Buona notizia

Ho una buona notizia, per Antonio Di Pietro: non esistono solo quelli come lui, esistiamo anche noi, cultori del diritto e dei diritti. Sicché, adesso, noi non crediamo alle accuse e crediamo a lui, sulla parola. Questo ci suggerisce la cultura e la coscienza. Gli auguriamo, di cuore, di potere liberarsi al più presto da accuse sulle quali i suoi avversari politici speculano. Ci aguriamo che sia pulito, perché l’immondo giustizialismo di cui egli è espressione vogliamo batterlo con le armi della democrazia, non vederlo cancellare dal mostro che si autofagocita (questa gliela spiego dopo).

via Davide Giacalone.it.

Tag:, ,

Consigli non richiesti

“Dopo aver letto quali sono le proposte che avanza alla maggioranza il responsabile Giustizia del Pd Andrea Orlando mi verrebbe da dare un suggerimento agli amici Democratici: cambiate responsabile giustizia del partito!”. Il leader dell’Idv Antonio Di Pietro boccia così quanto scritto da Orlando su “Il Foglio” come programma di riforme della giustizia che il partito di Bersani sarebbe pronto a mettere in cantiere. “Mi sentirei di dare poi un consiglio anche al povero Orlando – prosegue Di Pietro – ma perché non va a fare il consigliere giuridico di Berlusconi?”

via Per Di Pietro le proposte del Pd sul Foglio sono allucinanti – [ Il Foglio.it › La giornata ].

Nel Pd c’è chi querela Grillo e Travaglio.

PD: BOCCIA, QUERELO GRILLO E TRAVAGLIO, MAI VISTO CALTAGIRONE (ANSA) – “Beppe Grillo e Marco Travaglio mi hanno accusato di essere il socio occulto di Francesco Gaetano Caltagirone, di volergli svendere l’acquedotto pugliese in cambio dell’accordo elettorale tra Massimo D’Alema e Pier Ferdinando Casini. Ma io non so nemmeno che faccia abbia Caltagirone, e non era prevista alcuna svendita o vendita a chicchessia. Per questo ho dato mandato ai miei legali di querelare entrambi”. Francesco Boccia, deputato del Pd, parla con il settimanale Panorama per la prima volta dopo la sconfitta contro Nichi Vendola alle primarie pugliesi del 24 gennaio 2010. Il ricavato andrà alla chiesa di don Salvino che, aggiunge il parlamentare del Pd, accoglie i figli dei carcerati. “Oltre ai soldi, chiederà che i due querelati trascorrano una giornata con quei ragazzi. Travaglio adesso finge di non conoscermi, ma abbiamo trascorso diverse serate con amici comuni, passeggiando su Corso Vittorio Emanuele, a Bari. Insieme a Luigi De Magistris cinque mesi fa ho fatto una marcia per la legalità al quartiere San Paolo di Bari. Quanto a Michele Santoro, da europarlamentare venne a sostenere porta a porta la candidatura di Latorre alle suppletive del 2005 per il Senato. Sono tutti rappresentanti di quella che io chiamo la sinistra da bere”. Quanto a Pier Luigi Bersani, chiude Boccia, la sua generosità con gli alleati non è ingenuità. E’ lavorare per vincere. Tra l’altro, consumate le regionali, le cose cambieranno. Gli alleati dovranno dimostrare uguale generosità nei confronti del Pd: o viene fuori da parte di tutti la cultura dello stare insieme, oppure ognuno andrà per la sua strada. E’ finita la stagione della comprensione. Ora vengono le riforme condivise per il Paese”.

E’ finita la stagione della comprensione?

Tag:, ,

Immagini neutre

Quando le foto ridiventano immagini assolutamente “neutre“.

Tag:, ,

No a cortei contro il Capo dello Stato

Luciano Violante:

«Il Presidente della Repubblica non si approva, né disapprova, si rispetta e basta. La via scelta dal governo è, a mio avviso sbagliata, ma non parteciperei mai a una manifestazione contro il Capo dello Stato»

[...] Ripeto, occorreva una soluzione più responsabile e oculata. Sono convinto anch’io che quando ad essere escluso dalle elezioni è uno dei partiti più importanti il danno alla rappresentatività è più grave, ma ora rischiamo di ritrovarci in un groviglio giudiziario inestricabile…

via ELEZIONI/ 2. Violante: Di Pietro parla a vanvera, no a cortei contro il Capo dello Stato | Pagina 1.

