Sono tante le cose che sfuggono

Era il 2 aprile e così sul suo blog il Presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo (che nel frattempo, in piena sindrome da accerchiamento ha citato S, il periodico di Novantacento che si occupa principalmente di mafia, processi e misfatti siciliani, per un pezzo di Giuseppe Sottile, Lombardo e i fiori del male), commentava la nomina di Mimì La Cavera, lo storico primo presidente di Sicindustria (la prima federazione industriali regionale d’Italia) a consulente  per lo sviluppo economico e le politiche industriali della regione Sicilia.

“Ho accettato di buon grado l’idea dell’assessore Marco Venturi, di onorare la storia e l’esperienza di un grande siciliano, chiamandolo a una ‘ideologica’ collaborazione con la Presidenza della Regione. Nel caso di Mimi La Cavera infatti, saranno le istituzioni a trarre vantaggio dall’immagine del consulente: la sua storia imprenditoriale e la sua lungimiranza politica lo hanno posto al centro di vicende attualissime”. “C’era La Cavera dietro la decisione di Pietro Valletta di aprire lo stabilimento Fiat a Termini Imerese. E c’era La Cavera accanto a Silvio Milazzo”.

“Non ci aspettiamo – conclude Lombardo – che alla sua onorabilissima età, Mimi La Cavera si sottoponga ai pressanti ritmi della vita di palazzo. Ci basta, e ci serve, il sostegno della sua lucidità, l’esempio della sua forza positiva”.

E così, con il sostegno della sua lucidità, La Cavera commenta oggi la finanziaria appena approvata dal Lombardo-ter, con l’appoggio di finiani, miccicheiani e Partito Democratico, dopo oltre trenta ore di maratona non stop:

“è un gran pasticcio, è un’accozzaglia di norme approvate solo per permettere ai signori deputati di non andare a casa e rischiare così di perdere la pensione”.

Non ha peli sulla lingua il 95enne presidente onorario di Confindustria Sicilia, uno dei padri del milazzismo in Sicilia, che ha seguito l’iter molto travagliato della Finanziaria dai giornali. E oggi emette il suo verdetto:

“C’è una grande confusione politica. Hanno approvato una Finanziaria con poche luci e molte ombre. Da quello che ho potuto leggere sui giornali, perché non ho letto gli atti”.

E alla domanda su quali siano le ombre a cui si riferisce, spiega con spigliatezza: “Sono tante le cose che sfuggono alla mia intelligenza…“, aggiungendo, dopo essersi dichiarato davvero amareggiato, “non c’è più un’idea politica, la verità è questa”. Sul futuro di Lombardo e sulle future coalizioni, dice: “Aspettiamo che si chiariscano le cose”.

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Cosa hanno in comune?

Cosa hanno in comune Confindustria Sicilia, Pd e Pdl lealista?

Il parere sulla Finanziaria presentata dal governo Lombardo. Per il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello è “una finanziaria di annunci“, per Lupo, segretario regione del Pd, “Questa finanziaria non si può votare”, per il vicepresidente della Commissione Bilancio D’Asero (Pdl), “Finanziaria, così non va”.

update: Cimino Vs Lo Bello. E’ rottura con gli industriali. La spaccatura fra il governo regionale e Confindustria Sicilia è ufficiale e sancita da un comunicato del vicepresidente Michele Cimino.

“Se invece di delegare – si legge – avesse partecipato personalmente alle diverse riunioni con le parti sociali e con i rappresentanti del mondo produttivo il presidente di Confindustria, Ivan Lo Bello, non rilascerebbe certamente queste dichiarazioni”. E’ duro l’assessore all’Economia di palazzo d’Orleans che fa seguito alle dichiarazioni rilasciate ieri da Lo Bello e che fanno seguito alla minaccia di dimissioni di Marco Venturi e al silenzio sulla vicenda giudiziario-mediatica che ha investito il governatore Lombardo.

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Andrà in pensione

Dopo l’approvazione definitiva della Finanziaria al Senato (con 158 sì, 117 no e 4 astenuti) senza il ricorso alla fiducia, che ha permesso al Presidente Schifani di dichiarare:  Espressa la centralità dell’aula, la manovra economica è legge (qui sul sito del Senato la legge finanziaria (1790-B) e quella di bilancio (1791-B).

