Altro che fare siluro

Altro che “fare siluro” come diceva Andrea Marcenaro su “Panorama”:

Gianfranco Fini è un uomo sincero. Più che sincero. E al di là delle sue opinioni, che sono tutte legittime, qualche volta perfino interessanti, ha un altro grande pregio: il senso dei tempi. È tempestivo. Da questo punto di vista, Fini è un vero innovatore.

Se una consunta tradizione di malintesa solidarietà, e non chiamiamolo per carità cameratismo, pretendeva di mostrare affinità, o quantomeno di non esibire inimicizia, ai compagni di strada che si trovassero in un momento di intralcio e di complicazione, egli ha rovesciato questa discutibile consuetudine: menare gli amici, esattamente in quel momento, sembra a lui la scelta migliore. In pieno marasma elettorale con il caso Polverini, ha infatti menato duro sul Pdl: «Questo partito proprio non mi piace».

In futuro chissà, ma non adesso. Ciò che ha procurato indubbio sollievo ai suoi compagni smarriti.
Esistono altri esempi. Innumerevoli, infiniti esempi. Il suo compagno di strada Silvio Berlusconi è attaccato come capo mafioso da un pentito rivelatosi alquanto ciarlatano? E Fini entra in campo: «Sono accuse gravi, altroché».

Intercettano a raffica, sputtanando sul niente e per niente, perfino la seconda cugina di una cognata di un lontano parente dell’aiuto utista di Sandro Bondi? E Fini: «Le intercettazioni sono uno strumento decisivo». Gli viene dal cuore, è la sua idea di squadra. Utile per costruire il domani. Solo per questo ha costituito una fondazione culturale dall’impegnativo nome di «Fare futuro». Nell’attesa del quale s’impegna oggi allo spasimo (soprattutto contro i suoi) a «Fare siluro».

via Panorama – E Fini gioca contro la sua squadra.

Secondo il Foglio Un Cav. tosto apre la campagna elettorale e fa tirare il fiato al Pdl, “Il fatto è che il Cav. ci metterà la faccia, girerà e farà comizi – così dicono – dedicandosi particolarmente al Lazio” e loro che fanno? Ora fanno futuro non “biasimando l’astensionismo”. Prima dice Alessandro Campi sul Riformista, che sarebbe stato meglio rinviarle le elezioni, così come proposto dal “saggio e responsabile” Pannella:

“Da qui la proposta di Pannella di rinviare le elezioni di un mese. Un proponimento saggio e responsabile che proprio per questo c’è da scommetterci non sarà seguito”

per poi sentenziare:

non c’è da meravigliarsi se il 28 marzo un buon numero di italiani deciderà di starsene a casa. Non votare, a questo punto, sarebbe un atto di civile protesta che nessuno potrebbe biasimare.

update: Politica deludente? Caro Campi ma tu dov’eri?

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Persino

Un Campi in versione lui si che è un “vero berlusconiano“. Perché, ci spiega, lui stava solo riflettendo sulla “smarrita” capacita del cav. di “anticipare e prevenire i problemi” (neanche fosse mago Merlino), dopo aver parlato tra l’altro, senza mezzi termini questa volta, di un Bs che, sempre secondo lui, aveva sempre “stroncato sul nascere qualunque dissidenza o voce critica, qualunque forma di aggregazione da lui non direttamente controllata o ispirata”, comportamento da annoverare tra le caratteristiche “fondamentali” della cultura politica che sorregge il berlusconismo (al mio paese, ma non sono certo un’illustre cattedratica fondamentale ha sempre avuto questo significato). Per l’occasione accetta persino di esser pubblicato dal “capopopolo” senza popolo. Da quello “dell’ironia grezza che una volta si sarebbe definita da caserma”. Insieme a quelli che il “loro grido di battaglia è l’evviva il nazional-popolare” che sono di molto peggiori del velinismo: quelli del “velinismo maschilista“. Quelli che non si capisce se si è su un giornale o su “scherzi a parte”. Quelli che se non la smettevano di scrivere certe cose, “sarebbe bene che se ne facesse a meno“. Cose dette sempre con la loro “pacatezza” e con la loro personale e coerente filosofia del declinaresottovoce“.

E lo fa rispondendo al Ministro Bondi che era sbottato all’ennesima “provocazione” farefuturista (se ne parlava qui): Basta con gli intellettuali del “non fare”.

