Né con la maggioranza né con gli elettori

La stringente logica dei finiani, sufficientemente profumata.

«L’enunciazione dei cinque punti di programma è una vittoria politica di Fini, che aveva chiesto di varare un programma per la seconda parte della legislatura e per questo era stato definito un pazzo. Adesso siamo tutti pazzi».

Eh sì, ma nonostante la grande vittoria politica, che serve anche a dimostrare la loro sanità mentale, è certo che:

«Non possiamo accettare che ci si chieda un consenso al 100% di un percorso alla cui elaborazione non siamo stati chiamati a partecipare, e che contiene argomenti che non fanno parte del programma. Ne deriva che non ci sentiamo vincolati né con la maggioranza né con gli elettori».

E qui arrivano le perle a ripetizione su quel 5% per cento che non possono condividere. Beh certo la politica è in continuo movimento, ovvio, lui è quello del “non è che ci siamo pentiti, è che la politica è evoluzione, cosa vuole che le dica, la politica è fatta anche di queste cose”, ricordiamolo. E non dimentichiamolo mai «il codice Fini» è assoluta lealtà in movimento.

Insomma immigrazione clandestina, sì certo la legge attuale l’ha firmata Fini, va benissimo, ma… “Chiediamo un grande progetto”. Processo breve, sì certo favorevoli alla scudo per Silvio Berlusconi, vittima di una aggressione giudiziaria. Certo l’aggressione si verifica a giorni e pensosi editoriali alterni. Ma che c’entra, per loro è chiaro e dovrebbe essere ovvio che gli editariali “sicuramente fuori misura non impegnano i gruppi parlamentari e che in ogni caso non rappresentano né dettano la linea politica”. Ma vale solo per loro, perché è altrettanto chiaro e ovvio che per gli altri, i “senza cultura e decerebrati berlusconiani da jingle” non può valere mai, quelli sono solo linciaggi mediatici che detterrebbero indiscutibilmente la linea politica del Pdl e impegnerebbero chiaramente anche i gruppi parlamentari. Chiamasi esercizio lampante di gretto e meschino doppiopesismo o di incontestabile superiorità morale e culturale? Dunque, va bene il Lodo Alfano costituzionale, ma… “Le soluzioni alternative ci lasciano perplessi, non le capiamo”. E per finire la politica, che ora da evoluzione e lealtà in movimento diventa “l’arte della cose impossibili”. E sì perché a quanto ci dice poi il neo presidente del gruppo, i sondaggi di cui sono in possesso gli dicono che il Pdl perderebbe “tra i 60 e gli 80 parlamentari a vantaggio di Bossi” e “loro”. E il “partito dei parlamentari che rischiano di perdere la poltrona e che al voto non vogliono andare sarebbe forte”. Peccato che non si avventuri tra i numeri. Forse basterebbe solo capire quanti sarebbero, secondo le informazioni che hanno e i sondaggi che posseggono, quelli a loro favore e dove starebbero seduti, secondo loro, la maggior parte di quelli che rischiano di perdere la poltrona. Ma la novità vera è questa, finalmente esce fuori in tutta la sua incontestabile chiarezza e autenticità, oltre ogni movimentismo e evoluzionismo: “Ne deriva che non ci sentiamo vincolati né con la maggioranza né con gli elettori”. Attenti non con il Cav. o il Pdl, ma proprio è che non si sentono più “vincolati con gli elettori“.

p.s.: Almeno fino alla prossima dissociazione totale.

update: Qui l’analisi odierna di Luca Ricolfi su La Stampa: Il partito che non c’è e l’editoriale di Mario Sechi: Ne resterà soltanto uno. Qui invece la paura per il “crollo” Pdl ormai certificato, uscito fuori dai retroscena di Largo Fochetti (come al solito in perfetta sintonia con il capogruppo del Fli nello scoprire nell’altro restroscena l’incubo Tremonti) e qui l’intervista a Franceschini che annuncia oggi “la nascita di una Alleanza Costituzionale. Aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no”. Altro che bagaglio retorico del vecchio antifascismo da “arco costituzionale” troppo pesante da portare appresso, altro che passaggi d’epoca. Titola Repubblica: “Il voto non ci fa paura, vinceremo nascerà l’Alleanza Costituzionale”. Franceschini: patto con chi ci sta, da Vendola all’Udc. Il capogruppo Pd alla Camera tiene fuori Fini: “Conduce la sua battaglia nel centrodestra”.

riupdate: E qui è l’on. Briguglio che chiarisce ulteriormente chi sarebbe il solo nei confronti del quale, secondo lui, si ha il dovere di essere leali e fedeli:

«Se c’è un dovere per i parlamentari ex An di fedeltà politica è nei confronti di Fini che capeggiava nelle liste Pdl la componente e anche la storia della destra italiana»

Tag:, ,

L’amore ha i sui tempi

Fascisti su Venere

Anche Asor Rosa s’aggiunge al corteo degli spasimanti di Fini e di suoi compagni farefuturisti.

L’amore conta. Perfino sovrabbondante è quello che circonda Gianfranco Fini e i suoi farefuturisti nella tenzone contro il regime berlusconiano. Una corrispondenza d’amorosi sensi, e sinistri, alla quale il fascista è storicamente sensibili fin dai tempi delle catacombe. Come nulla poteva illanguidire il cuore granitico di un camerata più del sorriso d’una compagna appena uscita dal collettivo femminista dedicato all’interdetto di giacersi con un antidemocratico, così nulla poteva inorgoglire l’autostima in camicia nera più d’una lusinga intellettuale del comunista egemone di turno – “ma come fai ad essere fascista, tu che hai queste idee così avanzate?”.

