Stranezze

Mah io tutto questo entusiasmo da curva calcistica per la vittoria di Vendola contro D’Alema da parte di alcuni bloggher di centrodestra (che ieri sera festeggiavano neanche avessero vinto loro non le primarie, ma le elezioni) non è che l’ho capito molto. Mi hanno ricordato i post di chi invidiava il Pd (il partito che non c’è). Qui chi ha provato a fare analisi e riflessioni diverse.

Dato che la confusione regna sovrana, è il caso di fermare alcuni concetti. Le elezioni primarie sono un prodotto della democrazia, ma a patto che il voto dei cittadini pesi e sia determinante. L’esercizio utile non consiste nel ficcare delle schede nelle urne, ma nel farlo rispettando delle regole, godendo di garanzie, potendo fidarsi di un gioco leale. Altrimenti si chiama in modo diverso: presa in giro. Le primarie fin qui organizzate, anche quando hanno riguardato il centro destra, o erano un imbroglio, nel senso che era scontato il risultato, oppure una gara fra gruppi di pressione e cordate d’interessi come quelle pugliesi della volta scorsa, a fronte delle quali i vecchi congressi di partito, dominati dai “signori delle tessere”, erano un esempio di trasparenza. L’idea originaria, insomma, era buona, ma la pratica è stata pessima. Le regole servono, e devono essere rispettate, a cominciare dal fatto che deve essere chiaro: a. quando si fanno, senza lasciarle ai capricci delle dirigenze; b. chi ha diritto di candidarsi; e c. chi di votare. Una materia, questa, che dovrà essere affrontata quando si metterà mano alla legge elettorale, che tutti criticano ma che a tutti i capi partito, in fondo, sta bene. Il fai da te istituzionale, alla fine, è una barzelletta macabra.

via Davide Giacalone.it.

update: Il Pd deve scegliere: le primarie o la politica.

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Dimissioni non dimenticate

Dimissioni irrevocabili. Un raro caso di dimissioni annunciate e non dimenticate.

Francesco Rutelli ha comunicato ai membri del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica le proprie “dimissioni irrevocabili” da Presidente del Copasir. La lettera è stata trasmessa lo scorso venerdì 18 dicembre, al termine degli adempimenti che Rutelli si era impegnato a concludere come Presidente.

Potrebbe essere Massimo D’Alema il nome su cui puntare per la guida del Copasir al posto di Francesco Rutelli. Anche se non c’è ancora la designazione ufficiale.

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Confronto che abbia al centro le riforme?

Paolo Franchi e Giuliano Ferrrara scrivono sull’argomento e tutti e due erano alla presentazione del libro di Ciccio Cundari (ne parla qui anche lui): “Comunisti immaginari. Tutto quello che c’è da sapere sul PCI, lì dove D’Alema ha lanciato la provocazione. “Mettiamoci in gioco“.

Il bipolarismo selvatico di Paolo Franchi

E’ difficile non convenire con Eugenio Scalfari, L’inciucio «è cosa non buona e ingiusta». Dunque, avrebbe torto marcio, smentite o non smentite, Massimo D’Alema. Che ne rivendica la funzione positiva e sembra rappresentarlo come un dovere delle classi dirigenti politiche. Un dovere soprattutto in frangenti particolarmente difficili della vita nazionale, come questo che stiamo vivendo.

Tutto qui? Neanche per idea. Perché la questione, come si diceva un tempo, è un’altra. D’Alema, che da un pezzo dell’inciucismo (ricordate il Dalemone?) viene indicato da mezzo mondo come la vivente incarnazione, non aiuta certo a metterla in chiaro, quando per vezzo o per arroganza intellettuale, e comunque per un eccesso di dalemismo, fa orgogliosamente (e provocatoriamente) sua la parolaccia di cui sopra. Ma la sostanza del problema non cambia. Compromesso e mediazione, in politica, sono sempre e comunque imbroglio, pateracchio, svendita a prezzo stracciato di valori e di principi? E il compito dei gruppi dirigenti qual è: gridare così forte da sovrastare anche i cori dei tifosi più accesi? Oppure provarsi a indicare una prospettiva al Paese, fare opera di civilizzazione della lotta politica, e cercare di aprire uno spiraglio non a improponibili ammucchiate, ma a un confronto che abbia al c’entro le riforme?

