Lo scatto d’orgoglio va in tv

Secondo Il Secolo d’Italia, “la litigata in diretta (di D’Alema) ha segnato nei fatti un cambio di marcia di una sinistra in affanno che cerca di riscattarsi”. Il pezzo qui viene commentato sul Giornale di Feltri e Sallusti.

Titolo palese: «La sinistra ha battuto due colpi». Titolo occulto, attribuito ad un quotidiano «tipo Libero o Giornale»: «Una sinistra con le palle». D’Alema e Bersani «hanno preso il toro per le corna»; hanno registrato «un cambio di passo per una sinistra che era in affanno comunicazionale da troppo tempo».

Attenzione, però: gli insulti a Sallusti sono un fatto che «può e deve essere letto con la lente speciale della metafora e non della cronaca». Un fatto culturale, insomma. Il Secolo fa anche un po’ di revisionismo e Affittopoli – inchiesta allora gradita da tutti gli elettori del centrodestra e non solo – diventa «cosiddetta». La reazione di D’Alema al ricordo della sua casa, il segno di «una sinistra democratica che si riscopre finalmente sociale, stufa di essere messa all’angolo» dai populisti che trovano «nel Giornale di Feltri e Sallusti il principale punto di riferimento». Insomma, il Pd – spiega «il quotidiano nel Pdl» – è diventato bravo. Merito anche della «pressione psicologica» di «tantissimi suoi elettori». Quelli che guardano ad Antonio di Pietro? No «alla proposta politica di Gianfranco Fini».

E qui l’originale (provare per credere), che così si conclude:

Uno scatto d’orgoglio di una sinistra democratica che si riscopre finalmente sociale, stufa di essere messa all’angolo da una sinistra (?) populista speculare ad una destra populista che trova nel Giornale di Feltri e Sallusti il suo principale punto di riferimento mediatico. Alla fine tutto torna.

Non prima di averci spiegato però che:

L’arrabbiatura in diretta di Massimo D’Alema viene letta come lo scatto d’orgoglio della politica vera, delle analisi e dei contenuti, contro una politica fatta di propagande e provocazione. E’ per questo che l’ira di D’alema coincide con l’insofferenza di tanti italiani (non solo di sinistra) che non ne possono più di una politica tutta giocata sulla caccia la nemico, vero o presunto.

Parola del Secolo d’Italia e della destra che “fa pensiero”, pensiero e futuro. L’unica possibile tra l’altro a sentire loro e le schiere di intellettuali che ogni giorno ci danno lezioni sul come dovremmo essere.

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E non chiedono mai scusa

D’Alema non gode di una buona stampa, come il capitano della sua squadra (anche lui è tifoso giallorosso). Anzi. Di “baffino di ferro” quando si può, si dice e si scrive peste e corna. Lo conosco da quando aveva i pantaloncini corti. Amico del padre Giuseppe, l’ho visto salire tutti i gradini della sua ormai lunga carriera (gli ho visto salire anche i gradini della famosa casa ad equo canone, poiché abitavo un piano sotto al suo): segretario della Fgci, direttore de l’Unità, capogruppo alla Camera, segretario del Pds, presidente della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, presidente del Consiglio, ecc. ecc.

Ebbene da tempo mi sono convinto che D’Alema non è quell’odioso personaggio che viene comunemente descritto. E percepito. Certo ha un caratteraccio, ma sicuramente è la migliore intelligenza politica della sinistra. Insomma se c’è rimasto un politico di razza nella sinistra questo è proprio lui. Per questo appare incredibile – così è per me, almeno – che abbia perso le staffe in quel modo. Com’è possibile che un un uomo politico che ha ricoperto il ruolo di presidente del Consiglio, di ministro degli Esteri, è stato lì lì per diventare ministro degli Esteri dell’Unione europea, ed è ora presidente di una delicata commissione parlamentare di garanzia, dica in televisione ad un giornalista – provocatore o no, non importa – “ma vada a farsi fottere”? Giustamente D’Alema ha sempre difeso il primato della politica (è rimasto uno dei pochi a farlo). Ma il primato della politica significa anche separare il proprio ruolo dalla propria persona, e non dimenticarlo pure se si subiscono provocazioni.

