Ma gli altri sono di più

Non amo le polemiche su questo argomento e ho sempre evitato di farle. Ma a quanto pare anche in questa occasione qualcuno ha provato (con scarso successo devo dire) a far attecchire la filosofia di secoli fa “quando gli eserciti, prima della battaglia, pregavano allo stesso Dio, chiedendone il sostegno, per poi urlarsi in faccia “Dio è con noi!”.

E’ bene sapere che per il 19 luglio 2009 a Palermo è stata organizzata così come voluto espressamente dagli organizzatori una contro-manifestazione – al posto delle solite commemorazioni – articolata in una serie di iniziative con lo scopo di chiedere che sia fatta giustizia e di sostenere tutti i servitori dello Stato che nel corso di questi anni hanno sempre dato il meglio di sè affinche questo diritto di tutti noi fosse tradotto in fatti. Gli organizzatori volevano espressamente così quest’anno evitare che, come più volte è successo nel passato, delle persone che spesso indegnamente occupano le nostre Istituzioni arrivino in via D’Amelio a fingere cordoglio e assicurarsi così che Paolo sia veramente morto.

Se lo faranno, grideremo loro di andare a mettere le loro corone funebri sulla tomba di Mangano, è quello il “loro” eroe.

Io ritengo, così come per tutte le altre manifestazioni, che ognuno con la propria sensibilità ha il diritto-dovere di manifestare e di ricordare Paolo Borsellino come meglio crede. Ma non ha nessun diritto poi di lamentarsi e creare polemiche inopportune e fuori luogo nei confronti di chi, ha solo seguito il suggerimento che da loro stessi era stato lanciato, arrogandosi il dirittto preventivo di dare eventuali patenti di legittimità verso chiunque,  in maniera inequivocabile.

Scrive il Corriere oggi, parlando di polemiche e di assenze:

Un anniversario all’insegna delle polemiche. Domenica mattina la commemorazione e nel pomeriggio un corteo. Poi in serata la fiaccolata. Nel mirino «l’assenza della politica». Già perché sul palco (fatta eccezione per il vicepresidente della Commissione nazionale antimafia Giuseppe Lumia e, nel primo pomeriggio, la neoeletta eurodeputata dell’IdV Sonia Alfano), solo familiari e associazioni.

Ma quello che non dice e non fa capire, che l’assenza della politica (e dei cittadini) si è manifestata proprio solo sul palco della contro-manifestazione. Operando così una mistificazione grande come una casa e facendola così diventare tout-court  “la commemorazione”, l’unica e sola commemorazione, quindi la commemorazione ufficiale. Dimenticandosi completamente di dire che la cronaca della giornata racconta che:

La Cerimonia commemorativa per ricordare il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta morti nella strage di via D’Amelio il 19 luglio del 1992 si è svolta invece in mattinata alla Caserma “Lungaro” di Palermo. Corone di fiori sono state deposte dalle autorità sulla lapide nella sezione scorte che ricorda gli “angeli custodi” di Borsellino e tutti gli altri poliziotti uccisi da Cosa nostra. Presente alla cerimonia, tra gli altri, il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, ma anche il Prefetto Giancarlo Trevisone, l’assessore regionale al Territorio e ambiente Mario Milone, il sindaco Diego Cammarata, il vicecapo della Polizia Francesco Cirillo, il questore Alessandro Marangoni, il generale dei Carabinieri Enzo Coppola, il generale della Finanza Domenico Achille e tutte le altre autorità militari di Palermo. Due soli i magistrati presenti alla cerimonia: Egidio La Neve e Leonardo Guarnotta, quest’ultimo amico personale di Paolo Borsellino. Sul luogo anche i familiari degli agenti di scorta uccisi nella strage di via D’Amelio, compreso Manfredi Borsellino e Agnese Piraino Leto, rispettivamente figlio e vedova del giudice, oltre a Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone. Dopo la cerimonia è stata celebrata una Santa Messa, sempre alla caserma Lungaro.

E che alla fiaccolata (qui le associazioni presenti) della sera erano presenti il Ministro Meloni e, almeno per un minimo di par condicio se non di informazione corretta, un altro vicepresidente della Commissione nazionale antimafia, stesso “grado” dell’altro citato (Giuseppe Lumia). Nessuno ha il monopolio dell’antimafia e del ricordo di Paolo Borsellino e nessuno deve pretendere di averlo, anche in nome delle proprie eventuali rispettabilissime opinioni e della propria storia familiare. Non è assolutamente vero, così come ha detto chiaramente anche Rita Borsellino che i palermitani (e la sicilia tutta aggiungerei, perché manifestazioni ci sono state in ogni parte dell’isola) non hanno risposto alla giornata di ricordo del 19 Luglio, le manifestazioni sono stata tantissime e i siciliani hanno risposto.

