Forse è un bene

Ancora una risposta al Corriere e al suo “Eclissi della destra che vince ma non ha più identità”.

La destra che non si vede ma esiste

Al contrario la destra di casa nostra, quell’altra destra, è più che mai viva e opera nel silenzio di tutti i giorni, tanto che vince. Non è berlusconiana, come qualcuno potrebbe facilmente concludere. Col cavolo! Era qui da tempo, attendeva solo di farsi notare con modestia, senza seghe mentali ed intellettualoidi. Per questo al Corriere non se ne sono resi conto. E forse è un bene che non sia rappresentata da nessuno o il giochino finirebbe immediatamente per rompersi.

via notapolitica.it.

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Una storia incredibile

Quella che segue è una storia incredibile, favolosa. È la storia di uno scippo, ma è anche la vicenda umana di una famiglia che ha saputo distruggere la sua fantastica ricchezza nel giro di pochi anni. È la storia dei Rizzoli, dei tipografi che si fanno editori, del martinitt che diventa conte, dei poveracci che si scoprono miliardari. È la storia di un giornale, il Corriere della Sera, che a seconda di chi lo compra ha un valore diverso: altissimo quando lo acquistano i Rizzoli, vile per gli Agnelli. È una storia già scritta in tanti libri che hanno raccontato molto di ciò che si doveva sapere della Erre Verde (il più completo è il testo di Alberto Mazzuca). Ma è anche una vicenda che non si è ancora chiusa.

Riscostruita da Nicola Porro.

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Nulla di nuovo

Sergio Romano ieri sul Corriere. L’ossessione del complotto: una costante del costume nazionale.

E’ accaduto che la fotografia di un uomo politico, scattata negli anni in cui era magistrato e apparsa ora sul Corriere, abbia generato l’ultimo complotto italiano. Ed era accaduto anche giorni prima per le ricostruzioni sulle rivelazioni di una famosa escort, apparse anch’esse sul Corriere. Nulla di nuovo. La storia degli ultimi decenni, dalla caduta del fascismo a oggi, è una lunga lista di complotti. Non c’è avvenimento, piccolo o grande, dietro il quale non sia stata immaginata la mano di un regista occulto, di un burattinaio, di un «grande vecchio».

Non esistono storie plausibili, comprensibili, ricostruibili con il filo della logica e con i normali strumenti di un’indagine giornalistica o giudiziaria. Esistono soltanto imbrogliate strategie manipolate da personaggi misteriosi e potenti: i servizi, i poteri forti, le logge, le mafie. I fatti, grandi e piccoli, passano in secondo piano. Poco importa che non sia generalmente possibile provare l’esistenza di un complotto e risalire ai suoi responsabili. Il «bello» di queste vicende è che sono tanto più credibili quanto più difficilmente dimostrabili.

Le intenzioni oscure e la trama improbabile confermano la suprema abilità del regista. Quando mette radici nell’immaginazione collettiva il complotto non muore mai. Il fenomeno non è esclusivamente italiano. Un episodio della vita di François Mitterrand alcuni colpi di pistola esplosi contro l’uomo politico francese nei giardini dell’Observatoire ha appassionato la Francia per qualche decennio. L’assassinio di John Kennedy è un copione continuamente scritto e riscritto. Persino gli attentati dell’11 settembre un avvenimento che il mondo ha visto in diretta sarebbero una scatola cinese dove il complotto islamista nasconde un altro complotto ordito all’interno dello Stato americano. La fantapolitica aguzza l’immaginazione degli scrittori, piace ai lettori e, naturalmente, agli editori. Esiste un mercato del complotto che è diventato in questi anni sempre più vasto e proficuo.

Ma nel mercato italiano la moneta si è progressivamente inflazionata e il grafico nazionale dei complotti segnala una brusca impennata. La ragione è più psicologica che politica. Molti italiani diffidano delle istituzioni e credono che la scaltrezza, l’intrigo, la congiura abbiano nelle vicende politiche una parte essenziale. Alle storie complicate, ma spiegabili razionalmente, preferiscono quelle in cui il sospetto è più seducente di qualsiasi prova. Credono di essere scaltri e sono in realtà ingenui, se non addirittura infantili. Credono di avere afferrato il bandolo della matassa e sono diventati creduli ascoltatori di favole. Questa propensione alle favole complottistiche ha l’effetto di peggiorare ulteriormente la qualità del dibattito politico.

