Spiegazioni

Uno Stefano da ascoltare: Fibra per l’Italia: perché è importante e quali sono gli ostacoli. Per tutti.

Una spiegazione per non tecnologi sull’importanza economica di una rete in fibra, una revisione critica della situazione del mercato italiano delle telecomunicazioni, una breve analisi delle principali criticità per la realizzazione di una rete in fibra ed alcuni miti presentati e smontati.

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Inconsapevolezza e nuovi capitoli

Alberto Alesina e Roberto Perotti sul Sole: “Nella manovra c’è la qualità”. E all’Assemblea di Confindustria di oggi, pressing di Silvio su Emma: «Vieni a fare il ministro». Ma la platea degli imprenditori disapprova. Qui Oscar Giannino commenta la finanziaria su Chicago Blog. La manovra, l’ignoranza, e Caltagirone nel mirino.

All’indomani della manovra varata dal governo, quel che colpisce è la persistenza di un’elevata e diffusa inconsapevolezza. Le classi dirigenti di un Paese non sono solo quelle politiche. Accademia e cultura, sindacato e professioni, banche e imprese, alta amministrazione e magistrati. Tutto ciò compone insieme la spina dorsale di un Paese, il suo sistema nervoso, il suo apparato muscolare. La correzione dei conti pubblici mostra sino ad ora che la grande eccezione all’inconsapevolezza diffusa viene dall ‘impresa – domani ne avremo conferma, all’assemblea di Confindustria – dalla banche, e da una parte del mondo sindacale, Cisl e Uil. Quella parte di classe dirigente sembra aver capito che cosa ha veramente indotto Berlusconi e Tremonti a metter mano alla manovra correttiva. Semplicemente, il fatto che da qualche mese siamo entrati in un nuovo capitolo della grande crisi che ci accompagna dall’estate 2007.

Il capitolo che riguarda la sostenibilità dei debiti pubblici. Tra 4 anni, il debito pubblico dei Paesi industrializzati in assenza di correttivi supererà il 110% del loro Pil. Gli Stati Uniti per primi hanno un deficit pari al 12,5% del Pil. Il totale del debito americano piazzato sui mercati – sommando quello pubblico, delle imprese, delle banche e delle famiglie – è oggi al picco record nell’intera storia americana, supera il 360% del PIL degli USA, rispetto al 303% raggiunto negli anni Trenta. E altre migliaia di miliardi di carta pubblica dovranno essere piazzati sui mercati, negli anni a venire.

I mercati negli ultimi tre mesi hanno segnalato con forza che tale prospettiva è insostenibile. Per questo, attualmente, in ben 22 Paesi OCSE sono in corso manovre correttive energiche e incisive del deficit e del debito pubblico. E’ la consapevolezza di questo mondo nuovo, che scopre il bluff di sistemi sociali minati dal troppo debito accollato anche per via della crisi alle spalle delle prossime generazioni, ciò che molti stentano ancora a capire, continuando ragionando come se tutto il mondo avanzato continuasse a vivere nel mondo di ieri. E’ questa l’unica, grande, nuova e profonda consapevolezza che tutte le classi dirigenti dovrebbero condividere.

Ed è esclusivamente alla luce di tale consapevolezza, che vanno commisurati i tre criteri fondamentali della manovra correttiva, prima del merito di ogni singola misura.

Il primo è quello dei tagli al deficit e alla spesa. I 24 miliardi di correzione biennale del tendenziale italiano sono oggettivamente assai meno dei 100 miliardi in 4 anni annunciati dalla Francia, che ha un deficit pubblico superiore al 7%, o dei 50 miliardi annunciati dalla Spagna. Sono invece nell’ordine di grandezza del Paese leader dell’eurozona, la Germania dove Angela Merkel propone tagli di 10 miliardi annuali nel biennio. Se si considerano le reazioni italiane, ecco invece che medici e magistrati, professori universitari e amministratori locali, dipendenti ministeriali e politici di quasi ogni partito, aggiungono ciascuno la propria voce nel bocciare i tagli ai propri danni come iniqui. Ma se coloro che protestano disegnano una buona fotografia del Paese, è una conferma del fatto che i tagli sono stati spalmati e distribuiti. Una classe dirigente consapevole dovrebbe sapere qual è il è problema vero: che i rinvii di aumenti ai dipendenti pubblici o la sospensione delle prossime finestre previdenziali non mettono ancora mano strutturalmente alle determinanti delle maggiori voci di spesa pubblica, quella per il welfare al 24% del Pil, quella previdenziale al 16%, quella in retribuzioni pubbliche all’11%. L’accanimento dei politici locali nella difesa della decina di piccole Province finalmente da abolire sarebbe comica, se non apparisse drammatica. Gli oltre 10 miliardi a carico di Regioni e Comuni sono rilevanti: ma nel decennio alle nostre spalle la spesa corrente centrale è cresciuta del 38%, quella locale di quasi l’80%. Le resistenze di politici e dirigenti pubblici a tagliare enti inutili ed elargizioni autoattribuite appaiono desolanti.

