Fare politica con le figurine

Se domenica sarò eletto segretario del Pd, dice Dario Franceschini, nominerò mio vice il giornalista nero Jean-Léonard Touadi. Passano alcune ore. Se domenica sarò eletto segretario del Pd, ridice Dario Franceschini, nominerò miei vice il giornalista nero Jean-Léonard Touadi e una donna. Lo Statuto del partito gli impedisce di andare oltre la coppia, altrimenti immaginiamo che alle prime luci dell’alba avrebbe incoronato vicesegretari anche un gay, un indiano Cheyenne, uno stambecco del Gran Paradiso. E’ il veltronismo senza Veltroni, la malattia terminale del Partito Democratico. Quell’idea di poter fare politica con le figurine invece che con le persone.

via I vice del vice

E qui faremo una legge in difesa della dignità del corpo delle donne.

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Indebolimento della politica

Se la politica finisce in mano a Feltri e Mauro, qui è invece Polito a sottolineare quello che alcuni, con abbondante “pelo sullo stomaco” si diceva una volta, hanno rubricato in questi mesi come qualche piccola “esagerazione” del giornale di largo Fochetti (giustificata comunque dal comportamento immorale del premier). Quelli che amano l’immagine farsesca della politica per intenderci. Quelli che continuano a vedere il sole al posto della luna. Salvo scandalizzarsi oggi e invocare il diritto sacrosanto alla privacy, il killeraggio e la democrazia ferita. Altro che smemorati di Collegno direbbe lui.

Specularmente, un fenomeno analogo è avvenuto dall’altra parte dello schieramento politico, dove è Ezio Mauro a guidare Franceschini e il Pd. Alla festa di Genova il direttore della Repubblica è stato chiaro: ha detto che voterà – e dunque schiererà il suo giornale – per il candidato alla segreteria che gli prometterà solennemente di dar battaglia sulle dieci domande di Repubblica, trasformando così un’inchiesta giornalistica nel programma politico di un partito.

Come nel caso di Feltri a destra, seppure con altro stile e mezzi, il giornalismo di sinistra impone alla politica il passo della vendetta. La mediazione, la pazienza, le alleanze che la politica richiede, vengono spazzate via dall’urgenza della campagna di stampa, che ha bisogno di una risposta al giorno, di una polemica al giorno, di uno scoop al giorno. Quando Berlusconi querela Repubblica, Franceschini si immola come un bonzo: denunciateci tutti. Si identifica totalmente con il giornale, accettandone anche formalmente la leadership.

Mentre nel caso di Berlusconi la sua debolezza è una novità, nel caso del Pd il suo deficit di autonomia è storia antica. Da mesi ormai il Pd accoglie ogni legge del Governo gridando all’incostituzionalità e pretendendo che qualcun altro (la Consulta, Napolitano o il Padreterno) la fermino o la boccino. La cultura della battaglia parlamentare, che punta a strappare risultati, a costruire alleanze, a cambiare i rapporti di forza, è completamente persa. Resta solo l’urlo. E per l’urlo sono fatti i giornali.

Il risultato, più che un imbarbarimento del giornalismo italiano, è un ulteriore indebolimento della politica democratica. La quale, come si sa, è lo strumento inventato dall’uomo per risolvere i contrasti nella polis senza spargimenti di sangue. Affidata ai giornalisti, la politica invece ha bisogno di sangue, e ne ha bisogno ogni giorno. Vediamo quale sarà il prossimo.

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La mirabile capacità

Ma il Pd non sa contare di Luca Ricolfi

Declino della destra? Se non lo avessi visto e ascoltato lunedì sera dal vivo, mentre lo diceva in tv, non ci avrei creduto. Avrei pensato che i giornali avevano frainteso le dichiarazioni del segretario del Partito democratico, o le avevano forzate un po’, come troppo spesso accade. E invece no, Franceschini aveva detto proprio così: queste elezioni sono andate bene, «è iniziato il declino della destra».

