Qui Partito vero, ma non per merito di Fini e qui anche Davide Giacalone commenta l’intervento di Giulio Tremonti alla Direzione Nazionale del Pdl. Tremonti e il partito nazionale.
[...] La discussione di ieri, però, ha messo in luce un politico capace di esprimersi in proprio, guardando al futuro, con la stranezza che l’occasione innescata da uno è stata colta da un altro: Giulio Tremonti.
Il suo è stato un intervento breve, ma pesante. Gli argomenti che ha usato erano pensati, non accartocciati con superficialità. Tremonti non ha esitazioni nel riconoscere che la forza elettorale della maggioranza si deve alla leadership di Berlusconi, sa bene che quanto si fa al ministero dell’economia è reso possibile dalla copertura politica ed elettorale del presidente del consiglio e, come tutte le persone che non hanno complessi d’inferiorità, non ha difficoltà a dirlo. Ma proprio perché è noto il suo rapporto con la Lega, proprio perché è il ministro da cui più direttamente dipende l’attuazione del federalismo fiscale, diventa decisiva la sua osservazione: la particolarità del Pdl, oggi, è quella d’essere l’unico partito realmente nazionale. Non è un’affermazione banale, non è un argomento polemico, è una piattaforma politica.
La sinistra non solo è stata ricondotta, dagli elettori, nel ridotto appenninico, ma è anche dilaniata da contrasti interni che spingono alcuni esponenti del nord a rivendicare una propria autonoma iniziativa, senza neanche escludere che possa divenire separazione organizzativa. Ne ha parlato chiaramente Sergio Chiamparino e lo ha teorizzato Massimo Cacciari. Nel sud continentale l’unica regione in cui ha vinto la recente tornata elettorale è guidata da un esponente, Nichi Vendola, che non si riconosce nel partito, e meno ancora nel gruppo dirigente, che raccoglie il grosso della sinistra. In Sicilia c’è una frattura interna al centro destra, che ne ha generato una simmetrica, nella sinistra.
La Lega, dal canto suo, è per definizione una forza a vocazione localistica, che si spera abbia abbandonato per sempre ogni farneticazione separatista. E’ vero che ha allargato l’area della sua influenza elettorale, prendendo voti alla sinistra, ma non per questo è divenuta una forza nazionale. Il richiamo di Tremonti, quindi, sta a significare che il compito del Pdl è quello di rendere più forte questa sua caratteristica, oggi solitaria. Che va declinata con particolare attenzione al mezzogiorno, dove non solo risiede la vittoria elettorale riscossa nel 2008, ma, soprattutto, si annidano le arretratezze e i problemi che rallentano la crescita dell’Italia. Qui lo Stato non può abdicare al suo ruolo specifico: garantire il rispetto della legge e l’ordine pubblico. E’ vero, il governo può vantare buoni successi, nel contrasto alla criminalità, ma non può fare altrettanto nel funzionamento della giustizia e, in fin dei conti, nella riaffermazione della propria sovranità.
Ed è vero quel che ha sottolineato Tremonti, da noi tante volte scritto: il sud non ha bisogno di più spesa pubblica, cui si deve buona parte dell’inquinamento che lo soffoca, ha bisogno di spesa produttiva. Pubblica e privata. Il che sarà possibile restaurando il dominio della legalità.
Segnalo una cosa singolare: Tremonti ha dato voce a questo ruolo, nel mentre un altro ministro, Renato Brunetta, gli ha ricordato che le riforme di struttura devono farsi proprio quando la congiuntura economica è negativa, costituendo investimenti non pecuniari. Due linee tutt’altro che incompatibili, ma due posizioni dialettiche. Non nuove, del resto, a significare che la politica, anche nel Pdl, cerca più gli interpreti che i teatri.