Chiedo scusa per qualche annotazione di carattere personale. Con lo stesso D’Alema e Giuliano Ferrara (al quale rubo, facendola mia, una feroce definizione di quel che sta purtroppo capitando in Italia: «Una parodia di guerra civile combattuta a colpi di souvenir»), ero, giovedì scorso, tra i presentatori del bel libro di Francesco Cundari, «Comunisti immaginari»: quelle parole incriminate le ho ascoltate dal vivo. Magari sarà perché a sessant’anni non si hanno più i riflessi scattanti del giovane cronista politico. 0 perché mi era parso che lì si parlasse non solo, ma soprattutto del passato e del presente di comunisti e di postcomunisti, e non delle polemiche, o delle risse, di giornata. Ma tutto avrei immaginato, inciucio o non inciucio, tranne che fossero destinate a provocare tanto subbuglio. Così che, confesso, sono rimasto un po’ stupito leggendo sui giornali tante reazioni indignate. Poi ci ho riflettuto su, e una risposta ho cercato di darmela.

Non è tanto l’inciucio, malauguratamente tirato di nuovo in ballo da D’Alema, a fare scandalo, ma l’idea stessa che, in specie nei passaggi più aspri e pericolosi, la ricerca del compromesso possa essere un compito cui non è lecito ai gruppi dirigenti politici (sempre che siano davvero tali: e questo è tutto da dimostrare) sottrarsi. Meglio, molto meglio, continuare a stendere proclami di guerra totale. Meglio, molto meglio, rilanciare, con tromboni, grancasse, e anche qualche putipù, una concezione selvatica del bipolarismo e del maggioritario per la quale la contesa potrà dirsi conclusa solo se e quando l’avversario sarà stato, una volta per tutte, sgominato: la concezione che ci ha portato dove ci ha portato.

Proclamarsi apertamente fautori della difficile ricerca di un compromesso onorevole (che ci consenta di toglierci gli elmetti, smettendola, per esempio, di accapigliarci su chi siano i mandanti morali dei lanciatori di statuette, per occuparci, invece, delle riforme, e insomma di tornare a fare politica invece di gridarci l’un l’altro epiteti sanguinosi dalle rispettive curve) significa, è evidente, mettere in conto una fortissima impopolarità, non solo nelle due contrapposte tifoserie e tra i contrapposti capi tifosi. Ma una politica che sia solo ricerca di consenso e di popolarità non va da nessuna parte, e può fare danni incalcolabili. D’Alema la questione, seppure non nel migliore dei modi, la ha sollevata; e forse non è un caso che lo abbia fatto parlando dei tanti vizi ma pure delle non poche virtù del suo vecchio partito, il Pci, che il ruolo del compromesso in politica lo aveva chiaro anche prima che Enrico Berlinguer ne proponesse uno addirittura storico. Invece di indignarsi, forse bisognerebbe chiedergli di entrare nel merito, di indicare anche solo a grandi linee quale potrebbe essere, per lui, il compromesso possibile: potremmo scoprire che vale la pena di ragionarci su, oppure che è disonorevole e inaccettabile. Ma nessuno glielo chiede. E magari non è un caso nemmeno questo.

E qui Giuliano Ferrara da “IL FOGLIO” di lunedì 21 dicembre 2009

Il D’Alema natalizio. e “inciucista” che fa arrabbiare la nota lobby

Dietro questa storia della legittimità del compromesso, che ha tanto scandalizzato le anime buone dei lanciatori di merda, c’è uno slittamento natalizio del carattere di un leader. D’Alema è meno insopportabile di una volta. Può mandare a quel paese la cultura azionista del gruppo Espresso-Repubblica, che un certo peso a sinistra lo mantiene, e può farlo con un tratto di serenità e perfino di soavità che non gli conoscevo.

