Scelta d’irrilevanza

Asserragliarsi in una microcorrente di finiani arrabbiati con indosso la vecchia casacca di Alleanza nazionale sarebbe un errore strategico, e Gianfranco Fini è il primo a non voler cacciarsi in una guerriglia parlamentare sterile.

Lo dice al Foglio – quello che viene definito da Alessandro Giuli – il suo consigliere più rappresentativo, nonché direttore scientifico della fondazione FareFuturo, Alessandro Campi:

“Sarebbe una scelta d’irrilevanza, la riserva di ex missini ed ex aennini organizzati per fare interdizione antiberlusconiana”.

Il rischio c’è, a giudicare dalle propalazioni del sottobosco pidiellino, ma finché possibile Fini e la minoranza a lui riconducibile cercheranno di battere altre vie. Il cofondatore deve dimostrare di non essere solo capace di fare il copntrocanto a Berlusconi.

In questi mesi non abbiamo visto altro. Aspettiamo con ansia il resto.

via Le mosse di Fini

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Cose che sono altre cose

Qui Partito vero, ma non per merito di Fini e qui anche Davide Giacalone commenta l’intervento di Giulio Tremonti alla Direzione Nazionale del Pdl. Tremonti e il partito nazionale.

[...] La discussione di ieri, però, ha messo in luce un politico capace di esprimersi in proprio, guardando al futuro, con la stranezza che l’occasione innescata da uno è stata colta da un altro: Giulio Tremonti.

Il suo è stato un intervento breve, ma pesante. Gli argomenti che ha usato erano pensati, non accartocciati con superficialità. Tremonti non ha esitazioni nel riconoscere che la forza elettorale della maggioranza si deve alla leadership di Berlusconi, sa bene che quanto si fa al ministero dell’economia è reso possibile dalla copertura politica ed elettorale del presidente del consiglio e, come tutte le persone che non hanno complessi d’inferiorità, non ha difficoltà a dirlo. Ma proprio perché è noto il suo rapporto con la Lega, proprio perché è il ministro da cui più direttamente dipende l’attuazione del federalismo fiscale, diventa decisiva la sua osservazione: la particolarità del Pdl, oggi, è quella d’essere l’unico partito realmente nazionale. Non è un’affermazione banale, non è un argomento polemico, è una piattaforma politica.

La sinistra non solo è stata ricondotta, dagli elettori, nel ridotto appenninico, ma è anche dilaniata da contrasti interni che spingono alcuni esponenti del nord a rivendicare una propria autonoma iniziativa, senza neanche escludere che possa divenire separazione organizzativa. Ne ha parlato chiaramente Sergio Chiamparino e lo ha teorizzato Massimo Cacciari. Nel sud continentale l’unica regione in cui ha vinto la recente tornata elettorale è guidata da un esponente, Nichi Vendola, che non si riconosce nel partito, e meno ancora nel gruppo dirigente, che raccoglie il grosso della sinistra. In Sicilia c’è una frattura interna al centro destra, che ne ha generato una simmetrica, nella sinistra.

La Lega, dal canto suo, è per definizione una forza a vocazione localistica, che si spera abbia abbandonato per sempre ogni farneticazione separatista. E’ vero che ha allargato l’area della sua influenza elettorale, prendendo voti alla sinistra, ma non per questo è divenuta una forza nazionale. Il richiamo di Tremonti, quindi, sta a significare che il compito del Pdl è quello di rendere più forte questa sua caratteristica, oggi solitaria. Che va declinata con particolare attenzione al mezzogiorno, dove non solo risiede la vittoria elettorale riscossa nel 2008, ma, soprattutto, si annidano le arretratezze e i problemi che rallentano la crescita dell’Italia. Qui lo Stato non può abdicare al suo ruolo specifico: garantire il rispetto della legge e l’ordine pubblico. E’ vero, il governo può vantare buoni successi, nel contrasto alla criminalità, ma non può fare altrettanto nel funzionamento della giustizia e, in fin dei conti, nella riaffermazione della propria sovranità.

Ed è vero quel che ha sottolineato Tremonti, da noi tante volte scritto: il sud non ha bisogno di più spesa pubblica, cui si deve buona parte dell’inquinamento che lo soffoca, ha bisogno di spesa produttiva. Pubblica e privata. Il che sarà possibile restaurando il dominio della legalità.

