La collezione di quadri

Sempre Vincino. Oggi sul Foglio. Caporalato di giornata in arrivo anche per lui o effetto fango che crea danni inimmaginabili?
Riflessioni e Non Solo

Sempre Vincino. Oggi sul Foglio. Caporalato di giornata in arrivo anche per lui o effetto fango che crea danni inimmaginabili?
Andrea’s Version del 24 febbraio 2010
La procura di Firenze, perciò, non dovrebbe vergognarsi. Questo dice l’onorevole presidente della Camera, Gianfranco Fini. Non dovrebbe vergognarsi, cioè, di aver registrato e reso pubbliche ventimila pagine di intercettazioni, utili solo a sputtanare gente che con il codice penale non ha un cazzo a che vedere. Non dovrebbe vergognarsi di accusare un membro del governo finora trasversalmente stimato, con addebiti sui quali nessun magistrato lo potrà interrogare per mesi. Non dovrebbe vergognarsi di aver palesemente violato le più elementari regole della giurisdizione, nascondendo l’inchiesta e negandola alle sue sedi legittime. Non dovrebbe vergorgnarsi di giocare la partita affidandola all’emotività immediata della reazione pubblica, piuttosto che alla serietà degli elementi raccolti. Non dovrebbe vergognarsi di aver impiegato due anni, pagati da noi, per mettere insieme quella che alla fine verrà solo ricordata (lo giuro) come un’ennesima secchiata di merda, No. La procura di Firenze non dovrebbe vergognarsi, dice Fini. Avendo detto l’Amor nostro che vergognarsi dovrebbe. Dio, quanto ci piacciono questi suggerimenti culturali della fondazione “Faresiluro”.
La pubblicazione delle intercettazioni sui giornali è ormai un genere letterario a sé stante, con i suoi precisi canoni, le sue regole e i suoi cliché. Ogni ondata ha la sua frase simbolo: una battuta di pochi secondi esce all’improvviso dalla marea delle chiacchiere, traccia d’un colpo i confini dell’insieme e ne definisce il senso. “Stamo a fa’ i furbetti del quartierino”, disse Stefano Ricucci, e dal momento in cui quella battuta venne pubblicata sui giornali questa fu l’immagine, il senso e la spiegazione dell’intera vicenda, la vicenda dei “furbetti del quartierino”. Nel nuovo romanzo telefonico attualmente in via di pubblicazione, quello sulla Protezione civile, la frase simbolo è ovviamente l’affermazione dell’imprenditore che dice al cognato di aver riso dentro al suo letto, dopo il terremoto dell’Aquila, pensando agli affari che avrebbe potuto fare con la ricostruzione.
L’imprenditore ha poi dichiarato che era il cognato a dirlo, mentre lui inorridiva, e che pertanto c’è un errore nella trascrizione, ma qui si aprirebbe un altro discorso (spesso le trascrizioni della stessa conversazione cambiano moltissimo a seconda del giornale che le pubblica, e a volte anche a seconda dell’edizione dello stesso giornale, ma nessuno sembra badarci troppo). Dal momento in cui il verbale delle risate è stato pubblicato è cresciuta, comprensibile, la generale indignazione: manifestazioni di chi sotto le macerie ha perso i propri cari, gli amici, la casa e il lavoro, dietro cartelli e striscioni con scritto “io non ridevo”; dichiarazioni sempre più dure, da politici e giornalisti, amministratori locali e famigliari delle vittime; il governo che si affretta a chiarire: “Non un euro a chi rideva”. Un crescendo senza interruzione, un coro unanime, senza un dissenso. E chi mai potrebbe difendere un comportamento tanto disumano? E così, con le nostre indignate dichiarazioni o con il nostro acquiescente silenzio, abbiamo avallato il principio secondo cui le parole pronunciate al telefono da due privati cittadini sono soggette a un giudizio di moralità da parte dell’opinione pubblica.