Ora la manovra economica così come l’abbiamo vissuta per 31 anni, andrà in pensione. Arriva la legge di stabilità: Finisce l’assalto alla diligenza.

Sul sito del Sole l’utilissimo Abc della Finanziaria in 89 voci.

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Miracoli all’italiana e facce di tolla

Aveva tuonato così il prof. Boeri su Repubblica, commentando il maxiemendemento alla Finanziaria. Ieri sera ripreso a pappagallo dall’illustre Prof. Senatore Ignazio Marino ospite a Ballarò (che sembrava masticare poco la materia). Nelle vesti di economista indipendente già ricoperte con scarso successo l’anno scorso da Piero Fassino.

Un buco nero da otto miliardi di Tito Boeri – Da “LA REPUBBLICA” di martedì 8 dicembre 2009

[...] Nel silenzio di Confindustria, che ha portato a casa nel maxiemendamento 400 milioni in più per il credito di imposta alla ricerca (qualcuno prima o poi sarà messo in condizioni di valutarne l’efficacia?), e in quello ancora più fragoroso del Presidente dell’Inps (nominato dal Ministro Sacconi), il governo ha deciso di appropriarsi degli accantonamenti per il Tfr lasciati in azienda dai lavoratori delle imprese con più di 50 addetti. In assenza del maxiemendamento, i lavoratori avrebbero potuto versarlo a un fondo pensione di loro scelta oppure lasciarlo in azienda. Ora questa seconda opzione svanirà. A loro insaputa, il Tfr lasciato in azienda verrà infatti trasferito a un fondo di tesoreria istituito proprio per coprire la spesa dei 200 commi. In questa operazione avverrà un vero e proprio miracolo: soldi dei lavoratori che figuravano a debito dell’impresa diventeranno delle entrate, sì proprio surplus di bilancio, per lo Stato. Non ci sarà, infatti, alcuna iscrizione a debito di questi 8 miliardi. Da nessuna parte. Delle due l’una o i soldi sono stati davvero scippati ai lavoratori e, dunque, almeno dal punto di vista contabile è giusto iscriverli solo come entrate nelle casse dello Stato. Oppure come non solo speriamo, ma è nella legge e nei fatti, si tratta di soldi che i lavoratori potranno un giorno riavere con gli stessi interessi che avrebbero maturato in azienda e che, dunque, creano un debito dello Stato. Questo debito dovrà, prima o poi, essere saldato. Ci penseremo pagando nuove tasse presumibilmente a partire dalla prossima legislatura.

Nel varare questa ennesima operazione di maquillage contabile il ministro Tremonti ha sicuramente tratto ispirazione dal suo predecessore alla scrivania di Quintino Sella. Il Ministro Padoa Schioppa aveva, infatti,varato sperimentalmente operazione analoga durante il semestre in cui i lavoratori venivano chiamati a decidere dell’utilizzo del loro Tfr. Anche in quella occasione, con tutti i mezzi di comunicazione cui potevamo allora accedere (compresele colonne di questo giornale) avevamo denunciato la gravità di questa operazione di contabilità creativa. Questa volta, però, c’è un’aggravante. Anzi tre. Primo, tutto avverrà senza che i lavoratori siano stati minimamente informati. Non siamo più nel semestre del Tfr. Chissà così se il signor Galbusera Erminio, operaio di Seriate, verrà mai a sapere che la Lega ha dirottato il suo Tfr anziché alla sua azienda a qualche ignoto ente del Centro-Sud, nell’ambito di scambi di favori interni alla maggioranza. Secondo, questa volta i fondi finiranno dritti dritti in un fondo di tesoreria, senza alcun vincolo circa il loro utilizzo. Non dovranno, in altre parole, essere destinati a finanziare investimenti pubblici, ma cadranno nel calderone della spesa corrente. Terzo, chi oggi ha votato il maxiemendamento, quando era all’opposizione aveva denunciato lo scippo dei soldi dei lavoratori. Insomma siamo alle solite: la Finanziaria 2010 è una storia di miracoli all’italiana e di facce di tolla. Impariamo almeno a chiamare le cose col loro nome.

