Forse è un bene

Ancora una risposta al Corriere e al suo “Eclissi della destra che vince ma non ha più identità”.

La destra che non si vede ma esiste

Al contrario la destra di casa nostra, quell’altra destra, è più che mai viva e opera nel silenzio di tutti i giorni, tanto che vince. Non è berlusconiana, come qualcuno potrebbe facilmente concludere. Col cavolo! Era qui da tempo, attendeva solo di farsi notare con modestia, senza seghe mentali ed intellettualoidi. Per questo al Corriere non se ne sono resi conto. E forse è un bene che non sia rappresentata da nessuno o il giochino finirebbe immediatamente per rompersi.

via notapolitica.it.

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Francamente non se ne può più

Francamente non se ne può proprio più. Forse perché – per motivi anche solo generazionali – ci sentiamo lontani da una lettura a dir poco datata di come oggi si costituisce il panorama culturale italiano. O forse ancor di più perché – sentendoci parte in causa per l’impegno quotidiano che attraverso questo giornale e la Fondazione Magna Carta profondiamo per la causa culturale di una parte politica – ci ribelliamo naturalmente alle critiche soprattutto se ritenute senza fondamento. Sarà per tutto questo e molto altro ma di fronte all’ennesima ricostruzione sulla destra che non c’è, che vince le elezioni ma non ha più identità perché frana sul terreno culturale proprio non ci stiamo.

via La cultura di destra esiste ma non è quella che vede il Corriere | l’Occidentale.

Tutto parte, scrive Giancarlo Loquenzi su l’Occidentale, dall’apertura della “Cultura” del Corriere di oggi che titola a tutta pagina “La strana eclissi della destra vince ma non ha più identità a firma Ranieri Polese, in cui, tra l’altro si legge dell’allergia di Berlusconi e dei suoi per la cultura.

[...] Il solito refrain, insomma, sulla destra che esce dal ghetto e non è in grado di mostrare una propria identità. Eppure questa ricostruzione difetta di miopia e pregiudizio. Perché ignora a prescindere l’esistenza di tutto un altro universo, a cui noi ci sentiamo di appartenere, che sul piano culturale racconta sempre di più di se stessa. Lo stesso universo che ha permesso ai Colletti ai Baget Bozzo ai Pera di esserci, di partecipare dagli scranni più alti delle istituzioni e del partito al dibattito pubblico di questo paese. La stessa cultura da cui proviene e in cui si riconosce Quagliariello, che ha certo subito una metamorfosi – è sotto gli occhi di tutti – ma una metamorfosi naturale quando si passa da una cattedra universitaria ad un ruolo politico.

La destra a cui ci sentiamo di appartenere esiste e ha un’identità: è una destra che si sta lentamente insediando nelle cattedre universitarie, che anima fondazioni e case editrici, che propone continuamente, organizzando convegni, seminari, dibatti e discussioni un suo modello culturale alternativo su temi fondamentali, che tiene alta e con orgoglio la bandiera del pensiero liberale e conservatore, che non si nasconde dietro il paravento dello stato di minorità a cui per anni l’ha costretta l’egemonia culturale di sinistra, scimmiottando quella stessa sinistra su un terreno che oramai è diventato infruttuoso.

Insomma, ci sta stretta l’idea che un reportage giornalistico venga a dire proprio a noi cos’è l’identità culturale della destra e che riduce la cultura di destra ad uno sparuto gruppo di intellettuali che gira attorno al presidente della Camera. Anche perché, a volerla dire proprio tutta, se fosse per Fini e per i suoi intellettuali non solo non ci sarebbe l’identità culturale ma non ci sarebbe neanche la vittoria in politica.

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La destra trendy

Il Secolo trendy

Venerdì scorso il Secolo d’Italia era “con Saviano per fermare tutte le mafie”, perché “emerge con prepotenza ‘una questione morale’ che non può essere declinata nella retorica della giustizia politicizzata o delle ‘toghe rosse’ ma che invece deve far riflettere i partiti” e così via. L’altroieri il Secolo d’Italia illanguidiva all’idea di vivere in “una destra trendy che suscita invidia”. Oggi e domani chissà. Una combinazione di austerità e autocompiacimento fa sì che il quotidiano di Fini, sempre più indispensabile, riesca quasi ogni giorno a esaurire lo spettro delle emozioni politiche. Dall’indignazione facile e un po’ forcaiola in materia di giustizia, vecchia passione degli anni Ottanta oggi declinata ingenuamente con lo stendardo del lettore collettivo di un incolpevole Saviano, alla più divertente sfida di costume al berlusconismo.