Volenti o nolenti, entusiasti o renitenti, ci siamo costituiti in tribunale e abbiamo condannato due persone alla gogna, semplicemente per quello che si sono dette al telefono, per il valore etico delle loro parole, pronunciate nel corso di una privata conversazione. E nessuno finora ha trovato in questo niente da ridire. Mi auguro naturalmente di sbagliare e che simili proteste siano sfuggite soltanto a me, ma ne dubito: in questo paese, che pure secondo le statistiche ufficiali è probabilmente quello con il più alto numero di liberali per chilometro quadrato, stenta ad affermarsi il principio per cui la battaglia in difesa della libertà di tutti non si gioca sui diritti di Heidi o di Madre Teresa di Calcutta, ma proprio sui diritti dei più odiosi, brutti, sporchi e cattivi. D’altra parte, dopo avere passato anni a leggere commenti indignati su questa o quella intercettazione, sempre accompagnati da un prudente “al di là dell’eventuale rilevanza penale”, come fosse una condizione accessoria per intercettare, pubblicare e commentare le private conversazioni di un cittadino, cos’altro dovremmo aspettarci? Il principio è passato.
E così si giustifica, in nome della trasparenza, un comportamento che è ormai il massimo dell’arbitrio e dell’opacità, terreno ideale per ogni genere di manovra e di ricatto, permettendo di lanciare accuse, linciare e sputtanare praticamente chiunque, anche solo sulla base delle affermazioni di terzi da nessuno verificate, fossero pure due pazzi ubriachi appena evasi da un manicomio criminale. Ma non c’è alternativa, si difendono i direttori di giornale quando qualcuno si azzardi a domandare per quale motivo si debbano pubblicare gli sms della moglie di un uomo indagato per reati finanziari, magari aggiungendoci pure la vigliacca ironia del cronista sull’uso della punteggiatura o sul merito dei messaggini. E come potrebbero decidere cosa sia da pubblicare e cosa no, arrogarsi il diritto di selezionare, tagliare e cucire, censurare e manipolare i documenti di cui entrano in possesso? Peccato che solo in quest’ultima inchiesta, a quanto scrive il Corriere della Sera, le pagine di intercettazioni allegate all’ordinanza del gip siano ventimila. Dicasi: ventimila.
Se davvero i giornali si limitassero a pubblicare tutto quello di cui dispongono, senza effettuare alcuna selezione, alcuna censura, alcuna manipolazione, dovrebbero smettere di pubblicare le chiacchiere di Bertolaso e soci non prima del 2020.
Se poi davvero si comportassero sempre allo stesso modo, per tutte le inchieste di cui si occupano, non resterebbe spazio nemmeno per la pagina dei programmi tv. La barzelletta dei giornali che si limitano a pubblicare tutto quello che trovano, in modo sempre ugualmente asettico e scrupoloso, non fa più ridere nemmeno gli affezionati. La verità è che i giornali sono attori consapevoli e volenterosissimi di questo meccanismo infernale, che regala loro un potere enorme. Un potere incontrollato che tutti noi contribuiamo ad accrescere, spogliandoci dei nostri più elementari diritti di cittadini, nel momento stesso in cui accettiamo di partecipare alla gogna contro questo o quel farabutto sorpreso a sragionare al telefono.
Solidarietà a prescendire, per il direttore. Per questa cosa. Prima di tutto perché, grazie a Dio, non c’è bisogno di avere una laurea per saper scrivere come scrive lui.
Il romanzone giornalistico della corruzione ha personaggi senza nomi.
Il Vicedirettore Daniele Bellasio (Danton), dopo più o meno tredici anni lascia il Foglio e ricomparirà al Sole.