La meccanica non è cambiata, si è anzi dilatata con gli anni e lievita adesso che il finismo ambisce al martirologio antiberlusconiano. Non c’è soltanto chi, come Fiorella Mannoia reclama da mesi un Fini alla guida del Pd; né l’orgia di affetti si limita all’ospitalità solidale che il Fatto Quotidiano riserva alle idee e ai blog finiani; né tutto si compie con la svenevolezza nella quale Repubblica incornicia quasi ogni giorno le prestazioni libertarie del presidente della Camera (da ultimo c’è il poeta di corte pachistano adottato in spiaggia ad Ansedonia tra le dune della gente che piace alla sinistra che piace). Ieri s’è aggiunto sul Manifesto, per Fini, lo spettacolare coming out fasciocomunista del prof. Alberto Asor Rosa: “… ha giocato un ruolo positivo nelle ultime vicende il fascismo di sinistra cui attinge la formazione di diversi componenti del suo gruppo (non di Fini, naturalmente), e che io giudico migliore del berlusconismo”. Non fa una piega. Dal sansepolcrismo a Salò, dal manifesto di Verona alle speculazioni di Beppe Niccolai, tutto si teneva nel cerchio rossobruno del socialfascismo missino. Mancava, questo sì, l’ultima riabilitazione sentimentale, la certificazione da sinistra che Nicola Bombacci non morì invano. Infine il cuore traboccante di Asor Rosa, camerata in camicia rossa, ha colmato la distanza. A saperlo ci si poteva risparmiare il lavacro di Fiuggi, bastava maganellare il Cav. 15 anni prima. Eccolo, il rimpianto dei farefuturisti. Ma si sa che l’amore ha i suoi tempi.

Alessandro Giuli sul Foglio del 21 Agosto 2010.

Tag:, ,

Non importa

Dedicato a chi da queste coordinate, a settembre è pronto a costruire “il profilo di una forza politica modernissima, ma intrisa di Memoria Storica. Culturalmente consapevole ma popolare…”

Di Sinistra. A destra

Irrimediabilmente di sinistra, per provenienza e per vocazione. Hanno scelto di stare a destra, per convenienza e perché dall’altra parte nessuno se li sarebbe mai filati. Fighetti ma non abbastanza per essere ospitati nei salotti dell’intellighenzia che conta. Organici e funzionali a quelli che credono di essere i poteri forti, ma mica così tanto da poter ambire al ruolo di gran cerimonieri del Terzo Polo. Nascono maggioritari, moriranno democristiani. Dicevano “a noi”, da ragazzini. Finiranno per fare il controcanto a Casini. Erano per una destra alla Sarkozy. Adesso che Sarkozy caccia i Rom, saranno per una destra zingara. Hanno la pretesa di essere la cultura di destra e la stessa spocchia della superiorità culturale di certa sinistra. Solo che la vorrebbero esercitare qui, in mezzo ai berluscones che non possono sopportare e ai forzaitalioti che non capiscono un tubo e vedono solo figa e auto sportive.

Non abbiamo ancora capito cosa pensino delle tasse. Il loro leader non le vuole abbassare. Almeno la pensava così quando si potevano abbassare. Ma adesso, certamente, avrà cambiato idea visto che il modello di partito a cui aspirano sono i Tea Party americani. Che, appunto, non sono un partito.

Noi ci siamo sempre considerati di destra e i loro riferimenti politici hanno sempre sostenuto cose di sinistra. Per gli stessi riferimenti politici quel gran socialista di Benito Mussolini è stato il più grande statista europeo. Noi siamo scemi e buzzurri, abbiamo sempre pensato che la migliore fosse Maggie Thatcher. Però siamo senza cultura e decerebrati berlusconiani da jingle e siamo terribilmente d’accordo con Alessandro Campi quando parlava di Fini, Berlusconi e di leadership. Adesso è Alessandro Campi a non essere più d’accordo con sè stesso.

Oggi si accorgono che Berlusconi è cattivo e che il berlusconismo è fatto di dossieraggi e killeraggi politici. Nemmeno stessimo parlando dello scandalo escort della scorsa estate dove i nostri, con il solito doppiopesismo tipico della sinistra mondiale, si sono ben guardati dallo sporcarsi le mani per richiamare tutti alla buona politica. Non importa. Ovviamente è colpa nostra che non abbiamo capito e certamente una spiegazione ci dev’essere. Solo che siamo troppo impegnati a canticchiare “Meno male che Silvio c’è” e a guardare il culo di quelle che passano per comprendere la profondità di pensiero. A Berlusconi non perdoneranno mai il fatto di aver sdoganato certa destra e averle dato cittadinanza politica. Loro facevano parte di quella destra e a Berlusconi devono politicamente tutto. Cosa che non riescono a mandar giù. Allora provano a dipingere tutta la destra italiana come un’accozzaglia caricaturale di signorotti rozzi senza arte nè parte e in perenne adorazione al leader. E’ la stessa idea che hanno i comunisti in cachemire e non capisci mai se a questa nuova destra manchi di più il comunismo o il cachemire. Loro che volevano far diventare vincente la destra italiana avrebbero tanto bisogno di perdere un po’, altrimenti nessuno avrà mai bisogno dei loro consigli per vincere. Per questo vorrebbero Fini leader, mica per altro.

via Freedomland » Di Sinistra. A destra.

