Un bravo magistrato

Intervista a Giuseppe Di Lello: “Spatuzza in aula? Da lui dichiarazioni troppo incerte”. Giuseppe (Peppino) Di Lello, magistrato in pensione ha lavorato nel pool antimafia fondato da Antonino Caponnetto con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E’ stato deputato e senatore nei due governi Prodi e anche eurodeputato di Rifondazione Comunista. Alcune delle sue risposte, tratte dall’intervista.

«Racconta ciò che Graviano gli ha detto. E nei suoi racconti noto qualche incertezza logica che mi lascia perplesso… Spatuzza non ha aggiunto granché, ma ha ricollegato insieme un po’ tante cose».

«I pentiti vanno trattati per quello che sono. Tra loro e lo Stato c’è sempre stato un “baratto“, ma poi alle loro “confessioni” si devono dare riscontri. Voglio dire che si devono portare riscontri oggettivi».

«Un bravo magistrato è quello che ha il coraggio di andare avanti ma anche quello di archiviare se non ci sono elementi seri. Falcone per tre mesi ha interrogato Buscetta e sui giornali non è mai trapelato nulla»

«I magistrati dovrebbero tener conto di una maggiore cultura della terzietà, evitando interviste e scongiurando fughe di notizie».

«Per ora mi pare ci siano solo dichiarazioni».

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Fieri di essere siciliani

In un bellissimo incipit, utilizzato anche qualche anno fa in una lettera inviata a Paolo Mieli, allora direttore del Corriere, che cercava di far capire cosa sia la Sicilia e la legalità, e come le notizie “sparate” in prima dai grandi giornali nazionali a volte possano significare e nascondare ben altro, Gabriella Badalamenti (Come l’oleandro, ed. Sellerio) scrive:

quando nel mondo si dice Sicilia nella mente degli uomini si formano immagini di morti ammazzati, di brutti mafiosi e di donne piangenti vestite di nero. Ma io quando ne sono lontana e qualcuno la evoca, subito rivedo con gli occhi del cuore il cielo blu, la luce abbagliante, le stelle brillanti, l’opulenza chiassosa dei fiori, e riavverto il profumo inebriante degli oleandri, dei gelsomini e della zagara. E il calore del sole mi sale da dentro, facendomi brillare gli occhi.

E la sua Palermo, la Palermo dei ragazzi siciliani, dopo la commemorazione nell’aula bunker, ieri per le strade, lo ha ricordato così:

Avanzano maestosi i due cortei, partiti rispettivamente da via D’Amelio e dall’Aula bunker. Avanzano con passo deciso, con gonfaloni e striscioni. Migliaia di ragazzi, insegnanti, genitori diretti verso l’ultima tappa della giornata per commemorare la strage di Capaci: l’albero Falcone di via Notarbartolo. Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso avverte: “Sono in costruzione due navi, una sarà intitolata a Falcone e l’altra a Borsellino, per far sì che questa flotta cresca sempre di più”. Sul palco, prima di lui, sono saliti, bambini che hanno letto poesie dedicate alle vittime della strage, hanno intonato con forza l’inno antiracket di Addiopizzo. Poi è toccato a Ficarra e Picone, il momento che forse i ragazzi aspettavano di più. Hanno chiamato l’Italia a rispondere, c’è chi urlava “Firenze”, chi “Modena”, chi “Misilmeri” e chi “L’Aquila”. I due comici hanno poi recitato uno dei loro cavalli di battaglia, dedicato alla Sicilia. Ficarra a dire “sono fiero di essere siciliano perché lo erano Falcone, Borsellino e padre Puglisi” e Picone a rispondere con amarezza “mi vergogno di essere siciliano perché lo erano anche Falcone, Borsellino e padre Puglisi”.

[...] Un po’ di discussioni, ed anche l’intervento della Digos, per far rimuovere uno striscione sistemato dai Cobas della scuola (“La mafia ringrazia lo Stato per la morte della scuola”). Ma tra la folla c’è anche chi se la prende con il lodo Alfano, i respingimenti dei clandestini, il decreto sicurezza. Tanto che dal palco sono partiti un paio di appelli, anche da parte di Maria Falcone, per ricordare che:

la legalità non ha colori politici, di non rovinare la festa con inutili divisioni. Perché – come ha detto un giovane – Giovanni oggi sarebbe stato fiero della sua Palermo”.

