Dire che il sole è la luna
Ammetto candidamente di essere disinformata sull’argomento perché evito accuratamente di leggere Repubblica (continuerò ad essere abbastanza democratica nonostante la pericolosa ammissione?) e pensavo si potesse continuare a sopravvivere anche non conoscendo le famose domande. Ho avuto un’autentica botta di coraggio, qualche giorno fa, procedendo alla lettura dell’editoriale del direttore sulla strategia delle menzogne (se ne parla qui e qui) e confesso che mi era sembrato assolutamente incomprensibile quel suo riferimento alla malattia. Ne avevo capito ben poco. Che spera Mauro che Bs abbia un male incurabile e lo nasconda forse? Sarebbe questa una delle menzogne?
Oggi riesco a capirne il significato dopo aver letto Umberto Silva.
Per quelli che continuano a sostenere, incredibilmente, che il problema è nato tutto e solo dal non aver dato risposte a delle lecite e normali domande, che qualsiasi giornale del mondo farebbe. E che in funzione della ostinata non risposta alle suddette domandine è diventato così acclarato (così almeno si legge nei tanti blog di persone intelligenti e perbene, normali e a posto molto più di me, ben più equilibrate e colte di me, direbbe Silva, che ne parlano) che il premier ha mentito, alcuni aggiungono mettendo a rischio la sicurezza nazionale. Cosa molto diversa, mi si dice anche, dai reati, non dimostrati e neanche in questo caso aleggianti, ma altrettanto, anzi molto più grave: la menzogna al popolo che lo ha eletto e che vuole, ha tutti i diritti di pretendere la verità. E il pericolo per il paese nasce proprio da queste non risposte, dicono. Lui non ha nessun diritto di evitare di rispondere e in nessun paese del mondo, pare continuo a leggere, glielo consentirebbero.
Per quanto il mio sguardo su Berlusconi possa essere severo e a momenti fin torvo, sono ancora abbastanza sveglio per accorgermi che quelle di Repubblica non sono domande, ma feroci insulti. Ne sono certo quanto sono certo che esiste Iddio o, perlomeno, la Tour Eiffel. [...] Questa campagna è pazzesca. E’ come se duecentomila persone tutte insieme a un certo punto decidessero di dire che il sole è la luna. Si entra nel mistero più profondo. La condanna di una persona può condurre a questa fenomenale allucinazione collettiva? Temo che questa spaventosa svista sia il frutto di una normalizzazione che invade l’Italia e larghe parti del mondo. Che ci si possa sentire a posto solo aderendo a qualsiasi cosa venga suggerita purché dotata di certi crismi sociali? Attenzione, non si va a posto, gli inquisitori si sentono il diavolo dentro e le pulci addosso.
Sono pronto a tutto contro Berlusconi, perfino a sputtanarlo presso mia zia Erminia, una sua adorante, ma non posso sottoscrivere un documento dove mi si chiede di dire che la pera è una mela. Non ho ancora l’alzheimer né sono così servo da sostenere che l’imperatore nudo – il senso comune – è vestito perché lo garantiscono i tre giuristi. Né mai cercherò d’impedire a chicchessia, fosse pure il cannibale di Milwaukee, di portare in tribunale le proprie ragioni, per quanto discutibili esse siano, perché questo è il diritto che ho imparato in gioventù sui banchi della Statale di Milano e credo che in alcune parti del mondo sia ancora in vigore. Resto fedele alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948, così a sproposito sbandierata dai tre giuristi. E alla nostra Costituzione, art. 25, se ben ricordo. Però, però… Se duecentomila persone intelligenti e perbene capeggiate da tre specchiati luminari dicono che quelle a Berlusconi sono domande e non offese, e che in quanto tali non vanno querelate ma onorate d’una risposta… facile che l’allucinazione sia mia, facile che io stia dando i numeri. Mentre scrivo sono già trecentomila, e nomi stimabilissimi, persone ben più intelligenti ed equilibrate di me. E difatti mi sento un po’ strano, un po’ sopra le righe.
Mia figlia mi sta guardando mentre scrivo al computer, deve cominciare l’università, nutre ancora delle aspettative sul mio conto. Quasi quasi sottoscrivo anch’io l’appello, così almeno mi sentirò normale, a posto. Tengo famiglia, firmo, firmo… Un due, un due, un due march! Perdonami figliola, non ce la faccio proprio. Le ho lette quelle dieci domande, le ho lette davvero. L’ultima riassume le precedenti e così suona:
“Alla luce di quanto è emerso in questi due mesi, quali sono, signor presidente, le sue condizioni di salute?”.
Tradotta e sintetizzata: “Signor presidente, ci dica se lei è pazzo”. Oltre che un’offesa è anche una boiata logica, perché come fa un pazzo a capire se è pazzo? Siamo al famoso paradosso del cretese mentitore e il Cavaliere deve essersi davvero trovato in difficoltà. Si sarà chiesto: “Sono pazzo?”. Forse avrà risposto di sì. Poi avrà pensato: “Sono pazzo a farmi questa domanda; ma se sono pazzo, come faccio a farmi domande sagge?”, e così via fino a sprofondare in un sonno molto ingarbugliato… Ecco, cerchiamo di non farlo impazzire davvero, che ha lui la guida dell’Italia, al momento.
La risposta giusta ovviamente è: “Cari signori, le mie condizioni di salute sono pessime. Quando mi sveglio vedo seduto sul comò Belzebù e ci facciamo una lunga chiacchierata. Poi a colazione cerco di dare un pizzicotto al sedere della cameriera ma mi ritrovo tra le dita lo scettro di Ramses IV”. E’ comprensibile il silenzio del Cavaliere. Se invece in un luciferino moto d’orgoglio un giorno darà la risposta sbagliata, sbottando in un: “Signori miei, mi sento benissimo”, in quattrocentomila, tanti nel frattempo saranno diventati, scoppieranno in una risata irrefrenabile per poi proclamare: “Non solo sei pazzo ma anche bugiardo e stronzo!”. Alto si leva il fumo dei roghi.
Qui le ragioni del pazzo di Milwaukee sulle ore e ore di tormenti.
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