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Le migliori soluzioni nascono dalle parole adeguate

Lettera aperta al Corriere della sera

di Franco Debenedetti, Oscar Giannino, Antonio Martino, Alberto Mingardi, Roberto Perotti, Nicola Rossi, Paolo Savona, Vito Tanzi

Caro Direttore, nei momenti di grande incertezza, il ruolo dell’informazione è assai delicato. Se gli economisti rischiano spesso di essere i consiglieri del principe, estendere i rudimenti della cultura economica e finanziaria costituisce condizione per un dibattito pubblico più consapevole. Additare untori e alimentare spauracchi (come è stato fatto nelle ultime settimane) suscita gli istinti peggiori, confonde la cause della crisi, nasconde le responsabilità vere. Per questo motivo, oggi la stampa indipendente ha innanzi a sé una missione davvero cruciale. Per assolverla appieno, nell’interesse del lettore e dell’elettore, riteniamo importante richiamare l’attenzione su alcuni dati di realtà.

1) La crisi ha aperto un nuovo capitolo. Dai debiti delle istituzioni finanziarie, ai debiti sovrani. Dalle banche agli Stati. O forse è semplicemente ritornata alla sua origine, agli atti e alle omissioni di governi e autorità di regolazione che hanno provocato la crisi o creato le condizioni per il suo insorgere. L’evidenza di questo nesso causale non esclude ovviamente che ci possano essere stati dei comportamenti illegali in senso proprio, o eticamente inaccettabili, dai quali ricavare indicazioni di regole diverse per il futuro. Ma individuare, e perseguire, abusi e illeciti non può e non deve evitare di comprendere le cause, per correggerle. Il mercato non è un ente che abbia un domicilio o un indirizzo postale. È l’insieme di un vastissimo numero di transazioni, in ciascuna delle quali ci sono sempre due parti: chi compra e chi vende. È registrando questo incredibile numero di contratti e di scambi che il mercato veicola e trasmette segnali. È un processo di apprendimento collettivo. Ci sono, e ci saranno sempre, asimmetrie informative. Contribuire ad attenuarle ed eliminarle significa migliorare l’efficienza del mercato e renderlo più trasparente. Sostenere che sia il mercato e non chi ne abusa, a produrre opacità e instabilità, è una mistificazione.

2) Interpretare il mercato come altro da questo, significa precludersi la possibilità di beneficiare del modo in cui esso crea conoscenza. I mercati non giocano a risiko: immaginare complotti, focalizzare l’attenzione su cene segrete e congiure di oscure forze del male, non aiuta la comprensione dei fenomeni. Troppo spesso la stampa dedica un’attenzione spropositata a spiare la vita degli operatori di mercato. Scegliere di guardare dal buco della serratura, anziché badare alla sostanza dei segnali di mercato, focalizzare l’attenzione sui vizi degli scommettitori, anziché cercare di capire perché le loro scommesse vanno o meno a segno, tradisce il sostanziale arretramento della cultura economica del nostro Paese e, soprattutto, non è buona informazione. Non aiuta a capire: serve solo a trovare nemici.

3) Innanzi a una crisi della portata di quella che stiamo vivendo, riteniamo che ci sia spazio per il dibattito. Perché i segnali di mercato vanno interpretati, e per questo è necessario che le diverse tesi si incontrino e, se del caso, si scontrino anche. La differenza di opinioni e vedute arricchisce e migliora la comprensione. Tuttavia, come sappiamo tutti per esperienza, la libertà di opinione è una costruzione sempre fragile. Rendendo più costoso il finanziarsi, i mercati segnalano che gli Stati hanno i conti fuori controllo. È comprensibile che i governi vogliano rendere più arduo e costoso il segnalarlo, applicando ai mercati il silenziatore della “Tobin tax” o istituendo nuove agenzie di rating pubbliche, oppure financo accusando i credit default swap di essere al servizio di potenze ostili. I segnali del mercato vengono delegittimati come espressione di improprie, scorrette e immorali ondate di speculazione. Ma la libera stampa dovrebbe battere sulla responsabilità e le menzogne di chi ha accumulato i debiti pubblici, non aiutare a mascherarle attaccando chi le mette alla corda.

