio per questo, secondo me ha singolarmente torto nell’aggiungere però che in Italia l’oggettivo realismo pretende che si riconosca come paletto insuperabile che nessuno intenda oggi – nella politica italiana – promuovere la riduzione della spesa pubblica, e di conseguenza poarlare di riduzione delle aliquote sia un esercizio “ozioso” se non tout court “pericoloso”.

Se lo avessi seduto di fronte a me, direi a Roberto che di questi eccessi di realismo da parte di economisti e addetti ai lavori si è costantemente nutrita nei decenni la funzio incrementale della spesa e dell’intermediazione pubblica nel nostro Paese. Faccio presente che nell’Italia odierna il tasso di interposizione pubblica sull’economia – sommando gettito e spesa pubblica - supera il 100% del Pil. Se non è questa, la condizione nella quale continuare a battersi con forza per meno Stato e meno tasse – entrambi concentrati su poche priorità da ridefinire come essenziali –  non so proprio quale sia. Mi sembra poi non singolare, ma singolarissimo, che questa diventi la posizione esplicita del quotidiano di Confindustria, poichè gli industriali non fanno che ripetere incessantemente che è proprio di meno Stato invadente e inefficiente, ciò di cui hanno bisogno loro e il Paese intero. Rendere omaggio alla prudenza assoluta di Tremonti nell’evitare deficit aggoiuntivo è un conto, va sempre ripetuto visto che la politica vorrebbe incessantemente più spesa ancora.  Ma rassegnarsi all’impossibilità – anzi: alla “pericolosità” - di battersi pe rmeno Stato è secondo noi un errore al quale non bisogna rassegnarsi. meno che mai oggi, in un mondo che vedrà i Paesi avanzati di qui a pochi anni raggiungere l’Italia come percentuale di debito pubblico sul Pil, se voci come le nostre non avranno non meno, ma più ascolto.

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Niente di niente

Vi dirò questa volta quel che ho sempre pensato. E mai scritto. Perché era troppo presto. Sono passati quindici anni. E per tanti versi è ancora presto. Ma la questione è sempre quella. Chiunque sappia vedere in profondità i guai irrisolti e i terribili rischi – se siete un moderato, la pensate così, altrimenti è ovvio che il discorso non vi riguarda e non vi convincerà mai – dei quali la discesa in campo di Berlusconi fu il prodotto, sa che il punto è questo.

Sin dal primo giorno. In un vuoto creato per via giudiziaria, un capo politico di un neonato centrodestra a propria volta esposto, per la sua attività di imprenditore, alle indagini giudiziarie, per definizione non avrebbe avuto vita facile. Più il tempo trascorreva e più le traversie del centrosinistra ogni due elezioni rimettevano Berlusconi nella posizione di leader nazionale, meno probabile diventava dare una risposta ordinamentale al problema d’origine, cioè separare le carriere di pm e giudici, riformare il Csm e l’obbligatorietà dell’azione penale. Così Berlusconi ha pensato per anni di arginare il fenomeno con interventi ad hoc sui tempi del processo. Poi sulla improcedibilità a tempo, coi lodi Schifani e Alfano.

Caduto anche quest’ultimo sotto il no della Corte costituzionale – e personalmente non ho mai capito su che cosa potesse fondarsi l’aspettativa che non facesse quella fine – siamo entrati nell’arena finale. Potrà durare anche anni, ma ormai è la lizza decisiva. Politicamente ed elettoralmente, Berlusconi ha mostrato che potrebbe continuare a mettere alternativamente sotto la sinistra, forse per altri quindici anni. Ed ecco perché risiamo a bomba. Giudiziaria è stata l’origine, giudiziaria è la resa dei conti.

La magistratura non mollerà. Lo dimostrano decisioni giuridicamente temerarie come quella sul lodo Mondadori. E alla fine oltre al processo Mills verranno gli opportuni pentiti di Palermo, lo sappiamo da anni a che cosa puntano le famose e reiterate domande sui capitali iniziali delle fiduciarie di controllo della Fininvest, nell’era pre-quotazione in Borsa. Ha a che vedere qualcosa con l’operato di Berlusconi politico, tutto ciò? Niente di niente. Si riscrive la storia degli anni Settanta e Ottanta, invece. Ma non se ne esce. Il partito virtuista, Repubblica e l’Anm ormai indistinta per colore politico, più lo ha subìto vincente nelle urne e più ha pensato che Berlusconi fosse in realtà un’escrescenza di malaffare.

