Sareste così cortesi

Allora, uno si chiede: com’è che il vostro prurito legalitario vi tormenta solo da qualche tempo con tanto furore? Questa storia della fiammata della legalità che vi consuma improvvisamente puzza appunto di bruciato. Ditelo chiaramente. Silvio era amico, oggi è nemico. Gli spariamo addosso come sappiamo. Ergo, l’onestà non c’entra niente.

In ogni caso, sareste così cortesi da lasciare fuori dalla mischia – in questa lotta di coltello travestita da evento morale – la memoria di Paolo Borsellino?

via Fabio Granata e il 19 luglio « Notizie Sicilia | Informazione sulla Sicilia | News, cronaca siciliana – Live Sicilia.

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Il modo in cui ci hai insegnato a vivere

Borsellino è ancora nonno nei giorni di via D’Amelio.

[...] Un sms il sedici luglio: è nata Fiammetta, terzogenita di Manfredi Borsellino e Valentina, nipote di Paolo Borsellino. Sì, nata il sedici luglio.

Qui lo ricordiamo così Paolo Borsellino, con tanti affettusi auguri per la nipotina Fiammetta e con le parole di suo figlio Manfredi. Sempre grazie a Live Sicilia, “Grazie caro papàdi MANFREDI BORSELLINO*

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.

Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di …, desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di… o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

* (La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi – Pietro Vittorietti editore).

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Palermo non volta le spalle a Borsellino

Titola da qualche ora in prima il CorrieredellaSera.it.

Il 18mo anniversario della strage di via D’Amelio. Palermo volta le spalle a Borsellino: meno di cento persone al corteo. Pochi siciliani, pochissimi palermitani. Il fratello Salvatore: «Siamo a una svolta nelle indagini»

Sarà stato il gran caldo, sarà stata la voglia di mare, sarà stato che alle 9 del mattino di una domenica di metà luglio non si possono ipotizzare folle oceaniche, fatto sta che c’erano meno di cento persone al corteo in memoria della strage di via D’Amelio, che il 19 luglio 1992 uccise Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta. Meno di cento persone – molte non siciliane, pochissime di Palermo – con in mano un’agenda rossa (quella di Borsellino, sparita a mai più ritrovata dopo l’esplosione) cantando Bella Ciao hanno chiesto che si arrivi alla verità sulla strage di via D’Amelio.

via Palermo volta le spalle a Borsellino: meno di cento persone al corteo – Corriere della Sera.

Sarà stato che la stragrande maggioranza di siciliani e di palermitani non si riconosce negli organizzatori (il movimento del “Popolo delle Agende Rosse“) e nella manifestazione? Nessun se pur minimo, vago o lontano dubbio avvolge mai le menti geniali dei giornalisti del Corriere online (che neanche lo scrivono chi l’aveva organizzata), che invece così, secondo loro, farebbe “sana, libera e corretta informazione”?

Palermo volta le spalle eventualmente agli organizzatori, non a Paolo Borsellino.

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Malinconica felicità

Scriveva qualche giorno fa Daw su Notizie imbavagliate:

Ieri la Corte Suprema di Cassazione ha definitivamente posto fine al calvario di Carmelo Canale, l’ufficiale dei Carabinieri ed ex braccio destro di Paolo Borsellino, infamato dall’accusa di partecipazione alla mafia, dichiarando “inammissibile” il ricorso intentato dal PG di Palermo dopo che la Corte di Appello aveva confermato l’assoluzione del Tribunale di primo grado.

Dunque, Carmelo Canale è definitivamente innocente.

Questa notizia tuttavia è difficile da trovare sui giornali, quegli stessi giornali che giusto l’altro ieri hanno in gran parte deciso di scioperare contro il rischio di bavaglio. Ma si sa, un’accusa infamante di un carabiniere è una notizia, la sua assoluzione definitiva meno.

Scrive Davide Giacalone:

Adesso, chi paga?

Adesso, chi paga? Non la giustizia, dove, anzi, chi sbaglia fa carriera. Non la politica, che tace vigliaccamente, popolata da quelli che tacciono per occultare le proprie colpe e da quelli che non parlano perché non sanno di che parlare. Non un giornalismo riprovevole, che il bavaglio ce l’ha nel cervello e si guarda bene dal dare le notizie. E la notizia è questa: dopo quattordici anni, dopo essere stato isolato e vilipeso, Carmelo Canale, carabiniere, l’uomo che Paolo Borsellino chiamava “fratello”, è stato assolto in via definitiva: non s’è venduto alla mafia. Ripeto la domanda: adesso, chi paga?

