Zampini

A proposito della nomina di Irene Pivetti ad assessore a Reggio Calabria da parte del sindaco f.f. Giuseppe Raffa, del successivo dietrofront, delle nuove complicazioni e di come la stampa nazionale ha informato i propri lettori sulla vicenda.

Cioè il Sindaco f.f., è un sindaco che momentaneamente fa le funzioni del sindaco regolarmente eletto, cioè Giuseppe Scopelliti – nel frattempo eletto governatore della regione – che era stato riconfermato sindaco per un secondo mandato con il 70% dei consensi nel 2007. L’opzione ed il successivo subentro del vicesindaco ha evitato la nomina dei commissari, che sarebbe scattata in caso di dimissioni, e ha consentito la proroga degli organismi comunali fino alle prossime elezioni amministrative, fissate per la primavera del 2011. Insomma il subentro serviva a dare continuità amministrativa alla città e impedire il commissariamento. Qui come Il Sole 24 Ore raccontava la vicenda, annunciando al mondo come “Nel terremoto in giunta a Reggio (con Irene Pivetti assessore) c’è anche lo zampino di Fini“. Qui era Il Corriere della Sera che parlava del “ritorno” dell’ex presidente della Camera “per salvare l’immagine di Reggio Calabria” e addirittura di un “sindaco che si è riappropriato della carica di primo cittadino, ritirando le dimissioni e azzerando la giunta, dopo aver vinto la personale battaglia contro i vertici del Pdl, nazionale e regionale” (poi ha fatto una clamorosa retromarcia). Lo zampino e le “benedizioni” dell’attuale Presidente della Camera nei confronti di giunte e alleanza che non rispettano in alcun modo la volontà degli elettori – e che cercano di evitare a tutti i costi eventuali, ulteriori elezioni – sembrano essere diventate una costante. Il suo sport preferito, dopo le immersioni. A livello nazionale abbiamo l’area della responsabilità a Reggio Calabria e in Sicilia cosa?

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Domande di fondo

Tranquilli, niente servizi segreti deviati, dossieraggi o killeraggi. E’ il politicamente correttissimo neo direttore dell’Espresso a porle.

perché sulle domande di fondo una risposta definitiva ancora non c’è: perché Fini s’è interessato a quella casa che apparteneva al patrimonio di An? Perché è stata venduta a un prezzo stracciato? Chi si nasconde dietro la società estera che l’ha acquistata? Il cognato, o questi si è limitato a fare da tramite? Perché poi l’appartamento è stato affittato proprio a lui? E che necessità aveva Tulliani di una residenza a Monaco?

via Oltre il cognato

Sono le domande di fondo, quelle che oggi, per qualcuno sembrano misteriosamente scomparse e annegate tra litigi familiari presunti spiattellati in tutte le salse, cucine troppo grandi (almeno secondo le misure prese dagli economisti del gruppo) e servizi segreti deviati in azione, e che continuano a star lì senza uno straccio di risposta. Confidiamo in qualche sviluppo positivo dopo l’ultimo incontro per “fissare la linea“. Intanto dall’entourage del Presidente della Camera, tra l’altro durante la visita ad una camera ardente, sono riusciti anche a far parlare – lasciando trapelare su tutti i giornali le “storiche frasi” – nientemeno chi da 40 non ha mai parlato, mancu a cannunati!

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Non c’è altro modo per far funzionare una democrazia

Rondolino su The Front Page:

Se fossimo un paese civile, cioè un paese in cui le regole vengono rispettate e la volontà degli elettori anche, il Parlamento sarebbe già stato sciolto e nuove elezioni sarebbero già state convocate. La maggioranza scelta dai cittadini due anni fa, infatti, non esiste più. Fini, come giustamente ha spiegato ai suoi telespettatori il Tg1, è passato all’opposizione: che i suoi ministri e sottosegretari votino a favore del governo di cui fanno parte, mentre il resto dei deputati si astiene, è soltanto un piccolo esempio di miseria politica, di cui non vale neppure la pena parlare. A difendere la democrazia rappresentativa e le sue regole è rimasto in Italia soltanto Silvio Berlusconi, il solo che ha sempre avuto il coraggio civile di sottoporsi al giudizio degli elettori, anziché a quello dei salotti, dei think tank de’ noantri, delle procure e dei giornali padronali. Ci auguriamo che continui su questa strada.

Il presidente del Consiglio salga dunque al Quirinale e rassegni le dimissioni. Se otterrà il reincarico, si presenti in Parlamento con un nuovo esecutivo e un nuovo programma incentrati sulla difesa della legalità, cioè sul drastico ridimensionamento dello strapotere della magistratura legge sulle intercettazioni, processo breve, lodo Alfano costituzionale, riforma del Csm, separazione delle carriere. Esiste una maggioranza per questo governo e per questo programma? Se le dichiarazioni dei finiani hanno un fondamento, la risposta è no.

È nelle prerogative del presidente della Repubblica esplorare a questo punto la possibilità di un altro governo e di un’altra maggioranza, che, per essere tale, dovrebbe comprendere il Pd, l’Italia dei valori, l’Udc, i transfughi rutelliani e i transfughi finiani, i tirolesi e i siciliani di Lombardo e qualche altro libero pensatore. Se, come appare piuttosto probabile, una tale maggioranza non riesce a coagularsi, lo scioglimento delle Camere diventa automatico, con buona pace dei nostri politicanti d’opposizione.

Sarà interessante, a questo punto, assistere alle contorsioni della sinistra, spaccata fra Vendola e Bersani o chi per lui, alle esibizioni e ai ricatti dipietristi, alla nascita del grande (?) rassemblement centrista di Fini-Casini-Rutelli, e a quant’altro la pochezza politica e il terrore del voto popolare sapranno produrre nelle nostre variegate opposizioni.

