Ma magari saremo smentiti

Fini ricominci da capo di Giampaolo Rossi

La saggezza popolare applicata alla politica regala a volte immagini più efficaci di qualsiasi analisi. E così il detto “chi rompe paga e i cocci sono i suoi” fotografa l’epilogo della “rupture” sognata dagli intellettuali finiani e tentata maldestramente da Gianfranco Fini. La questione per ora sembra chiusa e le guerre di posizione tra finti ambasciatori, pentiti, attendisti, neoreclutati, annunci video, non devono distogliere dal vero problema: il conflitto tra Berlusconi e Fini, ormai personale, è per ora insanabile perché attiene ad una sfera, per così dire, pre-politica. Riguarda un codice semantico all’incrocio tra il senso dell’onore, il tradimento, la frustrazione, la sfiducia e la paura. Ora questo conflitto si estende verso qualcosa di più importante: il futuro del più grande partito italiano e per certi versi anche il senso e il valore della politica dei prossimi anni nella nostra democrazia balbettante.

Se è vero, come scriveva Hanna Arendt, che l’essenza del politico è la libertà, allora è dall’idea che abbiamo di essa che si deve ripartire. Non la libertà astratta, ideologica, ma quella concreta, che si costruisce nella polis. Il pensiero greco ha elaborato diversi concetti di libertà che costituiscono il senso dell’agire politico. Uno di questi, che consigliamo a Gianfranco Fini di prendere in considerazione, è quello legato alla parola archè, che vuol dire principio, ma anche comando. Racchiude l’idea che la libertà sta nella facoltà di iniziare qualcosa e di portarla a termine. Ed in questo agire ex-novo si forma e si definisce una leadership. Al di sotto di un livello di necessità, l’agire politico si basa sulla libertà di cominciare. Ma questa idea esige un atto fondativo che metta insieme la consapevolezza di sé e di un progetto. Ed è nella mancanza di questo atto che si racchiude l’errore compiuto da Fini e dai suoi intellettuali in questi due anni.

Fini non ha mai co-fondato il Pdl. Lo ha subìto. Non è uno dei padri del nuovo partito; al massimo è un patrigno insoddisfatto. La genesi del conflitto con Berlusconi parte da qui e si amplia negli errori tattici (la decisione di non entrare nel governo e quella di non interessarsi al Pdl) che hanno prodotto quella sua marginalizzazione dalla quale oggi prova ad uscire con un protagonismo sbagliato nei tempi e nei modi.

Fini ha si compreso che la frantumazione delle grandi famiglie culturali e la disgregazione delle visioni di senso elaborate nel ‘900, impongono ai nuovi partiti il superamento dei classici confini dentro i quali le singole culture politiche si sono mosse. Ma lo ha fatto non con l’intento di rafforzare il progetto del Pdl, bensì di indebolirlo e così di indebolire la leadership di Berlusconi, proprio perché questo percorso Fini non lo ha mai sentito veramente suo. Inoltre la sua è stata una partita personale finalizzata a distaccarsi dal suo mondo di provenienza, non avendo però mai individuato un altro approdo. Oggi il Presidente della Camera si trova leader mancato e non sarà la sua dote di attendista, magari finalizzata da qui a poco tempo a cavalcare una nuova “questione morale” nel Pdl, a dargli i consensi di cui ha bisogno.

Il rilancio politico di Fini passa per un atto di coraggio e di onestà verso se stesso e verso il mondo che rappresenta. Abbandoni il tatticismo e si appropri di un atto fondativo che dia dignità alle sue posizioni. Faccia propria l’idea di archè che la tradizione classica ci ha regalato. Lasci il Pdl, nel quale non è mai entrato, e provi a costruire, se ci crede davvero, quelle idee di destra così moderna da non essere più destra. Non si riduca a ombra di una minoranza astiosa dentro un soggetto politico che ormai lo concepisce altro da sé. Regali a se stesso e ai suoi fedelissimi la libertà di rimettersi in gioco e di ricominciare da capo. Costruisca un soggetto e alleanze nuove, magari appoggiandosi a quegli ambienti tecnocratici e laicisti che da tempo gli fanno l’occhiolino. Fuori dal popolarismo europeo che il Pdl incarna nel crocevia delle sue culture (cattolicesimo liberale, riformismo laico, destra identitaria), c’è forse spazio per una forza politica che fa della postmodernità liquida la sua ideologia da morte delle ideologie. Noi, che veniamo dalla destra storica, ne dubitiamo, ma magari saremo smentiti.

Il Tempo, 8 Maggio 2010

via il blog dell’ANARCA: Fini ricominci da capo.

