Opere incompiute

[...] Certo le denunce della corruzione aumentano, ha detto Ristuccia, ma uno dei capitoli che maggiormente pesa nell’attività della Corte è quello delle “opere incompiute”, cioè “progettate e non appaltate, ovvero non completate o inutilizzabili per scorretta esecuzione”. Un fenomeno, ha osservato Ristuccia, che “determina un ingente spreco di risorse pubbliche”.

Ma chi frena? E come fare per accelerare le opere? Chi volesse avere risposte ponderate, quindi non troppo divulgative, può ricorrere a un libro appena uscito per Il Mulino. Titolo: “E’ possibile realizzare le infrastrutture in Italia?”. All’interrogativo provano a rispondere ricercatori ed esperti del settore, coordinati dall’economista Alfredo Macchiati e da Giulio Napolitano, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università Roma Tre. “Lo sviluppo delle infrastrutture è indice dello stato di salute di un paese e della sua capacità di governo”, dice Napolitano in una conversazione con il Foglio. E l’Italia, adesso, non è al meglio della sua forma: la costruzione delle prime ferrovie coincise in maniera significativa con l’Unità del paese; e, per restare a epoche più recenti, gli anni del miracolo economico furono gli stessi del primato in Europa in termini di infrastrutture stradali.

E oggi? “L’Italia si è praticamente fermata”, osserva Napolitano, “tanto che secondo alcune ricerche internazionali, il nostro paese si colloca, in quanto a qualità infrastrutturale, nel gruppo di coda dell’Europa a 15, prima soltanto di Portogallo e Grecia. E questo è un serio ostacolo all’attrattività degli investimenti esteri nel nostro paese”.

Napolitano indica due fattori per spiegare lo stallo: da una parte “il progressivo aumento del decentramento istituzionale, non accompagnato da una chiara definizione delle responsabilità tra amministrazione centrale ed enti territoriali”; dall’altra “il contenimento dei finanziamenti pubblici, non sostituiti da un quadro regolatorio capace di attrarre investimenti privati”. Leggi il resto »

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Il club dei Pigs

L’Italia esce dal club dei Pigs. [...] l’economista Daniel Gros, sul Financial Times di martedì, ha deciso di tornare a parlare di Pigs, con una sola “i” che, questa volta, indica però l’Irlanda. L’Italia, insomma è stata espulsa dal porcile…

Bontà loro… È ingenuo pensare che sia possibile anche solo inquadrare i problemi economici con un gioco di parole, per qualcuno forse divertente, per altri puerile. È pure ingeneroso: la Gran Bretagna è stato l’ultimo grande europeo a uscire dalla recessione, non ha conti pubblici in ordine e ha visto il suo modello di sviluppo andare in frantumi. Gli Usa hanno causato la crisi e hanno un deficit mostruoso. Un po’ di modestia non guasterebbe (R. Sor).

via L’Italia esce dal club dei Pigs – Il Sole 24 ORE.

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Quel che le menti illuminate pensano

Luca Ricolfi su La Stampa.

La politica che non affronta i problemi non mi è mai piaciuta. Da Tremonti e dai suoi predecessori mi sono aspettato sempre molto di più di quello che hanno fatto. E tuttavia devo confessare che ultimamente capisco sempre di più l’inerzia di Tremonti. Non mi piace ma la capisco. Quel che mi ha fatto cambiare atteggiamento è che ho smesso di confrontare le idee di Tremonti con quelle dei suoi critici accademici che parlano senza avere responsabilità istituzionali, e mi sono preso la briga di analizzare le alternative reali alla linea di Tremonti, ossia quelle sostenute da veri soggetti politici. Per alternative reali intendo le contro-proposte di politica economica avanzate in questi mesi sia dall’opposizione soprattutto quelle del Pd sia dalla fronda interna alla maggioranza ad esempio la contro-finanziaria di Baldassarri, o le richieste del cosiddetto partito del Sud. Ebbene, a mio parere ciascuna di esse avrebbe avuto ed avrebbe conseguenze macro-economiche nefaste: le proposte del Pd sono pericolose sul fronte dei conti pubblici, quelle di Baldassarri in particolare il taglio dei consumi intermedi metterebbero in ginocchio la Pubblica amministrazione, quelle del partito del Sud farebbero esplodere la spesa. Insomma, mi verrebbe da parafrasare Sartori, che qualche anno fa – in piena bufera su Oriana Fallaci – titolò un suo articolo: «Uditi i critici, ha ragione Oriana».