E a qualche altro amico (o ex-amico come si ritengono e si definiscono loro) ricordo che il tempo è sempre galantuomo. Sempre.

Tag:, ,

Risposte libere a libere interviste

Ma lui chiarisca

Perché Gianfranco Fini deve dirci la sua sull’incredibile storia della casa di Montecarlo? Non si tratta né di un gossip né di un dettaglio irrilevante: proviamo a spiegare perché. La rottura del Pdl e la piccola guerra civile a cui stiamo assistendo, non è un minuetto di Palazzo, e nemmeno un riposizionamento gattopardesco di poteri. No. Come abbiamo intuito e scritto da mesi, il racconto sciamanico del berlusconismo si è infranto, il carisma del Caimano scema con la stessa velocità con cui si gonfìano le borse sotto i suoi occhi e l’ordito di rughe sulla sua fronte rimodellata. Una fatto è ormai certo: il tempo delle illusioni e dei miracoli da campagna elettorale è finito. Di pari passo, mentre qualcuno ironizzava sui finiani, noi li abbiamo presi terribilmente sul serio spiegando i motivi politici da cui derivava la loro forza, narrandoli nella loro impresa di insurrezione morale senza pregiudi. Si, a tratti persino con simpatia. Proprio per questo – una volta uffìcializzata la rottura – la reazione dei lanzichenecchi azzurri, contro di loro, sarebbe stata spietata. Bastonature dei tiggì di regime, agguati, embargo mediatico. Malgrado questa certezza, le notizie restano notizie. È una notizia (data da II Giornale) che un appartamento di inestimabile valore, donato da una ricca nostalgica per passione ideale, finisca, attraverso strane triangolazioni off shore al signor Tulliani, cognato del presidente della Camera. Lo è ancora di più, quello che ci racconta Libero: la cessione dell’immobile sarebbe iscritta nel bilancio di An per soli 67 mila euro. Una vendita di favore? Un pasticcio? Un atto di familismo immobiliare? Di fronte a questi dubbi Fini può dare qualsiasi spiegazione. I’unica cosa che non può fare – se vuole restare credibile – è tacere.

Ho scelto proprio Luca Telese, al di sopra di ogni sospetto, come lui stesso spiega in modo sufficientemente argomentato, anche per evitare di essere inserita tra i lanizichenecchi azzurri, pronti agli agguati. Il fatto è che forse neanche lui immaginava, che a parte continuare a tacere sull’incredibile storia della casa Montecarlo, il Presidente della Camera, avrebbe scelto di percorrere la stessa, identica strada, tante volte criticata, dell’illiberale Caimano. Nessun chiarimento e nessuna risposta. Querela e urla a suon di sono “tutte falsità”, è solo una “campagna diffamatoria” messa in giro per infangarmi, e dichiarazioni dei legali su qualcosa di cui nessuno l’ha accusato. Neanche il Giornale nell’articolo citato dal portavoce “Prime crepe nel muro di omertà sulla casa dei Fini a Montecarlo” (qui per intero). Certo in questo caso il legale è la ben più leggiadra Giulia Bongiorno e non certamente Ghedini, ma le differenze si fermano qui. “Il presidente Fini – spiega inoltre il portavoce – non è titolare dell’appartamento, e non sono a lui riconducibili le società che hanno acquistato l’immobile”. Bene, ma nessuno ha mai scritto che sia Fini il titolare della casa Montecarlo donata ad Alleanza Nazionale, bensì, come dice anche Telese, si è detto che la casa è nella attuale disponibilità del fratello di Elisabetta Tulliani, compagna del Presidente della Camera, dopo essere passata per delle “strane” triangolazioni off shore. Tutto qui.

La solo domandina, mai amato farne dieci, eventualmente da fare a Fini o da girare a Pontone (o andrebbe bene anche alla segretaria e assistente personale di Fini, Rita Marino, un’altro dei componenti del comitato di gestione, l’organismo incaricato di «reggere e amministrare» il patrimonio dell’ex-An) è semplice, semplice: Perché e chi ha detto no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo di euro nel 2005 e perché e chi ha detto sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato via l’immobile per 67mila euro, rivendendola poi a un’altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila? E se sono sbagliate le cifre che circolano (Del pari è falsa la notizia relativa alla cifra versata quale corrispettivo), farci sapere, se è possibile, quali sono quelle corrette.

Mentre qui era il Corriere, letto ieri al mare, con un altro bravo giornalista libero e indipendente che intervistava, appunto Donato La Morte (L’amministratore dei beni di An: i soldi non si toccano. La casa a Montecarlo? Non me ne intendo). Cavolo ho subito pensato, anche loro si sono accorti che sarebbe opportuno farla qualche domandina. O forse qualcuno ha pensato che ignorare ancora la vicenda sarebbe diventato un tantinello sospetto.