Non è mio compito dare consigli al premier. Ma oscillare, tra nuovi provvedimenti sui tempi del processo e sfoghi colmi d’irritazione, rischia solo di accrescere le tensioni istituzionali e di creare ulteriori scollamenti nel Pdl. Cioè di fare il gioco dell’avversario. Francamente penso che quand’anche vi fossero elezioni anticipate – e non vedo un Quirinale facile a concederle, se non costretto da comportamenti istituzionali che sarebbero senza precedenti nella storia repubblicana – in ogni caso all’indomani saremmo punto e a capo. A Berlusconi tocca andare avanti. Pubblichi sul sito di palazzo Chigi un orologio che aggiorni ogni settimana le decine di ore che è costretto a dedicare ai processi. Trasformi le udienze del caso Mills in una tribuna permanente. Con due punti di riferimento, però. Quanto più si inoltra nella plaza de toros decisiva, tanto più dovrebbe usare un tono sobrio e misurato: tenendo conto che c’è anche una parte crescente di opinione pubblica moderata che inizia davvero a non poterne più, delle cronache quotidiane infittite di schermaglie giudiziarie e di eccessi personali. In più, un caveat che riguarda il Pdl. Chiunque pensi di guidarlo dopo Berlusconi giostrando in prima persona sui dossier giudiziari mostra di non capire l’origine stessa della storia. Finirebbe per essere solo un Romolo Augustolo, a capo di una forza men che dimidiata. Perché qualcuno possa diventare leader del Pdl non basta che parli di programmi. Deve avere il fegato di offrire egli per primo una soluzione giudiziaria che vada bene a Berlusconi, e che non suoni alla controparte e all’elettorato moderato come un resa furbesca. Altrimenti non è Berlusconi a perdere, ma il Pdl a sparire.

Oscar Giannino su www.tempi.it

via Il Legno storto, quotidiano online – Politica, Attualità, Cultura – Se Berlusconi si arrende ai giudici, il Pdl perirà insieme a lui.

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Non stia ad almanaccare

Perché Exor compra Fideuram… di Oscar Giannino

Si sprecano tesi e interpretazioni sul perché nel comitato di gestione di Intesa a fine mese la banca guidata da Corrado Passera cederà proprio alla Exor degli eredi Agnelli Banca Fideuram, per poco più di 3 bn. nel settore assicurativo e nel risparmio i controllanti di Fiat sono entrati e usciti a più riprese nella loro storia, a seconda degli anni buoni o cattivi dei capitali che potvano liberare o concentrre nell’auto. Dunque oggi si potrrebbe pensare che essendo ormai Fiat un’azienda il cui più consistente apporto patrimoniale è americano, si può passare daglòi anunci di diversificazione ai fatti. Anche se resta il controsenso di dover cercare capitali sul mercato o dalle banche per questa acquisizione, e chissà che non sia la stessa Intesa a fornirli… Ma aggiungo una battura illuminante che mi ha fatto ier l’altro un banchiere – il migliore in Italia, secondo me – apprendendo della trattativa torinese in corso. “Non stia ad almanaccare”, mi ha detto ghignando. “Comprano un gestore di risparmio perché solo così possono far rientrare i loro patrimoni contando sulla più assoluta riservatezza”. Insomma, meglio Fideuram che Margherita.

via CHICAGO BLOG » Perché Exor compra Fideuram….

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Banche, promesse e debiti

Dice il Bollettino di Bankitalia reso noto oggi che raddoppiano le esposizioni dei prenditori in sofferenza, e naturalmente il presidente dell’ABI Faissola continua a ripetere che è un’invenzione la restrizione di credito alle imprese.

Domani mattina incontro tra Confindustria, ABI e Tesoro sulle modalità applicative dell’annunciata moratoria di un anno degli interessi dovuti dalle imprese alle banche, strumento sul quale ribadisco personalmente molti dubbi. Le banche, questo è certo, spuntano una nuova consistente sforbiciata al proprio imponibile, dopo quelle già ottenuta un anno fa sul riallineamento dei valori storici degli avviamenti. Come poi si possano obbligare gli istituti ad attuare l’avviso comune, pur una volta che davvero l’ABI lo avesse sottoscritto, su questo punto esistono problemi di costituzionalità a mio avviso non proprio secondari. Nel frattempo, nessuno se n’è accorto, tranne noi e gli amici di MercatoLibero con cui tante volte abbiamo condotto battaglie comuni quando dirigevo un quotidiano, ma nel frattempo che le banche intonano il “tutto ben madama la marchesa” il valore dei loro intangible asset ha finito per diventare maggiore della loro capitalizzazione. Gli intangible, com’è noto, sono quelli che si azzerano in caso di fallimento: dunque bisognerebbe andarci piano e svalutarli, quando diventa assolutamente evidente che il loro valore gonfiato altera in maniera esiziale la credibilità dello stato patrimoniale. Per capirci, oggi a Intesa gli asset intangibili valgono 28,9 miliardi a fronte di una capitalizzazione della banca di poco superiore ai 27, a Unicredit valgono 27 miliardi per una capitalizzazione che supera di poco i 28, e a MPS pesano addirittura 8,5 miliardi con una capitalizzazione della banca inferiore ai 6. Sarebbe il caso che Bankitalia almeno dicesse qualcosa? E’ vero che Draghi ripete incessantemente che le banche devono ricapitalizzarsi, ma forse un esplicito avviso sugli intangibile sarebbe appropriato. Che almeno le nuove regalie fiscali – che alle imprese sono negate – avvengano a fronte di svalutazioni consistenti … Per chi volesse poi fare un po’ di conti, qui i grafici aggiornati da Barry Eichengreen e Kevin O’Rourke che provano ineluttabilmente che stiamo andando decisamente peggio del 1929, per via delle banche. Allegria…

Ma in Italia ora parte la grande commedia polemica dello scudo fiscale (ndr qui il tenore delle immediate dichiarazione dei due leader dell’opposizione), ovvero dell’arte di come dividersi sull’utile inessenziale, rispetto al necessario essenziale che non si può citare per non irritare i banchieri.

via Chicago Blog – Banche, promesse e debiti.

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