Con ciò non voglio certo difendere il non fare, che anzi mi sembra a sua volta molto dannoso per il Paese oltreché per il centrodestra, che grazie ad esso si avvia a perdere le elezioni politiche del 2013. Quello che però vorrei dire è che forse, tutti quanti, non valutiamo a sufficienza un punto: in politica le alternative non sono fra quel che il governo fa e quel che le menti illuminate pensano. In politica le alternative vere sono solo fra forze in campo, fra gruppi e schieramenti realmente esistenti.

[...] E tuttavia c’è qualcosa che Brunetta e i critici del Tesoro non sembrano vedere: le riforme non sono una bottiglia di champagne, e non è il tappo di Tremonti che impedisce il brindisi. Se le riforme non decollano è innanzitutto perché gli italiani che le temono sono di più di quelli che sarebbero pronti a sostenerle davvero, accettandone i rischi, le tensioni, i prezzi da pagare. E proprio per questo uno schieramento politico riformista diverso dal partito della spesa, al momento, non esiste ancora. Le riforme che servirebbero richiedono coraggio, e nessun governo ne avrà mai abbastanza finché l’opposizione sarà come quella, faziosa e pregiudiziale, che Prodi e Berlusconi hanno incontrato sui rispettivi cammini. Né si vede come questo dato di fondo della politica italiana possa cambiare rapidamente. L’agenda del centro-destra è continuamente stravolta dalla necessità di salvare Berlusconi dai suoi processi. Quella del centro-sinistra dall’imperativo categorico di impedire che Berlusconi la faccia franca. Nessuno è disposto a interrompere il circolo vizioso. Nessuno ha la forza di rimuovere l’ostacolo che blocca il confronto, nemmeno Tremonti. Peccato, perché più passa il tempo e più arduo sarà venir fuori dal pantano in cui la politica ha precipitato il Paese

via Ma il tappo non è Tremonti – LASTAMPA.it.

In politica le alternative non sono fra quel che il governo fa e quel che le menti illuminate pensano. In politica le alternative vere sono solo fra gruppi e schieramenti realmente esistenti. Magari qualcuna delle tante menti illuminate lo tenesse a mente, qualche rara volta.

Da leggere lui e lui che commentano, da punti di vista leggermente diversi, l’uscita domenicale di Brunetta.

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Imposta equilibrata?

Sempre Oscar Giannino su Chicago Blog su come trasformare in fatti le tante parole sull’odiata Irap.

Mentre qua sull’autodefinito unico organo indipendente rimasto sulla faccia della terra in tema di economia, che rischiava di morire – un altro caso di economisti che rimangono senza soldi a causa della crisi non prevista – ma fortunatamente forse si salva grazie alla generosità di 292 amici che hanno già inviato oltre 20.000 euro, l’ampio dibattito (così lo chiamano) sull’Irap.

La parola prima di tutto al padre dell’«imposta equilibrata», l’ex ministro dell’Economia Vincenzo Visco (Pd), poi a Vincenzo Cipolletta, che esordisce definendolo un problema soprattutto lessicale, Come eliminare quella tassa antipatica: “L’Irap non è un’imposta assurda, è che non ha una buona reputazione”, per chiudere il cerchio del libero dibattito con le posizioni di altri due studiosi che ci spiegano molto anodinamente, da cani da guardia della politica economica, che:

1. “L’imposta può essere sicuramente discussa, ma non rappresenta né un fatto inedito (essendo applicata in forme simili in altri stati), né un fatto demenziale, come sostiene Giulio Tremonti, o bizzarro, come si legge sui giornali in questi giorni.”

2. Che è stata la crisi a riportare alla ribalta il tema della tassazione delle imprese. Bontà loro ci informano anche di altri interventi, fra cui quelli di Guido Tabellini e Francesco Giavazzi, che hanno auspicato l’abolizione dell’Irap o una sua riduzione per contenere il costo del lavoro e per attenuare i problemi di liquidità delle imprese. Una spinta in questa direzione viene dalla notizia con cui titolava, ad esempio, Il Sole 24Ore del 1° ottobre: “Imprese francesi più leggere senza Irap”. Se lo fa la Francia, perché non farlo anche noi?