In quest’ultimo caso bisogna riconoscere che il corsivo sulla destra trendy era ben confezionato: in fatto di marchi il Cav. ha Raiuno, Fede, Porta a Porta, Apicella; Fini ha Fabio Fazio, Piroso, Sky, la Mannoia, Serra, Gruber; il Cav. ha Ghedini e i rotocalchi, Fini l’avvocato Bongiorno e i libri con la copertina bianca; il premier ha il predellino, il presidente della Camera il sito internet giovanilista di FareFuturo. Messa così non c’è storia, il gioco serioso certifica che la destra è davvero al passo coi tempi, centrale nella dialettica dello spirito glamour, eppoi giovane, giovane, sempre più giovane. Talmente giovane da realizzare il sogno occulto dell’uomo moderno: nascere vecchio e vivere il decorso dell’esistenza ringiovanendo progressivamente. Che meraviglia, per la destra, vedere invecchiare i cavalieri, nell’attesa di farsi mettere il pannolino dalla Littizzetto.

via Il Secolo trendy – [ Il Foglio.it › La giornata ].

Sulla destra trendy leggere per credere, non se l’è inventato l’articolista del Foglio (Alessandro Giuli). Serve a spiegare, tra il serio e il faceto, la questione che preoccupa davvero, il successo della “tendenza Fini” e l’appeal prorompente dei ragazzi di “lotta e di terrazza“: i vari Granata, Menia, Della Vedova, Scalia e Raisi con le loro intelligenze (oltreché le cravatte) giuste. E potrebbero pure continuare, ma ci mettono un punto. Di gioco si tratta, ci tiene a dire Renato Berio, anche se, aggiunge, a pensarci bene…

Povero BDV che fine rischia di fare … tra i ragazzi di lotta e di terrazza alle soglie dei 50.

update: qui il corsivo di risposta del direttore, che riafferma e rivendica il loro essere trendy e alla moda. Accompagnato dalla storica riscoperta di un’altra italica icona. Mentre qui, per chi potesse avere qualche dubbio, si chiariva bene ed in modo approfondito il concetto : “La destra, allora, non può che essere chic. Di più: o è chic o non è.” Mentre qui il manifesto politico dei finiani “acculturati” in risposta a chi nutre più di qualche dubbio. Altro che maanchismo e banalità politicamente corrette veltroniane.

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La versione plebea

Mario Pirani lancia la candidatura del “popolo di sinistra” alla regione Lazio della “donna che è diventata simbolo della riscossa femminile”. Per acclamazione. In un articolo “esemplare”, da conservare e rileggere spesso, da “manuale” e da scuola del pensiero filosofico-politico: spiega perché s’indigna il popolo di sinistra.

Si parla del valore purificatorio prima che politico delle dimissioni di Piero Marrazzo. Della differenze tanto ampie da delineare “quasi” (meno male non siamo ancora alle certezze scientifiche) una cortina di ferro antropologica tra “popolo di destra” e “popolo di sinistra”.

In questa deriva una sola certezza è rimasta come valore di auto identificazione per il “popolo di sinistra” in cui lui stesso si specchia:

l’essere dalla parte – ed essere parte – della gente onesta, per bene; di quelli che non hanno nulla da nascondere, che rispettano la legge, contano sulla Costituzione, pagano le tasse, magari perché ritenute con la paga, conservano qualche traccia di solidarietà. Per questo aborrono Berlusconi che, per contro, ha legittimato i vizi storici degli italiani, gli altri italiani, che son forse la maggioranza.

E gli “altri”, il “popolo di destra”, che sono forse la maggioranza (ancora nessuna certezza scientifica, ma qualche riconoscimento statistico) che Pirani contrappone in questa fine analisi chi sono?