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Idealità italiana

Punto da un recente articolo del Corriere della Sera sulla minorità intellettuale del mondo post fascista, Angelo Mellone ha invocato sul Foglio una moratoria sul piagnisteo crescente intorno alla cultura di destra che fu, e a quella che dovrebbe essere e non è. I finiani si proclamano stanchi di ascoltare, da sedici anni a questa parte, il disco rotto degli scontenti, dei delusi e dei traditi. Marco Tarchi, professore di Scienza Politica all’Università di Firenze, che conosce bene questo mondo, sia per averne fatto parte in anni lontani, sia per le sue ricerche scientifiche, non nasconde il proprio scetticismo.

“E’ l’ennesima prova dei contorcimenti argomentativi di un ambiente che, a forza di costruire pastiche mettendo insieme tutto e il suo contrario, non sa più come reagire a chi gli rinfaccia di non aver saputo costruire né un’identità né un progetto credibile di influenza sulla mentalità collettiva. Fa specie che si lamenti di veder mescolati Céline, Baget Bozzo e Peppino De Filippo proprio chi, da anni, punta a stupire con effetti speciali, e spesso grotteschi, il mondo esterno per apparire simpatico e moderno, appropriandosi di tutto quello che gli capita a portata di mano. Non è stato proprio il trust di cervelli finiano a produrre la mozione dell’ultimo congresso di Alleanza nazionale, dove si dichiarava di riconoscersi in una ‘idealità italiana’ (chissà cosa sarà…) mantenuta viva – cito testualmente – da Guareschi, Longanesi, Flaiano, Calamandrei, Pannunzio, dal cinema di Fellini e Sergio Leone e dalla musica di Battisti, Mogol e Pavarotti? Con l’aggiunta di Enzo Ferrari, Enrico Mattei e qualche altro coscritto, questa era la squadra del ‘Novecento che merita di essere traghettato nel nuovo secolo, a fondamento culturale del nuovo partito che stiamo costruendo’, secondo quello che hanno scritto i farefuturisti. Un po’ di decenza ogni tanto, in questo gioco di piroette, non guasterebbe”.

[...] Per Tarchi, non si possono ritenere legittimi eredi della ND personaggi come Alessandro Campi, un tempo suo sodale, attualmente direttore scientifico di Farefuturo. “Per una semplice ragione: perché lo stesso Campi, quando faceva parte della Nuova Destra, sosteneva idee lontanissime da quelle che oggi difende. Fatti suoi, e soprattutto buon per lui, ma questo è un evidente segno di discontinuità, non certo di accoglimento di quell’eredità. Del resto, se il Campi che nel 1993 scriveva che, se avesse buttato via ‘dieci anni di eterodossia e di sano anticonformismo intellettuale solo per assecondare l’irresistibile ascesa della ‘destra di governo’ si sarebbe sentito ‘un idiota perfetto’ fosse rimasto di quel parere, oggi non starebbe dove sta, e ci perderebbe molto. E’ persona intelligente, e lo sa. Può dispiacermi, e mi dispiace, ma non mi scandalizzo di questi dietrofront, di cui la storia politica e intellettuale è costellata. Mi basta che si abbia il coraggio di dire: ‘Ho cambiato idee’, senza far finta del contrario.

via Moratoria sulla lagna della cultura di destra? Comincino i farefuturisti – [ Il Foglio.it › La giornata ].

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Bertolasocrazia

Nel paese dei veti la bertolasocrazia diventa necessità

Esiste un caso di “bertolasocrazia”, per stare a una formula frutto della vivida intelligenza di Giuliano Amato? Sì e no, verrebbe da rispondere subito. Il problema è presto detto: da più parti si denunciano le “invasioni di campo” della Protezione civile, che in nome dell’emergenza si muove (tra pochi controlli) in deroga alle leggi ordinarie e che è ora interessata (con la creazione di una società di servizi a totale capitale pubblico) a un nuovo riassetto. Al centro delle polemiche anche il ruolo del sottosegretario Guido Bertolaso, reduce dalla polemica con il governo degli Stati Uniti per come si sono articolati (o disarticolati) i soccorsi per il terremoto ad Haiti e fresco della designatura a ministro da parte del premier Silvio Berlusconi.

