Ma lui chiarisca
Perché Gianfranco Fini deve dirci la sua sull’incredibile storia della casa di Montecarlo? Non si tratta né di un gossip né di un dettaglio irrilevante: proviamo a spiegare perché. La rottura del Pdl e la piccola guerra civile a cui stiamo assistendo, non è un minuetto di Palazzo, e nemmeno un riposizionamento gattopardesco di poteri. No. Come abbiamo intuito e scritto da mesi, il racconto sciamanico del berlusconismo si è infranto, il carisma del Caimano scema con la stessa velocità con cui si gonfìano le borse sotto i suoi occhi e l’ordito di rughe sulla sua fronte rimodellata. Una fatto è ormai certo: il tempo delle illusioni e dei miracoli da campagna elettorale è finito. Di pari passo, mentre qualcuno ironizzava sui finiani, noi li abbiamo presi terribilmente sul serio spiegando i motivi politici da cui derivava la loro forza, narrandoli nella loro impresa di insurrezione morale senza pregiudi. Si, a tratti persino con simpatia. Proprio per questo – una volta uffìcializzata la rottura – la reazione dei lanzichenecchi azzurri, contro di loro, sarebbe stata spietata. Bastonature dei tiggì di regime, agguati, embargo mediatico. Malgrado questa certezza, le notizie restano notizie. È una notizia (data da II Giornale) che un appartamento di inestimabile valore, donato da una ricca nostalgica per passione ideale, finisca, attraverso strane triangolazioni off shore al signor Tulliani, cognato del presidente della Camera. Lo è ancora di più, quello che ci racconta Libero: la cessione dell’immobile sarebbe iscritta nel bilancio di An per soli 67 mila euro. Una vendita di favore? Un pasticcio? Un atto di familismo immobiliare? Di fronte a questi dubbi Fini può dare qualsiasi spiegazione. I’unica cosa che non può fare – se vuole restare credibile – è tacere.
Ho scelto proprio Luca Telese, al di sopra di ogni sospetto, come lui stesso spiega in modo sufficientemente argomentato, anche per evitare di essere inserita tra i lanizichenecchi azzurri, pronti agli agguati. Il fatto è che forse neanche lui immaginava, che a parte continuare a tacere sull’incredibile storia della casa Montecarlo, il Presidente della Camera, avrebbe scelto di percorrere la stessa, identica strada, tante volte criticata, dell’illiberale Caimano. Nessun chiarimento e nessuna risposta. Querela e urla a suon di sono “tutte falsità”, è solo una “campagna diffamatoria” messa in giro per infangarmi, e dichiarazioni dei legali su qualcosa di cui nessuno l’ha accusato. Neanche il Giornale nell’articolo citato dal portavoce “Prime crepe nel muro di omertà sulla casa dei Fini a Montecarlo” (qui per intero). Certo in questo caso il legale è la ben più leggiadra Giulia Bongiorno e non certamente Ghedini, ma le differenze si fermano qui. “Il presidente Fini – spiega inoltre il portavoce – non è titolare dell’appartamento, e non sono a lui riconducibili le società che hanno acquistato l’immobile”. Bene, ma nessuno ha mai scritto che sia Fini il titolare della casa Montecarlo donata ad Alleanza Nazionale, bensì, come dice anche Telese, si è detto che la casa è nella attuale disponibilità del fratello di Elisabetta Tulliani, compagna del Presidente della Camera, dopo essere passata per delle “strane” triangolazioni off shore. Tutto qui.
La solo domandina, mai amato farne dieci, eventualmente da fare a Fini o da girare a Pontone (o andrebbe bene anche alla segretaria e assistente personale di Fini, Rita Marino, un’altro dei componenti del comitato di gestione, l’organismo incaricato di «reggere e amministrare» il patrimonio dell’ex-An) è semplice, semplice: Perché e chi ha detto no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo di euro nel 2005 e perché e chi ha detto sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato via l’immobile per 67mila euro, rivendendola poi a un’altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila? E se sono sbagliate le cifre che circolano (Del pari è falsa la notizia relativa alla cifra versata quale corrispettivo), farci sapere, se è possibile, quali sono quelle corrette.
Mentre qui era il Corriere, letto ieri al mare, con un altro bravo giornalista libero e indipendente che intervistava, appunto Donato La Morte (L’amministratore dei beni di An: i soldi non si toccano. La casa a Montecarlo? Non me ne intendo). Cavolo ho subito pensato, anche loro si sono accorti che sarebbe opportuno farla qualche domandina. O forse qualcuno ha pensato che ignorare ancora la vicenda sarebbe diventato un tantinello sospetto.
Comunque bene, ora grazie al Corriere, che non è certo feltrusconi, sicuramente, ne sapremo qualcosina di più su questa faccenduola del principato, su cui nessuno risponde e gli avvocati annunciano raffiche di querele (le aveva già annunciate l’avv. di Gianfranco Tulliani, spiegandoci che il suo cliente ha sempre pagato un regolare contratto d’affitto). Poi qualcuno mi spiega pure perché le querele dei berlusconiani sono un attacco alla libertà di stampa e quelle dei finiani e del presidente della Camera e/o affini sono una corretta manifestazione del diritto, garantito dalla Costituzione, di qualsiasi cittadino a difendersi. E perché le conferenze stampa indette dal Presidente della Camera senza possibilità per i giornalisti di fare domande, passino allegramente sotto silenzio. Che ci sia qualcosa di vero in quello che scrive Pansa?