Tranquilli. Eccoli qui. Sono quelli che:

con la scesa in campo del Cavaliere hanno finalmente trovato qualcuno che non li faceva vergognare della vocazione nazionale ad “arrangiarsi“, magari con qualche imbroglio piccolo o grande, eludendo il fisco, lavorando in nero, armeggiando per una violazione edilizia. E soprattutto vivendo la legge, le regole e sotto sotto anche qualcuno dei 10 Comandamenti, figuriamoci la Costituzione, come malevoli impedimenti al libero esplicitarsi di tutto ciò che bisogna fare per sopravvivere. Per questo amano e si identificano con Berlusconi che ha suonato la campana del “liberi tutti” (l’altro giorno, persino, dall’obbligo di pagare il canone Rai). Cosa gliene importa del conflitto d’interessi, della suddivisione dei poteri, del ludibrio gettato sulla Magistratura? Anzi, la condotta scandalosa, pubblicamente esibita, la degradazione dei palazzi del potere in luoghi di privato piacere, la promozione delle veline di turno, danno a tanti diseredati, ai rampanti in lista di attesa, agli infiniti aspiranti alle innumerevoli “isole dei famosi”, il placet “che tutto se po’ fa”, la versione plebea dello “Yes, we can”.

C’è tutto: moralismo, supponenza (il noi parliamo alla parte migliore del paese, diventa qui noi siamo la parte migliore del paese), arroganza, complesso di superiorità, certezze assolute, faziosità, la propagazione di un’immagi­ne farsesca della politica, come luogo del con­fronto fra luce e tenebre, l’eterna lotta tra i buoni e i cattivi, la riduzione della politica a una questione di santi e di reprobi, condito dal “disprezzo” per le versione plebee. La sempiterna guerra, tutta e solo italiana, fra l’armata della luce e quella delle tenebre di chi accusa quelli che osano pensarla in maniera diversa di sfogliare le favole dei fratelli Grimm. Non si fa mancare nulla. Fiato sprecato o più semplicemente aveva ragione Joseph Schumpeter?

ps: Ma in tutto questo quelli che la pensano come lui come immaginano di poter governare il paese raggiungendo e convincendo questa bieca maggioranza di italiani, napalm o che? Rieducazioni collettive dopo le necessarie e preventive ammissioni di colpa, per arrivare ad una vera riforma del pensiero o che altro?

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Si discute/3

Da sinistra: «Ma il modello gazebo va rivisto. Serve un meccanismo più snello, solo gli elettori possono legittimare i vertici dei partiti». Da certa destra, anzi dalla tocquevillana città dei liberi: «Più bravi di noi». Tout court.

update: Ma sono davvero più bravi?

E per gli invidiosi riascoltarsi lui che ne discuteva con Livia Turco su l’Italia sul 2 (se non si schifano troppo), potrebbe essere utile.

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Soddisfazione ottica

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E’ vero: a noi manca tanto Pinuccio Tatarella. Infaticabile “ricucitore” di “ultimi” strappi politici (qui all’opera con Gianni Letta dopo che si era consumato secondo la stampa quello “definitivo e insanabile” del 1998 tra Gianfranco e Silvio). Il visionario padre putativo del centrodestra che ancora aspettiamo di veder realizzato, se mai lo vedremo. L’intelligenza, la capacità politica e l’apertura mentale, che nessuno gli contestava. Ci manca quella sua speciale capacità di individuare un obiettivo più alto e più ambizioso rispetto alle questioni contingenti del confronto tra i partiti.

Se la situazione attuale – scrisse nell’ottobre del 1994 – è quella del rodaggio e dell’assestamento di tutte le aree politico-culturali, il futuro va costruito fin da ora con il dibattito e l’azione. Occorre cioè rendere finalmente praticabile e attuabile la democrazia compiuta e l’alternanza con due soli schieramenti, non monolitici, ma sempre e solo due grandi coalizioni in competizione aperta”.

Quell’idea della politica come atto di responsabilità verso l’intera comunità nazionale proprio quando poteva apparire più facile e redditizio preferire il modello della contrapposizione, della delegittimazione e della polemica.

Più che le tessere mi interessano le intelligenze.