Gli risponde oggi Sergio Corbello che  si prende la briga di rinfrescaregli la memoria. Vediamo così chi ha istituito il famigerato fondo di Tesoreria di cui parla Boeri, cosa prevede una legge dello stato in vigore da qualche anno e chi ha più faccia di tolla. Caro Boeri, nella Finanziaria non c’è alcuno scippo ai lavoratori .

Diciamo la verità: pranzi, cene, cocktail prenatalizi, organizzati in dose massiccia da imprese, studi professionali, associazioni ed accademie varie sono proprio una iattura. Si rimbalza, per deontologia sociale, dall’uno all’altro, sottraendo tempo al lavoro, bevendo e mangiando oltre misura. E se ne esce, non già allietati e sereni, bensì appesantiti, di umore saturnino, svogliati e tendenzialmente poco disponibili nei riguardi di qualsivoglia ragionamento sereno e pacato. Sospettiamo che questa sia stata la disagevole condizione in cui si trovava Tito Boeri, allorquando, l’altro giorno, ha dovuto stilare, in tutta fretta, l’articolo apparso su  Repubblica, di primo commento al testo di disegno di legge finanziaria, appena licenziato dalla Commissione Bilancio e Tesoro della Camera, per il successivo esame dell’Aula.

E’, infatti, soltanto con una massiccia dose di umor nero e non certo con la volontà di realizzare della disinformazione propagandistica che si può spiegare il fatto che larga parte del commento in questione sia dedicato, con toni apocalittici (pappagallescamente ripresi dal Senatore Marino nel suo intervento a Ballarò) ad una pressoché irrilevante manovra in tema di TFR “inoptato” (cioé non conferito dal lavoratore ad un fondo pensione complementare), che certamente non può configurarsi come elemento qualificante del provvedimento.

Intendiamoci, parlar male di qualsivoglia legge finanziaria è sempre largamente possibile, come ricordava Sergio Rizzo sul Corriere, ma l’accanimento sulla questione del Fondo di Tesoreria derivante dal TFR inoptato è davvero curiosa, sproporzionata e del tutto irrazionale.

Cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando.

Dai tempi del decreto legislativo n.124/1993 (cioè del primo corpus organico di disposizioni in tema di previdenza complementare) il legislatore previdenziale ha variamente cercato di veicolare l’utilizzo del TFR al sostegno finanziario della previdenza complementare. La qual cosa, riconoscendo in esso una componente quantitativamente indispensabile – il TFR vale, da solo, circa il 7% della retribuzione annua – per l’alimentazione di un serio piano pensionistico a capitalizzazione, suscettibile cioè di efficacemente giustapporsi al trattamento pensionistico di base, sostenendone la calante adeguatezza. Tra obblighi civilistici e vincoli indiretti di natura tributaria, variamente succedutisi, con il decreto legislativo n.252/2005, licenziato dal Ministro Maroni, si giunse a definire una specifica manovra quadro di “richiamo” del TFR a previdenza complementare, prevedendo anche un meccanismo di conferimento tacito da parte dei lavoratori, i quali, pur espressamente interpellati, rimanessero silenti, nulla dicendo al riguardo al proprio datore di lavoro (è la modalità di versamento ai fondi pensione assurdamente denominata dalla stampa quotidiana  “del silenzio-assenso”).

Nelle more dell’applicazione della manovra da ultimo richiamata, il Governo Prodi, in sede di formulazione della legge finanziaria per l’anno 2007, stabilì che il TFR di futura maturazione (non, quindi, lo stock), non destinato a previdenza complementare, fosse parzialmente sottratto alle imprese e conferito ad un apposito fondo, amministrato dall’INPS per conto dello Stato, con utilizzazione di un apposito conto corrente aperto presso la Tesoreria dello Stato, destinato al finanziamento di interventi per la realizzazione di infrastrutture.

Avverso l’iniziale formulazione del provvedimento, avanzata dal Ministro Padoa-Schioppa, si coagulò l’opposizione delle organizzazioni sindacali (che lessero l’intervento quale sabotaggio nei riguardi della previdenza complementare) e datoriali (che lamentarono la sottrazione di risorse utilizzate come autofinanziamento, soprattutto da parte delle piccole imprese).

In sede di formulazione finale la legge n.296/2006 stabilì:

  • un’anticipazione nel primo semestre del 2007 della realizzazione della manovra prevista dal decreto Maroni in tema di conferimento del TFR a previdenza complementate (conferimento espresso, diniego espresso, conferimento tacito);
  • l’obbligo di versamento all’INPS, da parte delle aziende, dell’intiero TFR maturando dal 1° gennaio 2007, non destinato a previdenza complementare, fatta eccezione per le imprese con meno di 50 addetti.