Ho presentato con lui a Roma il libro di storia del Pci di un comune amico, Francesco Cundari, e ho potuto ascoltare e osservare cambiamenti significativi. Il primo della classe accetta che si sbirci il suo compito. Il velista au grand large si sperimenta ora nel piccolo cabotaggio e si appresta a curare la Fondazione delle fondazioni del Partito socialista europeo (invece di fare il ministro degli Esteri dell’Unione). Ha incassato numerose sconfitte, da premier, da ministro degli Esteri di un governo rivelatosi improvvido ed effimero, da spettatore annoiato di quello che ha sempre considerato il circo veltroniano, per non parlare delle cariche stabili e dirimenti, la presidenza della Camera e il Quirinale, che gli erano sembrate alla portata della sua leadership cinica e volitiva, dopo tante scelte di alta rappresentanza istituzionale, e invece no, gli sono sempre sfuggite.

E’ che ora si sente sicuro, il compagno segretario, perché ha ripreso in mano lo strumento decisivo della politica, il partito. Si è finalmente visto, pensa, che l’apparato e gli elettori della sinistra democratica postcomunista e postdemocristiana coincidono, solo che si esprima un candidato capace di despettacolarizzare e normalizzare la vita di partito e di costruire una tranquilla maggioranza. Più o meno riluttanti, i cattolici democratici seguiranno; da tempo sono un lievito evangelico, magari un po’ acido, ma non più un partito o una classe di governo. D’Alema sì appresta a usare la mano leggera con amici e oppositori interni, per consolidare il risultato, per non irritare il campione titolare di quest’operazione (Bersani). Intende usare quel che c’è, il maggior partito d’opposizione, per fare politica e non solo testimonianza o generico casino, per ottenere spazi e vantaggi nello scontro e nel confronto con l`avversario ormai storico e strategico del centrosinistra, Berlusconi; intende affermare idee, metodi e compromessi capaci di disinnescare gli aspetti più esplosivi dell`avventura berlusconiana e di stabilire un tracciato in cui si possa anche solo immaginare quel che oggi è arduo a pensarsi, una alternativa politica al centro destra imperante, al Pdl.

A me, che azionista non sono e non sono mai stato, tutto questo sembra estremamente ordinario, necessario, utile e corrispondente ai canoni della lotta politica, quando questa abbia un qualche significato. Quindi anche bello. Tonino Di Pietro non è d’accordo, Veltroni eccepisce, Franceschini si lamenta, tutti se la prendono con il dalemiano Latorre che chiede tempo ed esorta a diffidare dei miti della spallata e del colpo di mano: capisco, capisco bene le ragionì rispettive, la politica è anche ricerca di garanzie e protezioni, e prevale nel demagogo di Montenero come nella minoranza del Pd un sentimento genuino di paura, la paura che D’Alema sia il primo che agganci Berlusconi, il primo che riesca a stabilizzare il sistema e ad architettarne qualche cambiamento positivo.

E’ sempre lo stesso problema, quello che si pose all’epoca della discussione sulla possibilità di avere un presidente della Repubblica eletto sulla base di un manifesto politico di pacificazione (operazione Quirinale, 2006). Nessuna garanzia di riuscita, oggi come allora. Siamo il paese in cui fu meschinamente affondato il progetto di riforma della Costituzione e della giustizia concepito in una solida e apertamente pattuita commissione Bicamerale. A proposito, onorevole D’Alema, spero ella ricordi che la Bicamerale si infranse contro il tentativo palese, da lei messo in campo, di isolare Berlusconi con l’aiuto di Fini. Per riuscire dove si è fallito una volta, basta non ripetere l’errore.