3. Smontando però queste interpretazioni tendenziose e false e spiegando che si tratta proprio del contrario. In Francia altro che abolizione, la stanno proprio introducendo un’imposta neutra e che non manca di giustizia come l’Irap. Altro che eliminazione. Ricordando, per chi l’avesse dimenticato che il governo precedente (Prodi) era già abbondantemente intervenuto.

Qui uno speciale che anche se confindustriale, «Tassa odiosa, bisogna partire subito» …» così la definisce la Marcegaglia – a quanto pare c’è qualche altro, a parte Tremonti e Giannino, a pensarla in quel modo bizzarro – mi sembra contenga decisamente qualche voce in più. Ma loro sono “i padroni” che impediscono il libero e articolato dibattito.

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Congiurati?

O la linea europea, quella del rigore e della ragionevolezza sui con­ti pubblici, o quella della spe­sa. Ben interpretata, secondo il ministro dell’Economia, dai concetti espressi da Gianfran­co Fini ieri sul Corriere della Sera. È stato quasi superfluo aggiungere che lui, Giulio Tre­monti, non rimarrebbe un mi­nuto di più al suo posto nel go­verno se il premier dovesse scegliere la via facile della spe­sa pubblica.

Altra puntata: Tremonti telefonata con Berlusconi. Si parla del ritorno in campo di Fini sulla politica economica, già visto abbondantemente nello scorso governo di centrodestra, quando l’infinito chiarimento chiesto dall’allora leader di An in tandem quella volta con l’Udc di Casini e Follini, ebbe come unico risultato le dimissioni di Giulio Tremonti e l’affidamento della poltrona di Ministro della Salute all’appena trombato ex-governatore del Lazio, poi dimissionario per le note vicende e poi nemico dichiarato dell’attuale presidente della Camera (non si sa mai nella vita). Dopo che Fini aveva annunciato: «Mi dimetto e con me si dimettono tutti i ministri di An». Un rientro a tutto campo, insomma.

Qui ampio archivio storico dei fatti che portarono alla svolta del «metodo Siniscalco» e la nuova sintonia con Bankitalia (allora Governatore Fazio) e alla firma di un rivoluzionario contratto del pubbligo impiego, entrato nella storia del riformismo planetario, con una trattativa condotta in prima persona dal vice presidente del Consiglio Gianfranco Fini. «Il contratto del pubblico impiego è una priorità di questo governo e per il prossimo Consiglio dei ministri la questione deve essere sparita dal tavolo».

Si parla anche del fantomatico documento dei dieci punti che chiede un cambio di pas­so (qui publicato in esclusiva e in anteprima sempre interplanetaria), poi smentito e disconosciuto da tutti. Quelli della solita melma

Ecco come togliersi i sassolini dalle scarpe. Quando gli economisti, facendo finta di parlare solo di economia, cercano di continuare a toglierseli.

Qui, qui e qui fortunatamente si cerca di elevare il tono del dibattito. E qui il Presidente Napolitano incontrando i vertici dell’Anci. “Riforme indispensabili. Se ne ragioni serenamente: non sono di una parte contro l’altra

“La rivisitazione dell’architettura istituzionale del paese è indispensabile”. Così il Presidente Napolitano in occasione dell’incontro con i vertici dell’ANCI. “Facciamo in modo che se ne ragioni limpidamente, serenamente e che si vada avanti perché da troppo tempo queste questioni sono state anche largamente istruite e non si riesce ad arrivare a sbocchi che sono essenziali”, ha sottolineato il Capo dello Stato sollecitando un contributo propositivo dell’Associazione rappresentativa dei Comuni Italiani: “Voi potete dare davvero un contributo importante e prezioso affinché queste riforme non diventino parte di uno scontro politico cieco nel nostro paese”. Le riforme degli assetti istituzionali “non sono di una parte contro l’altra, non sono punitive nei confronti di chicchessia”.