4) La grande e persistente volatilità dei mercati dopo il “tampone” europeo ala crisi greca misura l’assai dubbia adeguatezza delle misure che verranno richieste a ciascuno Stato, della capacità di farle osservare anche in futuro, delle conseguenze che esse potranno avere sulla crescita. Ma è solo un bene, che il mercato abbia reso finalmente tangibile il rischio elevato del debito sovrano. I costi, gli squilibri, le tasse degli Stati europei minacciano non solo la crescita ma la stessa stabilità di molti Paesi europei. I dati economici erano lì a dimostrarlo da tempo. Ma finché a leggerli erano politici ed economisti, era facile ignorarli. La crisi greca ha reso indilazionabile la necessità di scoprire il bluff continentale.

5) Di questo epocale problema dovremmo preoccuparci e occuparci. Gridare all’untore non farà che rallentare una discussione necessaria, renderà solo più costosa e drammatica una transizione non facile, che richiederà l’individuazione delle condizioni per tornare al rigore fiscale e monetario indispensabile per crescere. Esse non sono certo quelle di creare una grave deflazione europea e globale.

Tutto ciò chiama a un ruolo molto impegnativo le classi dirigenti e le élite intellettuali del Paese, come gli strumenti di comunicazione di cui essi possono avvalersi. Perché le migliori soluzioni nascono innanzitutto dalle parole adeguate con cui si spiegano i problemi.

via CHICAGO BLOG » Lettera aperta al Corriere della sera contro il populismo economico.

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Piccolo esercizio esplorativo

il problema di fondo potrebbe essere un altro. Infatti, piuttosto che dibattere esclusivamente su eventuali “errori” nelle statistiche dell’Istat, forse varrebbe la pena guardare agli altri paesi e chiederci se non vi siano stati per caso “errori” nelle statistiche altrui. Noi abbiamo fatto un piccolo esercizio esplorativo i cui risultati ci hanno suscitato non poche perplessità. Sulle quali sarebbe interessante che si aprisse un dibattito, non solo in Italia, ma anche con gli esperti degli altri paesi.

Abbiamo considerato le dinamiche del valore aggiunto ai prezzi base di Italia, Francia, Germania ed Euroarea nel 1999-2007, cioè nel periodo che va dall’avvio dell’euro a poco prima dello scoppio della crisi mondiale. Dall’analisi disaggregata dei dati a 31 settori (di fonte Eurostat) è emerso quanto segue. continua qui

Marco Fortis si domanda C’è doping nel Pil di Germania e Francia?

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Eppur si muove

Timidi segnali positivi per l’economia europea e in particolare per quella italiana. Nel primo trimestre del 2010 in Italia il Pil è aumentato dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e dello 0,6% rispetto al primo trimestre del 2009. Dal confronto con gli altri principali paesi della zona euro l’Italia esce bene ed appare come l’economia più dinamica, sia pure in un contesto di ripresa a bassa velocità.

Il dato congiunturale pubblicato mercoledì dall’Istat è il migliore dalla fine del 2006 (quando la crescita rispetto al trimestre precedente era stata dell’1,1%) e il dato tendenziale è il migliore dal terzo trimestre 2007 (+1,5%).

via Il Pil si muove nel I trimestre Economia italiana più veloce della media nell’Eurozona  – Il Sole 24 ORE.

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Opere incompiute

[...] Certo le denunce della corruzione aumentano, ha detto Ristuccia, ma uno dei capitoli che maggiormente pesa nell’attività della Corte è quello delle “opere incompiute”, cioè “progettate e non appaltate, ovvero non completate o inutilizzabili per scorretta esecuzione”. Un fenomeno, ha osservato Ristuccia, che “determina un ingente spreco di risorse pubbliche”.