Comunque bene, ora grazie al Corriere, che non è certo feltrusconi, sicuramente, ne sapremo qualcosina di più su questa faccenduola del principato, su cui nessuno risponde e gli avvocati annunciano raffiche di querele (le aveva già annunciate l’avv. di Gianfranco Tulliani, spiegandoci che il suo cliente ha sempre pagato un regolare contratto d’affitto). Poi qualcuno mi spiega pure perché le querele dei berlusconiani sono un attacco alla libertà di stampa e quelle dei finiani e del presidente della Camera e/o affini sono una corretta manifestazione del diritto, garantito dalla Costituzione, di qualsiasi cittadino a difendersi. E perché le conferenze stampa indette dal Presidente della Camera senza possibilità per i giornalisti di fare domande, passino allegramente sotto silenzio. Che ci sia qualcosa di vero in quello che scrive Pansa?

Sorpresa. La Morte parla di tutto, proprio di tutto, tranne che della questione. Lui non ne sa nulla. Si è vero lui è nel comitato che gestisce l’eredità di An, ma della cosa se ne è interessato Pontone. Si vero lui l’ha vista la casa qualche anno fa, hanno fatto una gita a Montecarlo per vederla, “era tremenda, fatiscente, in uno stato deplorevole. Cataste, vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole vuote di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di prenderti la setticemia e morire”, ma di che fine abbia fatto lui proprio non ne sa nulla di nulla.

Riesce perfino a fare un’allusione ambigua ad Almirante, morto nel 1988, che non si capisce bene cosa c’entri con una vendita avvenuta nel 2008, ma tant’è. Alla domanda-affermazione-ipotetica del bravo giornalista: “Pare sia stata venduta per 67 mila euro, a una societò offshore, non proprio trasparente”, lui dopo essere caduto pericolosamente dalla naca, “SOLOOOO?”, riesce fortunatamente a riprendersi e a rispondere in modo assolutamente vago e incompiuto. Non nega, né conferma, proprio non dice nulla. Eh sì, la cifra effettivamente sembra un po’ bassina, ma dato che lui di queste cose non se ne intende, bisognerebbe chiedere a Pontone, era lui il tesoriere all’epoca della vendita ed è lui che probabilmente se ne è interessato. Infilandoci dentro a questo punto Almirante: “Quando Almirante mi diceva firma, io firmavo”. Cosa c’entri non si sa e non si capisce. O si?

Sorpresissima e delusissima devo solo prenderne atto, nessuna risposta e nessun chiarimento. Solo le tranquille opinioni dell’anziano militante, che assicura naturalmente di essere assolutamente super partes, anche lui ovviamente come il 34esimo aderente al Fol (si da qualche parte che non riesco a rintracciare in questo momento oggi ho letto quest’altra sigla, dopo Fli, Fol, li chiameremo follini?), pare che ad essere di parte siano rimasti solo quelli dell’altra parte. Da questa parte sono tutti super partes, liberi e coraggiosi. Ovviamente. Alla domanda di Alessandro Trocino che finalmente si sbilancia un po’: “Ammetterà anche lei che il Secolo, di proprietà del partito è in mano a Fini. Non è un problema? questa volta la risposta è decisa, senza tentennamenti e vaghezze: “Non direi”. Il Secolo d’Italia, spiega, è naturalmente libero, super partes e aperto a tutti, è solo La Russa che non ci vuole scrivere, “Se vuole può“. La sua libertà, assicura alla fine La Morte, lo porterà sempre a votare in modo assolutamente autonomo, appoggiando lealmente il governo: “Io la mozione contro Caliendo non la voto. A meno che i miei non mi convinceranno del contrario”, conclude il vecchio ex-missino (storico capo della segreteria politica di Fini ai tempi dell’Msi ed ora amministratore unico delle tre società Italimmobili srl, Immobiliare Nuova Mancini srl e Isva che gestiscono tutto il patrimonio immobiliare di An), oggi futurista per la libertà.

A questo punto, direte voi, il Corriere sentito La Morte che non spiega nulla, cerca di rintracciare Pontone per sentire anche la sua versione. Neanche per idea, non ci pensa nemmeno. E ovviamente nessun  accenno o commento, solo La Morte. Intervista inutile o solo domande utili?

Qui invece era proprio Francesco Pontone, che spiegava cosa sarebbe dovuta diventare la fondazione:

Fonte di cultura, patriottismo e nazionalismo per tramandare ai posteri l’importanza del Movimento Sociale Italiano.

E qui ero io a commentare nel novembre del 2009. Qui sempre dall’archivio storico del Corriere – evito accuratamente il circuito mediatico pro-cavaliere – quello che avrebbe dovuto essere la Fondazione Alleanza Nazionale, secondo lo stesso Donato La Morte. In questi due anni abbiamo visto di tutto, proprio di tutto, sicuramente tanto futuro e futuristi, ma aspettiamo ancora di vedere uno solo tra convegni, mostre e dibattiti che avrebbero dovuto essere organizzati dalla fondazione per «diventare un punto di riferimento di quello che è stata la destra italiana».

Infine per chiarire a chi non capisce bene cosa sia la questione “beni” dell’ex-An e ne fa una mera vicenda di lotta di potere tra finiani e berlusconiani, qui viene spiegato in modo abbastanza esauriente:

E’ un patrimonio che appartiene a un’intera comunità … è frutto dei sacrifici, dei contributi, dei versamenti di tantissime persone…

Come d’altronde conferma nell’intervista al Corriere lo stesso La Morte: “I soldi di An non si toccano. Non sono né di Berlusconi né di Fini“, al contrario di quello che pensa e dichiara Fabio Granata: «…in caso di gruppi parlamentari separati, con una forza immobiliare e finanziaria autonoma il nostro potere di attrazione a destra diventerebbe ancora più forte». E forse si capisce anche perché, comunque e al di là di ogni polemica contingente, Gianfranco Fini, dovrebbe prima di tutto chiarire e spiegare i fatti.

p.s.: A proposito di mai sparare nel mucchio e farsi prendere dal livore, a scanso di equivoci e perché non ci sia la minima possibilità di essere fraintesa, io continuo a pensare che Donato La Morte e Francesco Pontone siano indiscutibilmente delle persone perbene. Basta che ci spieghino cosa sia realmente accaduto ed evitino di fare i “caduti da ‘naca”.