Quando un premier, un ministro, un parlamentare o un uomo di partito desiderano sottrarsi a un’accusa o sfuggire a un confronto puntuale sulle loro responsabilità, la migliore difesa è quella di invocare il complotto. E se possono dirottare l’attenzione della pubblica opinione verso una potenza straniera, tanto meglio. La denuncia del complotto, in altre parole, serve a occultare i fatti, a nascondere la realtà, a parlare d’altro. Per evitare che questo accada i giornali hanno un compito e una responsabilità: riferire e controllare tutto, senza nascondere nulla, e tirare gli uomini politici per la giacca convincendoli a raccontare fatti, non favole.

via L’ossessione del complotto – Corriere della Sera.

Ancora sull’argomento Paolo Franchi. Quella mania della caccia al burattinaio e lui No al complottismo di destra. Qualche tempo fa era un altro Romano a rifletterne partendo da altri fatti di cronaca.

update: L’intervento di FDB. Il «Corriere della Sera» e il caso Di Pietro. Né burattini, né burattinai, solo informazione.

Piuttosto, riteniamo che l’onorevole Di Pietro, che della trasparenza ha fatto il perno della sua carriera di pm, possa cogliere questa occasione per far chiarezza, da politico, sui quesiti che da molti, non da oggi, gli vengono rivolti, a cominciare dalle ragioni dei suoi viaggi negli Stati Uniti. Non facendo parte di quanti hanno interesse a delegittimare l’attività politica dell’onorevole Di Pietro e ritenendoci tra quanti non rinnegano l’importanza di Mani Pulite – basterebbe rileggere il recente editoriale di Sergio Romano sulla vicenda di Bettino Craxi – ci sentiamo liberi di chiedergli risposte incontrovertibili ai dubbi legati anche al fatto che per lunghi anni le foto sono rimaste ben custodite e che di quella cena nulla abbia mai saputo neanche chi, in quei giorni, lavorava a stretto contatto di gomito con lo stesso Di Pietro. Fin d’ora, comunque, lo invitiamo, quando si sarà chiuso il congresso dell’Italia dei Valori – forza politica della quale, come testimoniano le nostre cronache, abbiamo il massimo rispetto – ad un franco confronto nella sede del nostro giornale.

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Francamente non se ne può più

Francamente non se ne può proprio più. Forse perché – per motivi anche solo generazionali – ci sentiamo lontani da una lettura a dir poco datata di come oggi si costituisce il panorama culturale italiano. O forse ancor di più perché – sentendoci parte in causa per l’impegno quotidiano che attraverso questo giornale e la Fondazione Magna Carta profondiamo per la causa culturale di una parte politica – ci ribelliamo naturalmente alle critiche soprattutto se ritenute senza fondamento. Sarà per tutto questo e molto altro ma di fronte all’ennesima ricostruzione sulla destra che non c’è, che vince le elezioni ma non ha più identità perché frana sul terreno culturale proprio non ci stiamo.

via La cultura di destra esiste ma non è quella che vede il Corriere | l’Occidentale.

Tutto parte, scrive Giancarlo Loquenzi su l’Occidentale, dall’apertura della “Cultura” del Corriere di oggi che titola a tutta pagina “La strana eclissi della destra vince ma non ha più identità a firma Ranieri Polese, in cui, tra l’altro si legge dell’allergia di Berlusconi e dei suoi per la cultura.

[...] Il solito refrain, insomma, sulla destra che esce dal ghetto e non è in grado di mostrare una propria identità. Eppure questa ricostruzione difetta di miopia e pregiudizio. Perché ignora a prescindere l’esistenza di tutto un altro universo, a cui noi ci sentiamo di appartenere, che sul piano culturale racconta sempre di più di se stessa. Lo stesso universo che ha permesso ai Colletti ai Baget Bozzo ai Pera di esserci, di partecipare dagli scranni più alti delle istituzioni e del partito al dibattito pubblico di questo paese. La stessa cultura da cui proviene e in cui si riconosce Quagliariello, che ha certo subito una metamorfosi – è sotto gli occhi di tutti – ma una metamorfosi naturale quando si passa da una cattedra universitaria ad un ruolo politico.