Ma chi frena? E come fare per accelerare le opere? Chi volesse avere risposte ponderate, quindi non troppo divulgative, può ricorrere a un libro appena uscito per Il Mulino. Titolo: “E’ possibile realizzare le infrastrutture in Italia?”. All’interrogativo provano a rispondere ricercatori ed esperti del settore, coordinati dall’economista Alfredo Macchiati e da Giulio Napolitano, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università Roma Tre. “Lo sviluppo delle infrastrutture è indice dello stato di salute di un paese e della sua capacità di governo”, dice Napolitano in una conversazione con il Foglio. E l’Italia, adesso, non è al meglio della sua forma: la costruzione delle prime ferrovie coincise in maniera significativa con l’Unità del paese; e, per restare a epoche più recenti, gli anni del miracolo economico furono gli stessi del primato in Europa in termini di infrastrutture stradali.

E oggi? “L’Italia si è praticamente fermata”, osserva Napolitano, “tanto che secondo alcune ricerche internazionali, il nostro paese si colloca, in quanto a qualità infrastrutturale, nel gruppo di coda dell’Europa a 15, prima soltanto di Portogallo e Grecia. E questo è un serio ostacolo all’attrattività degli investimenti esteri nel nostro paese”.

Napolitano indica due fattori per spiegare lo stallo: da una parte “il progressivo aumento del decentramento istituzionale, non accompagnato da una chiara definizione delle responsabilità tra amministrazione centrale ed enti territoriali”; dall’altra “il contenimento dei finanziamenti pubblici, non sostituiti da un quadro regolatorio capace di attrarre investimenti privati”. Leggi il resto »

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Il club dei Pigs

L’Italia esce dal club dei Pigs. [...] l’economista Daniel Gros, sul Financial Times di martedì, ha deciso di tornare a parlare di Pigs, con una sola “i” che, questa volta, indica però l’Irlanda. L’Italia, insomma è stata espulsa dal porcile…

Bontà loro… È ingenuo pensare che sia possibile anche solo inquadrare i problemi economici con un gioco di parole, per qualcuno forse divertente, per altri puerile. È pure ingeneroso: la Gran Bretagna è stato l’ultimo grande europeo a uscire dalla recessione, non ha conti pubblici in ordine e ha visto il suo modello di sviluppo andare in frantumi. Gli Usa hanno causato la crisi e hanno un deficit mostruoso. Un po’ di modestia non guasterebbe (R. Sor).

via L’Italia esce dal club dei Pigs – Il Sole 24 ORE.

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Quel che le menti illuminate pensano

Luca Ricolfi su La Stampa.

La politica che non affronta i problemi non mi è mai piaciuta. Da Tremonti e dai suoi predecessori mi sono aspettato sempre molto di più di quello che hanno fatto. E tuttavia devo confessare che ultimamente capisco sempre di più l’inerzia di Tremonti. Non mi piace ma la capisco. Quel che mi ha fatto cambiare atteggiamento è che ho smesso di confrontare le idee di Tremonti con quelle dei suoi critici accademici che parlano senza avere responsabilità istituzionali, e mi sono preso la briga di analizzare le alternative reali alla linea di Tremonti, ossia quelle sostenute da veri soggetti politici. Per alternative reali intendo le contro-proposte di politica economica avanzate in questi mesi sia dall’opposizione soprattutto quelle del Pd sia dalla fronda interna alla maggioranza ad esempio la contro-finanziaria di Baldassarri, o le richieste del cosiddetto partito del Sud. Ebbene, a mio parere ciascuna di esse avrebbe avuto ed avrebbe conseguenze macro-economiche nefaste: le proposte del Pd sono pericolose sul fronte dei conti pubblici, quelle di Baldassarri in particolare il taglio dei consumi intermedi metterebbero in ginocchio la Pubblica amministrazione, quelle del partito del Sud farebbero esplodere la spesa. Insomma, mi verrebbe da parafrasare Sartori, che qualche anno fa – in piena bufera su Oriana Fallaci – titolò un suo articolo: «Uditi i critici, ha ragione Oriana».

Con ciò non voglio certo difendere il non fare, che anzi mi sembra a sua volta molto dannoso per il Paese oltreché per il centrodestra, che grazie ad esso si avvia a perdere le elezioni politiche del 2013. Quello che però vorrei dire è che forse, tutti quanti, non valutiamo a sufficienza un punto: in politica le alternative non sono fra quel che il governo fa e quel che le menti illuminate pensano. In politica le alternative vere sono solo fra forze in campo, fra gruppi e schieramenti realmente esistenti.