Il Capo dello Stato nel suo intervento si è soffermato sulla crisi finanziaria ed economica che ha investito l’Italia rispetto alla quale “si colgono segni positivi di ripresa; ma a questa valorizzazione dei segni di ripresa che sono indubbi, che ci confortano, si accompagnano cautele sulla lentezza e sulla precarietà della ripresa stessa”.

Di qui l’auspicio che in questo contesto i Comuni trovino “un punto di incontro con le istanze di governo affinchè si possano effettivamente sbloccare le potenzialità che esistono”.

Questo l’intervento integrale.

update: Contrordine qui stamattina spunta un aficionados dichiarato. Insieme a chi ha già pronti da tempo gli emendamenti ad hoc al Senato. MaGuardaUnPo’. Dalla fronda del pdl un piano da 37 mld.

Qui invece continua la sacrosanta battaglia per iniettare il giusto grado di meritocrazia nella politica italiana. Per dare il Veneto a Bossi, Fini vuole un Ministro in più. Questi i risultati delle ultime politiche per farsi un’idea pragmatica di come hanno votato da quelle parti. Forse il mio a chi giova tutto questo comincia ad essere un po’ più chiaro. Solo un po’.

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Confermiamo tutto

Con Tremonti contro le cimici.

Capita di pensare che il ministro Tremonti abbia deciso di competere con l’allenatore dell’Inter Mourinho per il Nobel del non mandarle a dire, senza curarsi dell’impopolarità. Quando proprio non era di grandissima moda, questo giornale ha espresso le sue critiche al ministro dell’Economia, giudicato volta a volta troppo severo con la globalizzazione, ruvido con le banche, alla Quintino Sella sulla spesa in un momento di crisi, non positivo sulle riforme, fino all’idea di Guido Tabellini di matare l’Irap. Non la pensiamo allo stesso modo sul mercato del lavoro moderno, il posto fisso oggi si chiama innovazione e aggiornamento, vedi Friedman sul New York Times. Bene, confermiamo tutto: se vediamo però montare subdola contro chi tiene il timone dell’economia del paese la solita melma di calunniette, illazioni, ricattini, frecciatine, morsi di cimice, operati nell’ombra da chi, in pubblico, non oserebbe mai contraddirlo, allora tendiamo la mano a Tremonti. Caro ministro, occhio! Meglio una critica franca del solito, nefasto, fuoco amico.

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Mi sa che c’è veramente da riflettere

Inizio dalla fine, perché qualche altro ha avuto la mia stessa sensazione e le mie stesse perplessità. Già da tempo ampiamente dichiarate.

Mi sa che c’è veramente da riflettere. tra chi si fa risate in nome di non ho capito che e chi pensa che mi sia infettato, oppure il prof. Arrigo che spara a prescindere pure lui invece di badare all’analisi delle intenzioni concrete, è evidentemente il prezzo da pagare all’estensione del numero di lettori, e al prevalere di “duri e puri!” sui realisti. peccato però, se diventa l’ennesima piazza in cui ciascuno spara ad alzo zero.

Il casus belli è l’opinione diversa che Oscar Giannino osa manifestare qui. Banca per il Mezzogiorno, non è peccato. Gli altri sono i difensori dell’ortodossia e i contemporanei accusatori del maccartismo, strisciante e non, utilizzato nei confronti di chi, secondo loro, si ritiene l’unico interprete che si batte coraggiosamente e coerentemente contro il “pensiero unico” dominante.

p.s.: Mi consola che questa volta, per il momento, non ci sia nessun riferimento alla rozzezza, alla mancanza di necessaria strutturazione e alla incomprensibilità causata dal districarsi in tutte le proposizioni subordinate che vengono utilizzate. Mi sembra un deciso passo avanti. Soprattutto in direzione della chiarezza.

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Mai successo prima

Elinor Ostrom

Il Nobel per l’economia va a Elinor Ostrom e Oliver Williamson

Non era mai successo prima, nella storia dei Nobel, che nello stesso anno cinque donne ricevessero il prestigioso premio. Un record che si aggiunge ad un’altra novità: per la prima volta da quando è nato il Sveriges Riksbank Prize in Economic Sciences, noto come Nobel per l’economia, il riconoscimento è stato assegnato ad una donna, la statunitense Elinor Ostrom, 76 anni, insignita insieme al connazionale Oliver E. Williamson, 77 anni.