Il dibattito sulle riforme sui quotidiani. I possibilisti:

I contrari pronti a tutto.

Qui invece Bersani su D’Alema: “Confronto, ma no inciuci” e il post di The Frontpage commentato oggi da Vittorio Macioce: Il giustizialismo è anche un business (e ha intossicato l’Italia).

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Scudo

Quando l’immunità parlamentare “era una garanzia per ciò che i rappresentanti del popolo facevano nell’esercizio delle loro funzioni.” Quando era “uno scudo per i parlamentari”.

Qui la lettera inviata al Foglio dalla senatrice del Pd Franca Chiaromonte che preannuncia la presentazione di un ddl sull’immunità parlamentare.

Vorrei continuare a tenere aperto uno spiraglio di ragionevole discussione su un punto politico che continua a sembrarmi tutt’altro che marginale nella vita politica e costituzionale del nostro paese. continua

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Tutta questa roba qui

Mi sono passata il tempo a sbobinare, dal sito di Radio Radicale,  il recente intervento di Massimo D’Alema alla presentazione del libro di Biagio De Giovanni (Ed. Marsilio) A destra tutta. Dove si è persa la sinistra?che tante polemiche ha causato, con il solito balletto di dichiarazione e smentite. D’Alema ha infatti mandato a dire che le sue parole erano state male interpretate e anzi era stato fatto «in modo un po’ furbesco». E che lui intendeva dire solo questo: «La sinistra non può arroccarsi in una posizione pregiudiziale e antiberlusconiana». Eccole qui le parole di D’Alema (qui l’audio di radio radicale).

Mah dunque questo libro è un libro che si offre ad una discussione molteplice, quindi inevitabilmente uno deve scegliere una sua pista. Ed è difficile affrontare il complesso dei temi che De Giovanni affronta e che ripercorrono, insomma un quindicennio di storia nazionale e toccano i grandi nodi della crisi e della sfida politica italiana.

E’ un libro pieno di considerazioni acute, intelligenti, a mio giudizio non giova al libro un tono talora persino rancoroso nei confronti del centrosinistra italiano che finisce per renderlo non di agevole lettura, almeno per chi come me si senta così investito da un giudizio, in qualche caso – dico come parte di un gruppo dirigente – liquidatorio, sprezzante, non sempre fondato anche su basi filologiche esatte.

Però insomma io l’ho letto due volte il libro, mi sono arrabbiato due volte, insomma è un problema mio.

Io sono per evitare di scendere su questo terreno e per prenderne, discuterne la sostanza e anche come dire gli stimoli indubbiamente utili, positivi, le indicazioni di lavoro che meritano di essere, a mio giudizio, perseguite, sgombrando il campo di quello che, così, gli elementi che vorrei considerare più passionali.

Io credo che uno dei punti centrali del libro è innanzitutto secondo me assolutamente valido. Cioè l’invito al centrosinistra, alla sinistra a considerare la destra italiana nel suo spessore reale, a non ridurre questo grande fenomeno politico, politico-culturale e sociale che ha occupato la scena politica del paese nell’ultimo quindicennio ad un evento anomalo, esclusivamente legato al potere mediatico di Berlusconi o quelle cose per cui ancora adesso uno è tormentato che se facevamo la legge sul conflitto di interessi scompariva Berlusconi, sono delle cose contro le quali, io penso, è giusto mettere in guardia la sinistra italiana.

Questo antiberlusconismo che poi sconfina in una sorta di sentimento anti-italiano ed evoca i peggiori vizi della sinistra italiana, cioè l’autoconsolazione di chi si ritiene una minoranza illuminata in un paese disgraziato eccetera… Tutta questa roba qui, diciamo, che indubbiamente è, a mio giudizio, l’approccio peggiore, l’approccio subalterno alla grande sfida politica che il paese ha di fronte a se. Capire le ragioni di questa destra, capire come emerge questo fenomeno politico, anche come frutto di una crisi della repubblica democratica, dei partiti e anche come effetto, diciamo, versione italiana, tornerò su questo punto, di un processo politico culturale europeo, non esclusivamente italiano.