Rassegnarsi, questa è la parola d’ordine, perché intanto così gira per l’Amor nostro. Se lui ha detto bianco, era nero, se diceva nero, era bianco. Se non beccava i mafiosi, Scalfari scriveva sei volte (volete i sei testi? ce li ho qui) che il suo governo, non a caso, non beccava i mafiosi. Dal momento che con loro c’era un patto. Se invece becca i mafiosi, Scalfari scrive (volete l’ultimo testo? ce l’ho da domenica) che non a caso ha beccato i mafiosi. Perché ha tradito il patto. Quando becca un mafioso ogni tanto, Scalfari scrive che, non a caso, l’Amor nostro ha beccato un mafioso ogni tanto, visto l’accordo era quello. Se non becca un mafioso ogni tanto, non è un caso che ogni tanto non l’abbia beccato, scrive Scalfari, visto che l’accordo era un altro. Se becca i mafiosi numero due e tre, facile, dice Scalfari, il numero uno era lui. Beccasse mai il numero uno, allora non vale poiché la mafia, tentacolare com’è, sa nascondere il suo vero capo.
E noi qui, terribilmente confusi, ancora a domandarci: possibile mai che Mario Pannunzio rifiutasse di passeggiare per via Veneto con un’intelligenza così duttile?
Dal Foglio del 5 settembre 2009
Dear Mariella, ho un caro amico da dieci anni, un americano, che mi ha aiutato quando vivevo e studiavo negli Stati Uniti. Da due anni a questa parte è diventato di destra (…). Sono oramai pronto a disconoscerlo, ma la cosa mi rende triste. Cosa devo fare?
Lettera firmata all’Observer
Si deve parlar d’altro. Trovare nuovi argomenti, i meno politici esistenti in natura. Chiacchierare del caldo, anche se è molto rischioso dire che ci vorrebbe almeno il deumidificatore, perché il deumidificatore è di destra, mentre si sa che il ventilatore a pale di sinistra. Dire “deumidificatore” potrebbe essere interpretato come un violento attacco alla democrazia, alla libertà di sudare, per non parlare della distruzione ambientale (l’ambiente è di sinistra) ad opera di un deumidificatore in funzione. E dire che ci vorrebbe una bella doccia? Parlare di doccia andrebbe bene, la doccia è di sinistra ma ormai anche a destra se ne stanno appropriando e potrebbe sorgere una discussione rivendicativa su chi abbia il merito ideologico della doccia multifunzione, quella in cui si può scegliere fra lo scroscio, la pioggerellina e il massaggio. E’ un momento complicato, imbarazzante, come ci si muove si sbaglia. Prendiamo Giuseppe Tornatore, regista in concorso a Venezia con il film della vita, “Baarìa”, commedia epica e monumentale sulla Sicilia. Tornatore è un sincero democratico ma ha dovuto accettare di farsi produrre dalla Medusa, casa di produzione cinematografica di Mediaset e quindi riconducibile al Cav, che gli ha dato solo trentacinque milioni di euro, poveraccio, per ricostruire ad esempio Bagheria in Tunisia e gloriarsi di migliaia di comparse. Si è accontentato e ne è venuto fuori questo grande film che bisognerà vedere per forza, in cui un sacco di attori famosi hanno scongiurato Tornatore di poter fare almeno una comparsata. Un trionfo, tutti che dicono quanto è bello questo film, la speranza dell’Oscar e intanto almeno il Leone d’oro. Ma poi è arrivato Silvio Berlusconi, quel gaffeur, e ha fatto una cosa tremenda, prepotente, imbavagliante, di destra: ha detto che il film è bello. Ma come si è permesso, non era questo il copione. Il copione prevedeva che Berlusconi, o qualcuno dei suoi, gridasse: no, ci sono i comunisti, è un film diseducativo e vogliamo vietarlo. Così il film vinceva tutti i premi esistenti, sbancava al botteghino e Luis Sepúlveda, Moni Ovadia, Renzo Piano, Gae Aulenti, Oliviero Toscani, tutti sinceramente e democraticamente indignati