Il fronte della critica è variegato. Bertolaso, tra l’altro figura chiave del successo del governo sul fronte dei rifiuti in Campania, è descritto da Eugenio Scalfari su Repubblica come la «protesi» di un Berlusconi che attraverso il rafforzamento del potere esecutivo «anticipa il suo ideale, l’uscita dalla Repubblica parlamentare e l’ingresso nella democrazia autoritaria».

[...] Certo, la proliferazione delle ordinanze della presidenza del Consiglio (e, in parallelo, l’uso massiccio dei decreti legge) sono un fatto. Ma forse, più che alla denuncia di una sorta di golpe politico-legislativo strisciante, bisognerebbe guardare alla sostanza dei problemi messi in luce, e non certo da oggi, dai cortocircuiti decisionali che affliggono il sistema italiano. A cominciare dalla semplice constatazione fatta proprioda Giuliano Amato, già ministro dell’Interno del governo Prodi nel 2006, per spiegare il ricorso al potere speciale delle ordinanze: «Avevo bisogno di fondi per un viaggio del Papa a Napoli».

La democrazia “bloccata” non è solo quella in cui è impedita l’alternanza ma anche quella delle opere incompiute, dei ritardi amministrativi cronici, della giustizia senza certezze, degli imbuti burocratici in cui restano intrappolati, oltre i cittadini e le imprese, gli stessi governi, qualunque sia il loro colore. E in un sistema ad altissima inflazione legislativa, dove i controlli sono più formali che sostanziali e le leggi sono scritte male risultando spesso incomprensibili, la tendenza alla paralisi decisionale e alla pratica dei rinvii costituisce la vera prassi ordinaria. In un labirinto di opacità dove s’accentua il peso abnorme dei vetoplayer: ad esempio, per restare al tema normativo, basta guardare al crescente contenzioso tra stato e regioni. Ci si meraviglia, poi, se oltre che per far fronte ai terremoti anche per una trasferta del Papa a Napoli o per i Mondiali di nuoto si deve ricorrere alle ordinanze speciali?

Guido Gentili da “IL SOLE 24 ORE” di martedì 2 febbraio 2010

Qui invece L’Imperatore Bertolaso. In questo caso è l’ex portavoce della Presidente della Camera dei Deputati Nilde Iotti per tredici anni, Giorgio Frasca Polara ad esercitarsi sul nuovo pericolo pubblico numero uno.

Mentre qui è il prof. Campi in persona ad intervenire e parlare di “visione emergenziale della politica e dell’azione di governo, riassunta in modo emblematico dalla figura di Guido Bertolaso”, che rappresenta, secondo lui, “in una prospettiva storica generale, senza dubbio, il suo (di Bs) più grosso limite”. Non si spinge a parlare di deriva dittatoriale, di “uscita dalla Repubblica parlamentare e di ingresso nella democrazia autoritaria” alla Scalfari, ma poco ci manca. Dato che Berlusconi finora, veniamo informati, avrebbe “stroncato sul nascere qualunque dissidenza o voce critica, qualunque forma di aggregazione da lui non direttamente controllata o ispirata”. Ancora sindrome da monaci tibetani in fieri. Forse aveva in mente questa di caserma. Ma è proprio grazie a tutto questo, invece, che secondo l’illustre cattedratico “il senso di precarietà e di incompiutezza, di provvisorio ed evanescente che segna il progetto del centrodestra si è negativamente riflesso nelle sue scelte politiche e nella sua esperienza di governo”.

Non poteva mancare il riferimento – in puro stile autonomo, avanguardista, eretico, futurista, europeo e “colto” – ai “caciccchi” di veltroniana memoria.

p.s.: Ah, secondo Campi però, l’articolo “polemico” sarebbe questo, quello del Ministro e coordinatore Bondi! E probabilmente questo di Quagliarello, dato che i finiani vanno all’attacco, parlando di “velleitarismo” e di “retorica utilizzata per far tacere le minoranze interne”.