Quel capogruppo d’opposizione che ad un Convegno (da riascoltare su Radio radicale) sulla modifica dei regolamenti parlamentari: “L’opposizione dalla consociazione alla democrazia competitiva”, spiegava come bisognasse passare:

da una visione del regolamento che aveva come centro motore il parlamentare singolo ad un’azione corale e collegata…

E che rispondendo ai giornalisti tra lo squillare dei telefonini chiariva, come in politica, secondo lui, fosse necessario fare i “gol”, e i gol si fanno solo attraverso una visione corale:

Non ho capito… Ma io ho appena finito di dire che bisogna passare da una visione personale a una visione corale. Il telefonino appartiene alla cultura della visione personale…

Perché in politica chi non fa i gol è ‘natra cosa. O nella politica si fanno i gol o è solo pura apparenza (ndr scandito chiaro), che dura lo spazio di un mattino. Anzi di una mezzora. La citazione su un giornale se non è accompagnata da un gol è un atto inutile di soddisfazione ottica davanti allo specchio. Ognuno vedendo il proprio nome sui giornali pensa che l’hanno letto di milioni di italiani: non è vero l’ha letto solo lui.

Quello del:

Occorre la presenza di un contenitore di centro in ognuno dei due poli. Il centro vale, è utile, è equilibratore se è doppio”. Ma il centro “se diventa un terzo polo, è una avventura da retroguardia”

Quello che fece tornare in edicola il Roma, chiamando a collaborare Don Gianni Baget Bozzo, con l’intento dichiarato di:

“Favorire un’intesa, un’armonia, tra le ragioni del Nord e quelle del Sud e rappresentare la voce del progetto politico di “Oltre il Polo”

E indiscutibilmente, quello che:

La classe dirigente di un partito nasce dalle idee che uno porta al tavolo. Non è che uno diventa dirigente perché io gli metto un timbro. Nessuno gli riconoscerebbe il ruolo

Che raccomdandava a tutti di tenere sempre presente che:

In politica a ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria

Che frenava gli ultrà.

Mi attengo alle decisioni del Polo e la mia scelta è sempre parlare poco e decidere insieme

o ancora del

sono un prigioniero politico, non ho nulla da dichiarare

O il mitico e irascibile capogruppo, con le sue cravatte irrimediabilmente kitsch che non raggiungevano mai la meta della sua pancia (“Non capisci niente, faccio scuola alla Agnelli, lui la mette fuori del pullover, io così”, ti rispondeva sfottendo se domandavi: ma presidente una più lunga non l’hai trovata stamattina?) e gli immancabili occhiali in equilbrio instabile sulla fronte che tutti si domandavano come cavolo facesse a farli star sempre lì, che “cazziava” chiunque gli passasse a tiro senza possibilità di replica e:

confermava il rispetto degli impegni presi da parte del gruppo di Alleanza nazionale

Che quando serviva non usava giri di parole o raffinate interlocuzioni, sparando ad alzo zero contro il «gruppo di pochi che prova a determinare la vita di molti», come nell’intervista del 10-08-1994 da Vicepresidente del Consiglio, che incredibilmente potrebbe essere stata rilasciata oggi (nulla è cambiato purtroppo e drammaticamente), Basta con gli uomini invisibili. Tatarella: comandiamo noi, non i poteri forti:

«Non è un complotto, ma un condizionamento, che è anche peggio»

E non le mandava certo a dire. Quando serviva, indossando l’elmetto, senza alcuna pacatezza, mandava un messaggio chiaro e forte:

patti chiari, amicizia lunga. E basta con le lusinghe. Si mettano in testa che vogliamo comandare noi

E a chi gli chiedeva subito dopo la sconfitta del ‘96 se auspicasse un cambiamento di maggioranza:

“Macché ! Niente ribaltoni. Governino.”

Ci manca quella sua incredibile capacità di pensare e di immaginare il futuro, quando tutti eravamo troppo occupati solo nel nostro presente. Non era un santo né voleva lontanamente somigliare a un santo, era un uomo con innumerevoli difetti (come tutti noi) e un pessimo carattere, ma era uno che da presidente del gruppo di An, tutte le mattine lo trovavi alle 7.30 e la sera tardi se ne andava a mangiare o al cinema, ridendo e scherzando con gli amici. Instancabile. E sì era quello che una volta veniva definito: un politico di razza.