Allora vediamole le cifre di questo declino della destra. Per ora il quadro è completo solo per le 62 Province e i 30 Comuni capoluogo (più lunga e complessa l’analisi dei risultati dei Comuni minori). Per capire dove tira il vento della politica c’è un sistema molto semplice: contare in quanti casi c’è stato un cambiamento di colore politico, e confrontare il numero di amministrazioni conquistate dai due schieramenti, ossia i passaggi da destra a sinistra e viceversa. Ebbene l’esito non potrebbe essere più chiaro: su 32 amministrazioni che hanno cambiato colore non ve n’è neanche una che sia passata da destra a sinistra, perché tutte – ossia 32 su 32 – sono passate da sinistra a destra.

Né si può dire che esista un’area del paese in cui la sinistra abbia tenuto: al Nord la destra ha conquistato 11 Province e 5 Comuni, nelle «regioni rosse» ha conquistato 2 Province e 1 Comune, nel Centro-Sud (dal Lazio alla Sicilia) ha conquistato 10 Province e 3 Comuni. Il risultato è che ora il centro-destra, tradizionalmente forte nelle elezioni politiche e debole in quelle amministrative, governa oltre il 50% delle Province e dei Comuni capoluogo in cui si è votato, mentre prima ne governava meno del 16%. Simmetricamente, il centrosinistra scende dall’84% al 48% e oggi governa in meno della metà delle realtà in cui si è votato.

Naturalmente può darsi benissimo che il consenso alla destra sia in declino, e che le prossime elezioni le vinca la sinistra, specie se si dovesse votare fra quattro anni e nel frattempo il governo non fosse riuscito a combinare granché, o Berlusconi – travolto dai suoi scandali e dai suoi guai giudiziari – fosse stato costretto a un’uscita di scena poco onorevole. E tuttavia per vedere nei risultati di questa tornata amministrativa i segni del declino del centrodestra mi pare ci voglia una fantasia decisamente fervida. Se fossi un dirigente del Pd, rifletterei semmai su questa circostanza: la disfatta per 32 a zero che il centrosinistra ha subito in questa tornata amministrativa non si è consumata in un momento politicamente felice per il centrodestra, bensì in un momento di difficoltà e debolezza. Debolezza per le vicende del premier (processo Mills, caso Noemi, caso Patrizia), che secondo i sondaggi hanno allontanato una parte dell’elettorato, soprattutto cattolico. Ma debolezza anche perché, come giustamente notava ieri Massimo Giannini su Repubblica, è probabile che una parte dei leghisti se ne siano andati al mare «preferendo l’affondamento del referendum al sostegno del candidato dell’alleanza di centrodestra».

Se il centrosinistra ha perso, e perso così sonoramente, nonostante l’avversario fosse in un momento di difficoltà, quel che viene da chiedersi non è se sia iniziato il declino del centrodestra ma, tutto all’opposto, se stia continuando quello del centrosinistra.

La mia impressione è che la risposta sia affermativa, e che gli anni che abbiamo davanti saranno molto duri per il partito di Franceschini. Duri perché è possibile che, a differenza di quanto avvenne nella legislatura 2001-2006, le tornate amministrative intermedie (a partire dalle Regionali dell’anno prossimo) riservino amare sorprese a un partito che ha nel controllo delle amministrazioni locali una delle sue ragioni di esistenza. Duri perché d’ora in poi il partito di Franceschini dovrà convincere gli italiani non solo a preferirlo al Pdl, ma a preferirlo abbastanza da indurli a recarsi alle urne, visto che il «non voto per scelta» sta diventando un’opzione seria per molti cittadini stanchi di questa politica.

E duri, infine, perché sarà difficile che qualcosa cambi davvero a sinistra se il Pd e i suoi mezzi di informazione conserveranno la più tenace fra le eredità dello stalinismo: l’indifferenza ai fatti, la mirabile capacità di capovolgere i crudi dati della realtà.

Metà, ballottaggi e risultati.

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Tre domande

Tre domande al segretario pro-tempore.

Fra una settimana si vota. In questo momento in qui tutti fanno domande a tutti mi piacerebbe se il capo del Pd ci aiutasse a sciogliere alcuni nodi.

Il primo riguarda la collocazione internazionale del nuovo partito. E’ più di un anno che va avanti questa storia e sappiamo solo che forse si creerà una nuova aggregazione che comprenderà anche i democrats italiani. Ho letto attentamente le posizioni dei partiti socialisti europei e di questa posizione non c’è traccia. Mi piacerebbe sapere a meno di una settimana dal voto se il mio suffraggio va ad un partito legato ai socialisti europei oppure no.