Tag:, ,

Metodi infallibili

Mani Pulite e la mafia, secondo il metodo Di Pietro-Travaglio di FR

Applicando il metodo Di Pietro-Travaglio alle notizie pubblicate oggi dal Corriere, la conclusione è semplice: sul finire del ’92 il Pm Antonio Di Pietro, esponente di spicco del pool Mani pulite della Procura di Milano, strinse un accordo con la mafia per lasciarla fuori dalle inchieste che si stavano moltiplicando, e che inesorabilmente avrebbero toccato prima o poi anche il nodo politica-appalti-Cosa nostra. In cambio, e diversamente da Borsellino, ebbe salva la vita.

È stato lo stesso Di Pietro a rivelare di essere stato informato dai Ros, alcuni giorni prima della strage di via D’Amelio, di un imminente attentato contro di lui e contro Borsellino. C’è però una differenza, che il metodo Di Pietro-Travaglio suggerisce come decisiva: a Borsellino l’informativa fu inviata per posta, e mai recapitata. A Di Pietro invece la nota fu consegnata insieme ad un passaporto di copertura (a nome Mario Canale), con il quale il Pm milanese andò in Costa Rica con la moglie. Borsellino saltò in aria, Di Pietro tornò al lavoro.

Il 15 dicembre del ’92 Di Pietro cenò in una caserma dei carabinieri di Roma con i vertici dei servizi segreti, con Bruno Contrada e con un rappresentante della Kroll, la più grande agenzia d’investigazione d’affari del mondo, giunto dall’America per consegnargli un premio. Di quella cena sono ora spuntate alcune foto. Nove giorni dopo Contrada sarà arrestato per mafia.

Perché, si chiederebbero Di Pietro e Travaglio, la cena è stata nascosta a tutti, compresi i magistrati di Milano e di Palermo? E’ mai possibile, insisterebbero Di Pietro e Travaglio, che l’allora paladino di Mani pulite non sapesse chi era Contrada, al centro di numerose inchieste già in corso all’epoca della suddetta cena?

In quei giorni Di Pietro non lavorava soltanto su Craxi, ma anche sulla Sicilia; e andò persino a Rebibbia con l’allora capitano De Donno per incontrare Vito Ciancimino. Ma dell’incontro non resterà traccia. Come mai? domanderebbero Di Pietro e Travaglio. Fatto sta che, a sorpresa, Tonino interrompe ogni rapporto con la procura di Palermo (e con le indagini sugli appalti di mafia) perché dopo la morte di Borsellino “non mi ritrovavo – sono parole pronunciate nel ’99 al processo Borsellino-ter – nel metodo d’indagine degli altri magistrati”. I quali peraltro ignoravano gli incontri eccellenti del loro collega milanese.

È andata davvero così? Non ne ho idea. Di Pietro e Travaglio, invece, non avrebbero dubbi. Forse si potrebbe chiedere un parere a Massimo Ciancimino, che di trattative e di accordi sembra sapere molte cose. Magari in una prossima puntata di Annozero. Il metodo Di Pietro-Travaglio è infallibile: una volta avvicinata al ventilatore, la merda sfugge ad ogni controllo.

via Mani Pulite e la mafia, secondo il metodo Di Pietro-Travaglio — The Frontpage.

Tag:, ,

I due requisiti che mancano clamorosamente

A proposito di analisi politiche indiscutibili, di requisiti che mancano clamorosamente e sfortunatamente ad alcuni commenti, di indignazione a senso unico e di alcuni silenzi che in questi mesi hanno fatto venire i brividi a molti (me compresa).  Da cercare tra quelli cha hanno la testa per fare la politica, che pare non se ne siano mai accorti.

Lo psicolabile collettivo

Esorcizzare un Cicchitto che sbaglia? Bene, ma la violenza ha una matrice

Nel mondo, a parte i greetings from Milan del Guardian, ironia demenziale, tutti si sono accorti di quello che è successo a Milano domenica scorsa, e da Obama in già è venuta spontanea l’idea di esprimere al presidente del Consiglio aggredito una schietta e incondizionata solidarietà politica, oltre che personale. Schietta perché politica e perché incondizionata, i due requisiti che mancano clamorosamente e sfortunatamente ad alcuni commenti ospitati da Repubblica, a partire da quello del suo direttore. Di delitti commessi con le statuine è piena la cronaca nera, ma quello scagliare un poderoso e guglioso Duomo in alabastro contro il viso di Berlusconi altro non era che un tentato delitto politico. Va bene che il metodo era ruspante, che l’attentatore è uno psicolabile, che nessuno vorrà negare comprensione alla sua famiglia perbene e genuinamente simpatizzante per il Partito democratico; va bene che quando parla di “odio” per il premier e di “simpatia” per Antonio Di Pietro, il figlio deficiente e bisognoso di sorveglianza e di cura, verso il quale è lecito provare compassione ma solo se privata e silenziosa, cade in evidente vaniloquio, ma quanto successo è molto diverso da un incidente stradale, dallo scivola-mento su una buccia di banana, da una rissa tra ubriachi alla stazione.