Alla fine, decideranno gli elettori: non c’è altro modo di far funzionare una democrazia.

via Le elezioni, subito | The Frontpage.

E questo invece l’editoriale del Corriere di domenica scorsa: Purché il paese venga prima, dove Ferruccio De Bortoli ipotizzava e auspicava un accordo in extremis tra le varie componenti del centrodestra. “Come se ne esce? In un solo modo, con un accordo di legislatura, chiamiamolo pure così, che coinvolga tutte le componenti del centrodestra”. “Quale grande occasione – concludeva il direttore – per segnare un punto di svolta in una legislatura disgraziata e riprendere un po’ di quello spirito liberale finito troppo presto alle ortiche. Ci illudiamo? Forse, ma il Paese viene prima”. Non senza aver passato in rassegna ed escluso prima le altre ipotesi circolanti.

Le ipotesi – tutte suggestive, ma difficilmente praticabili, di governi tecnici o di larghe intese, appartengono a una manualistica politica resa più ricca di varianti dalla pausa agostana. Quando Berlusconi minaccia le elezioni, salvo poi smentirsi il giorno dopo, dimentica che le Camere le scioglie il Capo dello Stato. La Costituzione impone a Napolitano di verificare l’eventuale esistenza di altre maggioranze. Se la Lega rimane fedele a Berlusconi, non ne esistono. Zero. Ma mettiamo anche il caso che possano esserci maggioranze  alternative. Bene la legislatura verrebbe salvata escludendo dal governo chi ha vinto le elezioni del 2008, tradendo sostanzialmente il mandato popolare. Non dovrebbero augurarselo nemmeno le opposizioni. Un regalo così, il Cavaliere, in evidente affanno, non immaginerebbe mai di poterlo ricevere. E la vita grama di un’eterogenea armata con dentro tutto e il suo contrario, non farebbe altro che preparare una nuova e forse ancora più larga, vittoria elettorale di Berlusconi. Inutile poi farsi illusioni sul fatto che il Cavaliere possa appoggiare governi, modello Grosse Koalition, alla tedesca. Ormai lo conosciamo bene. Come in azienda, il capo è uno solo: lui. E chi ha votato Pdl ha votato una scheda con su scritto il suo nome. Piaccia o no, e alla maggioranza degli italiani sembra ancora piacere, la realtà e questa e da questa si deve partire.

Era sembrato quello del Corriere l’estremo disperato tentativo, dopo il reset arrrivato fuori tempo massimo e veicolato dall’elefantino. Prima dei chiarimenti. Un salvagente lanciato e lasciato ad affondare tra le onde delle dichiarazioni dei tanti, troppi irresponsabili… Quelli di “A settembre ne vedremo delle belle“.

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Verrebbe giù il Nazareno

Commenti e reazioni ai chiarimenti di ieri, arrivati come è sua antica abitudine tramite comunicato stampa. Il posto d’onore spetta indubbiamentre a loro: quelli del “non si può non sapere”, quelli “dell’intercettateci tutti”. Responsabilità e ricatti.

Nel frattempo si lasciano trapelano discussioni personali a tutto spiano. Sarebbe interessante riuscire a sapere chi e perché le lascia improvvisamente filtrare a quintali, le notizie sui presunti litigi personali del Presidente. Soprattutto su quegli stessi giornali che finora si erano caratterizzati per aderire alle proteste, capeggiate proprio da largo Fochetti, per l’incivile attacco mediatico che disturbava la privacy della famiglia Tulliani, con contorno di giusta reazione e di seccato esposto al garante della privacy degli esasperati familiari. Ne Il fratello ingombrante e la tensione familiare sulle cose non dette, ci fanno sapere che “Gianfranco Fini e la sua compagna, nei giorni scorsi hanno avuto una discussione. Non è stato un semplice bisticcio”. Sempre Repubblica, quella che ci ha messo dieci giorni a parlare della casa a Tulliani, e che con il suo direttore parla ora di mero “problema estetico” nel quale si sarebbe imbattuto il Presidente della Camera, spara oggi tanto di quel gossip e tante di quelle indiscrezione privatissime da lasciare senza parole. Liana Milella scrive del drammatico ultimatum alla famiglia lanciato dal Presidente: Gianfranco alla famiglia “Adesso ditemi tutto”, mentre Alessandra Longo ne fa la storia: Case, auto di lusso, e ambizioni tivù la tribù dei Tulliani intorno a Gianfranco.

Ma lui, secondo Alessandra Longo:

“è uno che ha tagliato i ponti con il suo mondo di origine. Con determinazione, sfidando l’uomo più potente d’Italia. Come fece nella vicenda giudiziaria che coinvolse la prima moglie e anche il suo braccio destro Checchino Proietti.

Infatti, decisamante un bel modo di tagliare i ponti con il suo segretario particolare ed ex braccio destro Checchino Proietti quello del Presidente della Camera. Anche se nelle redazioni professionali, come quella di Alessandra Longo, sembrano averlo perso di vista, ci permettiamo di ricordargli che lui sta tranquillamente e comodamente seduto alla Camera dei Deputati, nominato nel 2008 da Gianfranco Fini, in quota ex-An. E siede altrettanto tranquillamente sul banchi di Montecitorio nell’appena creato gruppo del FL (ma si alla Camera sono FL, a quanto pare, nessun Fli o Fol). Almeno fino a quando il trio Raisi-Perina-Sorgi non ci verrà a spiegare, come per la vendita monegasca, come siano stati con tutta evidenza i colonnelli a volerlo mettere lì.