Nella seconda domanda viene chiesto al segretario di dire cosa ne vuol fare dell’alleanza con Di Pietro. Ci può dire Franceschini cosa conta di fare?

Questa è la terza domanda.

Eravamo rimasti all’idea che il nuovo partito avrebbe chiuso i ponti con l’antiberlusconismo. Siamo precipitati nella più dura battaglia personale contro il premier. Eravamo rimasti all’idea di un partito che si definisce “per” i suoi progetti e non “contro” qualcuno. Avevamo capito male o è cambiato qualcosa? Se Berlusconi è ridiventato l’uomo nero della politica italiana come dobbiamo interpretare quella metà di nostri concittadini che lo seguono. Sono i nostri nemici? Sarebbe gradita una risposta.

Movimento operaio e moralismo. E qua un’altra lettura di Giampaolo Pansa. Volevo informare gli italiani, dato che forse non tutti lo sanno, che questi signori non sono dei “dipendenti di Berlusconi”. Anche se come tali vengono trattati dalla “stampa libera” e dai blogghér “moderati e riformisti”. Quelli che, ovviamente, quando scrivono non pensano mai alle fazioni da servire.

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Il primato della polemica

That he is so dominant is partly the fault of a faltering left; of weak and sometimes politicised intitutions; of journalism which has too often accepted a subaltern status. Most of all it is the fault of a very wealthy, very powerful and increasingly ruthless man. No fascist, but a danger, in the first place to Italy, and a malign example to all.

E’ la parte finale dell’editoriale non firmato che il Ft ha pubblicato e che molti portano ad esempio da cui ripartire per impostare una vera discussione “politica” in Italia, contemporaneamente criticando le ultime uscite di Franceschini sulla presunta “amoralità” del premier. Anche quelli che stamattina parlano senza mezzi termini di «imbarbarimen­to di una politica che arri­va a travolgere persino gli affetti familiari pur di mettere in difficoltà l’av­versario».

I figli, la famiglia, gli affetti e i sentimenti più profondi. Ha fat­to irruzione anche la sfera privatissima dei rap­porti umani nella saga che da un mese a questa parte sta riducendo la po­litica italiana a un duello cruento a base di mogli, feste, mariti, padri, figlie, nipoti, «papi». Il leader del Pd Franceschini ha commesso un errore gros­solano ad affermare «fare­ste educare i vostri figli da Berlusconi?». A mette­re in discussione la quali­tà di una relazione che le­ga l’avversario-genitore ai figli che dovrebbero vergognarsi del cognome che portano per conse­gnarsi pentiti al tribunale comportamentale presie­duto da una parte politi­ca. Non è chiaro dove esattamente Franceschini abbia culturalmente attin­to a una visione così tota­litaria della politica che si arroga violentemente il diritto di giudicare la «correttezza» di un mo­dello pedagogico e fami­liare. Ma è chiaro, molto chiaro che Franceschini deve fermarsi qui, non la­sciar tracimare il rancore politico fino a coinvolge­re i figli di Berlusconi, che non potevano non ri­spondere con legittima durezza. continua

Mentre per lui sono assolute ovvietà, dov’è lo scandalo? come si permette d’indignarsi Piersilvio? Editoriale straniero che ritorna, con la medesima identica interpretazione, tra l’altro sulla “polemica” del Parlamento ritenuto “inutile”, dei media indeboliti, dell’uso della sua sconfinata ricchezza personale per modificare le leggi  “ad personam”, con il favore delle istituzioni deboli che il premier utilizza a suo uso e consumo, della guerra con i magistrati, di minacce velate, di una serie infinita di cose ampiamente sviscerate in questi 15 anni anche dalla nostra stampa, anche quelle che ha “accettato troppo spesso lo status subalterno”.  Sostenendo questa la grande, vera, unica, novità ed escludendala, bontà sua, e mi pare che a parte essere il cavallo di battaglia di Di Pietro e di qualche raffinato e colto intellettuale che ne ha sposato la causa – e con le pause parlamentari dell’allarmi siam fascisti e delle infauste leggi razziali (più verso la Lega che nei confronti del Premier) – neanche Repubblica e l’opposizione lo sostengano più dalle nostre parti: Berlusconi non è evidentemente Mussolini. Ma la cosa è assolutamente ininfluente oggi, secondo il Ft, perché lui è altrettanto pericoloso per la democrazia con le sue squadre di veline, anche senza camicie nere. “No fascist, but a danger, in the first place to Italy, and a malign example to all.”