Segnalo una cosa singolare: Tremonti ha dato voce a questo ruolo, nel mentre un altro ministro, Renato Brunetta, gli ha ricordato che le riforme di struttura devono farsi proprio quando la congiuntura economica è negativa, costituendo investimenti non pecuniari. Due linee tutt’altro che incompatibili, ma due posizioni dialettiche. Non nuove, del resto, a significare che la politica, anche nel Pdl, cerca più gli interpreti che i teatri.

E ora la guerra di chi cerca i teatri, sarà anche e soprattutto mediatica, perchè è là che loro pensano di potere vincerla (chiedendo in via prioritaria e “democratica” la testa dei direttori che sarebbero pagati del Cav. e per questo loro “schiavi”). Ora Gianfranco prepara una controffensiva mediatica: contro la disinformazione. Scatta l’offensiva mediatica. Come il centrosinista per anni. In tv, sui giornali, sul web, su facebook, con le centinaia di migliaia di adesioni virtuali, sbandierando sondaggi e consensi virtuali: “un fiume inarrestabile di adesioni”. Come il centrosinista in questi ultimi 15 anni. Come si può leggere infatti su G.I.: “Da Pordenone ad Agrigento – e specialmente al Nord – c’è una marea di amministratori locali che appoggia le tesi di Gianfranco Fini. Altro che quattro gatti“. E, cosa molto più grave, senza mostrare alcun interesse apparente per cosa pensino e cosa vogliano davvero tanti altri elettori con sensibilità diverse dalla loro, per quale motivo molti di questi elettori continuino, imperterriti a votare Pdl e Lega, tre elezioni su tre, le ultime: alle politiche, alle europee, alle regionali. Nulla, svaniti, evaporati. Esistono solo i loro supporters, che magicamente si stanno allargando a macchia d’olio nel paese. Intanto, su 120 consiglieri regionali e assessori regionali ex di an, 100 firmano contro lo strapppo di Fini. Invece loro lo faranno sguinzagliando in tv quelli intelligenti e colti, la destra trendy che tutti invidiano, con “l’appeal prorompente dei ragazzi di “lotta e di terrazza“: i vari Bocchino, Granata, Della Vedova, Scalia e Raisi con le loro intelligenze (oltreché le cravatte) giuste”, che spiegheranno come il leninismo stia per trionfare, e che solo grazie a loro (forse) ce ne salveremo.

Subito all’opera anche gli interpretatori autentici. Paolino Mieli in tv, ha prima ha cercato di “correggere” la posizione finiana sulla Lega (quella paradossale che secondo l’analisi di Panebianco porterebbe Fini ad “una capacità di attrazione nel Nord del Paese vicina allo zero o giù di lì“), che convince poco anche lui, sottolineandone i “punti deboli”:

punto primo la Lega è il partito che, preso dal suo punto di nascita, o presenza sullo scenario pubblico con un ruolo importante, dal 1992 ad oggi, è quella che ha fatto più strada. Comparivano allora come dei forsennati, apparivano come dei forsennati e oggi appaiono come degli amministratori locali, alcuni dei quali fanno delle cose discutibili, ma che nel complesso, appunto, come si dice con un espressione… stanno sul territorio, lavorano… sono cose vere;

punto secondo: perchè, Fini lega il suo nome ad una delle leggi più importanti, …la Bossi-Fini, e ad aver forse cambiato opinione su quella legge è più lui che Bossi. C’è un percorso su cui non si può puntare il dito… voi no, non capite… deficienti…

punto terzo La Lega. Questo vale per tutti gli altri, Casini che dicono la Lega…. la Lega … La Lega però si è acquietata come immagine, ha un suo dinamismo elettorale, non rompe le uova nel paniere al progetto complessivo del Popolo della Libertà. E’ vero che tira dalla sua parte, ma questo è fisiologico per qualsiasi partito politico e non mi sembra che lo faccia con grandi strali.

Per poi passare all’opera. Ed è a questo punto che è arrivato l’ammenocchè mielista. Perché dopo aver risposto d’acchitto “male”, alla domanda di Vespa su come sarebbe finita tutta la faccenda, ci ha aggiunto un “ammenocché”, molto articolato, in perfetta sintonia con la paginata del Foglio e con le posizioni chiare tenute da Giuliano Ferrara in questi ultimi mesi. E a mio parere, anche se lui non lo faceva notare, tutt’altro, in pieno stile terzista, cercava sottilmente di dare una strategia coerente, tramite interpretazione autentica, alle parole finiane.