Tag:, ,

Movimenti siciliani

I finiani del Pdl Sicilia, attraverso il deputato Pippo Scalia, componente del gruppo Futuro e Libertà Per l’Italia alla Camera, anticipano le intenzioni e annunciano: “Presto un nuovo partito“.

“In Sicilia noi finiani rimarremo nel gruppo del Pdl Sicilia, formato all’Assemblea regionale dalla scissione del gruppo Pdl. Siamo stati noi a crearlo più di un anno fa, ovviamente siamo fuori dal Pdl e ci avviamo a costituire un nuovo partito”.

Mentre l’alleato siciliano dei finiani, insieme hanno formato il Pdl Sicilia e insieme appoggiano il governo Lombardo, prende le distanze e scrive sul suo blog:

“E’ il momento in cui ogni scelta può essere quella definitiva. Io scelgo in modo inequivocabile di stare insieme a chi, con lealtà, fiducia e intelligenza, intende portare avanti veri processi di riforma e modernizzazione della propria terra. In Italia è Berlusconi”

A rischio anche il governo Lombardo?

Tag:, ,

Chi sono?

Ricordiamolo. Dato che dappertutto vediamo i grandi quotidiani esercitarsi solo con tabelline, grafici e schemini web 2.0 che presentano al mondo i teorici del fini-pensiero e i 33 deputati (anche se tutti continuano a darne 34 come se si potesse contare il Presidente della Camera) che hanno aderito al nuovo gruppo Futuro e Libertà, noi ci permettiamo solo di ricordarli a quelli che fanno libera e corretta informazione. Questi sono i componenti dell’ufficio di Presidenza del Pdl. Questi insomma, tra gli altri, sono gli “schiavi” che si sono contrapposti alle “donne e agli uomini liberi”, e che hanno votato senza tentennamenti il documento che ha messo alla porta il cofondatore.

Renato Brunetta, Mara Carfagna, Gianni Chiodi, Roberto Formigoni, Franco Frattini, Giancarlo Galan, Mariastella Gelmini, Carlo Giovanardi, Stefania Prestigiacomo, Gaetano Quagliariello, Gianfranco Rotondi, Maurizio Sacconi, Renzo Tondo, Giulio Tremonti e Elio Vito.

A proposito sempre di stampa libera e democratica, a quanto pare tutti nel frangente si erano dimenticati di citare il precedente di Sandro Pertini, e sì che è stato un pezzo abbastanza importante della nostra vita democratica. Semplicemente rimosso. Non esistevano precedenti di sorta sulle dimissioni di un Presidente della Camera, ma Saragat e Pertini si dimisero.

Nel luglio del 1969, verificatosi una situazione di divisione analoga nel Partito Socialista con la sinistra socialista, il Presidente Pertini, ritenne doveroso dimettersi e mandò a tutti una lettera con questa dichiarazione: “Correttezza vuole ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi“.

Le ultime parole famose di Bocchino erano state proprio “da qui non ci muoveramo mai”. Beh a quanto pare, comunque, si sono dovuti muovere. Anche all’oscenità c’è un limite, scriveva lui, un altro  tra gli evidenti “uomini non liberi” qualche giorno fa. E ora li vogliamo vedere i componenti del governo che votano contro se stessi. O il 34esimo, il Presidente della Camera, che vota. Attendiamo fiduciosi. Anche da lì probabilmente dichiareranno dopo che non sono disponibili a muoversi. Sarebbe indubbiamente interessante. Non ci sono precedenti di sorta.

Mentre tutti gli altri “uomini liberi” sembrano anche assolutamente disinteressati dal far qualsiasi innocente domanda su questi argomenti, quando ad essere in campo sono i cognati (qui sono tranquillamente confermate le indiscrezioni pubblicate da qualche quotidiano). Che ne so fare solo qualche domandina per sapere come sono andate davvero le cose, non dico altro. Invece a quanto pare sembra normalissimo a tutta la stampa d’inchiesta, libera e democratica che il cognato del presidente della Camera occupi un appartamento a Montecarlo, lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Intanto le analisi dei politologi ora sembrano tutte ruotare intorno ai numeri e alle quote, sembra di essere ritornati al trionfo del manuale Cencelli, protagonista indiscusso della Prima Repubblica. Politica? Condivisione di programmi? Sintonia? Progetto comune? Chiarezza? Ma quando mai, è il trionfo assoluto dei numeri e della possibilità di chi deterebbe la golden share (così Bocchino) di tendere imboscate al governo scelto dagli italiani.