Qui i dubbi odierni del Corriere, sui chiarimenti di Fini. Ieri sera, a caldo, appena arrivati, avevo notato come facessero a cazzotti anche con la logica di quelli terra terra come me. I dubbi di via Solferino sembrano abbastanza simili, anche se viene dato come acquisito, che quello detto dalla terza carica dello Stato, al momento, sia verità assoluta, certa e incontestabile, scaricando sugli amministratori del partito e sul cognato, le eventuali responsabilità, a meno di rapidi chiarimenti. Ci farebbe piacere, leggerli sempre per chiunque, queste garantiste e rispettose posizioni “a prescindere”, nei confronti di una alta carica istituzionale. I sospetti imbarazzanti secondo il Corriere, sarebbero da riservare da ora in poi “sui comportamenti della famiglia Tulliani e degli amministratori del partito”. Scrive il condirettore Lorenzo Fontana:

[...] La ricostruzione del presidente della Camera, importante perché chiarisce alcuni punti della vicenda, non cancella però i dubbi sugli aspetti misteriosi della vendita. Anzi fa emergere qualche nuovo sospetto imbarazzante sui comportamenti della famiglia Tulliani e degli amministratori del partito. Fu dunque Giancarlo Tulliani a proporre a Fini e ad An di vendere l’appartamento di Montecarlo a una società. In realtà le società diventano, nei passaggi successivi, tre (la Printemps Ltd, la Janson Directors Ltd e la Timara Ltd), tutte con sede nei paradisi fiscali delle Piccole Antille. E la vendita a soggetti creati proprio per sfuggire al fisco non è forse il comportamento più lineare per un partito di governo.

L’onorevole Fini afferma, inoltre, di non sapere nulla dell’acquirente e dei successivi trasferimenti. Un elemento di debolezza nella sua ricostruzione che potrebbe essere chiarito facilmente: Francesco Pontone, delegato alla firma dell’atto notarile, dovrebbe sapere chi si nasconde dietro le sigle offshore. Cosa aspetta a parlare togliendo da una situazione di imbarazzo il presidente della Camera? Il passaggio successivo pone ancora più dubbi. Fini viene tenuto all’oscuro del fatto che l’appartamento è stato affittato proprio a Giancarlo Tulliani. Glielo dice un giorno la sua compagna Elisabetta e reagisce con «disappunto e sorpresa». La presenza dello spericolato «cognato» è una costante di tutta la vicenda: forse è venuto il momento che anche lui dia i chiarimenti necessari. I suoi silenzi non possono che alimentare la campagna di ostilità politica denunciata dal presidente della Camera.

Qui Mario Sechi, Le otto risposte sono un boomerang. Qui l’elefantino tristanzuolo. E qui il nuovo direttore del tg della 7, intervistato dall’Unità. «Tv del ring? Peggio chi nasconde le notizie».

«La storia della casa di Montecarlo nasce da una notizia, anche il caso Boffo, quelli di Noemi e D’Addario. Se il presidente del Consiglio va alla festa di una diciottenne che conosceva già, vuol dire che conosceva una minorenne. Che Repubblica ci abbia messo dieci giorni a parlare della casa a Tulliani è impressionante. Il vero linciaggio sono i dieci titoli contro Fini. Ma se la cognata di Bersani abitasse a Montecarlo in un casa che una ricca ereditiera avesse lasciato ai Ds, verrebbe giù il Nazareno…».

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Non è successo niente: niente da nascondere

Eh si, dopo che anche il Corriere della Sera stamattina, si era lanciato sullo sciacallaggio e sul dossieraggio – rimane la sola Repubblica a difenderlo dal killeraggio mediatico e a proteggere strenuamente la privacy incivilmente turbata e violata – ponendo le tre fatidiche domandine, perché:

la rilevanza che il caso ha assunto dovrebbe spingere il presidente della Camera e gli amministratori del partito a chiarire in tempi rapidi (non aspettando interrogatori e complicate rogatorie internazionali) alcuni punti oscuri, difficilmente comprensibili da parte dell’opinione pubblica. In particolare ci sono tre interrogativi che meritano una risposta.

1) A chi è stato venduto l’appartamento di Montecarlo ereditato dalla convinta sostenitrice della destra? Gli atti parlano di società offshore, la «Printemps Ltd», la «Janson Directors Ltd» e la «Timara Ltd» con sede nelle Piccole Antille, dietro cui si nasconde un misterioso compratore che almeno Francesco Pontone, delegato da Fini alla firma dell’atto di vendita, dovrebbe conoscere.

2) Perché Alleanza nazionale ha accettato un prezzo, 300.000 euro, che, anche tenendo conto delle spese di ristrutturazione, è sensibilmente inferiore a quello che tutti gli esperti di mercato nel Principato ritengono giusto?

3) Come si è verificata l’«inspiegabile coincidenza» (il copyright è sempre di Francesco Pontone, uno degli amministratori dei beni di Alleanza nazionale) dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte abitato, alla fine della girandola delle società offshore, dal fratello della compagna dell’onorevole Fini, Giancarlo Tulliani?

Il presidente della Camera non ha ritenuto finora di chiarire la situazione perché si considera bersaglio di una campagna, alimentata dai giornali legati al premier, determinata dalla sua rottura con Berlusconi. Uno stato d’animo comprensibile alla luce di alcuni paragoni minacciosi, avanzati da esponenti del Pdl, con il trattamento riservato all’ex direttore dell’Avvenire, Dino Boffo. Ma in politica i doveri verso gli elettori e i cittadini contano più degli stati d’animo e delle reazioni all’ostilità degli ex alleati. Un gesto di chiarezza è sempre più necessario.

Mentre il Presidente della Camera, dopo l’assoluto silenzio, aveva iniziato a far trapelare qualcosina, sempre sulle stesse pagine del Corriere si poteva infatti leggere La linea dei finiani: “Forse commesse alcune leggerezze”.