“a meno che il discorso di Fini non mandi a quella platea un messaggio “subliminale“, guardate che il problema vero non sono io: è Tremonti. Prima o poi dovrete fare i conti con Tremonti e ne vedrete delle belle”.

“Allora”, ha continuato l’ex direttore del Corriere, “siamo in un altro capitolo, non so se sia così, molti osservatori leggono in filigrana le sue parole e vedono quel dito puntato. E’ inutile che ci pronunciamo su questo. Però, allora, la cosa è un’altra cosa. Se è in questi termini è un’altra cosa”.

E il professor Campi, subito chiamato in causa per completare l’intrepretazione autentica, senza voler essere un attore politico (cosa che verrebbe attribuita loro impropriamente, perché loro non intervengono mai su questioni politiche, perchè non sarebbe assolutamente giusto farlo e non lo hanno mai fatto spiegava “chiaramente” in tv il direttore), dato che loro fanno solo cultura (nel frattempo ne ha approfittato anche per provare ad acculturare e dare lezioncine universitarie al governatore Cota). Perché solo quello fanno, lui e la fondazione presieduta dal Presidente Fini, (come ci ha ripetuto incessantemente per tutta la serata), “loro non c’entrano niente con le posizioni politiche di Gianfranco Fini, è solo l’interpretazione “sballata” che ne è stata data in questi mesi e che ha a che fare secondo il politologo “con i cattivi rapporti che esistono in Italia, tra sfera politica, sfera culturale e sfera giornalistica”. Insomma altro prolungato sogno fatto in questi mesi da milioni di persone. E quando Lupi ha provato sommessamente a svegliarsi dal sogno, facendogli notare che a qualcuno era sembrato che fosse stato proprio lui, in piena campagna elettorale, a farsi intervistare da Repubblica, su un tema squisitamente e indiscutibilmente politico e in momento, definiamolo, abbastanza delicato, il giorno dopo Piazza San Giovanni, e che a tanti era sembrato fosse sempre lui medesimo che aveva parlato di un partito in inesorabile lento declino: “Il Pdl deve mettere in campo nuove suggestioni, altrimenti rischia di andare incontro a un lento declino. Quelli che aderirono al progetto del ‘94 ora stanno invecchiando e nel frattempo l’Italia è cambiata”, dato che aveva visto, sempre lui non presente in piazza, “sfilare molti anziani e pochi giovani”, causando in quell’occasione la reazione immediata anche di qualche collega di redazione, lui continuava a dirsi sorpreso di queste intrepretazioni “sballate”. Ci ha provato vanamente anche La Russa, intervenendo a svegliarlo: è questo “trasbordare un pochino” che ha danneggiato nei rapporti, fidati, e molto, molto più di quello che pensi, ha danneggiato”. Niente, lui continuava a sorridere ironicamente, con l’aria dell’incompreso che non sarebbe mai riuscito a far capire come stavano le cose a quella gente. Ma quando, sempre Lupi, gli faceva notare sempre sommessamente, che questo discorso dovrebbe essere valido quantomeno anche per Feltri e per chiunque altro esprime liberamente le proprie opinioni, non ha potuto fare a meno di convenire e di dissentire dall’intrepretazione che Fini e i finiani danno del “problema Feltri” (sentire il cofondatore parlare in Direzione sull’argomento come un Bocchino qualsiasi, non è stato un bel sentire e un bel vedere), rimproverandogli a qual punto, solo una questione di “stile”: Certo che ognuno può e deve esprimere legittimamente le proprie opinioni senza che alcuno si possa permettere di accusarlo di avere dei “padroni”. Ci mancherebbe altro. Chi lo dice sbaglia. E’ solo che loro (la fondazione) sono di un altro livello. Lo fanno con bel altro “stile”. E che, secondo me, forse qualche problemino nei “rapporti che esistono in Italia, tra sfera politica, sfera culturale e sfera giornalistica” l’hanno anche dalle loro parti, dato che il segretario generale è contemporaneamente un componente autorevole del governo in carica. E per essere chiari fino alla banalità, come scrive lui, forse c’è anche che in un Paese normale quando si contesta l’alleanza politica fondante di una compagine di governo, forse, ci si mette autonomamente sui banchi dell’opposizione.