[...] E tuttavia c’è qualcosa che Brunetta e i critici del Tesoro non sembrano vedere: le riforme non sono una bottiglia di champagne, e non è il tappo di Tremonti che impedisce il brindisi. Se le riforme non decollano è innanzitutto perché gli italiani che le temono sono di più di quelli che sarebbero pronti a sostenerle davvero, accettandone i rischi, le tensioni, i prezzi da pagare. E proprio per questo uno schieramento politico riformista diverso dal partito della spesa, al momento, non esiste ancora. Le riforme che servirebbero richiedono coraggio, e nessun governo ne avrà mai abbastanza finché l’opposizione sarà come quella, faziosa e pregiudiziale, che Prodi e Berlusconi hanno incontrato sui rispettivi cammini. Né si vede come questo dato di fondo della politica italiana possa cambiare rapidamente. L’agenda del centro-destra è continuamente stravolta dalla necessità di salvare Berlusconi dai suoi processi. Quella del centro-sinistra dall’imperativo categorico di impedire che Berlusconi la faccia franca. Nessuno è disposto a interrompere il circolo vizioso. Nessuno ha la forza di rimuovere l’ostacolo che blocca il confronto, nemmeno Tremonti. Peccato, perché più passa il tempo e più arduo sarà venir fuori dal pantano in cui la politica ha precipitato il Paese

via Ma il tappo non è Tremonti – LASTAMPA.it.

In politica le alternative non sono fra quel che il governo fa e quel che le menti illuminate pensano. In politica le alternative vere sono solo fra gruppi e schieramenti realmente esistenti. Magari qualcuna delle tante menti illuminate lo tenesse a mente, qualche rara volta.

Da leggere lui e lui che commentano, da punti di vista leggermente diversi, l’uscita domenicale di Brunetta.

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Imposta equilibrata?

Sempre Oscar Giannino su Chicago Blog su come trasformare in fatti le tante parole sull’odiata Irap.

Mentre qua sull’autodefinito unico organo indipendente rimasto sulla faccia della terra in tema di economia, che rischiava di morire – un altro caso di economisti che rimangono senza soldi a causa della crisi non prevista – ma fortunatamente forse si salva grazie alla generosità di 292 amici che hanno già inviato oltre 20.000 euro, l’ampio dibattito (così lo chiamano) sull’Irap.

La parola prima di tutto al padre dell’«imposta equilibrata», l’ex ministro dell’Economia Vincenzo Visco (Pd), poi a Vincenzo Cipolletta, che esordisce definendolo un problema soprattutto lessicale, Come eliminare quella tassa antipatica: “L’Irap non è un’imposta assurda, è che non ha una buona reputazione”, per chiudere il cerchio del libero dibattito con le posizioni di altri due studiosi che ci spiegano molto anodinamente, da cani da guardia della politica economica, che:

1. “L’imposta può essere sicuramente discussa, ma non rappresenta né un fatto inedito (essendo applicata in forme simili in altri stati), né un fatto demenziale, come sostiene Giulio Tremonti, o bizzarro, come si legge sui giornali in questi giorni.”

2. Che è stata la crisi a riportare alla ribalta il tema della tassazione delle imprese. Bontà loro ci informano anche di altri interventi, fra cui quelli di Guido Tabellini e Francesco Giavazzi, che hanno auspicato l’abolizione dell’Irap o una sua riduzione per contenere il costo del lavoro e per attenuare i problemi di liquidità delle imprese. Una spinta in questa direzione viene dalla notizia con cui titolava, ad esempio, Il Sole 24Ore del 1° ottobre: “Imprese francesi più leggere senza Irap”. Se lo fa la Francia, perché non farlo anche noi?

3. Smontando però queste interpretazioni tendenziose e false e spiegando che si tratta proprio del contrario. In Francia altro che abolizione, la stanno proprio introducendo un’imposta neutra e che non manca di giustizia come l’Irap. Altro che eliminazione. Ricordando, per chi l’avesse dimenticato che il governo precedente (Prodi) era già abbondantemente intervenuto.

Qui uno speciale che anche se confindustriale, «Tassa odiosa, bisogna partire subito» …» così la definisce la Marcegaglia – a quanto pare c’è qualche altro, a parte Tremonti e Giannino, a pensarla in quel modo bizzarro – mi sembra contenga decisamente qualche voce in più. Ma loro sono “i padroni” che impediscono il libero e articolato dibattito.

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