La destra a cui ci sentiamo di appartenere esiste e ha un’identità: è una destra che si sta lentamente insediando nelle cattedre universitarie, che anima fondazioni e case editrici, che propone continuamente, organizzando convegni, seminari, dibatti e discussioni un suo modello culturale alternativo su temi fondamentali, che tiene alta e con orgoglio la bandiera del pensiero liberale e conservatore, che non si nasconde dietro il paravento dello stato di minorità a cui per anni l’ha costretta l’egemonia culturale di sinistra, scimmiottando quella stessa sinistra su un terreno che oramai è diventato infruttuoso.

Insomma, ci sta stretta l’idea che un reportage giornalistico venga a dire proprio a noi cos’è l’identità culturale della destra e che riduce la cultura di destra ad uno sparuto gruppo di intellettuali che gira attorno al presidente della Camera. Anche perché, a volerla dire proprio tutta, se fosse per Fini e per i suoi intellettuali non solo non ci sarebbe l’identità culturale ma non ci sarebbe neanche la vittoria in politica.

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Opposte tifoserie

Ancora sulle opposte tifoserie e sugli eserciti in guerra. Questa volta è Sergio Romano a intervenire (che parla anche del resto del mondo). Voce al paese senza tifoserie

In Italia la situazione, apparentemente, è peggio­re. Qui gli scandali sono più numerosi e spesso più gravi. Qui esistono forze politiche che non smetto­no, neppure per un mo­mento, di trattarsi come eserciti in guerra, divisi dalla linea del fuoco. E in­sieme agli eserciti combat­tenti vi sono tifoserie per cui sono vere le notizie che si prestano a essere usate come munizioni contro il nemico, false o reticenti quelle che non servono allo scopo.

Ho scritto apparentemente, tuttavia, perché non credo che questo quadro rifletta la realtà del Paese. Penso che dietro le tifoserie vi sia un’altra Italia meno credula e faziosa, meno impegnata nell’esercizio di una militanza ossessiva e accecante, più occupata a lavorare e a produrre.

Non credo che sia la «borghesia» e, tantomeno, che possa essere identificata con una particolare regione del Paese. Credo piuttosto che si tratti di una grande classe media, progressivamente cresciuta durante la modernizzazione del Paese dopo la Seconda guerra mondiale. Quando vuole informarsi, anche per meglio programmare la sua vita e il suo lavoro, questa classe media vede il pendolo dell’informazione oscillare continuamente fra due opposte verità e constata che certi giornali sono un kit fatto di pezzi che servono ad assemblare ogni giorno la stessa rappresentazione della realtà. La maggioranza degli italiani sa che i fatti e gli uomini sono più complicati di quanto appaia da queste rappresentazioni, che i programmi politici vanno continuamente misurati con il metro della loro applicazione, che i meriti vanno riconosciuti anche quando vengono da persone altrimenti criticabili, che una legge può essere in parte buona e in parte cattiva, che le ragioni di due contendenti vanno spiegate e capite, che gli insulti servono spesso a mascherare un vuoto di idee e di programmi. E vorrebbe essere informata, non educata a combattere. Oggi più che mai vi è spazio per una informazione che non sia un bollettino di guerra, che non lanci crociate, che riporti il pendolo al centro del panorama nazionale.

Qui quelli che i killeraggi sono il sale della loro vita. E qui quelli che spiegano come leggere le notizie. Character assassination? “Non è immediatamente chiaro in base a cosa”. Qui invece un’amnesia molto Speciale.

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All’unanimità

Ferruccio de Bortoli, attuale direttore del Sole 24 Ore, è stato designato per la direzione del Corriere della Sera. La decisione – riferita da fonti finanziarie in attesa del comunicato ufficiale – è maturata nel patto di sindacato di Rcs Mediagroup, riunitosi in mattinata. La scelta – ha detto l’a.d. di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, uscendo dalla riunione – è stata presa «all’unanimità».

De Bortoli, milanese, 55 anni, ha già diretto il Corriere della Sera dal 1997 al 2003, dopo esserne stato caporedattore delle pagine economiche e poi vicedirettore. Dall’inizio del 2005 è stato direttore del Sole 24 Ore, ricoprendo anche la direzione editoriale del Gruppo.

Si attende solo la formalizzazione del cda Rcs che è già riunito e sancirà con molta probabilità la fine dell’era Mieli al Corriere.

De Bortoli al Corriere, Riotta al Sole. Ecco il valzer dei direttori. E al Tg1…

update: Arriva la conferma dalla prima pagina del Corriere.

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Rottamazione

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Un Milione di auguri!

Alessandrini

[Illustrazione di Giancarlo Alessandrini dal sito Amici del Fumetto]

Il 27 dicembre del 1908 usciva il primo numero del Corriere dei Piccoli.