«Non mi sono mai occupato di questa vicenda. Ho delegato ogni questione che riguardasse la gestione del patrimonio di An». Sulla casa di Montecarlo la linea che il presidente della Camera Fini ha spiegato agli uomini più fidati è questa. Ed è questo il sunto di ciò che potrebbe dire eventualmente ai magistrati di Roma, se volessero ascoltarlo. Negli ambienti vicini al presidente della Camera la versione più accreditata è che qualche collaboratore, che godeva di piena fiducia, abbia commesso alcune leggerezze. [...] Pontone ha venduto in virtù di una delega «a disporre dei beni sociali» conferitagli da Gianfranco Fini nel dicembre 2004 in quanto presidente di An. Ma quella procura, ha ribadito Fini in questi giorni a chi chiedeva spiegazioni, era generale: Pontone gestiva i beni del partito, aveva la sua piena fiducia e non doveva riferire tutto quello che faceva.

Il neo leader del Fli e dell’area di responsabilità, ha poi deciso il grande passo. Arrivano i chiarimenti. Ed eccola qui la sua verità in 8 punti.

OTTO CHIARIMENTI – Il presidente della Camera Gianfranco Fini, con una lunga nota fa il punto sulla casa di An a Montecarlo.

1) L’appartamento di Montecarlo (peraltro di modeste dimensioni) fu valutato, quando venne in possesso di A.N., circa quattrocentocinquanta milioni di lire e per tale valore fu regolarmente iscritto a bilancio. La stima fu fatta dalla societa» che amministra il condominio ed è stata spontaneamente esibita agli inquirenti insieme con gli altri documenti richiesti.

2) Chi ebbe modo di visitare l’appartamento, l’On. Lamorte e la Sig.ra Marino, mia segretaria particolare, riferirono che esso era in condizioni fatiscenti, inabitabile senza cospicue spese di ristrutturazione.

3) Non corrisponde al vero che siano state avanzate a me o, per quel che mi risulta, all’amministratore Sen. Pontone o ad altri proposte formali di acquisto.

4) Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo, una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni.

5) Verificato dagli Uffici di A.N. che l’offerta di acquisto era superiore al valore stimato (trecentomila Euro a fronte di quattrocentocinquanta milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per A.N. (spese di condominio ed altro), autorizzai il Sen. Pontone alla vendita come accaduto altre volte in casi analoghi.

6) Solo per restare nell’ambito dell’eredità Colleoni, alcuni terreni a Monterotondo, un appartamento ad Ostia ed uno in Viale Somalia a Roma furono venduti in tempi diversi con le medesime modalita». In nessuna occasione, a partire dalle assemblee nazionali convocate secondo statuto per l’approvazione dei bilanci, alcun dirigente di A.N. contestò o sollevò perplessita« sulle avvenute vendite essendo evidente che la «giusta battaglia» cui faceva riferimento il testamento consisteva nel rafforzamento del partito anche attraverso nuovi introiti finanziari e non certo attraverso l’utilizzo di terreni o appartamenti (specie se all’estero) non necessari all’attività politica.

7) La vendita dell’appartamento è avvenuta il 15 ottobre 2008 dinanzi al Notaio Aureglia Caruso e sulla natura giuridica della società acquirente e sui successivi trasferimenti non so assolutamente nulla.

8 ) Qualche tempo dopo la vendita ho appreso da Elisabetta Tulliani che il fratello Giancarlo aveva in locazione l’appartamento. La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite.

Preliminarmente, prendiamo atto con piacere, attraverso i suoi stessi chiarimenti, che quanto dichiarato e usato dai fliiani, a modo loro per difendere Fini in questi giorni, erano assolute, ridicole falsità. Raisi e company intendo. La vendita è stata effettuata dal Senatore Pontone su autorizzazione personale di Gianfranco Fini, dopo averne parlato con Giancarlo Tulliani che lo aveva personalmente informato “in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo – che – una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni”.

Poi da quello che si riesce a capire, per il momento, a nessuna delle tre domandine poste dal Corriere il Presidente della Camera ha deciso, ancora, di dare una risposta ed in alcuni punti dei suoi chiarimenti ci sono delle evidenti incongruenze (dichiarazioni che fanno a cazzotti con la logica di una persona normale, di quelli terra-terra per capirci), alla Scajola per intenderci. Peggio (copyright qui), pare che a Fini hanno affittato la casa di Montecarlo a sua insaputa!

Alla prima: A chi è stato venduto l’appartamento di Montecarlo ereditato dalla convinta sostenitrice della destra? Gli atti parlano di società offshore, la «Printemps Ltd», la «Janson Directors Ltd» e la «Timara Ltd» con sede nelle Piccole Antille, dietro cui si nasconde un misterioso compratore che almeno Francesco Pontone, delegato da Fini alla firma dell’atto di vendita, dovrebbe conoscere.

Risponde, in sostanza NON LO SO. Non conosce la società off shore, quella che Raisi ci aveva lungamente spiegato essere normalissimo che fosse interessata alla vendita di un appartamento. Su chi fosse la società e la natura giuridica della stessa, chiarisce di non saperne “assolutamente nulla”. Tutto questo dopo aver chiarito al punto quattro che: “Nel 2008 il Sig. Giancarlo Tulliani mi disse, “in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo”, che “una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni” e ulteriormente lasciato intuire al punto successivo di avere, probabilmente, anche ricevuto tramite il cognato “l’offerta di acquisto” da questa società, che gli uffici di An, su suo mandato, verificarono essere superiore al valore stimato (“trecentomila euro a fronte di quattrocentocinquanta milioni di lire) e in ragione del fatto che il bene rappresentava unicamente un onere per AN (spese di condominio ed altro)”). Da quello che non dice il Presidente l’offerta teoricamente potrebbe anche essere pervenuta da una società immobiliare, dato che ci viene detto che il Tulliani era un esperto del settore immobiliare di Montecarlo e non di società off shore, e dovrebbe e potrebbe, anche se lui non lo dice, essere tranquillamente rintracciata agli atti negli uffici di An, che su suo input fecero i necessari controlli per valutarne la congruità. Cosicché teoricamente avrebbe potuto anche lui venire a conoscenza abbastanza facilmente della natura giuridica della società. Ma lui questo non lo dice. Anzi chiarisce che lui la società non la conosce assolutamente. Meno che mai il misterioso compratore. Forse il Tulliani “in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo” ne sapeva qualcosa e qualcuno avrebbe anche potuto chiedere notizie?