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Suvvia, gli è scappata la frizione…

«I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola».

Chi ha sentenziato così? Il maledetto Caimano, ossia Silvio Berlusconi? Macché, è stato il democratico Massimo D’Alema. Max ha anticipato tutte le ire del Cavaliere nei confronti della carta stampata. Con assonanze sorprendenti. Compresa la strategia di darci dentro con le cause civili e le richieste astronomiche di danni.

La prima scena risale al 31 ottobre 1992. Aeroporto di Lecce. Incontro D’Alema che aspetta il volo per Roma. È mattina presto, ma lui già schiuma di rabbia contro una masnada di pessimi soggetti. I giudici di Mani Pulite. Gli editori. I giornali e i giornalisti. Primo fra tutti, Eugenio Scalfari, direttore di “Repubblica”. Ringhia: «Scalfari ha leccato i piedi ai democristiani che stavano a Palazzo Chigi, da Andreotti a De Mita. E adesso fa il capo dell’antipartitocrazia».

Quarantotto ore dopo, intervistato dal “Giorno”, Max si scaglia di nuovo contro “Repubblica”: «Che cosa si vuol fare? Cacciare deputati e senatori, per lasciare tutto in mano a Scalfari?». Un vero figuro, Barbapapà. Anche perché è in combutta «con quell’analfabeta di andata e ritorno che si chiama Ernesto Galli della Loggia». “Repubblica” prova ad ammansire D’Alema. Però il 13 novembre lui replica: «Ormai i giornali sono un problema in Italia, esattamente come la corruzione».
[...] Nel dicembre 1995, Max affida a “Prima comunicazione” il suo lungo editto contro i giornali. Intervistato da Lucia Annunziata, spiega di sentirsi una vittima: «Due giornalisti mi tengono e il terzo mi mena». «Il livello di faziosità e di mancanza di professionalità è impressionante». «Non esiste l’indipendenza dell’informazione: i giornali non sono un contropotere, ma un pezzo del potere. E come tali sono inattendibili». «Il loro compito è la destrutturazione qualunquista della democrazia politica». «Gli editori si contendono a suon di milioni i giornalisti più canaglia». continua

La libertà di stampa che piace a D’Alema è quella di Pol Pot

Ed eccole qua ancora online e proprio grazie a Repubblica le dichiarazioni di Massimo D’alema.

D’Alema alla guerra contro i giornali

Fabio Mussi ci scherza. Prima con una citazione in latino, “tavolta anche Omero sonnecchia”, poi in toscano: “Suvvia, gli è scappata la frizione…”. L’autista imbranato o, a scelta, il vate che per un attimo s’è appisolato, è il compagno segretario Massimo D’Alema. Che ha dato pubblicamente sfogo alla sua rabbia contro i giornali, semirepressa in privato e nei rapporti personali con i cronisti (battuta di solito preferita: “jene dattilografe al servizio dell’imperalismo“, cfr. Stalin…). Il leader della Quercia non sopporta più i giornali, “sono falsi e pericolosi“, “inaffidabili e manipolativi“. Perché comprarli, allora? Meglio lasciarli in edicola, “è un segno di civiltà” dice D’Alema nell’intervista a Prima comunicazione. Altro che contropotere, tutti i giornali sono di partito, “tutti giocano per qualcuno, per certi interessi, per certi poteri“.

E i giornalisti? I direttori danno la caccia “ai più canaglia, i più furbacchioni, che vengono contesi a colpi di milioni”. I ‘migliori’ non sono quelli che vanno in commissione a spulciare le carte, ma quelli che “si trovano in Transatlantico proprio mentre l’onorevole abbaia ’stronzo’ al collega”. Informazione “pettegola, furbesca, superficiale“.