si univano in un limpido appello contro l’attacco alla libertà espressiva, dicevano cose sulla vita e sull’arte, sulla censura, ricordavano la Resistenza e Steven Spielberg mandava almeno un messaggio di solidarietà. Ognuno al proprio posto, insomma. Invece così Tornatore è svenuto e si è affrettato a dare interviste in cui balbetta: “Sono contento che il film piaccia anche a chi politicamente non la pensa come me”, aggiungendo subito che il giudizio è stato intempestivo e quel bruto di Berlusconi poteva aspettare che “Baarìa” almeno uscisse nelle sale per dire che era bello, perché non si interrompe un’emozione democratica. Adesso il film di sinistra rischia di essere un po’ meno di sinistra, se piace a uno che non è per niente di sinistra. E’ un dramma: per il bene del cinema italiano, della casa di produzione e delle certezze del paese, questo Berlusconi dovrebbe rimangiarsi i complimenti e dire qualcosa di destra, così: con quel che mi è costato, guarda che patacca. Prenda le distanze, dica che è una schifezza, che c’è della disinformazione, che è un complotto. Sennò il film rischia il fiasco, perché i critici stranieri hanno già mostrato molta freddezza e a queste condizioni né Moni Ovadia né Luis Sepúlveda né Claudio Abbado lo andranno mai a vedere. Non si possono mettere gli artisti in difficoltà, sovvenzionandoli e poi pretendendo anche di esprimere un giudizio, ma che dico un giudizio, un complimento. Siamo all’imbarbarimento, credo che andrò in Francia, no in Francia c’è quel boro di Sarkozy, ecco andrò a farmi governare da Obama, che si fa fotografare alla Kennedy: molto carina l’immagine di lui che lavora nello Studio Ovale mentre la figlia gioca, un presidente che si prende cura della famiglia e dell’America, come quando John John spuntava nanetto dalla scrivania del padre. Però, non è un po’ grande Sasha per strisciare per terra dietro al divano, non ha i compiti da fare?
Oggi è la volta di Sergio Pilu, Sir Squonk. Risponde anche lui alla domanda di Giuliano Ferrara: ‘Cosa c’è dentro di me?‘
Io non lo so.
Non posso risponderti, anche se mi piacerebbe tanto saperlo fare. Non so cosa intende la nonna quando dice “mettiti una mano sulla coscienza” – cos’è la coscienza, papà? E dov’è, per metterci la mano sopra? – e non so cosa vuol dire il mio capo quando siamo in riunione e ci guarda e scuote un po’ la testa e borbotta “beh, in tutta coscienza io credo che”. Hanno provato a spiegarmelo, sai, ci hanno provato in tanti – la nonna e l’insegnante di catechismo e il professore al liceo e i giornali – il bene e il male e l’infinito dentro di me.
A volte mi è sembrato di capirlo, un pomeriggio davanti al crematorio di Mauthausen e una mattina sopra l’oceano e cinquemila miglia di nuvole, mi è sembrato di poter toccare e dire con certezza cos’è che ho dentro, cos’è che tutti abbiamo dentro. Poi ho pensato che a quel crematorio aveva lavorato uno come me, identico in tutto e per tutto, passato attraverso il catechismo e la mamma e la scuola e le buone letture e ho pensato che pochi giorni prima avevo firmato – in tutta coscienza, direbbe il mio capo – ventidue lettere di licenziamento.
So che dovrei aiutarti, insegnarti, darti delle certezze, e invece ti riempio la testa con i miei dubbi; prima o poi passerai anche tu in mezzo a tutto questo, lo fanno tutti, non si può scappare da quella domanda – chi sono -: io non ti darò una risposta, se tu mi chiederai di aiutarti, perché non sarò in grado di farlo; ma ti prometto che non ti parlerò di coscienza: quella, se avrai un po’ di fortuna, la troverai per conto tuo.
di Sergio Pilu
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