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Smaliziati e ectoplasmi

Il Foglio chiede a Cinque smaliziati osservatori che cosa c’è dopo il Pd. Tra una Barbara Palombelli al limite dell’ipotesi estrema, che in precedenza aveva parlato di incubo ricorrente, quello di “svegliarsi, più o meno il 30 marzo prossimo, e non trovare più il proprio partito, la propria area di riferimento”, un Cacciari secondo cui il “progetto iniziale del Pd è ormai andato” e un Panebianco che pensa che dopo il Pd “può darsi che ci sia un nuovo cambio di etichetta, ma la sostanza mi pare invariata”, con la riproposizione di un ulteriore tappa di una “storia della sinistra che è stata storia di gruppi dirigenti che cambiavano etichette”, quella che spicca è l’analisi del prof. Campi, che dopo aver analizzato, in questi mesi, dettagliatamente e incessantemente la crisi del Pdl e “costruito” il nuovo partito – tra le elaborazione più brillanti: il problema è Berlusconi, mentre qui ci spiegava come e perché aveva ragione l’Udc e come sia importante l’alleanza con Casini – questa volta si esercita sul futuro del Pd:

Alessandro Campi, intellettuale di area finiana e direttore scientifico della Fondazione FareFuturo, dice al Foglio di non credere affatto “a una fine del Pd, tantomeno dopo le regionali, nelle quali perderà meno di quanto si immagini, anche se poi si ritroverà gli stessi problemi di adesso. L’esperienza di questi anni dovrebbe aver insegnato a tutti che non si reagisce alla crisi di un partito fondandone un altro. Invece di puntare sulla quinta trasmutazione, il Pd dovrebbe puntare su quello che ha, che non è poco, perché non è un ectoplasma. Il vero problema del Pd, dal quale discendono tutti gli altri, è che non si sa chi comanda. Non ci sono catene di comando stabili e rispettate, c’è un clima di guerra civile permanente. E’ questo che va affrontato, perché anche definire il quadro delle alleanze è possibile a questa condizione: sapere chi comanda”.

Ed è l’unico a fare ipotesi più che ottimistiche per l’opposizione. Alle “regionali il Pd perderà meno di quanto si immagini” e Bersani non ha niente di che preoccuparsi: “il Pd dovrebbe puntare su quello che ha, che non è poco, perché non è un ectoplasma”.

Si tranquilizzi anche Chiamparino.

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La logica dell’et-et

Forse finalmente abbiamo capito! Forse da ora in poi potremo dare un significato alle uscite ecumeniche e plural-generiche. Al suo svolgere impeccabilmente il ruolo di Presidente della Camera super partes, solo quando invia messaggi al suo partito. Formulando auspici.

E’ nato il finismo, dicono, sistema coerente per un pensiero à la carte di Alessandro Giuli

Lettura polemica del bimestrale di Fini

Fino a ieri avevamo conosciuto soltanto Gianfranco Fini e i suoi seguaci finiani. Adesso, scorrendo l’ultimo numero di Charta minuta, il bimestrale della fondazione FareFuturo, prendiamo atto d’un salto di livello. E’ nato il “finismo”, un insieme culturale e politico dalla pretesa coerenza e organicità di struttura. L’incarico di spiegare al lettore che cosa sia il finismo se lo prende Alessandro Campi, politologo e direttore scientifico di FareFuturo, il più qualificato pensatore della così detta “destra nuova”, come la definisce lui.

Campi è prudente e ammette che “‘il finismo’ è solo un tentativo – per carità, modesto e discutibile, precario e forse nemmeno troppo ardito – di cercare di battere nuove strade, recuperando per quanto possibile il tempo sinora perduto”. All’ingrosso il tempo perduto cui fa riferimento Campi è quello che coincide con l’eterna transizione italiana cristallizzatasi nel quindicennio del berlusconismo, con i suoi sostenitori e i suoi censori. La sfida del tempo a venire, sintetizza Campi, sta invece nel “costruire una nuova cultura politica, che da un lato possa prendere il posto delle antiche e fallimentari ideologie, senza ovviamente riproporne il carattere schematico e la pretesa di interpretare il movimento della storia in modo fatalistico e meccanico, e dall’altro fungere da bussola ideale per l’azione degli uomini di governo, altrimenti condannati a un pragmatismo privo di respiro”.