Sorpresa. La Morte parla di tutto, proprio di tutto, tranne che della questione. Lui non ne sa nulla. Si è vero lui è nel comitato che gestisce l’eredità di An, ma della cosa se ne è interessato Pontone. Si vero lui l’ha vista la casa qualche anno fa, hanno fatto una gita a Montecarlo per vederla, “era tremenda, fatiscente, in uno stato deplorevole. Cataste, vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole vuote di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di prenderti la setticemia e morire”, ma di che fine abbia fatto lui proprio non ne sa nulla di nulla.
Riesce perfino a fare un’allusione ambigua ad Almirante, morto nel 1988, che non si capisce bene cosa c’entri con una vendita avvenuta nel 2008, ma tant’è. Alla domanda-affermazione-ipotetica del bravo giornalista: “Pare sia stata venduta per 67 mila euro, a una societò offshore, non proprio trasparente”, lui dopo essere caduto pericolosamente dalla naca, “SOLOOOO?”, riesce fortunatamente a riprendersi e a rispondere in modo assolutamente vago e incompiuto. Non nega, né conferma, proprio non dice nulla. Eh sì, la cifra effettivamente sembra un po’ bassina, ma dato che lui di queste cose non se ne intende, bisognerebbe chiedere a Pontone, era lui il tesoriere all’epoca della vendita ed è lui che probabilmente se ne è interessato. Infilandoci dentro a questo punto Almirante: “Quando Almirante mi diceva firma, io firmavo”. Cosa c’entri non si sa e non si capisce. O si?
Sorpresissima e delusissima devo solo prenderne atto, nessuna risposta e nessun chiarimento. Solo le tranquille opinioni dell’anziano militante, che assicura naturalmente di essere assolutamente super partes, anche lui ovviamente come il 34esimo aderente al Fol (si da qualche parte che non riesco a rintracciare in questo momento oggi ho letto quest’altra sigla, dopo Fli, Fol, li chiameremo follini?), pare che ad essere di parte siano rimasti solo quelli dell’altra parte. Da questa parte sono tutti super partes, liberi e coraggiosi. Ovviamente. Alla domanda di Alessandro Trocino che finalmente si sbilancia un po’: “Ammetterà anche lei che il Secolo, di proprietà del partito è in mano a Fini. Non è un problema? questa volta la risposta è decisa, senza tentennamenti e vaghezze: “Non direi”. Il Secolo d’Italia, spiega, è naturalmente libero, super partes e aperto a tutti, è solo La Russa che non ci vuole scrivere, “Se vuole può“. La sua libertà, assicura alla fine La Morte, lo porterà sempre a votare in modo assolutamente autonomo, appoggiando lealmente il governo: “Io la mozione contro Caliendo non la voto. A meno che i miei non mi convinceranno del contrario”, conclude il vecchio ex-missino (storico capo della segreteria politica di Fini ai tempi dell’Msi ed ora amministratore unico delle tre società Italimmobili srl, Immobiliare Nuova Mancini srl e Isva che gestiscono tutto il patrimonio immobiliare di An), oggi futurista per la libertà.
A questo punto, direte voi, il Corriere sentito La Morte che non spiega nulla, cerca di rintracciare Pontone per sentire anche la sua versione. Neanche per idea, non ci pensa nemmeno. E ovviamente nessun accenno o commento, solo La Morte. Intervista inutile o solo domande utili?
Qui invece era proprio Francesco Pontone, che spiegava cosa sarebbe dovuta diventare la fondazione:
Fonte di cultura, patriottismo e nazionalismo per tramandare ai posteri l’importanza del Movimento Sociale Italiano.
E qui ero io a commentare nel novembre del 2009. Qui sempre dall’archivio storico del Corriere – evito accuratamente il circuito mediatico pro-cavaliere – quello che avrebbe dovuto essere la Fondazione Alleanza Nazionale, secondo lo stesso Donato La Morte. In questi due anni abbiamo visto di tutto, proprio di tutto, sicuramente tanto futuro e futuristi, ma aspettiamo ancora di vedere uno solo tra convegni, mostre e dibattiti che avrebbero dovuto essere organizzati dalla fondazione per «diventare un punto di riferimento di quello che è stata la destra italiana».
Infine per chiarire a chi non capisce bene cosa sia la questione “beni” dell’ex-An e ne fa una mera vicenda di lotta di potere tra finiani e berlusconiani, qui viene spiegato in modo abbastanza esauriente:
E’ un patrimonio che appartiene a un’intera comunità … è frutto dei sacrifici, dei contributi, dei versamenti di tantissime persone…
Come d’altronde conferma nell’intervista al Corriere lo stesso La Morte: “I soldi di An non si toccano. Non sono né di Berlusconi né di Fini“, al contrario di quello che pensa e dichiara Fabio Granata: «…in caso di gruppi parlamentari separati, con una forza immobiliare e finanziaria autonoma il nostro potere di attrazione a destra diventerebbe ancora più forte». E forse si capisce anche perché, comunque e al di là di ogni polemica contingente, Gianfranco Fini, dovrebbe prima di tutto chiarire e spiegare i fatti.
p.s.: A proposito di mai sparare nel mucchio e farsi prendere dal livore, a scanso di equivoci e perché non ci sia la minima possibilità di essere fraintesa, io continuo a pensare che Donato La Morte e Francesco Pontone siano indiscutibilmente delle persone perbene. Basta che ci spieghino cosa sia realmente accaduto ed evitino di fare i “caduti da ‘naca”.