Non si può attribuire l’origine della tensione a una sola parte, dice Fini, e noi siamo d’accordo. Ma per quanto il timbro e il tono dell’intervento alla Camera di Fabrizio Cicchitto, leader del Pdl, fosse sbagliato, non si può negare che i suoi argomenti si presentassero elementari e convincenti. Berlusconi ha certamente rinvigorito l’anticomunismo, che non è un reato ma il movimento storico contrario a un regime dispotico e totalitario, ma per fortuna non si conoscono treppiedi tirati sul collo a leader postcomunisti, né statuette sparate in faccia a capi democratici e liberal animosi e tonitruanti. Questa della caduta in atteggiamenti e comportamenti violenti in politica non è storia recente né solo italiana, ma il precedente immediato va fissato nella sera in cui lo psicolabile collettivo trattò Bettino Craxi peggio di un brigante di strada, si appostò sotto la sua privata residenza romana e tentò di bloccare la sua uscita con il lancio contundente di monetine, pieno di furore e di disprezzo. Anche allora, prima che nelle menti, la demenza era negli argomenti usati in una lunga campagna forcaiola alimentata da quello strano eroe e demagogo che fu ed è Di Pietro, con le complicità che si conoscono nella magistratura, nei poteri di garanzia e nei media. Credo che Ezio Mauro, prima di ritorcere piduismo e chissà quali altri catastrofiche accuse su Cicchitto, dovrebbe rjflettere su una continuità violenta del modello culturale comunista e azionista, al quale non sono estranei né lui nè il suo lungo, fattivo e spesso rude lavoro giornalistico.

Il Foglio di giovedì 17 dicembre 2009

Tag:, ,

Sintomi gravi

Paolo Franchi su partiti personali, leadership, la lotta politica interna che si consumano in forme opache, spesso torbide e tendenzialmente autodistruttive.

Ma se c’è, o se c’è stato, un partito personale per eccellenza, questo, non c’è dubbio, è l’Italia dei Valori, non a caso presentata al suo sorgere da Di Pietro come una specie di incarnazione vivente della «fine della partitocrazia».

E ai capi (o ai proprietari, fa lo stesso) dei partiti personali è del tutto inutile chiedere conto di quanto succede in casa loro, e del personale politico che li segue e li contorna: risponderanno sempre, magari in buona fede, che certo, di cose che non vanno ce ne sono sicuramente, ma che in ultima analisi la politica, quella vera, quella importante, la fanno loro, e per il resto l’intendance suivra. Invece, non è così, e non solo perché, nelle salmerie, spesso si esagera fino a superare abbondantemente ogni possibile livello di guardia. Il fatto è che nei partiti personali la leadership, per definizione, non è contendibile, o quanto meno non è contendibile democraticamente, secondo regole chiare e condivise. Ciò non significa, naturalmente, che non possa essere contesa, e che, quando se ne dà l’occasione, non lo sia. Significa che la lotta politica interna (di per sé inevitabile, e anche fisiologica) si consuma in forme opache, spesso torbide e tendenzialmente autodistruttive, anche, e forse soprattutto, quando, per condurla, ci si fa forti di piazze, reali e virtuali, che, nel caso dell’Idv, si è provveduto a infiammare, per anni e anni, in nome dell’antipolitica.

Naturalmente, è tutto da stabilire che questo, per l’Italia dei valori, sia un destino segnato. Forse Di Pietro stupirà tutti facendo un congresso vero, chiamato a gettare le basi di un partito vero. Forse ha ragione la sua fedelissima tesoriera Silvana Mura quando dice, sempre a Gianna Fregonara, che De Magistris è giovane, ha il futuro dalla sua anche per motivi anagrafici, ma deve capire, e da buon pilota capirà, che per guadagnarlo deve stare attento a non rompere la macchina. In fondo quelli che ci narrano le cronache sono soltanto dei sintomi. Ma sintomi gravi. Sintomi di una malattia che non affligge solo l’Idv.

via Il «partito personale» di Di Pietro alle prese con la questione morale – Corriere della Sera.