Alla seconda: Perché Alleanza nazionale ha accettato un prezzo, 300.000 euro, che, anche tenendo conto delle spese di ristrutturazione, è sensibilmente inferiore a quello che tutti gli esperti di mercato nel Principato ritengono giusto?

Insomma perché questa benedetta casa è stata venduta a 300.000 mila euro, un prezzo anche secondo il Corriere, “sensibilmente inferiore a quello che tutti gli esperti di mercato nel Principato ritengono giusto” nessuno riesce a capirlo, ma anche qui lui non risponde nulla. Riferendoci però ancora al punto 5 dei chiarimenti, dove dichiara che ne aveva parlato con Giancarlo Tulliani e – che, in base alle sue relazioni e conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo – tramite lui era venuto a sapere che, “una società era interessata ad acquistare l’appartamento, notoriamente abbandonato da anni”, dobbiamo continuare ad intuire che il cognato gli parlò di una società e che la stessa società in base a quanto chiarisce il presidente gli fece avere un’offerta d’acquisto tramite il Tulliani, e che dopo i necessari controlli fatti dagli Uffici di A.N, evidentemente, lui decise che quello era il prezzo giusto, tanto da autorizzare Franco Pontone a venderlo a quella cifra. Che tipo di società era, però lui non ne sa assolutamente nulla. Solo questo continuiamo a sapere. Chiariamolo di nuovo. Come mai nel valutare la congruità al momento della vendita a nessuno venne in mente di chiedere quali erano i prezzi che tutti gli esperti di mercato nel Principato ritengono giusto, continuiamo a non saperlo.

Alla terza domandina: Come si è verificata l’«inspiegabile coincidenza» (il copyright è sempre di Francesco Pontone, uno degli amministratori dei beni di Alleanza nazionale) dell’appartamento di Boulevard Princesse Charlotte abitato, alla fine della girandola delle società offshore, dal fratello della compagna dell’onorevole Fini, Giancarlo Tulliani?

Anche qui un sostanziale NON LO SO. Anzi mi correggo, che Tulliani ci era finito dentro, ma solo quello, sì l’ha saputo qualche tempo dopo dalla sorella. Ma dopo l’«inspiegabile coincidenza» dell’imbarazzato Pontone, questa volta il Presidente della Camera – dopo averlo saputo dalla Tulliani e dopo aver autorizzato la vendita della casa personalmente, proprio in base alle relazioni e alle conoscenze del settore immobiliare a Montecarlo dello stesso Giancarlo Tulliani, che gli aveva fatto pervenire probabilmente anche l’offerta di una società, che però il Presidente non sa chi sia e che natura giuridica abbia – ci riserva questa ulteriore verità. Il chiarimento definitivo, quello che tutti aspettavamo:

«La mia sorpresa ed il mio disappunto possono essere facilmente intuite»

Copyright di Gianfranco Fini. E meno male che almeno lui il cognome Tulliani, non dichiara di averlo conosciuto solo qualche mese fa.

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Tatarella rise fino alle lacrime

Qui, per quegli amici, per me sempre amici, che continuano a parlare di dossieraggi e continuano a sostenere che questa è solo la guerra tra Fini e Berlusconi. Io li sfido sulla loro coerenza e sui loro valori, su niente altro. Pierangelo Buttafuoco intervistato da Luca Telese è abbastanza illuminante. Le domande e le risposte riguardano tutte solo il rapporto – al di là delle amicizie o inimicizie personali – con la politica che non c’è più, quella che per molti di noi ex-missini è stata in passato “tutta la nostra vita”. E leggerla potrebbe chiarire, spero definitivamente, perché nessuno soffra di ossessioni, ma provi solo un profondo dolore per quello che Fini nel tempo ha fatto, non oggi, ma in 22 anni di vita politica (come dico da tempo, per me nessuna sorpresa, solo conferme). E quella personale non mi riguarda assolutamente.

Il racconto allegorico, forse, viene racchiuso proprio in questo feroce aneddoto. Quando Italo Bocchino si presentò davanti a Tatarella con una borghesissima giacca da camera, “Pinuccio rise fino alle lacrime. La giacca da camera sparì”. E quando Telese chiede a Buttafuoco come mai: E’ molto più severo con Fini che con Berlusconi… lui spiega subito il perché e risponde senza esitazioni: “Fini viene dalla mia storia“. Ed è per quello, solo per quello che:

… la casa al cognato è una vicenda imbarazzante che Fini dovrebbe chiarire in omaggio ai militanti con le pezze al culo che si toglievano i soldi di bocca per pagare i volantini. È un dettaglio rivelatore.

I soldi di An non si toccano. Non sono né di Berlusconi né di Fini“.

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Simulazioni

Roberto D’alimonte si dà alle simulazioni elettorali. E insiste ovviamente su quello che già nel precedente articolo aveva identificato come il punto debole del cav, dato che alla Camera lui stesso ipotizza sia alquanto difficile non solo batterlo, ma “impedire a Berlusconi di vincere con relativamente pochi voti”.

Nel 2008 Pdl e Lega presero il 45,8% (senza contare l’Mpa di Lombardo). Per impedire a Berlusconi di vincere con relativamente pochi voti le opposizioni si dovrebbero unire in un unico cartello. È ragionevole una coalizione che veda Pd, Idv, Udc e Fini insieme, magari anche con Vendola? E una coalizione più omogenea ma più piccola quanti voti prenderebbe? Al Senato però la situazione è diversa. In caso di elezioni anticipate è qui che il Cavaliere rischia grosso. [...] Il Senato, croce e delizia del Cavaliere.