A me sembra l’ennesima ipocrisia ammantata di politically correct. Non c’è assolutamente niente di diverso – nell’escalation esplosa nella domenica bestiale che Peppino Caldarola (che qui ironizza sul cuore di qualcuno) ha vissuto come un incubo, quella che lui chiama “la corrente Noemi” in Incredibile. E pensare che una volta facevamo politica:

Non ci posso credere. Ditemi che non è vero, che è colpa di una domenica bestiale in cui il caldo improvviso fa sragionare. Ditemi che non devo buttare alle ortiche migliaia di pagine di analisi marxista e no sulla società, una collezione di volumi di politologia che ragionano sulla fine della sinistra e della destra, raffinati ragionamenti sulla psicologia delle masse, pagine e pagine su come Togliatti cercava di capire la forza interna del fascismo, i discorsi di Pietro Ingrao sulle contraddizioni della Dc, gli articoli di Berlinguer che chiamava al dialogo e al «compromesso» con l’odiata Dc, le pagine di Fassino e D’Alema [...]  Ditemi qualcosa, una parola di consolazione per spieganni perché a due settimane dal voto europeo dobbiamo occuparci di una ragazzina appena diciottenne che ha partecipato, alla presenza di decine di spettatori, a serate conviviali con il premier. [...] La «corrente Noemi» ha fatto il miracolo.[...] Arriveremo così alla fine della contesa per mandare in Europa alcune decine di deputati sapendo tutto sulle telefonate di Noemi e quasi niente di Bruxelles e Strasburgo. Tutto questo fa dire al mio amico senatore Zanda che «siamo di fronte a un caso di Stato». Mi fa persino pena dovermi occupare di queste stupidaggini. continua

sposata da tutta la classe dirigente del Pd, che ha tranquillamente, dopo qualche perplessità iniziale e partendo dal noi “siamo persone serie e mai useremo le questioni personali per fare battaglia politica” di qualche secolo fa, traslocato in toto su posizioni “altre”,  riacquistando finalmente quell’unità che niente in questi ultimi tempi glielo aveva permesso -  e queste parole (anche se scritte in inglese e poco comprensibili alla “pancia” populista del paese).

Bene e con assoluta coerenza, almeno, fanno l’Idv ad invocare il Ft e il presidente della Fondazione Italianieuropei Massimo D’alema che ieri sera a caldo, ha subito replicato, stiamo parlando del «Fareste educare i vostri figli a un uomo come Silvio Berlusconi?», definendo «attacchi» della destra le reazioni alla «efficace» frase di Franceschini:

Il centrodestra attacca Franceschini perché il segretario del Pd è «efficace». «Questi attacchi contro il segretario del Pd promossi dalla destra sono la risposta ad una campagna elettorale nella quale, in modo assai efficace, Franceschini ha ridato slancio all’azione del Partito democratico».

Bene ha fatto da altro punto di vista e immediatamente a replicare Benedetto Della Vedova, che non risparmia critiche politiche a questo governo, ma non nascondendosi dietro nessuna falsa ipocrisia.

Nella campagna elettorale il PD ha rinunciato a mettere al centro i contenuti della sua iniziativa politica, tranne uno: la proposta di alzare le tasse, esattamente ciò che la sinistra ha fatto nei due anni del Governo Prodi. Per il resto, il solito riflesso pavloviano dell’antiberlusconismo. Riflesso condiviso da una parte della stampa estera, più interessata alla delegittimazione che all’analisi politica.

Alla rinuncia a mettere al centro i contenuti che tutta l’opposizione, con qualche eccezione casiniana, sta facendo in questa campagna elettorale, trasformando la battaglia politica in una imbarazzante ordalia, si può e deve contrapporre solo la scelta di mettere le idee e il confronto politico al centro dell’analisi, nessun editoriale del Ft che in inglese replica le stesse identiche cose.

