In un bellissimo incipit, utilizzato anche qualche anno fa in una lettera inviata a Paolo Mieli, allora direttore del Corriere, che cercava di far capire cosa sia la Sicilia e la legalità, e come le notizie “sparate” in prima dai grandi giornali nazionali a volte possano significare e nascondare ben altro, Gabriella Badalamenti (Come l’oleandro, ed. Sellerio) scrive:
quando nel mondo si dice Sicilia nella mente degli uomini si formano immagini di morti ammazzati, di brutti mafiosi e di donne piangenti vestite di nero. Ma io quando ne sono lontana e qualcuno la evoca, subito rivedo con gli occhi del cuore il cielo blu, la luce abbagliante, le stelle brillanti, l’opulenza chiassosa dei fiori, e riavverto il profumo inebriante degli oleandri, dei gelsomini e della zagara. E il calore del sole mi sale da dentro, facendomi brillare gli occhi.
E la sua Palermo, la Palermo dei ragazzi siciliani, dopo la commemorazione nell’aula bunker, ieri per le strade, lo ha ricordato così:
Avanzano maestosi i due cortei, partiti rispettivamente da via D’Amelio e dall’Aula bunker. Avanzano con passo deciso, con gonfaloni e striscioni. Migliaia di ragazzi, insegnanti, genitori diretti verso l’ultima tappa della giornata per commemorare la strage di Capaci: l’albero Falcone di via Notarbartolo. Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso avverte: “Sono in costruzione due navi, una sarà intitolata a Falcone e l’altra a Borsellino, per far sì che questa flotta cresca sempre di più”. Sul palco, prima di lui, sono saliti, bambini che hanno letto poesie dedicate alle vittime della strage, hanno intonato con forza l’inno antiracket di Addiopizzo. Poi è toccato a Ficarra e Picone, il momento che forse i ragazzi aspettavano di più. Hanno chiamato l’Italia a rispondere, c’è chi urlava “Firenze”, chi “Modena”, chi “Misilmeri” e chi “L’Aquila”. I due comici hanno poi recitato uno dei loro cavalli di battaglia, dedicato alla Sicilia. Ficarra a dire “sono fiero di essere siciliano perché lo erano Falcone, Borsellino e padre Puglisi” e Picone a rispondere con amarezza “mi vergogno di essere siciliano perché lo erano anche Falcone, Borsellino e padre Puglisi”.
[...] Un po’ di discussioni, ed anche l’intervento della Digos, per far rimuovere uno striscione sistemato dai Cobas della scuola (“La mafia ringrazia lo Stato per la morte della scuola”). Ma tra la folla c’è anche chi se la prende con il lodo Alfano, i respingimenti dei clandestini, il decreto sicurezza. Tanto che dal palco sono partiti un paio di appelli, anche da parte di Maria Falcone, per ricordare che:
“la legalità non ha colori politici, di non rovinare la festa con inutili divisioni. Perché – come ha detto un giovane – Giovanni oggi sarebbe stato fiero della sua Palermo”.
Fieri di essere siciliani.
E’ vero le polemiche non servono, dovrebbero essere evitate ad ogni costo e tutte. Ma Peppe Di Lello, magistrato, figura di primissimo piano del pool antimafia è un’ombra discreta e gentile. Non riesce a trattenersi e lo dice a mezza bocca.
«Diciamo che Falcone si rivolterebbe nella tomba… Sarebbe a disagio sul palco con Grillo e soci. Rispettava le istituzioni anche quando lo contrastavano»
Ma questa non è una polemica politica, secondo me. E’ amore e rispetto per Giovanni Falcone.