D’Alema e Totti sono accomunati anche dal fatto che – potete giurarci – mai e poi mai chiederanno scusa a Sallusti e a Balotelli. Dimenticando che solo i grandi sanno riconoscere i propri errori e chiedere scusa.

Non sono grandi, Massimo e Francesco. Anzi. Sono piccoli come la maggior parte degli italiani. Che sono piccoli e maleducati. Non rispettano le code, occupano i posti dei disabili nei mezzi di trasporto e nei parcheggi (tanto “non c’è nessuno”), sostano in doppia e tripla fila, suonano il clacson a tutto spiano, non raccolgono le deiezioni dei propri cani dai marciapiedi, non si fermano né rallentano in prossimità delle strisce pedonali, non pagano il biglietto sugli autobus, buttano ogni genere di cartacce e cicche per terra, tengono l’hifi di casa e l’autoradio a tutto volume, non pagano le tasse (non tutte, almeno), passano col rosso, urlano dappertutto e ingiuriano chiunque osi contraddirli (quando non alzano le mani), mandandolo spesso affa o a farsi fottere.

E non chiedono mai scusa.

via Totti, D’Alema e le scuse a Balottelli e a Sallusti | The Frontpage.

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Una bella puntata

Dopo che l’on. D’Alema si è espresso in puntata nei confronti del vicedirettore del Giornale Sallusti così:

“bugiardo e mascalzone”, “Fa tutta questa scena gratis? Ma stia tranquillo, le daranno un premio. Magari le manderanno qualche signorina…”  “Vada a farsi fottere”, “Io stasera non la faccio più parlare.”

Giovanni Floris, conduttore di «Ballarò», commenta sul suo sito internet la puntata scrivendo che si è trattato di «una bella puntata». «È successo un fatto importante, le dimissioni di un ministro importante, e tutte le parti hanno accettato di parlarne in maniera responsabile e seria – ha detto il conduttore -. Certo, lo scontro a momenti si è acceso più del previsto, ma questo è normale tra persone in carne ed ossa. La realtà è che la politica è confronto, la democrazia è confronto, tra punti di vista ed opinioni diverse, e Ballarò cerca di fare delle diversità la propria ricchezza».

Qui si commenta e qui amaramente si conclude: L’audience vola. La politica no.

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Ma perchè?

Ma perchè Massimo D’Alema, l’uomo chiamato a dirigere il comitato di controllo sui servizi segreti, l’ex ministro degli Esteri candidato financo e senza esito a incarichi istituzionali europei, già presidente del consiglio per breve e tumultuosa stagione, è andato a Ballarò a parlare proprio di case, compravendite ed affitti di favore? Forse perchè non c’era la Roma in tv ieri sera?

via Eh no, Max. Dal blog Politicamente scorrette di Gianna Fregonara e Maria Teresa Meli. Corriere Della Sera.

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Senza abbandonarsi

«ma se non ce la danno, inviterei ad una riflessione un pò più approfondita, tecnicamente composta, senza abbandonarsi agli slogan».

Sarà un caso, ma c’è un altro che tuona contro gli slogan e che ci spiega come tutti i problemi di questi ultimi 15 anni potrebbero essere superati da una legge elettorale che preveda il doppio turno.

E che poi indica la strada maestra da seguire, per uscire dall’emergenza democratica (Più emergenza democratica di così…»):

solo superando l’attuale bipolarismo si possono rimescolare le carte, si rompe un sistema cristallizzato attorno al blocco di potere di Berlusconi, si rompono le gabbie che stringono le forze politiche. Solo così si potranno aprire nuove prospettive per il Pd con un dialogo con Casini, innanzitutto, ma anche con Gianfranco Fini.

Anzi è sicuramente un caso.

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Stranezze

Mah io tutto questo entusiasmo da curva calcistica per la vittoria di Vendola contro D’Alema da parte di alcuni bloggher di centrodestra (che ieri sera festeggiavano neanche avessero vinto loro non le primarie, ma le elezioni) non è che l’ho capito molto. Mi hanno ricordato i post di chi invidiava il Pd (il partito che non c’è). Qui chi ha provato a fare analisi e riflessioni diverse.