E ora la guerra di chi cerca i teatri, sarà anche e soprattutto mediatica, perchè è là che loro pensano di potere vincerla (chiedendo in via prioritaria e “democratica” la testa dei direttori che sarebbero pagati del Cav. e per questo loro “schiavi”). Ora Gianfranco prepara una controffensiva mediatica: contro la disinformazione. Scatta l’offensiva mediatica. Come il centrosinista per anni. In tv, sui giornali, sul web, su facebook, con le centinaia di migliaia di adesioni virtuali, sbandierando sondaggi e consensi virtuali: “un fiume inarrestabile di adesioni”. Come il centrosinista in questi ultimi 15 anni. Come si può leggere infatti su G.I.: “Da Pordenone ad Agrigento – e specialmente al Nord – c’è una marea di amministratori locali che appoggia le tesi di Gianfranco Fini. Altro che quattro gatti“. E, cosa molto più grave, senza mostrare alcun interesse apparente per cosa pensino e cosa vogliano davvero tanti altri elettori con sensibilità diverse dalla loro, per quale motivo molti di questi elettori continuino, imperterriti a votare Pdl e Lega, tre elezioni su tre, le ultime: alle politiche, alle europee, alle regionali. Nulla, svaniti, evaporati. Esistono solo i loro supporters, che magicamente si stanno allargando a macchia d’olio nel paese. Intanto, su 120 consiglieri regionali e assessori regionali ex di an, 100 firmano contro lo strapppo di Fini. Invece loro lo faranno sguinzagliando in tv quelli intelligenti e colti, la destra trendy che tutti invidiano, con “l’appeal prorompente dei ragazzi di “lotta e di terrazza“: i vari Bocchino, Granata, Della Vedova, Scalia e Raisi con le loro intelligenze (oltreché le cravatte) giuste”, che spiegheranno come il leninismo stia per trionfare, e che solo grazie a loro (forse) ce ne salveremo.
Subito all’opera anche gli interpretatori autentici. Paolino Mieli in tv, ha prima ha cercato di “correggere” la posizione finiana sulla Lega (quella paradossale che secondo l’analisi di Panebianco porterebbe Fini ad “una capacità di attrazione nel Nord del Paese vicina allo zero o giù di lì“), che convince poco anche lui, sottolineandone i “punti deboli”:
punto primo la Lega è il partito che, preso dal suo punto di nascita, o presenza sullo scenario pubblico con un ruolo importante, dal 1992 ad oggi, è quella che ha fatto più strada. Comparivano allora come dei forsennati, apparivano come dei forsennati e oggi appaiono come degli amministratori locali, alcuni dei quali fanno delle cose discutibili, ma che nel complesso, appunto, come si dice con un espressione… stanno sul territorio, lavorano… sono cose vere;
punto secondo: perchè, Fini lega il suo nome ad una delle leggi più importanti, …la Bossi-Fini, e ad aver forse cambiato opinione su quella legge è più lui che Bossi. C’è un percorso su cui non si può puntare il dito… voi no, non capite… deficienti…
punto terzo La Lega. Questo vale per tutti gli altri, Casini che dicono la Lega…. la Lega … La Lega però si è acquietata come immagine, ha un suo dinamismo elettorale, non rompe le uova nel paniere al progetto complessivo del Popolo della Libertà. E’ vero che tira dalla sua parte, ma questo è fisiologico per qualsiasi partito politico e non mi sembra che lo faccia con grandi strali.
Per poi passare all’opera. Ed è a questo punto che è arrivato l’ammenocchè mielista. Perché dopo aver risposto d’acchitto “male”, alla domanda di Vespa su come sarebbe finita tutta la faccenda, ci ha aggiunto un “ammenocché”, molto articolato, in perfetta sintonia con la paginata del Foglio e con le posizioni chiare tenute da Giuliano Ferrara in questi ultimi mesi. E a mio parere, anche se lui non lo faceva notare, tutt’altro, in pieno stile terzista, cercava sottilmente di dare una strategia coerente, tramite interpretazione autentica, alle parole finiane.
“a meno che il discorso di Fini non mandi a quella platea un messaggio “subliminale“, guardate che il problema vero non sono io: è Tremonti. Prima o poi dovrete fare i conti con Tremonti e ne vedrete delle belle”.
“Allora”, ha continuato l’ex direttore del Corriere, “siamo in un altro capitolo, non so se sia così, molti osservatori leggono in filigrana le sue parole e vedono quel dito puntato. E’ inutile che ci pronunciamo su questo. Però, allora, la cosa è un’altra cosa. Se è in questi termini è un’altra cosa”.