Sta lì il discrimine, non nei modi e nelle maniere. La distanza vera è tra la “il primato della politica” e la “corrente Noemi”, tra incredibile una volta facevamo politica e solo questo vogliamo tornare a fare e l’attuale situazione sposata in questa campagna elettorale, che oggi unisce oppositori interni e editoriali della stampa estera, che vanno, per quelli a cui sono sfuggiti, dai britannici Financial Times e Independent, allo spagnolo El Pais, per non parlare di Liberation e Le Monde.  Parole che prendono l’avvio esclusivamente dalle stesse cose dette e ridette abbondantemente, mi pare, per decenni in casa nostra e ultimamente in modo martellante da “fior di giornalisti” di Repubblica.

Al populismo della destra non si risponde con il moralismo e con il giusitizialismo ma offrendo una prospettiva di riforma del Paese. Altro che Noemi!

Condivido. Imho. Dice oggi un altro che l’analisi politica, la cerca sempre: Il primato della polemica anti Cav. oscura Bersani e illumina CDB (Carlo De Benedetti).

A meno di due settimane dal voto, quando la campagna elettorale si fa dura, il Partito democratico abbandona le ultime resistenze e si inchina dinanzi al primato della polemica sui privati comportamenti del premier [...] Dopo una prima fase di incertezze e nonostante l’aperta diffidenza di molti, che nei giorni scorsi avevano invitato a insistere sulla crisi economica, evitando lo scontro incentrato sulla persona del Presidente del Consiglio e sulla sua moralità, la linea del Pd è ormai decisa. E a tracciarla è Repubblica con la sua martellante campagna e le sue famose dieci domande riprese ormai dalla stampa di tutto il mondo, dallo spagnolo El Paìs al britannico Financial Times.

update: Qua una diversa lettura delle motivazione del quotidiano britannico, Ft va all’assalto del cavaliere e qui nel Pd spunta il dubbio dell’autogol.

Dopo l’approfondito editoriale precedente, che qualcuno insiste a chiamare “politico” e da cui dovrebbe ripartire l’opposizione per “fare politica”, oggi il Ft raddoppia e corre ai ripari, abbandonando Noemi e il primato della polemica e tentando di cimentarsi, questa volta sì, nell’analisi politico-economica. Offrendo, dice lui: un tale esempio di superficialità e di astrattezza nell’analisi, che mi auguro per il prestigioso quotidiano rappresenti un’eccezione dettata dal pregiudizio politico e non la regola.

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Uno che ha capito tutto

Uno che ha capito tutto

Non so se è ignorante al punto di non capire, o se è in palese malafede, ma il segretario del PD Franceschini mi pare imbarazzante, quando parlando degli effetti della crisi dice:

Vorrei che il presidente Berlusconi vada a dire queste cose a un pensionato qualsiasi che non riesce neanche a fare la spesa o ad arrivare alla seconda settimana del mese.

Facendo finta di non notare la zoppicante consecutio temporum utilizzata, sarebbe interessante capire come la crisi possa arrecare danni ai pensionati italiani, che hanno un reddito fisso (la pensione, appunto) pagato dallo Stato, e possono beneficiare dei cali dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari.

Se Franceschini è il primo esempio della nuova classe dirigente che avanza, ridateci Bertinotti, Prodi e D’Alema: in quanto a capacità di analisi, sono ad un livello nettamente superiore.

via Uno che ha capito tutto « Lakeside Capital.

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Quesito cruciale

Dato che siamo in campagna elettorale e in prossimità delle elezioni, c’è chi accenna anche a qualcosa che qualcuno sembra volere mettere in secondo piano. Quesito cruciale, dopo aver capito che il consenso a BS fa correre il rischio all’Italia e alla sua democrazia «d’essere schiacciata tra il “presidenzialismo assoluto” e il populismo elettronico», ma il voto serve e conta ancora?