La sorte di Canale fu segnata dalla vicinanza all’uomo cui la procura di Palermo aveva impedito d’indagare sulla mafia, all’uomo che ricevette il permesso di interrogare dei pentiti, dalla viva e diretta voce del procuratore capo, la mattina stessa in cui saltò in aria, assieme alla scorta, a quel Paolo Borsellino che tutti furono pronti a piangere, così come erano stati pronti a fermare, e fu segnata, la sorte di Canale, dal suicidio di suo cognato, il maresciallo Antonio Lombardo, che, nel 1995, si sparò dopo che Leoluca Orlando Cascio lo aveva accusato, ospite di Michele Santoro, in diretta televisiva e senza diritto di replica, d’essere al servizio dei mafiosi. Canale disse: non è un suicidio. E, dicendolo, si suicidò. Da quel momento il carabiniere che indagava contro la mafia passò ad essere accusato di mafia e, suprema raffinatezza, gli imputarono di avere usato i soldi dei disonorati per curare, prima, e seppellire, poi, la figlia, Antonella. A lei e a Borsellino è andato il pensiero di Canale, oramai definitivamente innocente, in un giorno che lui stesso ha definito di “malinconica felicità”.

Non fermatevi qui, però. Perché qualcuno deve pagare, e non per la tortura inflitta ad un servitore dello Stato, ma per il depistaggio ai danni dell’Italia. Canale, difatti, è stato assolto in primo grado, assolto in secondo e, giunti in cassazione, il procuratore generale ha chiesto di respingere il ricorso presentato dalla procura di Palermo. La Corte è andata oltre, considerandolo inammissibile. Leggi il resto »

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Ma gli altri sono di più

Non amo le polemiche su questo argomento e ho sempre evitato di farle. Ma a quanto pare anche in questa occasione qualcuno ha provato (con scarso successo devo dire) a far attecchire la filosofia di secoli fa “quando gli eserciti, prima della battaglia, pregavano allo stesso Dio, chiedendone il sostegno, per poi urlarsi in faccia “Dio è con noi!”.

E’ bene sapere che per il 19 luglio 2009 a Palermo è stata organizzata così come voluto espressamente dagli organizzatori una contro-manifestazione – al posto delle solite commemorazioni – articolata in una serie di iniziative con lo scopo di chiedere che sia fatta giustizia e di sostenere tutti i servitori dello Stato che nel corso di questi anni hanno sempre dato il meglio di sè affinche questo diritto di tutti noi fosse tradotto in fatti. Gli organizzatori volevano espressamente così quest’anno evitare che, come più volte è successo nel passato, delle persone che spesso indegnamente occupano le nostre Istituzioni arrivino in via D’Amelio a fingere cordoglio e assicurarsi così che Paolo sia veramente morto.

Se lo faranno, grideremo loro di andare a mettere le loro corone funebri sulla tomba di Mangano, è quello il “loro” eroe.

Io ritengo, così come per tutte le altre manifestazioni, che ognuno con la propria sensibilità ha il diritto-dovere di manifestare e di ricordare Paolo Borsellino come meglio crede. Ma non ha nessun diritto poi di lamentarsi e creare polemiche inopportune e fuori luogo nei confronti di chi, ha solo seguito il suggerimento che da loro stessi era stato lanciato, arrogandosi il dirittto preventivo di dare eventuali patenti di legittimità verso chiunque,  in maniera inequivocabile.

Scrive il Corriere oggi, parlando di polemiche e di assenze:

Un anniversario all’insegna delle polemiche. Domenica mattina la commemorazione e nel pomeriggio un corteo. Poi in serata la fiaccolata. Nel mirino «l’assenza della politica». Già perché sul palco (fatta eccezione per il vicepresidente della Commissione nazionale antimafia Giuseppe Lumia e, nel primo pomeriggio, la neoeletta eurodeputata dell’IdV Sonia Alfano), solo familiari e associazioni.