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E certo starà leggendo qui chi parla ora in nome e per conto anche suo (not in my name), dopo mesi di inutile soddisfazione ottica avrebbe detto lui, scandendo chiaro per farsi capire e abbandonando momentaneamente il suo amato dialetto e la sua cadenza inconfondibile, che faceva dire a qualcuno che avesse bisogno dei sottotitoli: si tratta di PURA APPARENZA.  E manca, forse,  soprattutto a chi prima di iniziare la “movida”  e qualche “giravolta” di troppo, ha dimenticato così presto le lezioni di Pinuccio.

In politica a ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria.

E che:

in politica chi non fa i gol è ‘natra cosa. O nella politica si fanno i gol o è solo pura apparenza, che dura lo spazio di un mattino. Anzi di una mezzora. La citazione su un giornale se non è accompagnata da un gol è un atto inutile di soddisfazione ottica davanti allo specchio. Ognuno vedendo il proprio nome sui giornali pensa che l’hanno letto di milioni di italiani: non è vero l’ha letto solo lui.

p.s.: Quella in versione tutta seria e compunta in quella vecchia foto sono io.

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E’ un momento complicato

Dal Foglio del 5 settembre 2009

Dear Mariella, ho un caro amico da dieci anni, un americano, che mi ha aiutato quando vivevo e studiavo negli Stati Uniti. Da due anni a questa parte è diventato di destra (…). Sono oramai pronto a disconoscerlo, ma la cosa mi rende triste. Cosa devo fare?
Lettera firmata all’Observer

Si deve parlar d’altro. Trovare nuovi argomenti, i meno politici esistenti in natura. Chiacchierare del caldo, anche se è molto rischioso dire che ci vorrebbe almeno il deumidificatore, perché il deumidificatore è di destra, mentre si sa che il ventilatore a pale di sinistra. Dire “deumidificatore” potrebbe essere interpretato come un violento attacco alla democrazia, alla libertà di sudare, per non parlare della distruzione ambientale (l’ambiente è di sinistra) ad opera di un deumidificatore in funzione. E dire che ci vorrebbe una bella doccia? Parlare di doccia andrebbe bene, la doccia è di sinistra ma ormai anche a destra se ne stanno appropriando e potrebbe sorgere una discussione rivendicativa su chi abbia il merito ideologico della doccia multifunzione, quella in cui si può scegliere fra lo scroscio, la pioggerellina e il massaggio. E’ un momento complicato, imbarazzante, come ci si muove si sbaglia. Prendiamo Giuseppe Tornatore, regista in concorso a Venezia con il film della vita, “Baarìa”, commedia epica e monumentale sulla Sicilia. Tornatore è un sincero democratico ma ha dovuto accettare di farsi produrre dalla Medusa, casa di produzione cinematografica di Mediaset e quindi riconducibile al Cav, che gli ha dato solo trentacinque milioni di euro, poveraccio, per ricostruire ad esempio Bagheria in Tunisia e gloriarsi di migliaia di comparse. Si è accontentato e ne è venuto fuori questo grande film che bisognerà vedere per forza, in cui un sacco di attori famosi hanno scongiurato Tornatore di poter fare almeno una comparsata. Un trionfo, tutti che dicono quanto è bello questo film, la speranza dell’Oscar e intanto almeno il Leone d’oro. Ma poi è arrivato Silvio Berlusconi, quel gaffeur, e ha fatto una cosa tremenda, prepotente, imbavagliante, di destra: ha detto che il film è bello. Ma come si è permesso, non era questo il copione. Il copione prevedeva che Berlusconi, o qualcuno dei suoi, gridasse: no, ci sono i comunisti, è un film diseducativo e vogliamo vietarlo. Così il film vinceva tutti i premi esistenti, sbancava al botteghino e Luis Sepúlveda, Moni Ovadia, Renzo Piano, Gae Aulenti, Oliviero Toscani, tutti sinceramente e democraticamente indignati si univano in un limpido appello contro l’attacco alla libertà espressiva, dicevano cose sulla vita e sull’arte, sulla censura, ricordavano la Resistenza e Steven Spielberg mandava almeno un messaggio di solidarietà. Ognuno al proprio posto, insomma. Invece così Tornatore è svenuto e si è affrettato a dare interviste in cui balbetta: “Sono contento che il film piaccia anche a chi politicamente non la pensa come me”, aggiungendo subito che il giudizio è stato intempestivo e quel bruto di Berlusconi poteva aspettare che “Baarìa” almeno uscisse nelle sale per dire che era bello, perché non si interrompe un’emozione democratica. Adesso il film di sinistra rischia di essere un po’ meno di sinistra, se piace a uno che non è per niente di sinistra. E’ un dramma: per il bene del cinema italiano, della casa di produzione e delle certezze del paese, questo Berlusconi dovrebbe rimangiarsi i complimenti e dire qualcosa di destra, così: con quel che mi è costato, guarda che patacca. Prenda le distanze, dica che è una schifezza, che c’è della disinformazione, che è un complotto. Sennò il film rischia il fiasco, perché i critici stranieri hanno già mostrato molta freddezza e a queste condizioni né Moni Ovadia né Luis Sepúlveda né Claudio Abbado lo andranno mai a vedere. Non si possono mettere gli artisti in difficoltà, sovvenzionandoli e poi pretendendo anche di esprimere un giudizio, ma che dico un giudizio, un complimento. Siamo all’imbarbarimento, credo che andrò in Francia, no in Francia c’è quel boro di Sarkozy, ecco andrò a farmi governare da Obama, che si fa fotografare alla Kennedy: molto carina l’immagine di lui che lavora nello Studio Ovale mentre la figlia gioca, un presidente che si prende cura della famiglia e dell’America, come quando John John spuntava nanetto dalla scrivania del padre. Però, non è un po’ grande Sasha per strisciare per terra dietro al divano, non ha i compiti da fare?