Altro quesito cruciale. Come esce l’opposizione dal confronto parlamentare? Qui bisogna distinguere. L’Udc di Casini probabilmente abbastanza bene: esiste di certo un’opinione cattolica sensibile all’irritazione della Chiesa, ribadita ancora ieri dalla Cei. Il fatto che l’impronta della legge sia leghista, aiuta la posizione “centrista” dell’Udc. Il Pd invece dà l’impressione di aver perso i contatti con quei vasti settori del paese che nei sondaggi si esprimono per la linea dura. «Sarà impopolare, ma noi difendiamo i diritti» afferma Franceschini. Dichiarazione nobile, benché quasi rassegnata, eppure una parte del Pd vorrebbe riuscire anche a prendere qualche voto. Peraltro, sulla linea “governo fascista” c’è già Di Pietro. Mentre sulla difesa dei diritti, in particolare del diritto d’asilo, ci sono i radicali di Emma Bonino. A loro volta “oscurati”, per così dire, dalle posizioni liberali espresse da Fini nel centro-destra. Per cui la coalizione di governo riesce a interpretare, da Bossi a Fini passando per Berlusconi, quasi tutta la gamma dei punti di vista. Anche questo è singolare.

E dopo il “governo fascista” e “piduista” oggi è andato in scena alla Camera dei Deputati, in diretta tv, il ritorno delle “camicie nere“.

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Francesfini

Pansa insiste e rilancia: Suocere, guastatori e tanti gufi

[...] Tirando le somme, si arriva al proposito più aspro. Riguarda il futuro immediato. “Francesfini” risulterà davvero il più forte oppositore del Cavaliere. E continuerà nel suo lavorio da suocera con la mimetica del guastatore. Lo si vedrà subito, nella campagna per il voto europeo. La speranza di “Francesfini” e C. è che il Pdl abbia una flessione elettorale consistente. Per questo gufano contro la vittoria del loro partito. Non la fanno in modo aperto. Ma la linea dei gufi finiani è elementare. Se il Cavaliere perde, per loro ci sarà un futuro. Se vince, e soprattutto se stravince, saranno ridotti al silenzio.

La partita è molto difficile. Berlusconi guida un esercito strapotente. Le sue truppe possono contare su risorse finanziarie illimitate. I gufi finiani sono un piccolo nucleo attestato nella ridotta di Montecitorio. Ma hanno un vantaggio: il loro capo è il presidente della Camera. Qualunque cosa dica fa notizia. E ha una diffusione istantanea. I media sono la sua arma. Lavorano per lui a costo zero. Dunque verranno usati senza risparmio.

Quello che non possiamo sapere è come finirà la partita. Una prima risposta l’avremo dallo scrutinio del voto per l’Europa. Può sembrare paradossale, ma la speranza dei guastatori e dei gufi è che il Partito Democratico riesca a evitare una tragica sberla e sia capace di rialzarsi.

Chi l’avrebbe mai detto? “Francesfini” e Franceschini uniti nella lotta. La politica italiana resta un romanzo tutto da raccontare, a condizione che non si faccia il tifo per nessuno. Purtroppo sulla sfondo rimane un paese sempre più somigliante alla fattoria di Cicco. Dove tutti vogliono comandare e nessuno è disposto a ubbidire. Chissà che cosa ne direbbe don Calogero Volpe, se fosse ancora in campo, all’età di 99 anni.

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Sostiene Franceschini

Sinistra addio. Nuova giunta o tutti a casa“. Chiamparino sul piede di guerra. Nel mirino tutto il gruppo di Rifondazione, l’Italia dei Valori, oltre ad una parte di Sd.

Intanto sostiene il segretario Dario Franceschini, giunto questa mattina a Bologna in treno per partecipare a un comizio elettorale, che non c’è nessuna guerra interna nel Partito democratico:

“Sono cose che interessano due o tre politologi

A chi gli chiede se esista una “guerra per bande” nel Pd tra chi sostiene Veltroni e chi Franceschini, il segretario del Pd risponde:

“Voi siete interessati a un mucchio di cose inutili

Dopo aver liquidato la questione alleanze, nonostante lo scambio di cortesie dei giorni scorsi e il recente suggerimento di D’Alema di rivedere l’accordo Pd-Idv, spiegando che con l’Italia dei valori “siamo insieme all’opposizione” e non c’è nessuna alleanza da rivedere.

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