Lui, dopo aver spiegato tutto questo – cercando un ambiguo duetto con Mieli – l’ammennoché cercava di accreditarlo senza accreditarlo, di interpretare senza interpretare, di confermare senza confermare. Alla fine si è sbilanciato. Il messaggio visto in filigrana dai molti osservatori e ipotizzato come subliminale da Mieli, a lui, in sintesi, “non è sembrato neanche tanto subliminale”:

“a un certo punto ha anche citato il ministro Tremonti in questa chiave, non dico che sia leghista, ma si potrebbe leggerla esattamente al rovescio, quindi penso che lui sia leghista.

In realtà – ha però subito aggiunto – “bisogna attenersi alla formulazione esatte delle cose dette da Fini, anche per quello che riguarda il rapporto con la Lega. Io ripeto, probabilmente è un errore, verremo smentiti nei mesi a venire, l’impressione è che però ci sia una competizione interna, che per altro è assolutamente fisiologica, che non prevede nessuna rottura”, etc etc etc. Poi di nuovo tanta “cultura politica”, tante chiacchiere e tanto fare teatro.

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Poi c’è la politologia

E questa volta persino il segretario generale Adolfo Urso non se l’è tenuta.

[...] Era accaduto che Alessandro Campi, direttore scientifico di Farefuturo, rilasciava un’intervista a Repubblica in cui denunciava: in piazza San Giovanni «ho visto sfilare molti anziani e pochi giovani. Il Pdl deve mettere in campo nuove suggestioni, altrimenti rischia di andare incontro a un lento declino». Ora, una certezza è inconfutabile: Campi in piazza sabato nessuno l’ha visto (se ne parlava qui).

Poi c’è la politologia. Esprimere un giudizio così sferzante a cinque giorni dal voto è come darsi una martellata sulle ginocchia. Esprimere un giudizio così negativo sulla manifestazione a sostegno di Renata Polverini, ovvero della candidata che tanto ha voluto Fini, è come tirarsi una secchiata di melma addosso. Sputare veleno sulla protesta che ha visto sfilare tutti i finiani è tuffarsi di testa in un lago ghiacciato della Norvegia il 7 gennaio. Parlar male del corteo che ha incontrato comunque la «soddisfazione» di Fini (che di Farefuturo è pur sempre il presidente), è come buttarsi da quattromila metri senza paracadute. Ma l’intellettuale è intellettuale e non sta a guardare a queste sottiglienze, non si ferma davanti alle opportunità della storia, casomai le determina.

Adolfo Urso, che nella vita fa viceministro al Commercio estero del governo Berlusconi, non ci stava. Lui, per giunta, è segretario generale di Farefuturo. E qui si apre un altro inquietante interrogativo: vale di più il direttore scientifico o il segretario generale? Conta più il primo o il secondo? Chi incarna meglio lo spirito farefuturista? Forse non lo sapremo mai. Quel che è noto è che Urso al corteo c’era eccome, in una lettera al Tempo, pubblicata ieri ha voluto anche rimarcare che lui lo ha fatto tutto dall’inizio alla fine. E, visto che ha scoperto un’insolita passione per Facebook, è arrivato a scriverci parole inequivocabili:

«Mai ergersi a esseri superiori, censori, professori con la matita rossa sempre pronti a bacchettare. In piazza c’erano tantissimi giovani, prevalentemente giovani come tutti noi abbiamo notato. Certamente un grande successo, anche se non eravamo un milione, peraltro ottenuto in pochi giorni di mobilitazione».

[...] Fini si è anche reso conto di essere stato finanche troppo gelido nei confronti di Renata Polverini e potrebbe apparire al suo fianco a una manifestazione. Magari per caso. Magari giovedì.