Dato che la confusione regna sovrana, è il caso di fermare alcuni concetti. Le elezioni primarie sono un prodotto della democrazia, ma a patto che il voto dei cittadini pesi e sia determinante. L’esercizio utile non consiste nel ficcare delle schede nelle urne, ma nel farlo rispettando delle regole, godendo di garanzie, potendo fidarsi di un gioco leale. Altrimenti si chiama in modo diverso: presa in giro. Le primarie fin qui organizzate, anche quando hanno riguardato il centro destra, o erano un imbroglio, nel senso che era scontato il risultato, oppure una gara fra gruppi di pressione e cordate d’interessi come quelle pugliesi della volta scorsa, a fronte delle quali i vecchi congressi di partito, dominati dai “signori delle tessere”, erano un esempio di trasparenza. L’idea originaria, insomma, era buona, ma la pratica è stata pessima. Le regole servono, e devono essere rispettate, a cominciare dal fatto che deve essere chiaro: a. quando si fanno, senza lasciarle ai capricci delle dirigenze; b. chi ha diritto di candidarsi; e c. chi di votare. Una materia, questa, che dovrà essere affrontata quando si metterà mano alla legge elettorale, che tutti criticano ma che a tutti i capi partito, in fondo, sta bene. Il fai da te istituzionale, alla fine, è una barzelletta macabra.

via Davide Giacalone.it.

update: Il Pd deve scegliere: le primarie o la politica.

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Dimissioni non dimenticate

Dimissioni irrevocabili. Un raro caso di dimissioni annunciate e non dimenticate.

Francesco Rutelli ha comunicato ai membri del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica le proprie “dimissioni irrevocabili” da Presidente del Copasir. La lettera è stata trasmessa lo scorso venerdì 18 dicembre, al termine degli adempimenti che Rutelli si era impegnato a concludere come Presidente.

Potrebbe essere Massimo D’Alema il nome su cui puntare per la guida del Copasir al posto di Francesco Rutelli. Anche se non c’è ancora la designazione ufficiale.

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Confronto che abbia al centro le riforme?

Paolo Franchi e Giuliano Ferrrara scrivono sull’argomento e tutti e due erano alla presentazione del libro di Ciccio Cundari (ne parla qui anche lui): “Comunisti immaginari. Tutto quello che c’è da sapere sul PCI, lì dove D’Alema ha lanciato la provocazione. “Mettiamoci in gioco“.

Il bipolarismo selvatico di Paolo Franchi

E’ difficile non convenire con Eugenio Scalfari, L’inciucio «è cosa non buona e ingiusta». Dunque, avrebbe torto marcio, smentite o non smentite, Massimo D’Alema. Che ne rivendica la funzione positiva e sembra rappresentarlo come un dovere delle classi dirigenti politiche. Un dovere soprattutto in frangenti particolarmente difficili della vita nazionale, come questo che stiamo vivendo.

Tutto qui? Neanche per idea. Perché la questione, come si diceva un tempo, è un’altra. D’Alema, che da un pezzo dell’inciucismo (ricordate il Dalemone?) viene indicato da mezzo mondo come la vivente incarnazione, non aiuta certo a metterla in chiaro, quando per vezzo o per arroganza intellettuale, e comunque per un eccesso di dalemismo, fa orgogliosamente (e provocatoriamente) sua la parolaccia di cui sopra. Ma la sostanza del problema non cambia. Compromesso e mediazione, in politica, sono sempre e comunque imbroglio, pateracchio, svendita a prezzo stracciato di valori e di principi? E il compito dei gruppi dirigenti qual è: gridare così forte da sovrastare anche i cori dei tifosi più accesi? Oppure provarsi a indicare una prospettiva al Paese, fare opera di civilizzazione della lotta politica, e cercare di aprire uno spiraglio non a improponibili ammucchiate, ma a un confronto che abbia al c’entro le riforme?