Sono parole sensate, per quanto generiche, poste a presidio della conclusione di un articolo nel quale la tesi di fondo è questa: il debole paesaggio culturale del centrodestra, e del Pdl in particolare, deve prendere atto di “una novità” prodottasi “nella attuale scena politica, che si riassume nelle posizioni – innovative per alcuni, sin troppo eretiche per altri – assunte nel corso degli ultimi due-tre anni da Gianfranco Fini su tutta una serie di materie, che vanno dall’immigrazione alla bioetica, dai diritti civili alla cittadinanza, dalla laicità all’ecologia”. Dunque il finismo è né più né meno il punto di vista originale del presidente della Camera sui temi sopra citati? Il volume di Charta minuta, secondo Campi, starebbe lì a dimostrare che c’è molto di più: “Chi avrà la pazienza di scorrere le pagine seguenti noterà, ad esempio, che molte delle tesi avanzate e sviluppate nei diversi contributi, tesi che in Italia ci si ostina a considerare del tutto incongruenti con i caratteri propri di una destra che pure si vorrebbe popolare, riformatrice e liberale, sono in realtà merce corrente nel resto d’Europa, dalla Francia di Sarkozy alla Gran Bretagna di Cameron”.

Ecco, forse il punto è proprio questo. Perché a leggere “le pagine seguenti” si nota per lo più un discorso intellettuale uniforme e tremendamente tautologico. Un discorso centrato sulla logica onnivora dell’et-et, cara alla vecchia nuova destra da cui Campi proviene. Un tentativo astratto di sintesi postideologica tra identità e integrazione, fede e scientismo, religione e illuminismo, comunitarismo e libertà; il tutto declinato secondo l’idea di dover assecondare il corso della realtà, o la corrente della storia, per trasformare infine il dato di fatto in stato di diritto. Ma in nome di cosa, a partire da quale centro ideale non negoziabile? Risposta non pervenuta, fatta eccezione appunto per lo sguardo predatorio gettato oltre i confini italiani, lì dove i tratti caratterizzanti del finismo sono già “merce corrente” altrui.

L’associazione tra il finismo e “la merce corrente” è interessante. Campi sa che il passaggio dal nome personale (Fini) al sistema di pensiero denotato dal suffisso -ismo (come da Marx a marxismo) è gravido d’insidie e responsabilità. E ricorderà come Platone abbia insegnato che il sof-ismo era il mestiere di coloro che, in nulla credendo, si professavano esperti di ogni conoscenza e si facevano retribuire per dare lezioni alla gioventù ellenica. Erano i sof-isti: retori o commercianti del senso comune, pronti a sostenere ora questa verità, ora la verità opposta, ora entrambe al contempo; a seconda del committente e del vantaggio da procurarsi. E’ la logica dell’et-et.

via E’ nato il finismo, dicono, sistema coerente per un pensiero à la carte – [ Il Foglio.it › La giornata ].

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Ma com’è quella cosa che dirige?

Tra le tante stranezze la scomparsa dei Verdi dalla scena pubblica” Dice Alessandro Campi sul Riformista (4 novembre). Non c’è una causa di sinistra che non trovi Campi tra i suoi difensori, ma com’è quella cosa che dirige lui: Farefuturo o Farecasino?

via Seguendo la stampa

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Pericolosissime

Ad intervenire sulle pericolosissime ronde, stamattina il prof. Alessandro Campi. Che addirittura, altro che accanimento, riesce a elucubrare di rischio vero che consentirebbe alle “ronde nere” e ai nostalgici di qui a breve di invadere le nostre citta. Roma e Milano pullulanti di pazzi agitatori e personalità deviate, pronte a sfogarsi con i pattugliamenti notturni. Pericolo che rischia di riguardare grazie alle soluzioni pasticciate che sottovalutano la dilagante voglia di caccia all’uomo cui assistiamo inebetiti, ovviamente, ogni angolo d’Italia.

Diceva lui, commentando sui presunti gruppi paramilitari che minacciano la democrazia nel Belpaese, che sarebbero creati dalle ronde, argomento, come ben si sa, già ampiamente sviscerato da tutt’altre latitudini:

Ah sì, poi ci sono i discorsi sulle camicie nere, le SS, i guardiani della rivoluzione e compagnia varia: tutti gruppi nati da associazioni di volontari soggette al controllo del prefetto, immagino.

Il che ci faccio qui, immagino aggiunto dal Riformista, non poteva essere più azzeccato.

update: Le ronde liberticide (II).