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Il problema semmai è un altro

Ancora sulla piazza. Questa volta non sui numeri, ma sulle facce. Mentre Eugenio Scalfari avrebbe visto «una bella piazza» riservando al solito le sue “attenzioni” a Bs per il pessimo discorso:

ho guardato la piazza, le facce della gente, le loro parole ai microfoni delle televisioni. Le facce erano pulite, serene, allegre.

messa da parte la querelle sui numeri e la contrarietà a manifestare, il “fuoco amico” arriva su un argomento inatteso e non notato finora da nessun altro commentatore e cronista amico o nemico che sia. E’ l’ideologo di Fare Futuro, intervistato dalla stessa Repubblica a metterlo in campo, scoprendo oltre “agli slogan di sempre” l’invecchiamento improvviso e repentino. Prima bontà sua «non demonizza San Giovanni», poi rassicurando tutti, anche il Bersani che aveva più volte ipotizzato il rischio, garantisce: «è stata una piazza costituzionale» (meno male saremmo stati preoccupatissimi a non avere la sua approvazione postuma). Nonostante la “costituzionalità” della piazza garantita da lui stesso in persona, manifesta ugualmente grande preoccupazione. E infatti non può fare a meno di aggiungere: «Il problema semmai è un altro». Ovvero?

Ho visto sfilare molti anziani e pochi giovani.

E si che neanche Scalfari questa volta se n’era accorto. Poi insiste, come se alle politiche ed alle europee si fosse votato l’ultima volta nel ’95 e non qualche anno e mese fa e come se dal ’94 ad oggi non si fosse mai andati alle urne:

Il Pdl deve mettere in campo nuove suggestioni, altrimenti rischia di andare incontro a un lento declino. Quelli che aderirono al progetto del ’94 ora stanno invecchiando e nel frattempo l’Italia è cambiata.

Forse è talmente impegnato a progettare il futuro e mettere in campo nuove suggestioni, che non ha avuto tempo da perdere, ovviamente, né con una sua presenza fisica in piazza (quantomeno per vederli da vicino i manifestanti pidiellini), né evidentemente con gli studi e i sondaggi che da Ilvo Diamanti a Ipsos-ilsole24ore, per finire con tutti i sondaggi riservati del Pd preoccupano sempre più la sinistra (che ha dovuto prendere atto che la fetta maggiore dei suoi elettori ha più di 55 anni, e i più sono over 65) e che hanno fatto giustizia delle tante “banalità” finto intellettual-scientifiche che davano sempre il centrodestra avere scarsissimo successo tra giovani.

Al peggio non c’è mai fine. Loro la favoletta hanno rinunciato a raccontarla e ora le stesse banalità le dobbiamo sentir ripetere dai politologi-futurologi di centrodestra che guardano le manifestazioni dalle tv e elaborano idee a ritmo continuo. Non è che dato che l’invecchiamento colpisce inesorabilmente tutti, anche in questo caso forse si potrebbe pensare che: «Il problema semmai è un altro»?

Noi intanto ci siamo, e siamo tanti.

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Altro che fare siluro

Altro che “fare siluro” come diceva Andrea Marcenaro su “Panorama”:

Gianfranco Fini è un uomo sincero. Più che sincero. E al di là delle sue opinioni, che sono tutte legittime, qualche volta perfino interessanti, ha un altro grande pregio: il senso dei tempi. È tempestivo. Da questo punto di vista, Fini è un vero innovatore.

Se una consunta tradizione di malintesa solidarietà, e non chiamiamolo per carità cameratismo, pretendeva di mostrare affinità, o quantomeno di non esibire inimicizia, ai compagni di strada che si trovassero in un momento di intralcio e di complicazione, egli ha rovesciato questa discutibile consuetudine: menare gli amici, esattamente in quel momento, sembra a lui la scelta migliore. In pieno marasma elettorale con il caso Polverini, ha infatti menato duro sul Pdl: «Questo partito proprio non mi piace».

In futuro chissà, ma non adesso. Ciò che ha procurato indubbio sollievo ai suoi compagni smarriti.
Esistono altri esempi. Innumerevoli, infiniti esempi. Il suo compagno di strada Silvio Berlusconi è attaccato come capo mafioso da un pentito rivelatosi alquanto ciarlatano? E Fini entra in campo: «Sono accuse gravi, altroché».

Intercettano a raffica, sputtanando sul niente e per niente, perfino la seconda cugina di una cognata di un lontano parente dell’aiuto utista di Sandro Bondi? E Fini: «Le intercettazioni sono uno strumento decisivo». Gli viene dal cuore, è la sua idea di squadra. Utile per costruire il domani. Solo per questo ha costituito una fondazione culturale dall’impegnativo nome di «Fare futuro». Nell’attesa del quale s’impegna oggi allo spasimo (soprattutto contro i suoi) a «Fare siluro».

via Panorama – E Fini gioca contro la sua squadra.