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Nuove prove ontologiche

Nuove prove ontologiche della post-destra che è proprio uguale uguale alla sinistra

weekendance:

Sentita senza seguire del tutto quel che dice, da una tv accesa nella stanza accanto, Flavia Perina (direttore del Secolo d’Italia) sembra la Dandini. BALLARÒ

via Abr’s No Comment — Nuove prove ontologiche della post-destra che è proprio uguale-uguale alla sinistra.

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Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra…

abr:

Farsi pagare la casa da ignoti è di destra, affittarla a in-equo canone da un ente pubblico è di sinistra

Intestare la casa all’amante è di destra, pagarla con fondi europei per la formazione è di sinistra.

(Dati from Gad Lerner, tnxs to Giorgio Gaber)

via Toscano Irriverente, Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra…

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Ci sperano

Ipotesi, anche qui fatte tante volta in tempi non sospeti.

Scenari inquietanti si profilano, l’unico Paese in cui le “veline” vengono dalle procure, in cui il dibattito politico è scandito più da pizzini e papelli che dalle riforme. Purtroppo, al giustizialismo del centrosinistra se ne aggiunge uno di nuovo conio, o meglio, un amarcord: la migliore, si fa per dire, tradizione “manettara” della destra ripresa ultimamente dai “finiani”. Basta sentirlo parlare, e uno come Granata si direbbe un perfetto dipietrista. Fini stesso, che scopre tardivamente il conflitto di interessi e con il suo solito tempismo interviene per ribadire che «non c’è alcuna congiura, alcun accanimento dei giudici contro il governo», che parla di sensazione di «impunità» e fa demagogia sull’evasione fiscale, si aggrappa agli slogan classici (e finora perdenti) dell’antiberlusconismo.

Ma lo avevamo scritto in tempi non sospetti: su tutto Fini può distinguersi da Berlusconi e dalla maggioranza del Pdl, ma uno dei confini politici del centrodestra italiano, che qui si spera sopravviva (il confine) a Berlusconi, che possa anzi ampliarsi e non restringersi, è una certa analisi sull’anomalia giustizia nel nostro Paese. E invece, emerge con sempre maggiore evidenza che anche Fini ormai spera nell’azione delle procure per sbarazzarsi di Berlusconi. Ci sperano. Di più: ci basano le loro strategie politiche sia Casini, che vuole creare entro l’anno un nuovo partito per la «riconciliazione»; sia Fini, che pochi mesi fa si era illuso della “bomba” Spatuzza e che ha da poco annunciato la nascita dei circoli di Generazione Italia. Da un lato, gli ammiccamenti alla magistratura («baluardo della legalità») in chiave anti-Berlusconi (il poveretto non sa che se gli riuscisse di succedergli, lo terrebbero per le palle); dall’altro, l’allarmismo sul federalismo e gli ammiccamenti al Sud in chiave anti-Tremonti e anti-Lega. Non si tratta di complottismo, o cospirazionismo. Non penso che ci sia un “grande architetto“, ci sono forze politiche e sociali minoritarie i cui interessi convergono, che spesso agiscono al di fuori del loro ruolo costituzionale, e che mirano a sovvertire – purtroppo non nel momento deputato, quello delle elezioni – l’esito del voto.

via Riparte l’offensiva e in molti ci sperano.

Fra i litiganti Bossi gode.

Ricadiamo nel giustizialismo?

Aria di tempesta.

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E’ perfettamente solo

E’ vero che la situazione sembra in costante mutazione, ma ieri era Fr che faceva queste riflessioni sul signor destra moderna.

L’aspetto più sorprendente della polemica che contrappone Gianfranco Fini a Silvio Berlusconi è l’assoluta solitudine del presidente della Camera. Ma come: per la prima volta nella storia ormai lunga del berlusconismo reale un tizio – e che tizio: il “cofondatore”! – si alza col dito puntato contro il leader, e non succede niente? Niente al di fuori del cerchio ristretto delle opposte tifoserie, s’intende. Ma un progetto politico, per camminare, ha bisogno di molto di più: prima di tutto, ha bisogno di una rete consolidata di rapporti personali e politici.[...] Perché nessuno muove un passo verso Fini?

Al presidente della Camera – al netto del caleidoscopio di fondazioni, web magazines, giornali, correnti e centri studi che rimescolano ogni giorno più o meno le stesse quattro, bravissime persone – rimane soltanto la sinistra: Repubblica, le gaffes di Bersani, le nostalgie di D’Alema, Ballarò… con gran godimento, s’immagina, di Berlusconi. Anche un bambino sa che ogni applauso da sinistra corrisponde a qualche migliaio di voti in meno da destra.