Basta col dire che i palermitani sono assenti alle commemorazioni per Paolo Borsellino, in questi giorni ci sono state diverse manifestazioni e i palermitani hanno risposto bene, facendo delle scelte.

Come, si scrive qua, e  come “ha sottolineato ancora Rita Borsellino, quasi rispondendo al fratello Salvatore che parlava invece di “tradimento”, il ruolo della città nelle vicende dell’antimafia è leggibile nel fiorire delle associazioni antiracket, nel cambiamento di passo di tante istituzioni (la Confindustria, per esempio) nei confronti della consapevolezza della gravità della situazione, nei risultati che gli investigatori hanno ottenuto nell’azione di contrasto per quanto li compete e malgrado l’insufficienza dei mezzi: la cattura dei super latitanti, la disarticolazione di famiglie mafiose perfino ancora in formazione in sostituzione di famiglie già debellate.”

Ma se si chiede espressamente alla gente certe cose è proprio la stessa gente che risponde a secondo delle proprie sensibilità. E non si può pretendere, come forse qualcuno ieri pretendeva, di trasformare il 19 luglio in una bagarre vergognosa, cercando anche in questa occasione l’ennesima guerra per fazioni a colpi di slogan urlati più forte.

Se alla contro-manifestazione indetta in questo modo (con questi esclusivi inviti e con queste partecipazione telefoniche)  hanno partecipato solo un centinaio di persone (pochissimi palermitani e alcuni ragazzi giunti da altre regioni), forse dovrebbero essere proprio loro, gli organizzatori, a riflettere su qualche perché.

Un siciliano di Palermo,  che ha cominciato a lavorare come cronista al giornale L’Ora quando aveva 19 anni e da oltre vent’anni lavora al Giornale di Sicilia, spiega bene per i non siciliani, dopo aver riaffermato preventivamente che coltivare il dubbio senza farne mai una certezza, gli pare ancora un buon modo di ragionare, che molti sono i dubbi credo, onesti (ndr di noi tutti), ma che tuttavia vicende così gravi avrebbero bisogno di ragionamenti al posto di questa sorta di “dubbi standard” che somigliano di più a incrollabili certezze. Dubbi standard sposati ieri sera senza indugi, da qualcuno incredibilmente (o forse no, in perfetta sintonia con quanto maître à penser vanno dicendo e facendo da qualche tempo a questa parte), in modo bipartisan. Non se ne sentiva davvero il bisogno.

Anniversari tra dubbi certi e certi dubbi:

[...] Ho visto le foto dei cortei, quei tantissimi giovani venuti da tutta Italia con gli striscioni. Molto carini, tanto edificanti, ben vengano. Onore a loro e benvenuti in città. Onesti ragazzi, pieni di buone intenzioni ma, ahimè, scarsi di conoscenze della complessità del fenomeno e con una certa tendenza a semplificare. Per cui tutte le stragi sono “di stato”; la verità vera (sic!) non verrà mai raggiunta perché c’è sempre un intrigo dei servizi deviati e della P2; perché la mafia è nelle istituzioni; etc etc.

Le equazioni le lascio alla matematica, anch’io come lui, perché la storia e la ragione le usino quando serve e quanto basta. E sulla “scarsa affluenza” dei palermitani alle manifestazioni dell’anniversario lui si permette di aggiungere una valutazione diversa, che vale per tutti quei siciliani che come me ieri non erano in piazza (e che come lui raramente vedrete davanti alla tomba di mio padre il 2 novembre, anzi*). E che forse dovrebbe fare riflettere bene la “politica” tutta, se solo ripensiamo alla recentissima diserzione di massa dalle urne siciliane alla europee, dove hanno partecipato al voto meno della metà degli aventi diritto:

[...] Penso che, a diciassette anni di distanza dalla strage, il palermitano sia stanco di partecipare a manifestazioni in cui la ritualità e lo “sloganismo” spesso prevalgono sull’emozione che si vuole sollecitare in chi viene richiesto di partecipare. Come se ci fosse una sorta di “messale” degli anniversari.