Secondo il Foglio Un Cav. tosto apre la campagna elettorale e fa tirare il fiato al Pdl, “Il fatto è che il Cav. ci metterà la faccia, girerà e farà comizi – così dicono – dedicandosi particolarmente al Lazio” e loro che fanno? Ora fanno futuro non “biasimando l’astensionismo”. Prima dice Alessandro Campi sul Riformista, che sarebbe stato meglio rinviarle le elezioni, così come proposto dal “saggio e responsabile” Pannella:

“Da qui la proposta di Pannella di rinviare le elezioni di un mese. Un proponimento saggio e responsabile che proprio per questo c’è da scommetterci non sarà seguito”

per poi sentenziare:

non c’è da meravigliarsi se il 28 marzo un buon numero di italiani deciderà di starsene a casa. Non votare, a questo punto, sarebbe un atto di civile protesta che nessuno potrebbe biasimare.

update: Politica deludente? Caro Campi ma tu dov’eri?

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Persino

Un Campi in versione lui si che è un “vero berlusconiano“. Perché, ci spiega, lui stava solo riflettendo sulla “smarrita” capacita del cav. di “anticipare e prevenire i problemi” (neanche fosse mago Merlino), dopo aver parlato tra l’altro, senza mezzi termini questa volta, di un Bs che, sempre secondo lui, aveva sempre “stroncato sul nascere qualunque dissidenza o voce critica, qualunque forma di aggregazione da lui non direttamente controllata o ispirata”, comportamento da annoverare tra le caratteristiche “fondamentali” della cultura politica che sorregge il berlusconismo (al mio paese, ma non sono certo un’illustre cattedratica fondamentale ha sempre avuto questo significato). Per l’occasione accetta persino di esser pubblicato dal “capopopolo” senza popolo. Da quello “dell’ironia grezza che una volta si sarebbe definita da caserma”. Insieme a quelli che il “loro grido di battaglia è l’evviva il nazional-popolare” che sono di molto peggiori del velinismo: quelli del “velinismo maschilista“. Quelli che non si capisce se si è su un giornale o su “scherzi a parte”. Quelli che se non la smettevano di scrivere certe cose, “sarebbe bene che se ne facesse a meno“. Cose dette sempre con la loro “pacatezza” e con la loro personale e coerente filosofia del declinaresottovoce“.

E lo fa rispondendo al Ministro Bondi che era sbottato all’ennesima “provocazione” farefuturista (se ne parlava qui): Basta con gli intellettuali del “non fare”.

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Idealità italiana

Punto da un recente articolo del Corriere della Sera sulla minorità intellettuale del mondo post fascista, Angelo Mellone ha invocato sul Foglio una moratoria sul piagnisteo crescente intorno alla cultura di destra che fu, e a quella che dovrebbe essere e non è. I finiani si proclamano stanchi di ascoltare, da sedici anni a questa parte, il disco rotto degli scontenti, dei delusi e dei traditi. Marco Tarchi, professore di Scienza Politica all’Università di Firenze, che conosce bene questo mondo, sia per averne fatto parte in anni lontani, sia per le sue ricerche scientifiche, non nasconde il proprio scetticismo.

“E’ l’ennesima prova dei contorcimenti argomentativi di un ambiente che, a forza di costruire pastiche mettendo insieme tutto e il suo contrario, non sa più come reagire a chi gli rinfaccia di non aver saputo costruire né un’identità né un progetto credibile di influenza sulla mentalità collettiva. Fa specie che si lamenti di veder mescolati Céline, Baget Bozzo e Peppino De Filippo proprio chi, da anni, punta a stupire con effetti speciali, e spesso grotteschi, il mondo esterno per apparire simpatico e moderno, appropriandosi di tutto quello che gli capita a portata di mano. Non è stato proprio il trust di cervelli finiano a produrre la mozione dell’ultimo congresso di Alleanza nazionale, dove si dichiarava di riconoscersi in una ‘idealità italiana’ (chissà cosa sarà…) mantenuta viva – cito testualmente – da Guareschi, Longanesi, Flaiano, Calamandrei, Pannunzio, dal cinema di Fellini e Sergio Leone e dalla musica di Battisti, Mogol e Pavarotti? Con l’aggiunta di Enzo Ferrari, Enrico Mattei e qualche altro coscritto, questa era la squadra del ‘Novecento che merita di essere traghettato nel nuovo secolo, a fondamento culturale del nuovo partito che stiamo costruendo’, secondo quello che hanno scritto i farefuturisti. Un po’ di decenza ogni tanto, in questo gioco di piroette, non guasterebbe”.