Conclusione:

“Se devo dire qualcosa, la vado a dire in tv, non ai giornali. Mi metto davanti ad una telecamera con la mia faccia, senza un mediatore…”.

Se non fosse che è proprio il quotidiano di Largo Fochetti a tenerle online, ci aspetteremo la comunicazione ufficiale che si tratta di uno di quei refusi oggi tanto di moda. Cari Lettori, per un errore materiale è capitato di aver scritto il nome di Massimo D’alema, ma ogni qual volta questo spiacevole errore redazionale si ripete, non dovrete fare altro che  sostituire il cognome di D’alema, con quello di Berlusconi, il nome Massimo con Silvio. Suvvia talvolta anche Omero sonnecchia.

E poi un’omerica risata li seppellirà.

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Dire che il sole è la luna/2

Quando le menzogne e le falsità si possono continuare dire in modo assolutamente indisturbato e sfacciato. L’intervista di D’Alema oggi sul Corriere. Sorprende che a subirle, senza alcun commento, sia un’ottima giornalista come Maria Teresa Meli.

C’è chi ricorda che anche lei, come altri esponenti del centrosinistra, aveva la querela facile e il dente avvelenato contro i giornalisti. Non sembrerebbe quindi un’esclusiva di Silvio Berlusconi.

«Questo accostamento è insensato. Io non posseggo televisioni e giornali e quando sono diventato presidente del Consiglio ho rimesso tutte le querele».

Eppure bastava fare una piccolo ricerca nell’archivio storico del Corriere o sul web (a poposito di due pesi e due misure, qui si ricorda anche la causa intentata e persa per “infondatezza delle sue doglianze” dal Presidente del Consiglio Prodi che aveva chiesto 8 miliardi di risarcimento) per controllare. D’Alema querelò Forattini proprio mentre era Presidente del Consiglio (qui abbiamo ricordato alcune reazioni di allora: D’Alema “e chiunque altro in questo Paese – ha scritto Luca Sofri - fa bene a reagire come può e come si può, alle falsità che i giornali scrivono (e lo fanno)…) e rimise la querela, dopo circa un anno e mezzo in prossimità delle elezioni regionali, dopo che lo stesso vignettista fece una dichiarazione pubblica di «riconoscimento»:

«La questione è definitivamente chiusa – ha detto l’attuale presidente dei Ds. Ho preso atto con soddisfazione della dichiarazione di Giorgio Forattini. Dall’inizio di questa vicenda avevo sollevato un unico problema: quello del riconoscimento da parte dell’autore dell’intento squisitamente satirico della sua vignetta e dell’assenza assoluta di qualsiasi intento diffamatorio rivolto alla mia persona e alla carica pubblica che ricoprivo». Il «riconoscimento» chiesto da D’Alema è arrivato.

«Non ho alcuna difficoltà a dichiarare, come peraltro ho già fatto per il tramite dei miei avvocati – ha detto Forattini – che la vignetta deve considerarsi, come tutti gli altri miei disegni, espressione squisitamente satirica, senza alcuna intenzione di voler rappresentare fatti reali dei quali non mi sono mai interessato».

Possiamo dare al Presidente del Consiglio in carica lo stesso arco di tempo e la possibilità di remissione dopo che Repubblica e l’Unità dichiarino e «riconoscano» di avere avuto intenti solamente satirici? E che ne prenda atto con soddisfazione?

O comunque altro concetto espresso chiaramente (e con una incredibile faccia tosta) da D’Alema loro sì possono, sempre e comunque, e gli altri no sempre e comunque?

Qui invece qualcosa di più serio fortunatamente. Sergio Romano che sembra non avere l’alzheimer e non vedere lune al posto del sole. Analizza il momento politico non risparmiando critiche al premier, come qualsiasi serio giornalista dovrebbe e deve fare.