Fieri di essere siciliani.

E’ vero le polemiche non servono, dovrebbero essere evitate ad ogni costo e tutte. Ma Peppe Di Lello, magistrato, figura di primissimo piano del pool antimafia è un’ombra discreta e gentile. Non riesce a trattenersi e lo dice a mezza bocca.

«Diciamo che Falcone si rivolterebbe nella tomba… Sarebbe a disagio sul palco con Grillo e soci. Rispettava le istituzioni anche quando lo contrastavano»

Ma questa non è una polemica politica, secondo me. E’ amore e rispetto per Giovanni Falcone.

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Non si può investire

A proposito di cultura del sospetto, di cosa accade oggi (e cosa è accaduto), di chi ha dimenticato (o ignorato) in questi anni e di chi oggi parla di fatti gravissimi e di accuse grossolane:

“Falcone prese possesso del nuovo incarico romano all’inizio del marzo 1991. Trovare pace continuava, però, a risultargli impossibile. Il 15 ottobre si dovette, ancora una volta, presentare al Palazzo dei Marescialli, dove subì un vero e proprio interrogatorio per difendersi dalle accuse lanciate nei suoi confronti da Leoluca Orlando e due suoi seguaci, secondo i quali avrebbe «nascosto le prove nel cassetto» a proposito di indagini che avevano a che fare con la politica. Erano i militanti del «sospetto come anticamera della verità». Un’assurdità alla quale il Csm, ammesso che lo volesse, non poté non dar seguito, avendo ricevuto un esposto formale. Giovanni, imperturbabile, rispose con fermezza, concludendo:

«Non si può investire della cultura del sospetto tutto e tutti. La cultura del sospetto non è l’anticamera della verità. La cultura del sospetto è l’anticamera del komeinismo»”.

(Giuseppe Ayala, “Chi ha paura muore ogni giorno – I miei anni con Falcone e Borsellino”, Mondadori – pag. 190-191).
[Niente di nuovo - Quadernino]

E ancora qui:

“Non voglio risse né polemiche. Voglio ricordare, ragionare e capire perché – credo – così si rispetta il sacrificio di questo strano tipo di italiano, grande e scomodo, che è stato Giovanni. Voglio ricordare che la magistratura italiana addirittura scioperò contro Falcone nel 1991. Scioperò contro la legge che creava la Procura nazionale antimafia a lui destinata. Per bloccarne la candidatura, ricordo, un togato del Csm, Gianfranco Viglietta, di Magistratura democratica, esaltò in una lettera al presidente Cossiga l’”assoluta indipendenza” dell’antagonista di Falcone, Agostino Cordova, osservando che “i criteri per la nomina a importantissimi incarichi direttivi non prevedono notorietà o popolarità”. (…) Più esplicito in quell’accusa fu Alfonso Amatucci, anch’egli togato al Csm, per la corrente dei Verdi. (…) Falcone era più o meno un “venduto” per Amatucci.

Ancora un ricordo. Leoluca Orlando Cascio, nel 1990, sostenne e non fu il solo, soprattutto nella sinistra – che “dentro i cassetti della procura di Palermo ce n’è abbastanza per fare giustizia sui delitti politici”. (…) Ritorna l’accusa di Amatucci e Viglietta: Falcone è un “venduto”. Delle due l’una, allora. O quelle accuse erano fondate e allora non si beatifichi come eroe un magistrato che ha fatto commercio della sua indipendenza o quelle accuse erano, come sono, calunnie e gli artefici avvertano la necessità di fare pubblica ammenda. In dieci anni, non ho ancora ascoltato una sola autocritica nella magistratura e nella politica”.

[Intervista di Giuseppe d’Avanzo a Ilda Boccassini, la Repubblica, 21 maggio 2002]

Inutile aggiungere nel corso di quale trasmissione televisiva Orlando lanciò quelle accuse.

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A Palermo pure noi

Giovanni falcone e Francesca Morvillo

Sono passati 16 anni dall’attentato in cui hanno perso la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
[via Rosalio]

Tanti giovani per ricordare Falcone.

Era il 23 maggio 1992.

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