[...] Per Tarchi, non si possono ritenere legittimi eredi della ND personaggi come Alessandro Campi, un tempo suo sodale, attualmente direttore scientifico di Farefuturo. “Per una semplice ragione: perché lo stesso Campi, quando faceva parte della Nuova Destra, sosteneva idee lontanissime da quelle che oggi difende. Fatti suoi, e soprattutto buon per lui, ma questo è un evidente segno di discontinuità, non certo di accoglimento di quell’eredità. Del resto, se il Campi che nel 1993 scriveva che, se avesse buttato via ‘dieci anni di eterodossia e di sano anticonformismo intellettuale solo per assecondare l’irresistibile ascesa della ‘destra di governo’ si sarebbe sentito ‘un idiota perfetto’ fosse rimasto di quel parere, oggi non starebbe dove sta, e ci perderebbe molto. E’ persona intelligente, e lo sa. Può dispiacermi, e mi dispiace, ma non mi scandalizzo di questi dietrofront, di cui la storia politica e intellettuale è costellata. Mi basta che si abbia il coraggio di dire: ‘Ho cambiato idee’, senza far finta del contrario.

via Moratoria sulla lagna della cultura di destra? Comincino i farefuturisti – [ Il Foglio.it › La giornata ].

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Bertolasocrazia

Nel paese dei veti la bertolasocrazia diventa necessità

Esiste un caso di “bertolasocrazia”, per stare a una formula frutto della vivida intelligenza di Giuliano Amato? Sì e no, verrebbe da rispondere subito. Il problema è presto detto: da più parti si denunciano le “invasioni di campo” della Protezione civile, che in nome dell’emergenza si muove (tra pochi controlli) in deroga alle leggi ordinarie e che è ora interessata (con la creazione di una società di servizi a totale capitale pubblico) a un nuovo riassetto. Al centro delle polemiche anche il ruolo del sottosegretario Guido Bertolaso, reduce dalla polemica con il governo degli Stati Uniti per come si sono articolati (o disarticolati) i soccorsi per il terremoto ad Haiti e fresco della designatura a ministro da parte del premier Silvio Berlusconi.

Il fronte della critica è variegato. Bertolaso, tra l’altro figura chiave del successo del governo sul fronte dei rifiuti in Campania, è descritto da Eugenio Scalfari su Repubblica come la «protesi» di un Berlusconi che attraverso il rafforzamento del potere esecutivo «anticipa il suo ideale, l’uscita dalla Repubblica parlamentare e l’ingresso nella democrazia autoritaria».

[...] Certo, la proliferazione delle ordinanze della presidenza del Consiglio (e, in parallelo, l’uso massiccio dei decreti legge) sono un fatto. Ma forse, più che alla denuncia di una sorta di golpe politico-legislativo strisciante, bisognerebbe guardare alla sostanza dei problemi messi in luce, e non certo da oggi, dai cortocircuiti decisionali che affliggono il sistema italiano. A cominciare dalla semplice constatazione fatta proprioda Giuliano Amato, già ministro dell’Interno del governo Prodi nel 2006, per spiegare il ricorso al potere speciale delle ordinanze: «Avevo bisogno di fondi per un viaggio del Papa a Napoli».

La democrazia “bloccata” non è solo quella in cui è impedita l’alternanza ma anche quella delle opere incompiute, dei ritardi amministrativi cronici, della giustizia senza certezze, degli imbuti burocratici in cui restano intrappolati, oltre i cittadini e le imprese, gli stessi governi, qualunque sia il loro colore. E in un sistema ad altissima inflazione legislativa, dove i controlli sono più formali che sostanziali e le leggi sono scritte male risultando spesso incomprensibili, la tendenza alla paralisi decisionale e alla pratica dei rinvii costituisce la vera prassi ordinaria. In un labirinto di opacità dove s’accentua il peso abnorme dei vetoplayer: ad esempio, per restare al tema normativo, basta guardare al crescente contenzioso tra stato e regioni. Ci si meraviglia, poi, se oltre che per far fronte ai terremoti anche per una trasferta del Papa a Napoli o per i Mondiali di nuoto si deve ricorrere alle ordinanze speciali?