E il dibattito pubblico è polarizzato tra chi si è ridotto a fare opposizione guardando il premier dal buco della serratura e chi usa dossier e lettere anonime per screditare gli avversari.

p.s.: Consiglio per il blogghèr stimabilissimi, persone equilibrate, intelligenti e perbene, normali, a posto e colte molto più di noi: Poi non guardatevi in faccia sconcertati e attoniti per domandarvi come è potuto accadere tutto questo che poi permette da 15 anni a Bs di continuare a vincere e governare questo paese.

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Giusto reagire alle falsità

Ha detto ieri Massimo D’alema

Un presidente del consiglio non può querelare “perché con il suo potere diventa aggressione e intimidazione”, ricordando che, quando lui arrivò a Palazzo Chigi, fece decadere tre querele, di cui una contro il Giornale …

Peccato che dimentica qualcosina. Qui Wikipedia ci dice chi è Massimo D’Alema: (Roma, 20 aprile 1949) è un politico italiano, già Presidente del Consiglio dei Ministri dal 21 ottobre 1998 al 25 aprile del 2000, primo ed unico esponente dell’ormai disciolto Partito Comunista Italiano a ricoprire tale carica.

Questo è il comunicato ANSA del 24 novembre 1999 che ricorda la vicenda e la successiva cancellazione della presenza del vignettista in Tv:

Mentre all’aeroporto di Linate mi accingevo a salire sull’aereo per Roma, dove avrei dovuto prendere parte alla puntata di “Porta a Porta” dedicata alla satira, prendendo spunto dalla vignetta per la quale il presidente del consiglio mi ha citato in giudizio, ho ricevuto una telefonata con la quale mi si comunicava che l’ufficio legale della Rai aveva deciso di cancellare la trasmissione. Non ho chiesto, né mi sono state riferite, le ragioni di tale repentina decisione. La stessa comunicazione è giunta agli altri ospiti, alcuni dei quali erano già partiti per Roma. Io ho solo dovuto recuperare il bagaglio che era già stato imbarcato e tornare a Milano.

La vignetta era questa, pubblicata (altro paradosso, lui nella parte di lei, lei nella parte di lui) da “La Repubblica” lunedì 11 ottobre 1999.

speciale1

Una vignetta per la quale l’allora Presidente del Consiglio in carica Massimo D’Alema querelò Giorgio Forattini chiedendo tre miliardi di danni.

E sul “Foglio” Luca Sofri (letto qui) lo difese: giusto reagire alle falsità.

Perché è vero che “la querela è strumento che incattivisce, e la richiesta di miliardi può essere, in alcuni casi, un’ulteriore vigliaccata, ma le mani prudono”. Dunque, D’Alema “e chiunque altro in questo Paese – ha scritto Luca Sofri - fa bene a reagire come può e come si può, alle falsità che i giornali scrivono (e lo fanno), e che da quel momento centinaia di migliaia di persone fanno proprie”. Al telefono Sofri (tra l’altro anche lui giornalista, fa il redattore a Panorama) ci tiene a precisare di “non avercela naturalmente con Forattini”. Ma crede che “anche la satira debba prendersi le sue responsabilità, visto che non è più solo semplice sberleffo ai potenti”.

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Chi lo direbbe?

E’ solo un’indiscrezione giornalistica non so quanto veritiera. Ma eventualmente chi lo direbbe a Mauro e De Benedetti?

Avviso ai naviganti: il buon D’Alema, di rientro dal mare, si appresterebbe a seppellire l’ascia di guerra col Cavaliere, o meglio a porgere il fatidico ramoscello d’ulivo: niente più guerre, men che meno mediatiche col Centrodestra… resta solo da capire come la prenderanno Ezio Mauro e De Benedetti…

via D’Alema ha deciso: niente più guerre mediatiche col Centrodestra… – Affaritaliani.it.

Intanto a Red tv cambio di direzione agostano. Al posto di Claudio Caprara è arrivato Ciccio Cundari.

Quando cambia il direttore.

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