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Trappole & politologie

Dice una delle teste pensanti di area ex-An – vedo che ritorna in auge in questo post-elezioni tornare a chiamarli gli uomini ex di An, qua è il politologo in persona che lo fa, come a voler segnare la differenza – sul Giornale di oggi (ma non era un tipo di stampa troppo volgare quella a libro paga del cav, come direbbe Franceschini, distante milioni di kilometri da quella che vorrebbero loro?)

[...] La Lega è un partito nato carismatico che però si è sviluppato nel tempo come movimento di massa, con sezioni disseminate sul territorio, una classe dirigente arrivata ai vertici dopo lunghi tirocini negli enti locali, un’agenda politica semplice e chiaramente riconoscibile attorno a temi come il federalismo, la sicurezza e il comunitarismo ultraidentitario. Con queste caratteristiche, sta incassando i dividendi più ghiotti dei successi del governo, perché è in grado di socializzarli quotidianamente nell’elettorato grazie alla sua rete di sezioni e di militanti. E dunque, la vicenda della Lega insegna che anche nell’epoca della politica mediatizzata e presidenziale la parola magica che dà lungo respiro ai partiti resta la militanza.

Ci potrebbero spiegare anche, dalle parti di via della Scrofa, se ancora si riuniscono da quelle parti, chi ha impedito ad A.N. di fare qualcosa di simile così da rappresentare ed essere oggi il valore aggiunto all’interno della coalizione?

Chi ha impedito in questi anni (quasi 15) ad An di svilupparsi nel tempo come movimento di massa, con sezioni disseminate sul territorio (posto che le sezioni disseminate sul terriotrio c’erano anche prima di essere chiuse trasferendo “armi e bagagli” nelle varie segreterie dei vari deputati), con una classe dirigente arrivata ai vertici dopo lunghi tirocini negli enti locali (invece di nominare, rinominare e designare come assessori, sindaci, deputati e consiglieri regionali su tutto il territorio nazionale gli stessi deputati e senatori che hanno doppi, tripli, quadrupli, quintupli incarichi, riuscendo a fare contemporaneamente anche i direttori dell’ex giornale di partito, neanche un giornalista disponibile, evidentemente, tra tante teste pensanti hanno “racimolato” in questi anni), con un’agenda politica semplice e chiaramente riconoscibile attorno a temi come il federalismo, la sicurezza e il comunitarismo ultraidentitario (invece di dettare la linea politica del partito e comunicare gli strappi, le svolte, litigi al bar compresi, i licenziamenti dalla segreteria politica tramite interviste ai maggiori quotidiani nazionali) ?

E chi ha impedito, nei 2 congressi ultimi (quello di An come detto milioni di volte a tesi unica e liste bloccate, per quelli che oggi combattono eroicamente i “pensieri unici” degli altri) e in queste elezioni almeno di provarci con quel 30% sul quale non mi pare che nessuno ci metta bocca se non il Presidente della Camera in persona, almeno fino a smentita e prova contraria?

O forse non è stata sempre la stessa, medesima “trappola del carisma” ad averlo impedito fino a qualche mese fa, quando lo si riteneva invece l’unico “valore” intorno al quale far ruotare tutto? Quando ci spiegavano in modo erudito e colto come la politica era cambiata? E della necessità impellente di investire sul consolidamento delle leadership carismatiche?

La relazione tra il potere e la sua rappresentazione per mezzo di immagini, e la sedimentazione di queste immagini nel vissuto collettivo grazie alla capacità dei leader politici di produrre visioni imperniate sul giusto dosaggio fra mutamento e tradizione, tra linguaggio e simboli, tra archetipi e modelli di azione, è un tema che appartiene alla storia occidentale perlomeno dai tempi di Augusto. Lo sviluppo dei mass media, e più di recente dei new media, ha palesato solo con più forza l’impasto di carisma personale e nutrimento alle sorgenti dell’immaginario che dà forma alle leadership contemporanee…

Potrebbero riuscire a dirci anche qualcosa in proposito, dato che ci siamo?

E dire che era partita da qua, l’ascesa della mente pensante in questione:

Dentro Alleanza Nazionale non c’è una disponibiltà al rinnovamento culturale e al ricambio generazionale. Mentre i giovani dell’area sono flessibili e immersi in processi fluidi.