da Annalena

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Embrione di destra-destra

Qui partendo dal forum di Politica in rete, si discute di Cultura conservatrice e cultura “di destra”, con il suo commento ed il suo contributo al dibattito.

[...] In Italia abbiamo lasciato i conservatori di AN, orfani di Tatarella, progressivamente spaesati dai voltafaccia ideologici del suo leader. Allo stesso tempo Silvio Berlusconi, inizialmente il simbolo di un liberalismo popolare anch’esso estraneo alla tradizione politica italiana, per convinzione o per necessità non importa, ha finito col diventare il più schietto rappresentante dei valori tradizionali ponendosi col suo partito – Forza Italia – come il più naturale riferimento del voto cattolico. Oltre a ciò, la sua fedeltà atlantica, manifestata ancor più durante la guerra in Iraq, ne ha aumentato le credenziali presso quel popolo conservatore abituato a non avere rappresentanza politica.

E’ accaduto quindi che la nascita del futuro partito unitario di centrodestra – il Popolo della Libertà – venisse in qualche modo anticipata da una corrente “liberalconservatrice” creatasi dall’incontro “fusionista” di singoli esponenti di AN e FI. Sul fronte intellettuale, a favorire questo incontro, hanno operato figure eterodosse della sinistra e del liberalismo – Oriana Fallaci, Giuliano Ferrara, Marcello Pera in primis – grazie alle quali è potuta sorgere una “destra inconsapevole” all’interno del cosiddetto centro liberale. Cristiana e/o ateo-devota, liberista e filoamericana, questo embrione di destra-destra, ancora stenta a darsi una precisa fisionomia conservatrice in quanto storicamente il conservatorismo alberga a destra e la destra in Italia rimane patrimonio esclusivo dei fascisti e ora dei finiani.

Ad ogni modo una base culturale e politica per un (liberal) conservatorismo italiano esiste ed è identificabile in un piccolo ma attivo arcipelago di politici, fondazioni, bloggers e internauti vari. continua

E’ un copieincolla molto interessante e ampiamente condivisibile sia nell’analisi che nella prospettiva. E come Florian, anche qui nel nostro piccolo ce la metteremo tutta per favorire questo processo, anche per sapere se avremo prima o poi a che fare con “qualcosa” o con “qualcuno”.

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Riconoscersi reciprocamente

Vacca ricorda il ragazzo di Salò passato al “giornalismo integrale”.

E io mi ritrovo oggi più in questo ricordo e in questo “modo di pensarlo”, che in quello di tanti altri letti in giro. Si parla di lui: Giano Accame (qui una sua “vecchia” intervista). E ho scelto questo pezzo, per ricordarlo e per ricordare, anche, una parte lunga e importante della mia/nostra vita, che a volte sembra preistoria.