Al di là del rapporto imprese/INPS per il lavoratore nulla cambiava, mantenendo egli ogni e qualsivoglia diritto al TFR nei confronti del proprio datore di lavoro, ai sensi dell’art. 2120 del codice civile.

L’INPS era chiamato a svolgere una funzione di gestore amministrativo, di interfaccia con le aziende per la riscossione mensile dei flussi di TFR e per la messa a disposizione dell’inerente provvista all’atto della maturazione dell’indennità da parte del dipendente (per cessazione del rapporto di lavoro) o per il riconoscimento di anticipazioni. Fin qui quanto stabilito dal Governo Prodi e da allora correntemente applicato.

Orbene, si può senz’altro dissentire (e chi scrive dissentì e dissente) come fa Boeri circa l’opportunità di aver istituito, a suo tempo, il Fondo di Tesoreria gestito dall’INPS per il TFR inoptato, ma tuonare oggi per un parzialmente diverso utilizzo futuro delle somme già a disposizione dello Stato appare davvero paradossale e del tutto fuori misura.

Non si riesce francamente a capire cosa vi sia di “fragoroso” – come tuona sdegnato Boeri – nel silenzio al riguardo di Confindustria (per le imprese niente muta rispetto a quanto stabilito nel 2006) o del sempre attento e professionale Presidente dell’INPS (nulla cambia nei compiti dell’Istituto). Quanto poi dire che per il singolo lavoratore (l’evocato Galbusera Erminio), già in servizio o di futura assunzione, vi sia qualcosa di nuovo … è del tutto falso.

Umori saturnini o accecamenti ideologici a parte, sarebbe utile che l’ottimo Boeri si unisse alla richiesta di attivare, quanto prima, nuove e concrete campagne di informazione dei lavoratori circa le prospettive del proprio trattamento pensionistico di base e la conseguente ineludibile necessità di utilizzare il TFR – unito, auspicabilmente, ad una contribuzione propria ed a quella del datore di lavoro, contrattualmente prevista – per alimentare un serio piano di previdenza complementare. Il miglior modo per combattere il deprecato Fondo di Tesoreria è di disseccarne i flussi di alimentazione, favorendo una massiccia destinazione del TFR maturando verso i fondi pensione.

Qui è Sergio D’Antoni (Pd) che osserva, mostrando una conoscenza sufficiente delle leggi dello stato e una migliore memoria (o una minore faccia di tolla?): «È vero – che lo ha fatto anche il governo Prodi, ma quei fondi furono utilizzati solo per investimenti». Qui la Finanziaria 2010. La mappa degli interventi. Un nutrito elenco di “micromisure” finanziate dal gettito dello scudo fiscale, di cui il prof. troppo impegnato ad indignarsi, inventandosi istituzioni di fondi di tesorerie creati ad hoc, ha dimenticato di fare alcun sia pur minimo accenno.

La polemica è esplosa, a scoppio ritardato (o dopo Ballarò?), oggi sui quotidiani, anche se tutti parlano ormai di “utilizzo” del Fondo Inps e non più di creazione ad hoc di nulla e riconoscono l’utilizzo da parte del centrosinistra di quelle risorse per un triennio e non “sperimentalmente durante il semestre”, come diceva il bocconiano nel suo intervento  (“il Ministro Padoa Schioppa aveva, infatti, varato sperimentalmente operazione analoga durante il semestre in cui i lavoratori venivano chiamati a decidere dell’utilizzo del loro Tfr”).

A tutti replica il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: «Nessuna novità sostanziale, quindi nessun problema per i lavoratori. La polemica su una presunta novità relativa alla destinazione del Tfr ‘inoptato‘ dei lavoratori delle aziende con più di 50 dipendenti è manifestamente infondata e dovrebbe comunque essere rivolta al governo Prodi che ha introdotto la disciplina ora confermata. Il precedente governo prese la decisione di affidare a una gestione speciale presso l’Inps le risorse del Tfr non altrimenti indirizzate dalla libera volontà dei lavoratori. Ieri, come ora, sono quindi assolutamente garantite le erogazioni ai lavoratori. Tali risorse non sono in ogni caso destinate a coprire spese aggiuntive ma per la parte eccedente le erogazioni, trovano solo una più corretta iscrizione contabile».