Il pezzo, nonostante lui stesso chiarisca che “oggi non sappiamo se i tre poli saranno quelli descritti qui. Né ovviamente come verrà condotta la campagna elettorale. Né, e questo è un dato di assoluto rilievo, come si comporteranno gli elettori meridionali”, spiega anche senza possibilità di dubbio, la fine che faranno i finiani, se vogliono immaginare di sopravvivere politicamente e a meno non si decidano per la grande coalizione con Pd, Idv, Udc e Fini insieme, magari anche con Vendola, abbandonando la neonata area di responsabilità nazionale per aderire all’appello bersaniano alla “liberazione“. Tutto è possibile. Lo inizino però a spiegare al loro elettorato potenziale i futuristi del Fli. Anch’io come consigliava spassionatamente Paolo Mieli li incoraggio in questo senso: “rimboccatevi le maniche e lavorate col vostro elettorato”.

Entriamo nel vivo delle due simulazioni. In entrambe si è assunto che la prossima competizione elettorale vedrà in campo tre poli. Uno di sinistra formato da Vendola, Pd e Di Pietro; uno di centro con Casini, Fini, Lombardo e Rutelli; uno di destra formato da Pdl, Lega Nord e La Destra. I dati elettorali sono quelli delle politiche del 2008 ovviamente calcolati regione per regione. Le differenze tra la prima simulazione e la seconda sono due. Nella prima si è stimato la consistenza del nuovo partito di Fini assegnandogli, regione per regione, un terzo dei voti presi da An nel 2006. Nella seconda simulazione gli è stato assegnato solo un quarto dei voti di An. La seconda differenza tra le due simulazioni è questa: invece di assegnare al polo di centro tutti i voti stimati per le sue componenti ne abbiamo sottratti il 25%. La ragione di questa operazione sta in una regola spesso dimenticata del sistema elettorale del Senato: per ottenere seggi i partiti coalizzati devono superare la soglia del 20% dei voti in ciascuna regione. Se non ce la fanno, solo quei partiti della coalizione che hanno preso l’8% possono avere seggi. La stessa soglia vale per i partiti che corrono da soli.

In quante regioni il polo di centro ha ragionevoli possibilità di arrivare al 20%? Sulla base dei nostri calcoli solo in Sicilia dove prenderebbe il 21 per cento. Nelle regioni del Nord in media avrebbe poco meno del 10. In quelle del Sud invece starebbe sopra questa soglia ma sotto il 20%. Stando così le cose i quattro potenziali membri di questo polo non possono fare una coalizione mantenendo il proprio simbolo e la propria identità ma devono fare una lista unica in modo da abbassare la soglia di sbarramento dal 20% all’8%. Solo così potrebbero concorrere all’assegnazione dei seggi in quasi tutte le regioni. Questa è l’operazione fatta nel 2008 dai partiti della sinistra radicale che si fusero nella lista della Sinistra Arcobaleno. Per loro andò a finire male. Il punto è che una lista unica tende ad avere meno capacità di attrazione di una coalizione con più liste. Per il polo di centro è un rischio, ma non è evitabile date queste regole del gioco.

Con queste assunzioni il risultato è quello che si è già detto. Nel primo caso Berlusconi non avrebbe maggioranza. Nel secondo sì, ma sarebbe risicata. Va da sé che queste sono solo delle simulazioni fatte con numeri e scenari ipotetici ma servono per mettere a fuoco i possibili esiti di un sistema elettorale balordo. Restano in ogni caso molte incertezze. Oggi non sappiamo se i tre poli saranno quelli descritti qui. Né ovviamente come verrà condotta la campagna elettorale. Né, e questo è un dato di assoluto rilievo, come si comporteranno gli elettori meridionali. La vecchia An è sempre stata più forte al Sud che al Nord. Qui il nuovo partito di Fini potrebbe trovare spazi che al momento non sono quantificabili. Anche l’Udc e ovviamente l’Mpa sono partiti “sudisti”. Un loro rilevante successo – magari in chiave anti-federalista – metterebbe Berlusconi nei guai. La partita è aperta anche con una opposizione divisa,

I dati elettorali, ci dice, sono quelli delle politiche del 2008, ovviamente calcolati regione per regione. Così secondo la simulazione di D’Alimonte se al terzo polo andasse alla grande, bene che vada prenderebbero 27 senatori da dividere tra Casini, Fini, Lombardo e Rutelli, se andasse meno bene solo 10, sempre da suddividere tra gli stessi. Nel primo caso però, secondo la simulazione di D’Alimonte, impedirebbero al Pdl di avere la maggioranza assoluta al Senato, con il risultato di consegnare al Paese un Senato ingovernabile. Tutto dipende secondo il politologo – ipotizzando che Casini, Lombardo e Rutelli (ma quali sarebbero i voti di Rutelli calcolati?) riconfermino i voti già presi nel 2008 - da quanti voti Fini sarà in grado di intercettare tra quei 4.707.126 (12.337%) presi nel 2006 da An.

Mentre Peppino Calderola, dopo il “fragoroso esordio parlamentare” si domanda più prosaicamente: Ma poi nel terzo polo chi lo farà il leader?

Terzo polo, facile a dirsi meno a farsi

Qui invece la lettera di Enrico Morando al Foglio: BERLUSCONI O NON BERLUSCONI, IL PD HA IL DOVERE DI DIFENDERE IL BIPOLARISMO ITALIANO.

update: I finiani pronti alla sfida: Lista unica con i centristi. Mentre per il Presidente del Pd, Rosy Bindi: “Se si va alle urne, alleanza anche con Fini“.

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Ma con chi sta?