Roma. Combattente della Repubblica sociale, direttore del Secolo d’Italia, autore di saggi sulla storia del nostro paese, ma anche studioso di economia. Le agenzie che ieri hanno dato notizia della morte di Giano Accame, avvenuta mercoledì a Roma, lo definiscono giornalista, storico e scrittore. “Se proprio devi darmi una qualifica, scrivi: economista”, rispondeva lui, in genere, all’intervistatore che glielo domandava. Ma forse la definizione migliore è quella data da Giuseppe Vacca, a lungo dirigente del Partito comunista e oggi presidente dell’Istituto Gramsci, che Accame l’ha conosciuto come commentatore, quando entrambi collaboravano al Sabato, negli anni 90. La definizione (gramsciana) di “giornalista integrale”. Se si preferisce, “giornalista colto”. Un genere a sé, che ha come modelli Giuseppe Prezzolini, Gaetano Salvemini e lo stesso Gramsci. E in tempi più recenti Indro Montanelli, Luigi Pintor, Eugenio Scalfari. “L’intellettuale che considera il giornale uno strumento moderno – spiega Vacca – e per questo lo sceglie, come oggi sceglierebbe forse la Rete”. Ma sempre, appunto, da intellettuale. La differenza con il semplice giornalista, per Vacca, è la stessa che passa tra Luchino Visconti e Federico Fellini: “Fellini è un grande uomo di cinema. Visconti è un grande intellettuale europeo che fa il cinema”.
I suoi primi ricordi di Accame risalgono agli anni Cinquanta. “Avrò avuto diciassette anni. Per cultura e storia famigliare ero, come devo dire, un ‘nostalgico’ della Repubblica di Salò. I primi giornali su cui incontrai la firma di Accame dovevano essere lo Specchio, il Borghese…”. Ma avrebbe continuato a leggerlo anche dopo, da intellettuale comunista che non disdegnava, a sua volta, di “fare il giornalista” (o più semplicemente il commentatore). “Pur essendo molto netto sul tema dell’identità, Accame aveva a suo modo una cultura della mediazione, un approccio direi storico-realistico, due cose che possono benissimo convivere anche con posizioni extra-sistema o addirittura anti-sistema, e che comunque si riverberano nella scrittura”. Non è semplicemente questione di buon carattere, ovviamente, ma dei “pilastri di una cultura nazionale” comune. Un modo di pensare che “all’origine ha a che fare con il neoidealismo, magari per me più Benedetto Croce che Giovanni Gentile, e per lui l’inverso, ma il fondamento comune è chiaro”. Per questo “anche Accame avrebbe potuto dire che Gramsci è parte della cultura nazionale”, come ha fatto Alemanno pochi mesi fa, visitando l’istituto presieduto da Vacca. Non per nulla, intervistati dal Foglio nel novembre scorso su destra e sinistra nella storia d’Italia, il presidente dell’Istituto Gramsci e l’ex direttore del Secolo avevano risposto quasi allo stesso modo. “Prima della Seconda Repubblica avevamo una nomenclatura politica più perspicua di questa banale dicotomia destra-sinistra, che significa assai poco, come dimostra il fatto che il popolo continua a dire sempre i comunisti, i democristiani, i fascisti… io stesso non so mica se sono di destra o di sinistra.

So che sono un vecchio comunista togliattiano e gramsciano”, aveva detto Vacca. “Nella ‘Dottrina del fascismo’ di Benito Mussolini, la parola ‘destra’ compare una sola volta, e tra virgolette”, aveva osservato Accame, ricordando come gli stessi missini non si considerassero “la destra”, ma “un movimento di alternativa sociale e nazionale”.
E’ questo comune “modo di pensare” che permetteva ai due avversari di riconoscersi reciprocamente come figli di due culture storicistiche, sia pure l’una “di destra” e l’altra “di sinistra” – dove le virgolette, ovviamente, sono obbligate.

“Certo Accame non poteva pensare che criteri di distinzione politica come destra e sinistra, libertà e uguaglianza, si potessero definire secondo un modo di ragionare politologico che prescinde dagli elementi profondi della storia di una nazione, senza vedere come le stesse categorie che adopera si pongano sempre in un rapporto dialettico, e pensando perciò di poter definire identità e distinzioni una volta per tutte… questa è roba per l’azionismo”. Nulla di più lontano da Accame, si capisce. E non solo da lui.
( by francesco cundari – il Foglio, 17 aprile 2009)

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