Guido Gentili da “IL SOLE 24 ORE” di martedì 2 febbraio 2010

Qui invece L’Imperatore Bertolaso. In questo caso è l’ex portavoce della Presidente della Camera dei Deputati Nilde Iotti per tredici anni, Giorgio Frasca Polara ad esercitarsi sul nuovo pericolo pubblico numero uno.

Mentre qui è il prof. Campi in persona ad intervenire e parlare di “visione emergenziale della politica e dell’azione di governo, riassunta in modo emblematico dalla figura di Guido Bertolaso”, che rappresenta, secondo lui, “in una prospettiva storica generale, senza dubbio, il suo (di Bs) più grosso limite”. Non si spinge a parlare di deriva dittatoriale, di “uscita dalla Repubblica parlamentare e di ingresso nella democrazia autoritaria” alla Scalfari, ma poco ci manca. Dato che Berlusconi finora, veniamo informati, avrebbe “stroncato sul nascere qualunque dissidenza o voce critica, qualunque forma di aggregazione da lui non direttamente controllata o ispirata”. Ancora sindrome da monaci tibetani in fieri. Forse aveva in mente questa di caserma. Ma è proprio grazie a tutto questo, invece, che secondo l’illustre cattedratico “il senso di precarietà e di incompiutezza, di provvisorio ed evanescente che segna il progetto del centrodestra si è negativamente riflesso nelle sue scelte politiche e nella sua esperienza di governo”.

Non poteva mancare il riferimento – in puro stile autonomo, avanguardista, eretico, futurista, europeo e “colto” – ai “caciccchi” di veltroniana memoria.

p.s.: Ah, secondo Campi però, l’articolo “polemico” sarebbe questo, quello del Ministro e coordinatore Bondi! E probabilmente questo di Quagliarello, dato che i finiani vanno all’attacco, parlando di “velleitarismo” e di “retorica utilizzata per far tacere le minoranze interne”.

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Smaliziati e ectoplasmi

Il Foglio chiede a Cinque smaliziati osservatori che cosa c’è dopo il Pd. Tra una Barbara Palombelli al limite dell’ipotesi estrema, che in precedenza aveva parlato di incubo ricorrente, quello di “svegliarsi, più o meno il 30 marzo prossimo, e non trovare più il proprio partito, la propria area di riferimento”, un Cacciari secondo cui il “progetto iniziale del Pd è ormai andato” e un Panebianco che pensa che dopo il Pd “può darsi che ci sia un nuovo cambio di etichetta, ma la sostanza mi pare invariata”, con la riproposizione di un ulteriore tappa di una “storia della sinistra che è stata storia di gruppi dirigenti che cambiavano etichette”, quella che spicca è l’analisi del prof. Campi, che dopo aver analizzato, in questi mesi, dettagliatamente e incessantemente la crisi del Pdl e “costruito” il nuovo partito – tra le elaborazione più brillanti: il problema è Berlusconi, mentre qui ci spiegava come e perché aveva ragione l’Udc e come sia importante l’alleanza con Casini – questa volta si esercita sul futuro del Pd:

Alessandro Campi, intellettuale di area finiana e direttore scientifico della Fondazione FareFuturo, dice al Foglio di non credere affatto “a una fine del Pd, tantomeno dopo le regionali, nelle quali perderà meno di quanto si immagini, anche se poi si ritroverà gli stessi problemi di adesso. L’esperienza di questi anni dovrebbe aver insegnato a tutti che non si reagisce alla crisi di un partito fondandone un altro. Invece di puntare sulla quinta trasmutazione, il Pd dovrebbe puntare su quello che ha, che non è poco, perché non è un ectoplasma. Il vero problema del Pd, dal quale discendono tutti gli altri, è che non si sa chi comanda. Non ci sono catene di comando stabili e rispettate, c’è un clima di guerra civile permanente. E’ questo che va affrontato, perché anche definire il quadro delle alleanze è possibile a questa condizione: sapere chi comanda”.

Ed è l’unico a fare ipotesi più che ottimistiche per l’opposizione. Alle “regionali il Pd perderà meno di quanto si immagini” e Bersani non ha niente di che preoccuparsi: “il Pd dovrebbe puntare su quello che ha, che non è poco, perché non è un ectoplasma”.

Si tranquilizzi anche Chiamparino.

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