[...] I palermitani forse sono solo stanchi delle lunghe liste di politici che si cospargono il capo di cenere, di piccole forze politiche che cercano visibilità e si pongono ancora il dilemma tra partito di lotta e partito di governo, dei movimenti dell’antiopolitica, del piove governo ladro dove un posto in europa si può sempre scattiare.

Sono passati diciassette anni e chi non va alla manifestazione per Borsellino non per questo è traditore, non per questo è contiguo a cosa nostra, non per questo è concorrente esterno. Secondo lo stesso principio basta non mancare nella “lista dei solidali” per garantirsi la patente antimafia. Il popolo palermitano è invece – forse – solo stanco di ovvietà e di teorie che improvvisamente, miracolo miracolo, diventano fatti inoppugnabili.

Non mi vedrete mai davanti alla tomba di mio padre il 2 novembre. Ma questo non vuol dire che l’abbia dimenticato.

Anzi*, forse mi ricordo di lui ogni giorno quando cerco di fare quello faccio come lui mi ha insegnato a fare: distinguere le ombre dagli oggetti veri con la luce della ragione e del buon senso.

Penso a tutti i palermitani che in questa città senza governo ogni mattina escono di casa e vanno a lavorare, penso agli studenti, penso agli insegnanti, penso agli impiegati, agli operai, ai precari, a tutti quelli che vorrebbero una città migliore ma che non se ne vanno. Alla faccia dei palermitani cui invece va benissimo che Palermo sia così. Che sono tanti. Ma gli altri sono di più.

È bene che lo sappiano i boy scout venuti da San Benedetto Pò a guardarci come fossimo tutti iene. Perché noi, che diamine, siamo i Gattopardi.

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Diciassette anni fa

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Diciassette anni fa la strage di via D’Amelio

Diciassette anni fa il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cusina e Claudio Traina vennero uccisi con un’autobomba in via D’Amelio.

Alle 8:00 inizierà il presidio in via D’Amelio con interventi di giornalisti, associazioni e cittadini. Alle 16:55, ora della strage, si effettuerà un minuto di silenzio. Alle 17:00 Marilena Monti reciterà Giudice Paolo. Alle 18:30 partirà un corteo verso il quartiere Kalsa (dove Borsellino è cresciuto) con arrivo a piazza Magione dove alle 21:30 si terrà un recital di Giulio Cavalli con esibizioni di Mario Crispi, Marilena Monti, Angela Rizzo e Laura Spacca.

Alle 20:30 partirà da piazza Vittorio Veneto la fiaccolata organizzata da Azione Giovani e da Azione Universitaria che arriverà in via D’Amelio dove verrà deposta una corona di fiori. I manifestanti vestiranno magliette con la frase «Meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Ciancimino». Alla fiaccolata parteciperà il ministro Giorgia Meloni. In via D’Amelio avrà luogo la rappresentazione teatrale Paolo Borsellino: eroe tragico promossa dal Laboratorio di poetica della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Rosalio ricorda Borsellino con una testata speciale che riporta una sua frase: «Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» (l’immagine della testata è stata rielaborata da Gabriella Insana).

E’ possibile seguire in diretta streaming tutte le iniziative in programma al link www.c6.tv. Le immagini saranno in diretta dalla città di Palermo e sono previsti numerosi contatti telefonici con altre città italiane. In dissolvenza. Stamattina corriere1nessuna grande testata nazionale (online) apre con il ricordo della strage (apre è un eufemismo, dopo mesi di “aperture” vere e “paginate” in tutt’altre faccende affaccendate, il Corriere la relega in un trafiletto microspico dentro la cronaca, il Sole la ignora, Stampa e Repubblica sono gli unici che hanno la notizia in prima pagina, per parlare delle “rivelazioni” del capo mafia Totò Riina). Noi lo ricordiamo con amore e con rispetto, sempre e solo con le sue parole, quelle del suo ultimo intervento pubblico alla Biblioteca Comunale di Palermo in memoria di Giovanni Falcone. Ascoltiamolo o riascoltiamolo, su Csm, responsabilità della magistratura e sui Giuda che hanno tradito. Per non dimenticare.

Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino giunge nell’atrio della biblioteca quando il dibattito è gia iniziato: ma la sua città lo attende e accompagna il suo passaggio con un lunghissimo e fragoroso applauso che si contrappone al silenzio, quasi surreale, che cala nella sala quando Paolo comincia a pronunciare il suo discorso: sono parole colme di sdegno e di rabbia, parole ben scandite e pronunciate con una lentezza inconsueta, parole di un vero UOMO delle Istituzioni consapevole di essere l’ultimo rimasto da eliminare, un uomo che a poco meno di un mese dal suo assassinio non si nasconde dietro la paura ma continua a lavorare incessantemente per scoprire la verità sulla Strage di Capaci.