Mentre l’altra testa pensante, il politologo in persona, oggi è ospite del Riformista. Assolutamente scatanato, in periodo di super-lavoro, che sò avremmo voluto vedere un simile impegno non dico tanto, ma in qualche conferenza in giro per l’Italia in questa campagna elettorale anche a portare il “verbo” (si lo so, certo, forse sarebbe stato troppo volgare, loro “per definizione precedono la truppa e indicano la direzione di marcia”), invece di lamentarsi oggi e parlare con lo stesso linguaggio che ieri avevamo già avuto il piacere di ascoltare dal Presidente Casini in tv, rimproverando alla Lega di occupare posti di sottopotere (al limite della spregiudicatezza), paragonandola addirittura ai partiti dela prima repubblica, ammetto che solo dalla sua brillante penna poteva uscire una simile “alta” riflessione, passando poi per un veramente poco sofisticato, per uno del suo livello, artificio retorico che parla di ricatto bello e buono (non è che dice la stessa cosa anche Franceschini per caso?):

Si tratta ovviamente di uno scambio politico, ma ha tutta l’aria di un ricatto bello e buono, secondo un copione che rischia di ripetersi chissà quante volte da qui alla fine della legislatura.

E’ indubbio che “dietro l’oggettività dei numeri c’è sempre una verità più profonda da scoprire”, ma continuo a non capire come ci si può lamentare continuamente del leader della coalizione che non cerca mai mediazioni ed equilibri e poi accusarlo di farsi ricattare ogni volta che lo fa e lo fa con l’alleato di governo, “specie ora che, indiscutibilmente, la Lega, come lui stesso ammette, ha visto crescere i suoi consensi e ampliarsi la sua area territoriale di riferimento”, non per virtù dello spirito santo, ma prendendo i “voti”, non preferenze, ma “voti” e se Campi non le sapesse queste cose, continua ad esserci una bella differenza tra “voti” e “preferenze”. O le mediazioni, gli accordi, le condivisioni e tutte queste belle cose qua, si dovrebbero cercare solo e soltanto nei confronti di altri e facendosi dettare l’agenda da altri? Alleato, tra l’altro che alle ultime elezioni, invece di litigare sulle preferenze, sulle terne o sui governi delle regioni è riuscito a sfondare per la prima volta in modo epocale (a detta di tutti gli osservatori), il muro rosso, che per un 40ennio era sembrato impenetrabile a chiunque ed è riuscito ad incunearsi, come dice anche lui, in profondità fra le radici della sinistra di tradizione e che in conseguenza di questo:

Il voto del 2009 sarà ricordato come il voto dello sfondamento. L’effetto psicologico degli insuccessi, dei ballottaggi, delle vittorie strappate di misura rischia di diventare più devastante del voto reale. In primo luogo cade la barriera che ha tenuto separato rigorosamente l’elettore di sinistra da quello di destra.

[...] Nell’Italia di domani non ci saranno più zone di voto di tradizione o di appartenenza. E questa è una vera e propria rivoluzione.

La ciliegina sulla torta, bisogna obiettivamente riconoscerlo, il suo vero capolavoro retorico è il tocco finale: l’interrogativo che lascia ai posteri.

E perché sorprendersi se al Nord un numero crescente di elettori di Berlusconi preferisce, da un’elezione all’altra, passare con Bossi?

E se glielo rimandassimo a lui stesso medesimo, nella stessa forma retorica scelta da lui l’interrogativo, cambiando solo qualche soggetto?

E perché poi sorprendersi se al Nord un numero crescente di elettori del Pdl, che una volta votavano An, preferisce da un’elezione all’altra, passare con Bossi?

E ancora:

E perché, ancora, sorprendersi se al Sud un numero crescente di elettori del Pdl che una volta votavano massicciamente An preferisce, da un’elezione all’altra, grazie anche allo spettacolo che gli uomini ex di An mettono in scena, in quella che una volta era la loro roccaforte, passare con Lombardo o non votare andandosene al mare?

Se il prof. Campi ha qualche dubbio su Nord e Sud, isole ed elettori ex di An, sottragga qualche minuto del suo prezioso tempo dedicato ininterrottamente da qualche giorno alle interviste, agli editoriali e alle analisi varie e vada a riguardarsi o guardarsi per la prima volta, l’oggettività dei numeri che sta dietro i risultati elettorali, del Nord, del Sud, isole comprese, ovvio.

p.s.: Non è che per caso somigliano a questo le “alte” riflessioni politologiche che ci capita, sempre più spesso, di leggere?

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