Lo chiamavano Trinità

L’ancora presidente della Camera Gianfranco Fini ha fatto un patto con un pezzo di opposizione (Casini, Rutelli), ha mandato a quel Paese Berlusconi fondando un gruppo parlamentare, è ancora iscritto al Pdl e ha un ministro e svariati sottosegretari nel governo. Ma con chi sta?

via Politicamente scorrette di Gianna Fregonara e Maria Teresa Meli Corriere Della Sera.

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Risposte libere a libere interviste

Ma lui chiarisca

Perché Gianfranco Fini deve dirci la sua sull’incredibile storia della casa di Montecarlo? Non si tratta né di un gossip né di un dettaglio irrilevante: proviamo a spiegare perché. La rottura del Pdl e la piccola guerra civile a cui stiamo assistendo, non è un minuetto di Palazzo, e nemmeno un riposizionamento gattopardesco di poteri. No. Come abbiamo intuito e scritto da mesi, il racconto sciamanico del berlusconismo si è infranto, il carisma del Caimano scema con la stessa velocità con cui si gonfìano le borse sotto i suoi occhi e l’ordito di rughe sulla sua fronte rimodellata. Una fatto è ormai certo: il tempo delle illusioni e dei miracoli da campagna elettorale è finito. Di pari passo, mentre qualcuno ironizzava sui finiani, noi li abbiamo presi terribilmente sul serio spiegando i motivi politici da cui derivava la loro forza, narrandoli nella loro impresa di insurrezione morale senza pregiudi. Si, a tratti persino con simpatia. Proprio per questo – una volta uffìcializzata la rottura – la reazione dei lanzichenecchi azzurri, contro di loro, sarebbe stata spietata. Bastonature dei tiggì di regime, agguati, embargo mediatico. Malgrado questa certezza, le notizie restano notizie. È una notizia (data da II Giornale) che un appartamento di inestimabile valore, donato da una ricca nostalgica per passione ideale, finisca, attraverso strane triangolazioni off shore al signor Tulliani, cognato del presidente della Camera. Lo è ancora di più, quello che ci racconta Libero: la cessione dell’immobile sarebbe iscritta nel bilancio di An per soli 67 mila euro. Una vendita di favore? Un pasticcio? Un atto di familismo immobiliare? Di fronte a questi dubbi Fini può dare qualsiasi spiegazione. I’unica cosa che non può fare – se vuole restare credibile – è tacere.

Ho scelto proprio Luca Telese, al di sopra di ogni sospetto, come lui stesso spiega in modo sufficientemente argomentato, anche per evitare di essere inserita tra i lanizichenecchi azzurri, pronti agli agguati. Il fatto è che forse neanche lui immaginava, che a parte continuare a tacere sull’incredibile storia della casa Montecarlo, il Presidente della Camera, avrebbe scelto di percorrere la stessa, identica strada, tante volte criticata, dell’illiberale Caimano. Nessun chiarimento e nessuna risposta. Querela e urla a suon di sono “tutte falsità”, è solo una “campagna diffamatoria” messa in giro per infangarmi, e dichiarazioni dei legali su qualcosa di cui nessuno l’ha accusato. Neanche il Giornale nell’articolo citato dal portavoce “Prime crepe nel muro di omertà sulla casa dei Fini a Montecarlo” (qui per intero). Certo in questo caso il legale è la ben più leggiadra Giulia Bongiorno e non certamente Ghedini, ma le differenze si fermano qui. “Il presidente Fini – spiega inoltre il portavoce – non è titolare dell’appartamento, e non sono a lui riconducibili le società che hanno acquistato l’immobile”. Bene, ma nessuno ha mai scritto che sia Fini il titolare della casa Montecarlo donata ad Alleanza Nazionale, bensì, come dice anche Telese, si è detto che la casa è nella attuale disponibilità del fratello di Elisabetta Tulliani, compagna del Presidente della Camera, dopo essere passata per delle “strane” triangolazioni off shore. Tutto qui.

La solo domandina, mai amato farne dieci, eventualmente da fare a Fini o da girare a Pontone (o andrebbe bene anche alla segretaria e assistente personale di Fini, Rita Marino, un’altro dei componenti del comitato di gestione, l’organismo incaricato di «reggere e amministrare» il patrimonio dell’ex-An) è semplice, semplice: Perché e chi ha detto no a un inquilino che proponeva un milione e mezzo di euro nel 2005 e perché e chi ha detto sì a una società off-shore dei Caraibi che nel 2008 s’è portato via l’immobile per 67mila euro, rivendendola poi a un’altra società off-shore, attuale proprietaria, per 330mila? E se sono sbagliate le cifre che circolano (Del pari è falsa la notizia relativa alla cifra versata quale corrispettivo), farci sapere, se è possibile, quali sono quelle corrette.

Mentre qui era il Corriere, letto ieri al mare, con un altro bravo giornalista libero e indipendente che intervistava, appunto Donato La Morte (L’amministratore dei beni di An: i soldi non si toccano. La casa a Montecarlo? Non me ne intendo). Cavolo ho subito pensato, anche loro si sono accorti che sarebbe opportuno farla qualche domandina. O forse qualcuno ha pensato che ignorare ancora la vicenda sarebbe diventato un tantinello sospetto.

Comunque bene, ora grazie al Corriere, che non è certo feltrusconi, sicuramente, ne sapremo qualcosina di più su questa faccenduola del principato, su cui nessuno risponde e gli avvocati annunciano raffiche di querele (le aveva già annunciate l’avv. di Gianfranco Tulliani, spiegandoci che il suo cliente ha sempre pagato un regolare contratto d’affitto). Poi qualcuno mi spiega pure perché le querele dei berlusconiani sono un attacco alla libertà di stampa e quelle dei finiani e del presidente della Camera e/o affini sono una corretta manifestazione del diritto, garantito dalla Costituzione, di qualsiasi cittadino a difendersi. E perché le conferenze stampa indette dal Presidente della Camera senza possibilità per i giornalisti di fare domande, passino allegramente sotto silenzio. Che ci sia qualcosa di vero in quello che scrive Pansa?