Se i “poteri forti” – chiamiamoli così, a patto di non credere che esistano davvero – non puntano neanche un chip su Fini, vuol dire che Fini non è percepito dall’establishment come un’alternativa credibile. Le relazioni costruite in questi anni, e in definitiva l’immagine complessiva dell’ex leader di An, alla prova dei fatti si sono rivelate illusorie. All’interno del comparto politico berlusconiano, il presidente della Camera ha un ruolo e un prestigio: ma si tratta di luce riflessa, destinata a divenire sempre più fioca via via che Fini si allontana da Berlusconi. In altre parole, da solo Fini non conta nulla. E, dopo sedici anni di gavetta, di studio e d’impegno, Fini è perfettamente solo. Il che infine dimostra a contrario un’altra semplice verità: Berlusconi è forte, molto forte, nel Paese e nella sua classe dirigente, e nessuno di quelli che contano ha ancora trovato un’alternativa.

via Figlio di un dio minore | The Frontpage.

“Iniziamo a farci l’abitudine, succederà sempre più spesso”, scriveva lui stamattina. Facile profeta. E’ già successo.

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Una soluzione

Vincino sul Foglio

Una soluzione al Conflitto: la Destra Indipendente.

Dicono che fanno cultura, dicono; che alimentano un dibattito necessario e attualmente inesistente nel Pdl, dicono; che il PdL deve essere fatto di tante anime, dicono; che loro sono portatori di una idea nuova, dicono; che evviva la destra dei diritti, che è destra europea, dicono; che soprattutto è indipendente dal carisma e dalle idee della destra plebiscitaria, che circonda il premier, dicono; che è indipendente dalle influenze della Lega, e anzi che alla lega si contrappone, come idea unitaria di nazione, dicono; che è indipendente dalla contrapposizione incivile che contradistingue le fazioni in lotta, dicono; ma che comunque non vuole scindersi dal PdL, ma che è leale al governo, dicono; che è una destra moderna che piace ai giovani, agli extracomunitari; che è anche un po’ fighetta, e che ben ci sta il cachemire, invece della destra pecoreccia. Allora che la si chiami DI, Destra Indipendente, che Fini si faccia carico di esserne il promotore, che sia aperta alla raccolta di intellettuali, di pensatori, di esponenti della società civile; che si allinei alle decisioni di voto della maggioranza del partito; che richiami alla memoria i Forcella, gli Ossicini, i Pasquino, i Paoli Gino, e i tanti altri che nella Sinistra Indipendente passarono; che abbia un carico di parlamentari adeguato allo scopo che si prefigge. Destra Indipendente o anche Centrodestra Indipendente, ma anche centrosinistra indipendente, oppure Sinistra Indipendente, o Futuro Indipendente, o Niente Indipendente, eletto nelle fila del Popolo della Libertà. Va tutto bene, basta che non rompa… le fila e che non metta i bastoni tra le ruote al governo. Questa “cosa“, se un pregio avrà, sarà quello di essere, soprattutto, Indipendente dall’elettorato, da tutti noi, da questo gregge di pecore, da questo volgo incolto che, signori, non sa “fare futuro” ma che in massa continua, incomprensibilmente, a votare a larga maggioranza chi tenta, a fatica, di fare un presente migliore.

Andrea De Angelis, Pechino

via Hyde Park Corner – [ Il Foglio.it ].

Intanto sempre Vincino oggi. E alcuni “si dice“. Mentre pare che ai finiani sopra il Po lo scisma faccia paura. Alla fine, dunque nemmeno Marco Zacchera, dato dai giornali rigorosamente in quota Fini, si accoderebbe al suo Presidente. “Gruppi separati mai”. E se lo facesse davvero? “Non lo seguirei. Sono stato eletto nel Pdl, non potrei tradire l’elettorato…”

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Ah beh, allora…

La fissa dei “libertari” del Pdl? La Lega. Ah beh, allora…

Dai giorni delle ultime elezioni ad oggi non perdono occasione per ribadire che la il Carroccio è statalista, socialista, comunitarista, localista e via così. Che insomma, i verdi non hanno nulla in comune con il Pdl. Quale, quello che ha candidato la sindacalista Polverini a governatrice del Lazio e alla cui vittoria anche i libertari hanno brindato? Sì, proprio quello.

via that’s all folks – La fissa dei “libertari” del Pdl? La Lega. Ah beh, allora….

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Le grandi ammucchiate

Il Pd alleato con l’Idv in 12 regioni su 13 e in 11 con Sinistra e Libertà, mentre l’Udc adotta “una strategia di massimizzazione dell’utilità marginale dei suoi voti”: “In 6 regioni si presenta con un proprio candidato presidente. Cinque di queste sono regioni in cui i suoi voti erano inutili e quindi saggiamente – dal suo punto di vista – Casini ha preferito star fuori”. Nelle altre regioni, in 3 (Campania, Calabria e Lazio) sta con il cdx e in 4 con il csx (Piemonte, Liguria, Marche e Basilicata). Roberto D’alimonte analizza gli schieramenti in campo alle regionali. Rispetto alle ultime politiche considerati da tutti uno spartiacque sembrano tornaro le “grandi alleanze”, soprattutto a sinistra.