Tag:, ,

Cattivi maestri

Per tutti quelli che in questi mesi hanno partecipato, divertendosi, ai giochini lessicali, con tanto di vocabolario alla mano, mentre in realtà partecipavano solo, volenti o nolenti, a versare tante, troppe uova in questa enorme frittata che sembra essere diventata l’Italia.

Quest’ultima assurda lezione ha trovato la sua icona: un capo partito, Antonio Di Pietro, si è fatto fotografare davanti a Montecitorio con la coppola in testa e le smorfie da boss di Cosa Nostra. Una vergogna, ma per Di Pietro. Tanto ignorante da non sapere che la coppola non la portavano i mafiosi. Bensì i contadini siciliani e i sindacalisti che combattevano la mafia. (ndr qui un po’ di storia)

Un altro cattivo maestro si è rivelato un grande del nostro mestiere: Eugenio Scalfari. Mi costa dirlo, perché ho lavorato al suo fianco per quattordici anni, nella direzione di Repubblica. Ma che cosa sta facendo di tanto grave “Barbapapà”, per conquistarsi un posto di prima fila tra quanti montano in cattedra per combinare disastri? La risposta è negli articoli che scrive su giornali un tempo suoi, Repubblica e l’Espresso. Dove racconta che la democrazia italiana sta tirando le cuoia. E che occorre una nuova Resistenza.

Ma in questi giorni, Scalfari ha dimostrato quanto possa essere ignorante anche un primario cattivo maestro. Nel senso che non sa nulla di ciò che scrive. “Barbapapà” si è fatto intervistare dal settimanale di casa, l’Espresso. E ha dato il calcio del mulo a un editore concorrente, sia pure più piccolo del suo padrone, l’ingegner De Benedetti.

È la famiglia Angelucci, imprenditori privati e proprietari del Riformista e di Libero. Scalfari li ha dipinti come servi di Berlusconi, per aver «accettato di nominare come direttore di Libero Maurizio Belpietro, emissario del Cavaliere, una specie di commissario politico», naturalmente agli ordini del Caimano.

Quando dirigeva Repubblica, Scalfari ci raccomandava: «Non siate schiavi dei vostri pregiudizi. Prima di scrivere un articolo, cercate di capire come è andata per davvero». Oggi è lui il primo a tradire la propria lezione.

Non sa un bene amato cavolo di come è emersa la direzione di Belpietro. Eppure insulta un collega. E offende un editore soltanto perché non appartiene al giro dell’Ingegnere. Ma danneggia anche se stesso. Quando i cattivi maestri sbroccano, mostrano tutte le piaghe della vecchiezza intellettuale. A volte la casta può diventare un ospizio, sia pure di lusso.

via Il Riformista.

E qui si parla di irresponsabile escalation:

Il dibattito, e perfino, la civile convivenza, degradano giorno dopo giorno. Ma se la faccenda finisce davvero per essere che l’Italia, d’un tratto, s’è trasformata in un “regime”, nel quale il Capo dello Stato è uno zimbello, il premier un dittatore, l’Alta Corte corrotta e stampa e tv asservite a questo o a quello, ecco, se si radica nel Paese l’idea che l’Italia sia davvero così, la frittata è fatta.

Tag:, ,

Nel merito delle cose

Quelli che discutono sempre e solo nel “merito delle cose”. E chiedono risposte nel merito delle cose anche al Presidente della Repubblica, dato che sono stati offesi gratuitamente da lui.

E che non offendono mai nessuno (anzi secondo molti famosissimi blogger sarebbe dovuto essere il paese tutto, Pd in testa, qualche mese fa a dover chiedere scusa a lui). Quello del:

Va bene il rispetto delle istituzioni, ma non accettiamo la codardia e l’accondiscendenza a decisioni contraddittorie e incomprensibili, anche se provenienti dalla più alta carica dello Stato”

Loro. Che diventanto i sardonici cultori e campioni dell’understatement nostrano (qui la traduzione in siciliano colto) che considerano un inutile appesantimento annoiare i lettori (o gli ascoltatori) con altri inutili dettagli, a cui tutto è permesso in nome del loro “merito delle questioni“.

Quelli che tra l’altro sono diventati gravemente e incurabilmente insonni dalla nomina di Minzolini in poi. Che brutta cosa può essere il merito delle questioni.

Tag:, ,