Umori saturnini o accecamenti ideologici a parte è assolutamente legittimo criticare finanziaria, governo, e anche ovviamente “il pasticcio” del Tfr come si fa qui, evitando, se è possibile, solo di scrivere cose del tutto false.

update: Confindustria con Bombassei replica a Boeri (Nel silenzio di Confindustria, che ha portato a casa nel maxiemendamento 400 milioni in più per il credito di imposta alla ricerca) e Epifani: «Fuori luogo le dichiarazioni di Epifani»

Oggi si utilizzano quei fondi, come peraltro é già stato fatto nel recente passato in base a criteri approvati dall’Unione europea, per mantenere invariati i saldi di bilancio. Questa nuova misura non ha dunque alcun impatto sulle imprese né sui lavoratori.

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Stop and go

La manovra per il 2010 era nata a settembre in formato light, solo tre articoli in aggiunta alle consuete tabelle, e aveva una precisa missione: restare ancorata alla linea del rigore imposta dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti. Un chiaro cambio di rotta rispetto al passato, con cui il ministro anticipava di fatto la riforma della legge di bilancio che dovrebbe diventare operativa il prossimo anno. Restava da superare lo scoglio del passaggio in Parlamento dove la parola light è sempre risultata indigesta a deputati e senatori, così come i richiami al rigore. Fin dal suo approdo al Senato si è capito che quella di replicare il canonico assalto alla diligenza era qualcosa di più di una semplice tentazione. Complici le tensioni politiche che hanno attraversato la maggioranza, Tremonti si è praticamente trovato sotto assedio. Dai senatori del Pdl, in primis quelli di area ex An, è arrivato un nutrito menù di richieste, che si è trasformato in una vera e propria pioggia di emendamenti: dal taglio delle tasse alla cedolare secca per gli affitti.

Si è capito subito che la Finanziaria non sarebbe riuscita a mantenere il suo formato leggero. Lo deve aver capito anche Tremonti, che ha deciso di chiudere un occhio sulla lievitazione della struttura normativa della manovra, culminata nel il maxi-emendamento da oltre 200 commi depositato l’altra notte in commissione Bilancio alla Camera. Alla conclusione, o quasi, di un cammino in Parlamento, all’insegna del caos e degli stop and go, la manovra risulta indubbiamente meno light rispetto alla sua nascita. Tremonti si è concentrato soprattutto sul perseguimento del suo principale obiettivo: il rispetto dei saldi. L’impatto della manovra è salito a quasi 9 miliardi rispetto ai 4 iniziali, ma sul piatto il Tesoro ha messo solo il gettito dello scudo, come aveva fatto capire fin dalle prime battute, e qualche altro centinaio di milioni derivanti da semplici rimodulazioni di spesa. Nessuna apertura dei rubinetti e nessun via libera alla riduzione delle tasse o interventi a vasto raggio come quello sugli affitti, limitato ai terremotati dell’Aquila. L’ultimo assalto alla diligenza si è sostanzialmente risolto nell’ennesima battaglia a colpi di emendamenti e relazioni tecniche: il bottino, nonostante sia stato partorito il mostro, è stato portato in salvo dal ministro.

via FINANZIARIA / Contenute le spese ma non i commi – Il Sole 24 ORE.

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Strumento omnibus

Il milleproroghe alla Camera, diventa uno strumento per modificare la Finanziaria appena approvata. E’ il relatore della commissione Bilancio Francesco Piro (Pd) a dirlo. Piro nel corso della relazione introduttiva ha espresso perplessità sull’uso del milleproroghe che, prevede anche modifiche su diverse norme della Finanziaria 2008:

«L’esigenza di rivedere diversi interventi della Finanziaria – ha detto Piro – mostra la difficoltà e qualche volta l’inadeguatezza dell’attività legislativa. Il milleproroghe si configura via via come uno strumento ricorrente e omnibus».