Le regionali di domenica prossima ci offrono un quadro del tutto diverso. Questo dice la tabella in basso che fa il punto sulla strategia delle alleanze dei due schieramenti maggiori nelle 13 regioni al voto. Il 2008 è un ricordo lontano. Le grandi ammucchiate sono tornate. Anzi sono più grandi di prima. Soprattutto a sinistra. In Piemonte e nel Lazio le coalizioni che appoggiano la Bresso e la Polverini vanno da Rifondazione comunista fino all’Udc passando per Di Pietro e i radicali con l’aggiunta di una pletora di liste ad hoc per intercettare voti a destra e a manca. In totale le liste che appoggiano la Bresso sono 12. Un record assoluto per questa tornata elettorale. In Puglia la coalizione di Vendola non comprende l’Udc ma gli altri ci sono tutti. Nelle restanti regioni qua e là si notano delle assenze ma il formato standard prevale quasi dappertutto. La Federazione della sinistra (Rifondazione e Comunisti italiani) è insieme al Pd in 10 regioni su 13. La sola vera eccezione è rappresentata dalle Marche dove l’asse Pd-Udc esclude sia la sinistra di Vendola (Sel) che quella di Ferrero e Diliberto (Fds), ma comprende comunque l’Idv.

Sembra la riedizione dell’Unione di Prodi ma una differenza tra l’Unione di ieri e le unioni di oggi c’è. È il peso della sinistra radicale. Nella coalizione di Prodi, Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Verdi avevano ottenuto complessivamente alla Camera il 10,2% dei voti. L’Ulivo ne aveva il 31,3% e il Pd era di là da venire. Oggi c’è un Pd che alle europee ha preso il 26,1% con una sinistra radicale (Rifondazione e Comunisti italiani) al 3,4% che diventa il 6,5% con la formazione di Vendola. È un centro-sinistra diverso con una sinistra più debole e un partito di riferimento più forte. Ma basta questa diversità a cancellare l’impressione di una coalizione capace di vincere ma non di governare? A livello regionale forse sì ma alle prossime politiche potrebbe essere tutta una altra storia.

Rispetto al 2008 una differenza la fa anche l’Udc. In sei regioni si presenta con un proprio candidato presidente. Cinque di queste sono regioni in cui i suoi voti erano inutili e quindi saggiamente – dal suo punto di vista – Casini ha preferito star fuori. Gli economisti direbbero che ha adottato una strategia di massimizzazione dell’utilità marginale dei suoi voti. In Puglia dove il suo appoggio sarebbe servito sia alla destra che alla sinistra è andata diversamente non per volontà di Casini, che si sarebbe schierato volentieri da una parte o dall’altra, ma per un gioco di veti incrociati. Nelle altre regioni non si è andato troppo per il sottile. Ci si è alleati con la Destra di Storace, con Rifondazione Comunista, con Di Pietro e anche con i Radicali. Quattro volte con il centro-sinistra e tre con il centro-destra. Tutto in nome di una crociata contro la Lega Nord e contro il bipolarismo.

Anche nel centro-destra si è fatto un passo indietro rispetto al 2008. Non solo si è cercata (e trovata in tre casi) l’alleanza con l’Udc, ma si è incorporata anche la Destra di Storace che allora era stata tenuta fuori. In Lazio, Campania e Calabria questo schieramento assomiglia molto da vicino alla vecchia Casa delle libertà in versione allargata. Comunque il centro-destra dimostra – per ora e grazie al collante Berlusconi – di continuare a essere meno frammentato del centro-sinistra.

Adesso resta da vedere come risponderanno gli elettori. Quanti saranno i partiti e i partitini che troveranno posto nei consigli regionali? Sarà un gioco di voti e di premi ma anche di sconti sulle soglie e di quozienti elettorali. Le liste che si presentano sono in totale 196, una media di 15 per regione con un picco di 32 in Piemonte. Quelle che prenderanno seggi saranno ovviamente molte meno. Quante, quali e con quale peso si vedrà lunedì sera.

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Forse è un bene

Ancora una risposta al Corriere e al suo “Eclissi della destra che vince ma non ha più identità”.

La destra che non si vede ma esiste

Al contrario la destra di casa nostra, quell’altra destra, è più che mai viva e opera nel silenzio di tutti i giorni, tanto che vince. Non è berlusconiana, come qualcuno potrebbe facilmente concludere. Col cavolo! Era qui da tempo, attendeva solo di farsi notare con modestia, senza seghe mentali ed intellettualoidi. Per questo al Corriere non se ne sono resi conto. E forse è un bene che non sia rappresentata da nessuno o il giochino finirebbe immediatamente per rompersi.

via notapolitica.it.

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