Per celebrare i 100 anni della mitica rivista sono state organizzate una serie di iniziative che sono partite con l’emissione di un francobollo celebrativo, che oltre alla riproduzione della copertina dello storico primo numero, raffigura quattro dei personaggi che hanno accompagnato generazioni di piccoli italiani: Sor Pampurio, Il Signor Bonaventura, Marmittone e Valentina Mela Verde.

Poi mostre, articoli, saggi, post, libri con riproduzioni delle antiche pagine.

«Il secolo del Corriere dei Piccoli» (Rizzoli), di Fabio Gadducci e Matteo Stefanelli è un’antologia dei numeri più significativi, dal 1909 al 1972.

Alla mostra «Corriere dei Piccoli. Storie, fumetto e illustrazione per ragazzi» che aprirà il 22 gennaio, alla Rotonda di via Besana, si potranno ammirare oltre 300 opere originali di Antonio Rubino, il creatore di Pierino e Quadratino, di Attilio Mussino, disegnatore di Bilbolbul, del mitico Sergio Tofano, il papà del signor Bonaventura, di Bruno Angoletta con il suo Marmittone, di Carlo Bisi l’inventore di Sor Pampurio Arcicontento e di Grazia Nidasio, creatrice di personaggi come Violante, Valentina Melaverde, Dottor Oss, fino alla Stefi che ancora oggi appare nelle pagine del Corriere della Sera. E poi ancora di Dino Battaglia, Sergio Toppi, Bruno Bozzetto, Hugo Pratt, Benito Jacovitti, Tullio Altan.

Oltre ai disegni originali di questi autori, in mostra saranno esposti fogli e tavole, tra gli altri, di Giovanni Manca, Gino Baldo, Nadir Quinto, Giovanni Mosca, Iris De Paoli, Aldo Di Gennaro, Gino Gavioli, Mario Uggeri, Guido Crepax, Franco Bonvicini (Bonvi), Alberto Breccia, Milo Manara, Federico Maggioni. Insomma i più importanti disegnatori della lunga storia del giornale che, con la loro raffinata e colta rappresentazione, hanno fatto del Corriere dei Piccoli il periodico per ragazzi più amato per un intero secolo.

Il primo numero uscì sotto la direzione dello scrittore e giornalista Silvio Spaventa Filippi e Avigliano, il paese lucano che nel 1871 gli diede i natali, ha voluto ricordare la ricorrenza dei cento anni dell’uscita del primo numero del giornalino, pubblicando la ristampa anastatica del n. 42 del 18 ottobre 1931, l’ultimo firmato dal giornalista. Da allora, e fino al 1995, ultimo anno ad essere in edicola, il Corriere dei Piccoli ha rappresentato sicuramente una delle più valide e divertenti letture per i bambini e i ragazzi italiani ed è stata anche la prima testata a fumetti (qui se ne discute criticamente) dell’editoria italiana.

Qui, la riproduzione del primo numero.

L’Associazione Nazionale Amici del Fumetto e dell’Illustrazione (Anafi), tra i promotori dell’iniziativa per l’emissione del francobollo celebrativo, emesso lo scorso 8 novembre da Posteitaliane, ha chiesto a 30 disegnatori di fumetti e illustratori italiani di produrre un disegno a colori con la loro personale interpretazione per i 100 anni del giornale, creandone poi uno speciale catalogo-folder di 40 pagine a colori con la riproduzione delle 30 interpretazioni d’autore.

E per decenni, indiscutibilmente, il Corrierino è stato il giornalino più famoso e più letto da intere generazioni di ragazzini (e genitori).

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Supposto “interesse nazionale”

Che cosa c’entra con tutto questo la politica? Probabilmente nulla. Tranne se domani la nuova Mediobanca cominciasse a partecipare a operazioni giustificate da un supposto ‘interesse nazionale’” Dice Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera (30 luglio) Ma la Mediobanca di cui scrive Giavazzi, non sarà mica quel primo azionista di un gruppo editoriale che non eccelle in profitti ma esercita, anche tramite editoriali di noti professori, una certa influenza politica giustificata da un “supposto interesse nazionale”?
[seguendo la stampa di Ludovico Festa]

E qui a proposito di “modus operandi” e di “mano invisibile”, in un paese in cui tutti i principali gruppi economici sono anche proprietari di tutti i principali quotidiani.

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