Uso assolutamente personale, in questo caso, del blog e delle cose che scrive uno di sinistra. Chi vuole capire capisca.
Per quelli che hanno voluto e “costruito” un partito in cui alla fine della discussione non si va a cena (dalle nostre parti si “mangiava la pizza”) tutti insieme, ma solo tra quelli che stavano dalla stessa parte della discussione. Per quelli che ci hanno spiegato e continuano a spiegarci che è questo inesorabilmente l’unico percorso “politico” possibile.
Quelli che c’erano prima e forse dormivano
[...] Aggiungo solo una cosa – ma lunga – perché in tutto questo parlare di apparati e di rinnovamento mi sono tornati in mente i tempi in cui avevo ancora una tessera in tasca e una sezione in cui andare a discutere di quello che capitava. L’ho fatto per quattordici anni, da quando ne avevo quindici a quando ne avevo ventinove, nella sezione Mazzini dei Ds (e prima del Pds).
[...] Come dappertutto, c’è sempre qualcuno che arriva dopo di te. E spesso era proprio uno di loro, uno di quelli arrivati da poco e desiderosi d’impegnarsi e di farsi valere, che nelle discussioni portava quella carica tipica di chi ha ferme convinzioni politiche ma ha sempre avuto poco tempo da perderci dietro, e alle lunghe e accese e spesso defatiganti discussioni e mediazioni della politica non è abituato. E insomma, per farla breve, interveniva nel dibattito con tono sprezzante e accusatorio, se non offensivo, prendendosela con quello che aveva parlato prima. Succedeva regolarmente, con le facce nuove, con quelli che ad altri livelli si sarebbero detti esponenti della società civile. Ma allora c’era sempre in sezione qualcuno, un vecchio dirigente, un autorevole intellettuale e magari pure ex partigiano, uno di quelli che in altra sede si sarebbero definiti esponenti dell’apparato, che lo interrompeva. Qualcuno che fino a quel momento, attenzione, aveva sostenuto esattamente la stessa posizione, mica uno degli altri. “Vedi – gli diceva con tono garbato, con voce posata e con fare paterno – non si dice così a un compagno…”. Ci girava un po’ intorno, spiegava brevemente la differenza tra polemizzare sulle idee e polemizzare sulle persone, quindi concludeva: “Perché se no, se tu dici così, allora io ti dico che sei uno stronzo, mi spiego?”. Era uno scatto improvviso, su e giù, una frase musicale che sulla “o” di “stronzo” scoppiava come un tuono che annuncia tempesta, per poi chiudersi sulle note suadenti e serene con cui era cominciata, con quel dolce “mi spiego?”. Il nuovo arrivato taceva, la discussione riprendeva più accanita di prima, si protraeva fino a ore insostenibili, quindi si votava, ci si divideva, qualcuno perdeva e qualcun altro vinceva, si andava tutti insieme a cena tardissimo e lì magari si ricominciava a discutere fino a molto più tardi.
E ancora oggi, quando sento discutere di rinnovamento e apparati, partito leggero e signori delle tessere, vecchio e nuovo, mi viene da pensare che in politica si parla troppo di valori e questioni morali e buoni e cattivi, ma si pensa troppo poco a come principi e modi di pensare e modi di stare con gli altri si trasmettono, in una grande organizzazione che voglia davvero cambiare qualcosa, anche di se stessa. E quando sento fior di burocrati che nell’apparato hanno passato la vita parlare con tanto disprezzo di tessere e iscritti, non so perché, ma la prima cosa che mi viene in mente è un partito in cui alla fine della discussione non si va a cena tutti insieme, ma solo tra quelli che stavano dalla stessa parte della discussione. E penso pure che se questo accadrà, la responsabilità non sarà dell’ultimo arrivato e del suo ingenuo manicheismo, ma di tutti i vecchi dirigenti con i quali andrà a cena, che gli diranno bravo e gli daranno tante pacche sulle spalle, già abituati alla modernissima idea che in questo consistano il confronto e la discussione politica: nel dirsi e nel sentirsi dire bravo, nel dare e nel ricevere tante pacche sulle spalle, e tanti colpi di gomito, dentro il proprio piccolo, splendido, democratico gruppetto di puri, in cui regna sempre l’unità e l’armonia e la solidarietà interna, e in cui soprattutto a nessuno verrebbe mai in mente di darti chiaramente e pubblicamente dello stronzo.
Quelli che molto probabilmente non leggono questo blog (i blog non li legge nessuno) o forse che sì. Qualche volta.