Ne parlano Emma Bonino, Fiorella Kostoris e Valeria Manieri Chi dice donna non dice Italia e si dichiarano “in attesa che tanti Nobel continuino ad arrivare alle donne e che, come nel passato, tornino anche nomi di italiane.”

Mentre lui parla degli scienziati. Ostrom e Williamson. Due Nobel che se lo meritano.

Elinor Ostrom e Oliver Williamson sono due grandi scienziati sociali. Le loro ricerche sono ora onorate col Premio Nobel per l’Economia, e questo riconoscimento a Ostrom e Williamson è importante per almeno due motivi. Il primo è che vengono onorati due studiosi che hanno seguito un percorso  eccentrico, rispetto al mainstream della disciplina – e questo in qualche maniera ci ricorda come spesso l’originalità spesso sia “eclettica”, e tale eclettismo sia ben lungi dall’essere negativo, quando porta a confrontarsi con problemi nuovi. Il secondo è che si tratta di due grandi studiosi degli ordini spontanei – il che, da queste parti, non può che farci piacere.

update: Qui il prof. Enzo Rullani commenta anche lui la scelta. I premi Nobel per l’economia, anno domini 2009. Ovvero, l’economia dei commons e delle reti, che popolano la Terra di Mezzo tra mercato e piano.

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Le élite

Il metodo ricorda infatti troppo da vicino il diluvio distruttivo che ha avvelenato la nostra vita pubblica nell’ultimo decennio, quel rifiutare pregiudizialmente la legittimità dell’interlocutore come reazione preliminare a qualunque tipo di critica. O peggio, come reazione ad ogni tentativo di allargare il perimetro della discussione. Perché qualsiasi attore pubblico, e maggior ragione qualsiasi attore che svolga funzioni di governo, si rafforza nell’individuazione di interlocutori legittimati e si indebolisce nell’irrisione di avversari reali o immaginari. Soprattutto quando a quegli avversari sono attribuiti come uno stigma i contorni dell’appartenenza a una categoria di sapore morale più che politico.

via Andrea Romano.

E qui Le élite, il Cav. e le turbolenze finanziarie. Tutti gli articoli del Foglio sulle lotte per l’egemonia nelle élite. Protagonisti, retroscena, lotte oblique e ambiguità.

Si discute di piani egemonici delle “élite”, che vorrebbero sostituire il loro interesse alla sovranità popolare, si preannuncia invece uno sconquasso interno all’establishment finanziario e industriale che potrebbe assumere proporzioni inusitate. Con l’aria di proporre un’analisi prevalentemente tecnica, Massimo Mucchetti ha scagliato pesanti accuse alla famiglia Agnelli, sulle pagine del Corriere della Sera. (ndr Lo (strano) doppio passo di Torino: incentivi e trattative per Fideuram).

E con la sua abituale intelligenza Andrea Romano indica sul Sole 24 ore il rischio di nuove polemiche “anti élite” da parte del centrodestra. Ed è subito accontentato dal levarsi di strilli corrispondenti. Però non siamo nel 1994. Sull’università, cuore della questione delle élite in Italia, il riformismo del governo trova il consenso di un numero crescente di intellettuali. Giulio Tremonti ha il vezzo di prendersela con certi economisti ma sono sempre più gli studiosi di questa scienza che interloquiscono con il ministro dell’economia, abbandonando atteggiamenti da pensiero unico che a tratti caratterizzavano la discussione pubblica. La critica, peraltro, a generiche posizioni antielitarie è giusta ma non va confusa con la richiesta che non si costituiscano più vasi chiusi delle “idee”, in cui alcuni hanno la licenza per intervenire e altri sono dannati per l’eternità all’emarginazione.

Leggi anche Il Cav. e Mattei, qualcosa in comuneNon c’è intesa nell’eliteCorsera vs FiatPareto vs Mosca ItaliaFuturaTutti pazzi per Beck, la bestia nera di Obama che spopola su Fox News - Guarda il punto di Lanfranco Pace

L’establishment e la politica. Ecco la mappa.

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