Ma prima o poi – come dice pragmaticamente Mieli (“li vedo e li piango“), uno che se ne intende di tutto questo ambaradan, che a Cortina ne approfitta per consigliarli opportunamente e fraternamente, “rimboccatevi le maniche e lavorate col vostro elettorato” – che ne so, facendo qualche nome a caso tra «le donne e gli uomini liberi», gli amici Barbareschi (finora noto per essere stato per anni un brillante artista, qui nella vera immagine del giorno), Bongiorno (finora noto per essere stata il brillante difensore di un altro pezzo importante della Prima Repubblica, quell’Andreotti inquisito per mafia), Ronchi (finora noto per essere diventato un brillantissimo dirigente di partito e poi un ministro nominato, senza mai passare per una elezione di alcun tipo, neanche quella di un condominio), Consolo (idem con patate, candidato per la prima volta con scarso successo nel proporzionale in Sicilia e noto finora per essere il padre della famosa attrice Nicoletta Romanoff), Proietti (Francesco Proietti Cosimi detto Checchino, finora noto per essere stato per anni il segretario personale del Presidente della Camera) o anche Perina, Angeli, Sbai e Della Vedova, si dovranno pur misurare con delle elezioni nazionali e speriamo anche con delle preferenze o con dei collegi, ed è là che si parrà poi la lor nobilitate, dato che per loro sarà l’esordio assoluto, visto che per assidersi comodamente a Montecitorio, finora sono stati solo nominati e cooptati (fino a ieri senza mai manifestare nausea o schifo alcuno).

Se e quando i numeri verranno meno si andrà a votare. E allora sarà con il paese che si dovranno misurare, non più con le beghe di palazzo, se non altro per un minimo di rispetto verso gli elettori di centrodestra. Ed è proprio al paese, a quella pancia del paese dagli istinti animali, che prima o poi bisognerà presentarsi, assumendosi le doverose responsabilità. Quantomeno in una democrazia.

update: “Una cosa deve essere chiara: senza i numeri si va subito al voto“. «Abbiamo reagito e scelto l’unica strada possibi­le. Per scongiurare una lenta e inevitabile consunzione. E per­ché era arrivato il momento della chia­rezza e del nuovo inizio. Le incognite? Pesate. Valutate…». Una pausa leggera, poi Gaetano Quagliariello riprende a par­lare da dove si era interrotto: «Berlu­sconi è il primo a essere assolutamente consapevole del rischio che si corre. È il primo a capire che scegliere la chiarezza significa anche mettere a repentaglio se stesso». E Berlusconi sa benissimo che deve sfidare l’ex alleato fuori dal Palazzo.

update: Sono distratta, mi era sfuggito stamattina o forse l’hanno cambiato dopo, pongo comunque rimedio. Per il Corriere che ne fa un GRAFICO INTERATTIVO abbiamo addirittura “L’esercito dei finiani alla Camera“.

Tag:, ,

Dovrebbe ricordare

Dice il Presidente della Camera, parlando in videoconferenza con la convention napoletana di Generazione Italia:

«E’ inopportuno che chi è indagato conservi i propri incarichi».

Eppure dovrebbe ricordare che il suo attuale baldanzoso numero 2 o numero 3, ancora non si capisce bene chi avrà il sopravvento – se la batte con l’altro baldanzoso che avrebbe potuto dare il buon esempio – anche se qui scambiato per un ex F.I., è stato non solo indagato dal 1999 al 2006, ma rinviato a giudizio per abuso d’ufficio e truffa alla Regione e all’Unione europea nell’inchiesta della Procura di Palermo su presunti finanziamenti regionali e comunitari girati a tre società «amiche» per corsi di formazione professionale, prima di essere definitivamente assolto (dopo che nel gennaio del 2003 il gip messinese dichiarò prescritta una parte delle accuse). Mi sa che – probabilmente – non sarebbe neanche potuto diventare deputato nazionale oltre che dirigente di spicco di Alleanza Nazionale proprio nello stesso periodo, se gli attuali sani principi legalitari il presidente della Camera li avesse adottati nel suo precedente partito.

Tag:, ,

Fuorviante

E’ da tempo che molti “analisti politici” sostengono che la rottura tra Fini e Berlusconi non si fa e non si potrà fare mai, perché il Presidente della Camera si è salvaguardato tecnicamente con un accordo blindatissimo (firmato dal notaio) che impedirebbe quasiasi rottura. Ne ha scritto anche il Tempo oggi: “Senza Fini addio al simbolo del Pdl“. Berlusconi è il proprietario, ma per utilizzarlo ha bisogno dell’autorizzazione di tutti i soci fondatori. Il Cavaliere vorrebbe cacciare l’ex leader di An ma perderebbe il marchio del partito.

Questa la nota di precisazione che ha diramato l’ufficio stampa del Popolo della Liberta e che fa riferimento proprio all’articolo pubblicato sul Tempo, definito ”fuorviante”.

”Il presidente Silvio Berlusconi non solo è l’unico e legittimo proprietario del simbolo del PdL, ma ne ha la piena disponibilità senza il bisogno dell’autorizzazione di chicchessia, anche nel caso di fuoriuscita dal partito di uno dei contraenti che stipularono l’atto notarile il 27 febbraio 2008”.

Nell’articolo in questione si sostiene che Berlusconi vorrebbe cacciare Gianfranco Fini ma se lo facesse perderebbe il simbolo.

”L’estensore dell’articolo, pur citando ampi stralci dello stesso atto, non sembra essere in possesso dell’intera documentazione relativa al simbolo e al nascente partito del PdL – aggiunge il comunicato – ed ignora lo statuto, le norme transitorie e l’avvenuto congresso fondativo, che hanno superato in modo sostanziale e formale ogni atto precedente, compresi quelli citati nell’articolo”.