Si riparla intanto di ViscoSud e di ammortizzatori sociali per Malpensa. E si cercano soluzioni tecniche politicamente condivise.
[Ilsole24ore]

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Milleproroghe

Ma il Parlamento serve ancora a qualcosa?
[...] la cosa più grave è che nel cosiddetto decreto «mille proroghe» di fine anno, secondo le stesse dichiarazioni di alcuni ministri, sono state inserite norme sostanziali e nuove che con le proroghe c’entrano come il cavolo a merenda. Valga per tutti l’esempio della rottamazione delle auto. Siamo a pochi giorni dal varo della legge finanziaria, forte di oltre 200 articoli e di ben 600 pagine di articolato e nella quale non c’è traccia di un provvedimento che avrebbe richiesto ben altra discussione che non l’introduzione di soppiatto in un decreto di fine d’anno e alla vigilia di un complicato vertice di maggioranza pieno di incognite e di prese di distanza.È vero che quando ci sono gli interessi di mamma Fiat tutte le scorciatoie son buone. Ma vorremmo chiedere, senza urlare e senza pregiudizi, in quale tipo di democrazia il Paese sta scivolando. Due Finanziarie, quella ultima e quella dell’anno precedente, la riforma delle pensioni e la manovra fiscale sono stati provvedimenti tutti approvati con il voto di fiducia senza, cioè, consentire al Parlamento di esprimersi sui singoli punti. Ed oggi ci ritroviamo con un decreto legge, con un provvedimento cioè che entra in vigore dal prossimo 1˚ gennaio, che accanto a proroghe, anche doverose, contiene misure del tutto nuove come quelle della rottamazione dell’auto, forse anche quella degli elettrodomestici, del finanziamento di molte missioni italiane all’estero, della marcia indietro sui consorzi di bonifica ieri soppressi ed ora obbligati ad un riordino altrettanto misterioso come la mano di chi scrive provvedimenti di questo genere. continua

Il tutto nell’assoluto silenzio del difensori della centralità del parlamento, molto loquaci in passato. E mentre si è appena approvata la Finanziaria 2008, sia Prodi nel suo discorso di fine anno che tutti i giornali parlano dei futuri provvedimenti, “effetto annuncio” usato a piene mani: Giù la pressione fiscale e aumento dei salari.

Il governo lavora a una «forte operazione fiscale per i salari medio bassi», ha promesso Prodi durante la conferenza stampa. «In Italia salari e stipendi hanno perso potere d’acquisto» e ora «ne risente negativamente lo sviluppo del Paese». «Bisogna cambiare rotta» e il 2008 il governo proporrà un «grande patto per maggiori salari, maggiore produttività, riduzione delle imposte per i salari medio bassi. Inizieremo subito questa sfida comune per la grande ripresa dell’Italia».

Proprio dopo che la manovra appena approvata ha suggellato il definitivo abbandono per il 2007 del vecchio bonus per gli investimenti, la cosiddetta “Visco sud“, molto annunciata e mai realizzata.

Io questa sì che la chiamo cattiva informazione.

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Da 100 a 380

In uno dei tre maxiemendamenti del governo alla Finanziaria sul quale è stato posto il triplice voto di fiducia è stato inserito l’innalzamento del tetto del cinque per mille, che passa così da 100 a 380 milioni di euro per il 2009 (anno fiscale 2008).
Una notizia rincuorante che arriva dopo mesi di “pressioni” da parte delle associazioni del terzo settore italiano e di noi parlamentari aderenti all’intergruppo della sussidiarietà.
Ora si continua a lavorare per rendere il cinque per mille stabile e senza limiti, come chiesto anche dalla petizione avviata il 17 ottobre da Il Sole 24 ore.
[via Antonio Palmieri]

Questa dovrebbe essere la versione definitiva. Forse.

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Tris

Fiducia su 3 maxiemendamenti alla Finanziaria. Lo ha annunciato il ministro per i rapporti con il Parlamento Vannino Chiti, alla ripresa dei lavori parlamentari in aula alla Camera. Il Governo ha posto la fiducia su tre maxi-emendamenti alla Finanziaria che adesso dovranno superare il vaglio dell’ammissibilità della presidenza della Camera. Sui tre maxiendamenti, che sostituiscono interamente il testo della legge finanziaria approvata dal Senato, ci saranno, dunque, tre votazioni separate di fiducia. Poi il voto finale sull’intero provvedimento.

Potevamo risparmiarci un paio di post sulla Finanziaria 2008.

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