Questo il testo integrale del discorso di Paolo Borsellino:

Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.

In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.

Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico.

Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul “Sole 24 Ore” dalla giornalista – in questo momento non mi ricordo come si chiama… – Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.

Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione – in questo momento i miei ricordi non sono precisi – un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima [...] Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo

Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.

Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d’Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo [...] per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.

L’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant’è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone.

E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po’ più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.

Certo anch’io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell’attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch’esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall’ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva.

Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque – e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.

Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.

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Ho deciso di parlare

viadamelio

A diciassette anni dalla strage di via D’Amelio, Agnese Borsellino, vedova del magistrato ucciso, racconta gli ultimi giorni del marito. Lo fa per la prima volta nel documentario La Storia siamo noi, “57 giorni a Palermo. La scorta di Borsellino” che la regista romana Francesca Fagnani ha dedicato al magistrato e ai cinque ragazzi della scorta che morirono quel 19 luglio 1992. Il documentario è stato presentato in anteprima allo Steri di Palermo nell’ambito di UniverCittà inFestival, la manifestazione dell’ateneo di Palermo che quest’estate anima la città. La vedova di Paolo Borsellino, Agnese, rompe il silenzio e porta la sua testimonianza, perché non siano dimenticati:

“Io, che sono contraria a rilasciare interviste – spiega nel documentario – ho deciso di parlare. Per me, come per mio marito, i ragazzi della scorta erano persone che facevano parte della nostra famiglia e vivevano quasi in simbiosi con noi, condividevamo le loro ansie, i loro progetti. Un rapporto oltre che di umanità, di amicizia e di reciproca comprensione e rispetto”.

“Mio marito – racconta Agnese Borsellino – non credeva al cento per cento che la scorta potesse salvarlo da un attentato. Non perchè dubitava della loro attenzione o professionalità, ma perchè era convinto che nel momento in cui avessero deciso di ucciderlo lo avrebbero fatto. Ogni tanto usciva da solo a comprare il giornale o le sigarette proprio per lanciare un messaggio ai suoi esecutori e salvare i suoi ‘angeli’”.

“I 57 giorni – dice Francesca Fagnani – sono quelli che separano la strage Falcone da quella Borsellino, a sottolineare quanto, dopo Capaci, l’omicidio di Paolo Borsellino fosse annunciato”. Invece furono in cinque a cadere in via D’Amelio, dove una Fiat 126 imbottita di tritolo esplose nel momento in cui il giudice bussava al citofono della madre. L’unico sopravvissuto, Antonino Vullo, ricostruisce la dinamica dell’attentato in cui morirono, oltre al giudice Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

In chiusura scorrono le immagini di Borsellino e dell’amico Giovanni Falcone sorridenti, mentre la sorella di Claudio Traina, Giusi, si chiede: “Non so se è servito a qualcosa, so che non perdono nessuno perchè non hanno diritto ad avere il perdono”.

“Se mi dicono perchè lo hanno fatto – dice Agnese Borsellino – se confessano, se collaborano con la giustizia io li perdono”.

Al termine della proiezione un lungo e commosso applauso di tutto il pubblico ha reso omaggio alle vittime.

Alla serata hanno partecipato anche Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, e i familiari dei ragazzi della scorta. Il documentario presentato ai palermitani allo Steri, sede del rettorato dell’università di Palermo, nell’ambito di UniverCittà inFestival, andrà in onda domenica su RaiStoria, alle 21,15, e poi mercoledì 22 luglio alle ore 23.40 su RaiDue.

“Non è un caso la scelta dell’università per la presentazione del documentario sulla scorta di Borsellino – ha spiegato Giovanni Minoli – E’ da qui, dai nostri atenei, che deve partire la svolta del futuro e la televisione ha una responsabilitò enorme, come mezzo di formazione e conoscenza”.

Fonte: Ansa

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I fatti secondari

Un’altra citazione dal libro di Bill Kovach & Tom Rosenstiel “I fondamenti del giornalismo”, che ho amato molto e tengo sempre a portata di mano.

Il commento è libero ma i fatti sono sacri. Penso che tendiamo ad andare dal particolare al generale; troviamo i fatti e da quelli traiamo delle conclusioni, qualcuno procede in senso inverso. Per loro contano soltanto le opinioni, preferibilmente urlate. I fatti semmai sono secondari.