Ed eccole qui le norme transitorie contenute nello statuto che spiegano, forse, anche perché Fini e i finiani boccino preventivamente qualsiasi proposta (anche ieri con Benedetto della Vedova hanno giudicato ridicola l’ipotesi dei congressi locali lanciata da Alemanno). A loro non interessa nulla della possibile articolazione territoriale del partito, della discussione dal basso, a loro interessa solo riuscire in qualche modo a riottenere quei posti e quel potere che Fini pensava di essersi garantito a vita, accettando al momento della confluenza qualsiasi porcheria. Anzi ne era stato proprio, appunto, come rivendicano continuamente i suoi fedelissimi, il co-fondatore. D’altronde per lui era abituale, di deroghe infinite ne aveva fatto ampio e personale uso a proposito di un altro statuto. Chiedere all’amico Carmelo Briguglio, che per anni da storaciano si è battuto in modo indefesso chiedendo vanamente la convocazione di un congresso.

TITOLO VII – NORME FINALI
Art. 51 – Potere regolamentare
L’Ufficio di Presidenza, qualora non altrimenti disposto dal presente Statuto, provvede all’emanazione di tutte le norme regolamentari necessarie per l’esecuzione del presente Statuto.

Art. 52 – Modifiche statutarie
Le modifiche statutarie spettano al Congresso nazionale, che le approva a maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto al voto.
Nell’intervallo tra due Congressi, eventuali modifiche statutarie possono essere proposte dall’Ufficio di Presidenza al Consiglio nazionale, che le approva con il voto favorevole dei due terzi degli aventi diritto al voto.

NORME TRANSITORIE
I) Direzione nazionale: in deroga all’art. 18 del presente Statuto, la nomina o l’integrazione o il completamento della Direzione nazionale eventualmente vacante, fino al plenum di 120 componenti, compete al Presidente nazionale d’intesa con l’Ufficio di Presidenza.

II) In deroga all’art. 22 del presente Statuto, sino alla formale elezione da parte della Direzione Nazionale, il Segretario Amministrativo Nazionale ed il Vice sono nominati dall’Ufficio di Presidenza.

III) Coordinatori provinciali e di Grande Città: in deroga agli artt. 29-30-31, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali del movimento successiva al Congresso istitutivo del Popolo della Libertà, spetta al Presidente nazionale, d’intesa con l’Ufficio di Presidenza, l’indicazione dei Coordinatori provinciali e di Grande Città e loro rispettivi Vice vicari.

IV) Coordinamenti provinciali e di Grande Città: in deroga all’art. 31, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali, il Coordinamento provinciale ed il Coordinamento della Grande Città sono nominati rispettivamente dal Coordinatore provinciale e dal Coordinatore della Grande Città, d’intesa con i loro Vice vicari, entro 15 giorni dalla loro nomina, sentito il Coordinatore regionale e con ratifica del Comitato di coordinamento.

V) Coordinatori comunali, Delegati comunali e Coordinatori circoscrizionali: in deroga agli artt. 32-33-34, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali, entro 30 giorni dalla loro nomina, i Coordinatori provinciali e di Grande Città, d’intesa con i relativi Vice vicari, nominano rispettivamente i Coordinatori o i Delegati comunali e i Coordinatori di circoscrizione. Quelli relativi ai Comuni superiori ai 30mila abitanti saranno ratificati dal Coordinatore regionale d’intesa con il suo Vice vicario.

VI) Fino al secondo Congresso nazionale del Popolo della Libertà, valgono in materia di presenza negli Organi di partito e nelle candidature i criteri specificatamente individuati nell’atto notarile del 27 febbraio 2008, costitutivo dell’associazione Il Popolo della Libertà.

VII) Movimento giovanile: i vertici nazionali delle Organizzazioni giovanili riconosciute dai partiti costituenti il PdL definiranno congiuntamente la proposta di Regolamento, l’assetto organizzativo, i modi e i tempi non superiori ad un anno dall’entrata in vigore del presente Statuto, per la celebrazione del Congresso. Tale Regolamento sarà sottoposto all’approvazione della Direzione nazionale.

VIII) In deroga a quanto previsto dagli artt. 2 e 4 dello Statuto, hanno automaticamente diritto ad associarsi per l’anno 2009 al Popolo della Libertà gli iscritti a Forza Italia degli anni 2007 e 2008, e di An dell’anno 2008, che ne facciano esplicita richiesta e versino la relativa quota associativa.

IX) In deroga a quanto previsto dal comma 2 dell’art.7, gli iscritti di cui alla precedente norma transitoria esercitano i loro diritti di elettorato nell’ambito territoriale indicato nel tesseramento del partito di provenienza.

X) In deroga all’articolo 52 del presente Statuto, per i 12 mesi successivi alla sua approvazione tutte le proposte di modifica statutaria saranno di competenza esclusiva dell’Ufficio di Presidenza, che delibererà a maggioranza qualificata dei tre quarti dei suoi componenti. Tali modifiche entrano in vigore dal momento dell’approvazione, e dovranno comunque essere ratificate nella prima riunione del Consiglio nazionale, che potrà essere convocato anche successivamente al suddetto termine.