Sorpresa. La Morte parla di tutto, proprio di tutto, tranne che della questione. Lui non ne sa nulla. Si è vero lui è nel comitato che gestisce l’eredità di An, ma della cosa se ne è interessato Pontone. Si vero lui l’ha vista la casa qualche anno fa, hanno fatto una gita a Montecarlo per vederla, “era tremenda, fatiscente, in uno stato deplorevole. Cataste, vetri rotti, spazzolini da denti dentro scatole vuote di Simmenthal. Se toccavi qualcosa rischiavi di prenderti la setticemia e morire”, ma di che fine abbia fatto lui proprio non ne sa nulla di nulla.

Riesce perfino a fare un’allusione ambigua ad Almirante, morto nel 1988, che non si capisce bene cosa c’entri con una vendita avvenuta nel 2008, ma tant’è. Alla domanda-affermazione-ipotetica del bravo giornalista: “Pare sia stata venduta per 67 mila euro, a una societò offshore, non proprio trasparente”, lui dopo essere caduto pericolosamente dalla naca, “SOLOOOO?”, riesce fortunatamente a riprendersi e a rispondere in modo assolutamente vago e incompiuto. Non nega, né conferma, proprio non dice nulla. Eh sì, la cifra effettivamente sembra un po’ bassina, ma dato che lui di queste cose non se ne intende, bisognerebbe chiedere a Pontone, era lui il tesoriere all’epoca della vendita ed è lui che probabilmente se ne è interessato. Infilandoci dentro a questo punto Almirante: “Quando Almirante mi diceva firma, io firmavo”. Cosa c’entri non si sa e non si capisce. O si?

Sorpresissima e delusissima devo solo prenderne atto, nessuna risposta e nessun chiarimento. Solo le tranquille opinioni dell’anziano militante, che assicura naturalmente di essere assolutamente super partes, anche lui ovviamente come il 34esimo aderente al Fol (si da qualche parte che non riesco a rintracciare in questo momento oggi ho letto quest’altra sigla, dopo Fli, Fol, li chiameremo follini?), pare che ad essere di parte siano rimasti solo quelli dell’altra parte. Da questa parte sono tutti super partes, liberi e coraggiosi. Ovviamente. Alla domanda di Alessandro Trocino che finalmente si sbilancia un po’: “Ammetterà anche lei che il Secolo, di proprietà del partito è in mano a Fini. Non è un problema? questa volta la risposta è decisa, senza tentennamenti e vaghezze: “Non direi”. Il Secolo d’Italia, spiega, è naturalmente libero, super partes e aperto a tutti, è solo La Russa che non ci vuole scrivere, “Se vuole può“. La sua libertà, assicura alla fine La Morte, lo porterà sempre a votare in modo assolutamente autonomo, appoggiando lealmente il governo: “Io la mozione contro Caliendo non la voto. A meno che i miei non mi convinceranno del contrario”, conclude il vecchio ex-missino (storico capo della segreteria politica di Fini ai tempi dell’Msi ed ora amministratore unico delle tre società Italimmobili srl, Immobiliare Nuova Mancini srl e Isva che gestiscono tutto il patrimonio immobiliare di An), oggi futurista per la libertà.

A questo punto, direte voi, il Corriere sentito La Morte che non spiega nulla, cerca di rintracciare Pontone per sentire anche la sua versione. Neanche per idea, non ci pensa nemmeno. E ovviamente nessun  accenno o commento, solo La Morte. Intervista inutile o solo domande utili?

Qui invece era proprio Francesco Pontone, che spiegava cosa sarebbe dovuta diventare la fondazione:

Fonte di cultura, patriottismo e nazionalismo per tramandare ai posteri l’importanza del Movimento Sociale Italiano.

E qui ero io a commentare nel novembre del 2009. Qui sempre dall’archivio storico del Corriere – evito accuratamente il circuito mediatico pro-cavaliere – quello che avrebbe dovuto essere la Fondazione Alleanza Nazionale, secondo lo stesso Donato La Morte. In questi due anni abbiamo visto di tutto, proprio di tutto, sicuramente tanto futuro e futuristi, ma aspettiamo ancora di vedere uno solo tra convegni, mostre e dibattiti che avrebbero dovuto essere organizzati dalla fondazione per «diventare un punto di riferimento di quello che è stata la destra italiana».

Infine per chiarire a chi non capisce bene cosa sia la questione “beni” dell’ex-An e ne fa una mera vicenda di lotta di potere tra finiani e berlusconiani, qui viene spiegato in modo abbastanza esauriente:

E’ un patrimonio che appartiene a un’intera comunità … è frutto dei sacrifici, dei contributi, dei versamenti di tantissime persone…

Come d’altronde conferma nell’intervista al Corriere lo stesso La Morte: “I soldi di An non si toccano. Non sono né di Berlusconi né di Fini“, al contrario di quello che pensa e dichiara Fabio Granata: «…in caso di gruppi parlamentari separati, con una forza immobiliare e finanziaria autonoma il nostro potere di attrazione a destra diventerebbe ancora più forte». E forse si capisce anche perché, comunque e al di là di ogni polemica contingente, Gianfranco Fini, dovrebbe prima di tutto chiarire e spiegare i fatti.

p.s.: A proposito di mai sparare nel mucchio e farsi prendere dal livore, a scanso di equivoci e perché non ci sia la minima possibilità di essere fraintesa, io continuo a pensare che Donato La Morte e Francesco Pontone siano indiscutibilmente delle persone perbene. Basta che ci spieghino cosa sia realmente accaduto ed evitino di fare i “caduti da ‘naca”.

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