Chiedo scusa per qualche annotazione di carattere personale. Con lo stesso D’Alema e Giuliano Ferrara (al quale rubo, facendola mia, una feroce definizione di quel che sta purtroppo capitando in Italia: «Una parodia di guerra civile combattuta a colpi di souvenir»), ero, giovedì scorso, tra i presentatori del bel libro di Francesco Cundari, «Comunisti immaginari»: quelle parole incriminate le ho ascoltate dal vivo. Magari sarà perché a sessant’anni non si hanno più i riflessi scattanti del giovane cronista politico. 0 perché mi era parso che lì si parlasse non solo, ma soprattutto del passato e del presente di comunisti e di postcomunisti, e non delle polemiche, o delle risse, di giornata. Ma tutto avrei immaginato, inciucio o non inciucio, tranne che fossero destinate a provocare tanto subbuglio. Così che, confesso, sono rimasto un po’ stupito leggendo sui giornali tante reazioni indignate. Poi ci ho riflettuto su, e una risposta ho cercato di darmela.

Non è tanto l’inciucio, malauguratamente tirato di nuovo in ballo da D’Alema, a fare scandalo, ma l’idea stessa che, in specie nei passaggi più aspri e pericolosi, la ricerca del compromesso possa essere un compito cui non è lecito ai gruppi dirigenti politici (sempre che siano davvero tali: e questo è tutto da dimostrare) sottrarsi. Meglio, molto meglio, continuare a stendere proclami di guerra totale. Meglio, molto meglio, rilanciare, con tromboni, grancasse, e anche qualche putipù, una concezione selvatica del bipolarismo e del maggioritario per la quale la contesa potrà dirsi conclusa solo se e quando l’avversario sarà stato, una volta per tutte, sgominato: la concezione che ci ha portato dove ci ha portato.

Proclamarsi apertamente fautori della difficile ricerca di un compromesso onorevole (che ci consenta di toglierci gli elmetti, smettendola, per esempio, di accapigliarci su chi siano i mandanti morali dei lanciatori di statuette, per occuparci, invece, delle riforme, e insomma di tornare a fare politica invece di gridarci l’un l’altro epiteti sanguinosi dalle rispettive curve) significa, è evidente, mettere in conto una fortissima impopolarità, non solo nelle due contrapposte tifoserie e tra i contrapposti capi tifosi. Ma una politica che sia solo ricerca di consenso e di popolarità non va da nessuna parte, e può fare danni incalcolabili. D’Alema la questione, seppure non nel migliore dei modi, la ha sollevata; e forse non è un caso che lo abbia fatto parlando dei tanti vizi ma pure delle non poche virtù del suo vecchio partito, il Pci, che il ruolo del compromesso in politica lo aveva chiaro anche prima che Enrico Berlinguer ne proponesse uno addirittura storico. Invece di indignarsi, forse bisognerebbe chiedergli di entrare nel merito, di indicare anche solo a grandi linee quale potrebbe essere, per lui, il compromesso possibile: potremmo scoprire che vale la pena di ragionarci su, oppure che è disonorevole e inaccettabile. Ma nessuno glielo chiede. E magari non è un caso nemmeno questo.

E qui Giuliano Ferrara da “IL FOGLIO” di lunedì 21 dicembre 2009

Il D’Alema natalizio. e “inciucista” che fa arrabbiare la nota lobby

Dietro questa storia della legittimità del compromesso, che ha tanto scandalizzato le anime buone dei lanciatori di merda, c’è uno slittamento natalizio del carattere di un leader. D’Alema è meno insopportabile di una volta. Può mandare a quel paese la cultura azionista del gruppo Espresso-Repubblica, che un certo peso a sinistra lo mantiene, e può farlo con un tratto di serenità e perfino di soavità che non gli conoscevo.

