
E’ vero: a noi manca tanto Pinuccio Tatarella. Infaticabile “ricucitore” di “ultimi” strappi politici (qui all’opera con Gianni Letta dopo che si era consumato secondo la stampa quello “definitivo e insanabile” del 1998 tra Gianfranco e Silvio). Il visionario padre putativo del centrodestra che ancora aspettiamo di veder realizzato, se mai lo vedremo. L’intelligenza, la capacità politica e l’apertura mentale, che nessuno gli contestava. Ci manca quella sua speciale capacità di individuare un obiettivo più alto e più ambizioso rispetto alle questioni contingenti del confronto tra i partiti.
Se la situazione attuale – scrisse nell’ottobre del 1994 – è quella del rodaggio e dell’assestamento di tutte le aree politico-culturali, il futuro va costruito fin da ora con il dibattito e l’azione. Occorre cioè rendere finalmente praticabile e attuabile la democrazia compiuta e l’alternanza con due soli schieramenti, non monolitici, ma sempre e solo due grandi coalizioni in competizione aperta”.
Quell’idea della politica come atto di responsabilità verso l’intera comunità nazionale proprio quando poteva apparire più facile e redditizio preferire il modello della contrapposizione, della delegittimazione e della polemica.
Più che le tessere mi interessano le intelligenze.
Quel capogruppo d’opposizione che ad un Convegno (da riascoltare su Radio radicale) sulla modifica dei regolamenti parlamentari: “L’opposizione dalla consociazione alla democrazia competitiva”, spiegava come bisognasse passare:
da una visione del regolamento che aveva come centro motore il parlamentare singolo ad un’azione corale e collegata…
E che rispondendo ai giornalisti tra lo squillare dei telefonini chiariva, come in politica, secondo lui, fosse necessario fare i “gol”, e i gol si fanno solo attraverso una visione corale:
Non ho capito… Ma io ho appena finito di dire che bisogna passare da una visione personale a una visione corale. Il telefonino appartiene alla cultura della visione personale…
Perché in politica chi non fa i gol è ‘natra cosa. O nella politica si fanno i gol o è solo pura apparenza (ndr scandito chiaro), che dura lo spazio di un mattino. Anzi di una mezzora. La citazione su un giornale se non è accompagnata da un gol è un atto inutile di soddisfazione ottica davanti allo specchio. Ognuno vedendo il proprio nome sui giornali pensa che l’hanno letto di milioni di italiani: non è vero l’ha letto solo lui.
Quello del:
Occorre la presenza di un contenitore di centro in ognuno dei due poli. Il centro vale, è utile, è equilibratore se è doppio”. Ma il centro “se diventa un terzo polo, è una avventura da retroguardia”
Quello che fece tornare in edicola il Roma, chiamando a collaborare Don Gianni Baget Bozzo, con l’intento dichiarato di:
“Favorire un’intesa, un’armonia, tra le ragioni del Nord e quelle del Sud e rappresentare la voce del progetto politico di “Oltre il Polo”
E indiscutibilmente, quello che:
La classe dirigente di un partito nasce dalle idee che uno porta al tavolo. Non è che uno diventa dirigente perché io gli metto un timbro. Nessuno gli riconoscerebbe il ruolo
Che raccomdandava a tutti di tenere sempre presente che:
In politica a ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria
Che frenava gli ultrà.
Mi attengo alle decisioni del Polo e la mia scelta è sempre parlare poco e decidere insieme
o ancora del
sono un prigioniero politico, non ho nulla da dichiarare
O il mitico e irascibile capogruppo, con le sue cravatte irrimediabilmente kitsch che non raggiungevano mai la meta della sua pancia (“Non capisci niente, faccio scuola alla Agnelli, lui la mette fuori del pullover, io così”, ti rispondeva sfottendo se domandavi: ma presidente una più lunga non l’hai trovata stamattina?) e gli immancabili occhiali in equilbrio instabile sulla fronte che tutti si domandavano come cavolo facesse a farli star sempre lì, che “cazziava” chiunque gli passasse a tiro senza possibilità di replica e:
confermava il rispetto degli impegni presi da parte del gruppo di Alleanza nazionale
Che quando serviva non usava giri di parole o raffinate interlocuzioni, sparando ad alzo zero contro il «gruppo di pochi che prova a determinare la vita di molti», come nell’intervista del 10-08-1994 da Vicepresidente del Consiglio, che incredibilmente potrebbe essere stata rilasciata oggi (nulla è cambiato purtroppo e drammaticamente), Basta con gli uomini invisibili. Tatarella: comandiamo noi, non i poteri forti:
«Non è un complotto, ma un condizionamento, che è anche peggio»
E non le mandava certo a dire. Quando serviva, indossando l’elmetto, senza alcuna pacatezza, mandava un messaggio chiaro e forte:
patti chiari, amicizia lunga. E basta con le lusinghe. Si mettano in testa che vogliamo comandare noi
E a chi gli chiedeva subito dopo la sconfitta del ‘96 se auspicasse un cambiamento di maggioranza:
“Macché ! Niente ribaltoni. Governino.”
Ci manca quella sua incredibile capacità di pensare e di immaginare il futuro, quando tutti eravamo troppo occupati solo nel nostro presente. Non era un santo né voleva lontanamente somigliare a un santo, era un uomo con innumerevoli difetti (come tutti noi) e un pessimo carattere, ma era uno che da presidente del gruppo di An, tutte le mattine lo trovavi alle 7.30 e la sera tardi se ne andava a mangiare o al cinema, ridendo e scherzando con gli amici. Instancabile. E sì era quello che una volta veniva definito: un politico di razza.

E certo starà leggendo qui chi parla ora in nome e per conto anche suo (not in my name), dopo mesi di inutile soddisfazione ottica avrebbe detto lui, scandendo chiaro per farsi capire e abbandonando momentaneamente il suo amato dialetto e la sua cadenza inconfondibile, che faceva dire a qualcuno che avesse bisogno dei sottotitoli: si tratta di PURA APPARENZA. E manca, forse, soprattutto a chi prima di iniziare la “movida” e qualche “giravolta” di troppo, ha dimenticato così presto le lezioni di Pinuccio.
In politica a ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria.
E che:
in politica chi non fa i gol è ‘natra cosa. O nella politica si fanno i gol o è solo pura apparenza, che dura lo spazio di un mattino. Anzi di una mezzora. La citazione su un giornale se non è accompagnata da un gol è un atto inutile di soddisfazione ottica davanti allo specchio. Ognuno vedendo il proprio nome sui giornali pensa che l’hanno letto di milioni di italiani: non è vero l’ha letto solo lui.
p.s.: Quella in versione tutta seria e compunta in quella vecchia foto sono io.