Questa per i poco informati è l’attuale composizione dell’Ufficio di Presidenza, quella uscita dal Congresso, su 37 componenti i finiani sono 4, il 10,81% (Italo Bocchino, Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli). Questa invece la Direzione Nazionale, su 171 componenti i finiani sono a occhio e croce e salvo qualche svista 17, il 9,94%, (AUGELLO, BOCCHINO, BRIGUGLIO CARMELO, COLLINO GIOVANNI, CURSI CESARE, DELLA VEDOVA BENEDETTO, GRANATA BENEDETTO, LAMORTE DONATO, MOFFA SILVANO, PERINA FLAVIA, PISANU GIUSEPPE, PONTONE FRANCESCO, RAISI ENZO, RONCHI ANDREA, TATARELLA SALVATORE, URSO ADOLFO, VIESPOLI PASQUALE). Perché erano così attenti alla partecipazione dal basso e a premiare il merito di chi faceva politica sul territorio che gli onorevoli Bocchino e Viespoli, il ministro Ronchi e il viceministro Urso per sicurezza li hanno messi in tutte due gli organismi (e ora se li friggono).

Tag:, ,

Vedremo

Il ministro della Difesa e coordinatore del Pdl, Ignazio La Russa, parlando alla platea della fondazione Nuova Italia e rivolgendosi all’esponente finiano, aveva inviato l’ennesimo segnale.

“Dico all’amico Fabio Granata: o dici nomi, cognomi o almeno dai indizi forti sui pezzi del governo che starebbero ostacolando la lotta alla mafia, e in quel caso io non potrei stare un minuto di più nel governo se una cosa del genere fosse vera, oppure tu chiedi scusa o lascia il partito”

E Granata si è spiegato subito a modo suo, rispondendo così a La Russa che – anche lui come avevano fatto prima Maurizio Lupi, Valducci e Frattini – gli aveva posto l’aut aut: o chiedi scusa o lasci il partito. “Non ho davvero nulla di cui scusarmi”.

“Le verità che ho detto – aggiunge Granata – sono oggettive e sostenibili in qualsiasi sede, anche in quella (se esiste) dei probiviri del Pdl dove La Russa e gli ex amici di An potranno chiedere con forza la mia espulsione e ribadire la loro fraterna solidarietà a Verdini e Cosentino”.

“La Russa continua a strumentalizzare affermazioni serie ed equilibrate da me portate avanti nel contesto della Commissione Antimafia e che erano riferite all’inopinata negazione da parte della Commissione ministeriale presieduta da Alfredo Mantovano del regime di protezione per Spatuzza, considerato attendibilericorda Granata – da ben tre Procure sulla questione delle stragi del ’92”. “Diniego che – prosegue il deputato finiano – era stato letto da più parti come una forma di deterrenza rispetto alla sua collaborazione”.

via Berlusconi: “No a contrapposizioni correntizie” La Russa: “Fini? Al governo come ministro”

Quindi ora finalmente sappiamo. Il mistero è stato svelato. Secondo Fabio Granata e i finiani che lo difendono, il pezzo del governo «che fa di tutto per ostacolare le indagini sulla strage di via D’Amelio e creare condizioni di delegittimazione della magistratura» sarebbe il sottosegretario Alfredo Mantovano. Tra l’altro anche lui ex-amico-di-An scelto e nominato dallo stesso Fini in quota An nel lontano 2008, evidentemente vendutosi palesemente – oggettivamente e in modo tale da potere essere sostenuto e dimostrato in qualsiasi sede – alla mafia nel lasso di tempo che va da allora ad oggi. E che sta facendo «di tutto per ostacolare le indagini sulla strage di via D’Amelio e creare condizioni di delegittimazione della magistratura».

Il sottosegretario all’Interno replica così alle dichiarazioni del vice presidente della commissione antimafia. Mantovano: Fini si esprima su Granata.

“Le dichiarazioni di Granata sono di una gravità assoluta. Non devo ricordare a nessuno la mia storia personale. Io, da esponente del governo ma soprattutto da componente della camera dei deputati chiedo al presidente della camera Gianfranco Fini che, in avvio della prossima seduta che lui presiederà, dica qualcosa sul punto”.

“Lo esigo – aggiunge Mantovano – in base alla mia storia personale e alla vicinanza allo stesso Fini con cui abbiamo condiviso un percorso ed in base all’azione di governo che si sta facendo da due anni a questa parte. L’antimafia delle chiacchiere fa danni perché delegittima il lavoro delle forze polizia”.

Una volta c’erano i “professionisti dell’antimafia”, oggi ci sono i “professionisti della legalità”, stanno a destra e aprono “fuoco amico” sul governo, ha aggiunto Mantovano. “La guerra alla mafia che questo governo sta conducendo – ha sostenuto Mantovano – ha degli effetti collaterali: irrita i professionisti dell’antimafia. L’elemento di novità però è che fino a non molto tempo fa i professionisti dell’antimafia stavano solo a sinistra: oggi c’è il fuoco amico; oggi si utilizzano questi temi, così difficili, così delicati, non solo come strumenti di lotta politica, ma come strumenti di contrapposizione interna; e hanno fatto un salto di qualità e hanno ampliato la prospettiva: da professionisti dell’antimafia a professionisti della legalità”.

Vedreme se Fini difenderà chi dice «governo mafioso».

p.s.: Qui una ripassatina dello Statuto per Granata, non vorremmo si fosse confuso con quello di An, dove era il Presidente Nazionale in persona che si pronunciava in via definitiva entro il termine di 30 giorni, anche sulla richiesta di iscrizione al partito.

Tag:, ,