Per questo modo di raccontare i fatti e le collaborazioni.

E sempre a proposito di fatti: leggere o ascoltare Peppino Ayala, sempre “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino“, su chi era e cosa pensava Paolo Borsellino.

Giuseppe Ayala, componente del pool antimafia con Falcone e Borsellino, poi senatore dei Ds, conferma all’Indipendente le simpatie politiche del magistrato: “Che Borsellino fosse un uomo di destra non si discute. Racconto un aneddoto. Alle politiche del 1992 ero candidato in Sicilia per il Partito Repubblicano. Chiesi sostegno agli amici Falcone e Borsellino, che si resero disponibili a partecipare ai mie convegni elettorali. Paolo, però, un giorno mi prese da parte e mi disse a muso duro: ‘sappi che neanche se mi spari ti voto. Io sono monarchico e di destra’. Poi però lo fece. Neanche il suo attivismo giovanile era un mistero per noi. Ma mai e poi mai si sognò di usare la toga per fare politica”.

E avere soprattutto rispetto di questa discreta e dignitosa signora (a volte le immagini dicono molto di più delle tante parole urlate), molto più silenziosa dei tanti altri, che potrebbe anche avere le sue rispettabilissime opinioni, le sue simpatie, i suoi affetti, che non autorizzano nessuno a lasciar sottindere che sia un’ingenua manipolabile a piacimento.

E’ proprio vero: forse sarebbe il caso di lasciare in pace i morti (e anche i vivi) che, alla fine, ma non solo alla fine, non sono proprietà di nessuno ma patrimonio di tutti. Il commento è libero ma i fatti sono sacri.

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Prima pagina

Date che nessuno dei grandi giornali nazionali l’ha ritenuta una notizia degna della prima pagina, penso sia compito di tutti porre rimedio, senza polemiche e senza scritture o riscritture “alternative”. Con la stessa discrezione, rispetto e amore che in tutti questi anni questa donna anni ha sempre mostrato.

E solo con le sue parole:

“Non dimenticate Paolo”.

Che è la frase pronunciata dalla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, in un breve, ma fitto dialogo con i ministri Angelino Alfano e Ignazio La Russa e con il presidente del Senato Schifani – qui la presentazione del libro di un testimone di quegli anni ed amico, Giuseppe Ayala, “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino” – in via D’Amelio, poco dopo la cerimonia in cui si è commemorata la strage. E non ha fatto “notizia” neanche la presenza del figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, funzionario di polizia, alla fiaccolata organizzata  per ricordare il giudice in occasione del 16esimo anniversario della strage di via D’Amelio. In prima fila un grande striscione con la scritta “Paolo vive“.

Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare. (P.Borsellino)

p.s.: Qui, qualcuno direbbe con eccessiva puntigliosità, ho raccolto gli screenshot dei siti della Stampa, Repubblica, Il Corriere della Sera e Repubblica Palermo (notizia non pervenuta). E qui invece come alcuni degli stessi siti hanno ritenuto di dover “raccontare” la notizia e con quali titoli, il Corriere, il Sole24ore e Repubblica. A proposito di stampa libera e moralità, quando le “notizie” non “meritano” la prima pagina.

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Dov’eri

L’Associazione Nazionale Magistrati – sezione distrettuale di Palermo ricorda Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta con un momento di commemorazione pubblica, la mattina del 19 luglio 2008, alle 11, presso il Tribunale di Palermo.

Diritti e… dov’eri

La Fondazione Progetto Legalità invita tutti coloro che lo desiderano – fin d’ora – a inviare a info@progettolegalita.it un ricordo affinchè quella data, insieme a quelle di tutte le altre vittime della mafia, si fissi nella memoria di ognuno di noi, per non affievolire il senso dell’impegno di una vita, di 302 vite: quella di Paolo Borsellino, dei suoi agenti di scorta, e di tutte le altre vittime della mafia per garantire i nostri diritti.

Dov’eri il 19 luglio del 1992?

Vorremmo che ognuno di noi si chiedesse: dov’eri quel giorno? Una domanda che vuole aprirne altre: dov’eri prima? E oggi, dove sei?

Mi ero portata in giro al mare, per una passeggiata, mia nipote che aveva allora 2 anni e non dimenticherò mai, l’angoscia di mia sorella, che aprendoci la porta mi disse solo: Hanno ammazzato il Giudice Borsellino… la tv e le immagini.

Oggi sono in sicilia e vivo qui.

E tu oggi dove sei?

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