Ho presentato con lui a Roma il libro di storia del Pci di un comune amico, Francesco Cundari, e ho potuto ascoltare e osservare cambiamenti significativi. Il primo della classe accetta che si sbirci il suo compito. Il velista au grand large si sperimenta ora nel piccolo cabotaggio e si appresta a curare la Fondazione delle fondazioni del Partito socialista europeo (invece di fare il ministro degli Esteri dell’Unione). Ha incassato numerose sconfitte, da premier, da ministro degli Esteri di un governo rivelatosi improvvido ed effimero, da spettatore annoiato di quello che ha sempre considerato il circo veltroniano, per non parlare delle cariche stabili e dirimenti, la presidenza della Camera e il Quirinale, che gli erano sembrate alla portata della sua leadership cinica e volitiva, dopo tante scelte di alta rappresentanza istituzionale, e invece no, gli sono sempre sfuggite.

E’ che ora si sente sicuro, il compagno segretario, perché ha ripreso in mano lo strumento decisivo della politica, il partito. Si è finalmente visto, pensa, che l’apparato e gli elettori della sinistra democratica postcomunista e postdemocristiana coincidono, solo che si esprima un candidato capace di despettacolarizzare e normalizzare la vita di partito e di costruire una tranquilla maggioranza. Più o meno riluttanti, i cattolici democratici seguiranno; da tempo sono un lievito evangelico, magari un po’ acido, ma non più un partito o una classe di governo. D’Alema sì appresta a usare la mano leggera con amici e oppositori interni, per consolidare il risultato, per non irritare il campione titolare di quest’operazione (Bersani). Intende usare quel che c’è, il maggior partito d’opposizione, per fare politica e non solo testimonianza o generico casino, per ottenere spazi e vantaggi nello scontro e nel confronto con l`avversario ormai storico e strategico del centrosinistra, Berlusconi; intende affermare idee, metodi e compromessi capaci di disinnescare gli aspetti più esplosivi dell`avventura berlusconiana e di stabilire un tracciato in cui si possa anche solo immaginare quel che oggi è arduo a pensarsi, una alternativa politica al centro destra imperante, al Pdl.

A me, che azionista non sono e non sono mai stato, tutto questo sembra estremamente ordinario, necessario, utile e corrispondente ai canoni della lotta politica, quando questa abbia un qualche significato. Quindi anche bello. Tonino Di Pietro non è d’accordo, Veltroni eccepisce, Franceschini si lamenta, tutti se la prendono con il dalemiano Latorre che chiede tempo ed esorta a diffidare dei miti della spallata e del colpo di mano: capisco, capisco bene le ragionì rispettive, la politica è anche ricerca di garanzie e protezioni, e prevale nel demagogo di Montenero come nella minoranza del Pd un sentimento genuino di paura, la paura che D’Alema sia il primo che agganci Berlusconi, il primo che riesca a stabilizzare il sistema e ad architettarne qualche cambiamento positivo.

E’ sempre lo stesso problema, quello che si pose all’epoca della discussione sulla possibilità di avere un presidente della Repubblica eletto sulla base di un manifesto politico di pacificazione (operazione Quirinale, 2006). Nessuna garanzia di riuscita, oggi come allora. Siamo il paese in cui fu meschinamente affondato il progetto di riforma della Costituzione e della giustizia concepito in una solida e apertamente pattuita commissione Bicamerale. A proposito, onorevole D’Alema, spero ella ricordi che la Bicamerale si infranse contro il tentativo palese, da lei messo in campo, di isolare Berlusconi con l’aiuto di Fini. Per riuscire dove si è fallito una volta, basta non ripetere l’errore.

Il dibattito sulle riforme sui quotidiani. I possibilisti:

I contrari pronti a tutto.

Qui invece Bersani su D’Alema: “Confronto, ma no inciuci” e il post di The Frontpage commentato oggi da Vittorio Macioce: Il giustizialismo è anche un business (e ha intossicato l’Italia).

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Scudo

Quando l’immunità parlamentare “era una garanzia per ciò che i rappresentanti del popolo facevano nell’esercizio delle loro funzioni.” Quando era “uno scudo per i parlamentari”.

Qui la lettera inviata al Foglio dalla senatrice del Pd Franca Chiaromonte che preannuncia la presentazione di un ddl sull’immunità parlamentare.

Vorrei continuare a tenere aperto uno spiraglio di ragionevole discussione su un punto politico che continua a sembrarmi tutt’altro che marginale nella vita politica e costituzionale del nostro paese. continua

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