E il professor Campi, subito chiamato in causa per completare l’intrepretazione autentica, senza voler essere un attore politico (cosa che verrebbe attribuita loro impropriamente, perché loro non intervengono mai su questioni politiche, perchè non sarebbe assolutamente giusto farlo e non lo hanno mai fatto spiegava “chiaramente” in tv il direttore), dato che loro fanno solo cultura (nel frattempo ne ha approfittato anche per provare ad acculturare e dare lezioncine universitarie al governatore Cota). Perché solo quello fanno, lui e la fondazione presieduta dal Presidente Fini, (come ci ha ripetuto incessantemente per tutta la serata), “loro non c’entrano niente con le posizioni politiche di Gianfranco Fini, è solo l’interpretazione “sballata” che ne è stata data in questi mesi e che ha a che fare secondo il politologo “con i cattivi rapporti che esistono in Italia, tra sfera politica, sfera culturale e sfera giornalistica”. Insomma altro prolungato sogno fatto in questi mesi da milioni di persone. E quando Lupi ha provato sommessamente a svegliarsi dal sogno, facendogli notare che a qualcuno era sembrato che fosse stato proprio lui, in piena campagna elettorale, a farsi intervistare da Repubblica, su un tema squisitamente e indiscutibilmente politico e in momento, definiamolo, abbastanza delicato, il giorno dopo Piazza San Giovanni, e che a tanti era sembrato fosse sempre lui medesimo che aveva parlato di un partito in inesorabile lento declino: “Il Pdl deve mettere in campo nuove suggestioni, altrimenti rischia di andare incontro a un lento declino. Quelli che aderirono al progetto del ‘94 ora stanno invecchiando e nel frattempo l’Italia è cambiata”, dato che aveva visto, sempre lui non presente in piazza, “sfilare molti anziani e pochi giovani”, causando in quell’occasione la reazione immediata anche di qualche collega di redazione, lui continuava a dirsi sorpreso di queste intrepretazioni “sballate”. Ci ha provato vanamente anche La Russa, intervenendo a svegliarlo: è questo “trasbordare un pochino” che ha danneggiato nei rapporti, fidati, e molto, molto più di quello che pensi, ha danneggiato”. Niente, lui continuava a sorridere ironicamente, con l’aria dell’incompreso che non sarebbe mai riuscito a far capire come stavano le cose a quella gente. Ma quando, sempre Lupi, gli faceva notare sempre sommessamente, che questo discorso dovrebbe essere valido quantomeno anche per Feltri e per chiunque altro esprime liberamente le proprie opinioni, non ha potuto fare a meno di convenire e di dissentire dall’intrepretazione che Fini e i finiani danno del “problema Feltri” (sentire il cofondatore parlare in Direzione sull’argomento come un Bocchino qualsiasi, non è stato un bel sentire e un bel vedere), rimproverandogli a qual punto, solo una questione di “stile”: Certo che ognuno può e deve esprimere legittimamente le proprie opinioni senza che alcuno si possa permettere di accusarlo di avere dei “padroni”. Ci mancherebbe altro. Chi lo dice sbaglia. E’ solo che loro (la fondazione) sono di un altro livello. Lo fanno con bel altro “stile”. E che, secondo me, forse qualche problemino nei “rapporti che esistono in Italia, tra sfera politica, sfera culturale e sfera giornalistica” l’hanno anche dalle loro parti, dato che il segretario generale è contemporaneamente un componente autorevole del governo in carica. E per essere chiari fino alla banalità, come scrive lui, forse c’è anche che in un Paese normale quando si contesta l’alleanza politica fondante di una compagine di governo, forse, ci si mette autonomamente sui banchi dell’opposizione.
Lui, dopo aver spiegato tutto questo – cercando un ambiguo duetto con Mieli – l’ammennoché cercava di accreditarlo senza accreditarlo, di interpretare senza interpretare, di confermare senza confermare. Alla fine si è sbilanciato. Il messaggio visto in filigrana dai molti osservatori e ipotizzato come subliminale da Mieli, a lui, in sintesi, “non è sembrato neanche tanto subliminale”:
“a un certo punto ha anche citato il ministro Tremonti in questa chiave, non dico che sia leghista, ma si potrebbe leggerla esattamente al rovescio, quindi penso che lui sia leghista.
In realtà – ha però subito aggiunto – “bisogna attenersi alla formulazione esatte delle cose dette da Fini, anche per quello che riguarda il rapporto con la Lega. Io ripeto, probabilmente è un errore, verremo smentiti nei mesi a venire, l’impressione è che però ci sia una competizione interna, che per altro è assolutamente fisiologica, che non prevede nessuna rottura”, etc etc etc. Poi di nuovo tanta “cultura politica”, tante chiacchiere e tanto fare teatro.