Ma quello che non dice e non fa capire, che l’assenza della politica (e dei cittadini) si è manifestata proprio solo sul palco della contro-manifestazione. Operando così una mistificazione grande come una casa e facendola così diventare tout-court  “la commemorazione”, l’unica e sola commemorazione, quindi la commemorazione ufficiale. Dimenticandosi completamente di dire che la cronaca della giornata racconta che:

La Cerimonia commemorativa per ricordare il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta morti nella strage di via D’Amelio il 19 luglio del 1992 si è svolta invece in mattinata alla Caserma “Lungaro” di Palermo. Corone di fiori sono state deposte dalle autorità sulla lapide nella sezione scorte che ricorda gli “angeli custodi” di Borsellino e tutti gli altri poliziotti uccisi da Cosa nostra. Presente alla cerimonia, tra gli altri, il Procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, ma anche il Prefetto Giancarlo Trevisone, l’assessore regionale al Territorio e ambiente Mario Milone, il sindaco Diego Cammarata, il vicecapo della Polizia Francesco Cirillo, il questore Alessandro Marangoni, il generale dei Carabinieri Enzo Coppola, il generale della Finanza Domenico Achille e tutte le altre autorità militari di Palermo. Due soli i magistrati presenti alla cerimonia: Egidio La Neve e Leonardo Guarnotta, quest’ultimo amico personale di Paolo Borsellino. Sul luogo anche i familiari degli agenti di scorta uccisi nella strage di via D’Amelio, compreso Manfredi Borsellino e Agnese Piraino Leto, rispettivamente figlio e vedova del giudice, oltre a Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone. Dopo la cerimonia è stata celebrata una Santa Messa, sempre alla caserma Lungaro.

E che alla fiaccolata (qui le associazioni presenti) della sera erano presenti il Ministro Meloni e, almeno per un minimo di par condicio se non di informazione corretta, un altro vicepresidente della Commissione nazionale antimafia, stesso “grado” dell’altro citato (Giuseppe Lumia). Nessuno ha il monopolio dell’antimafia e del ricordo di Paolo Borsellino e nessuno deve pretendere di averlo, anche in nome delle proprie eventuali rispettabilissime opinioni e della propria storia familiare. Non è assolutamente vero, così come ha detto chiaramente anche Rita Borsellino che i palermitani (e la sicilia tutta aggiungerei, perché manifestazioni ci sono state in ogni parte dell’isola) non hanno risposto alla giornata di ricordo del 19 Luglio, le manifestazioni sono stata tantissime e i siciliani hanno risposto.

Basta col dire che i palermitani sono assenti alle commemorazioni per Paolo Borsellino, in questi giorni ci sono state diverse manifestazioni e i palermitani hanno risposto bene, facendo delle scelte.

Come, si scrive qua, e  come “ha sottolineato ancora Rita Borsellino, quasi rispondendo al fratello Salvatore che parlava invece di “tradimento”, il ruolo della città nelle vicende dell’antimafia è leggibile nel fiorire delle associazioni antiracket, nel cambiamento di passo di tante istituzioni (la Confindustria, per esempio) nei confronti della consapevolezza della gravità della situazione, nei risultati che gli investigatori hanno ottenuto nell’azione di contrasto per quanto li compete e malgrado l’insufficienza dei mezzi: la cattura dei super latitanti, la disarticolazione di famiglie mafiose perfino ancora in formazione in sostituzione di famiglie già debellate.”

Ma se si chiede espressamente alla gente certe cose è proprio la stessa gente che risponde a secondo delle proprie sensibilità. E non si può pretendere, come forse qualcuno ieri pretendeva, di trasformare il 19 luglio in una bagarre vergognosa, cercando anche in questa occasione l’ennesima guerra per fazioni a colpi di slogan urlati più forte.

Se alla contro-manifestazione indetta in questo modo (con questi esclusivi inviti e con queste partecipazione telefoniche)  hanno partecipato solo un centinaio di persone (pochissimi palermitani e alcuni ragazzi giunti da altre regioni), forse dovrebbero essere proprio loro, gli organizzatori, a riflettere su qualche perché.

Un siciliano di Palermo,  che ha cominciato a lavorare come cronista al giornale L’Ora quando aveva 19 anni e da oltre vent’anni lavora al Giornale di Sicilia, spiega bene per i non siciliani, dopo aver riaffermato preventivamente che coltivare il dubbio senza farne mai una certezza, gli pare ancora un buon modo di ragionare, che molti sono i dubbi credo, onesti (ndr di noi tutti), ma che tuttavia vicende così gravi avrebbero bisogno di ragionamenti al posto di questa sorta di “dubbi standard” che somigliano di più a incrollabili certezze. Dubbi standard sposati ieri sera senza indugi, da qualcuno incredibilmente (o forse no, in perfetta sintonia con quanto maître à penser vanno dicendo e facendo da qualche tempo a questa parte), in modo bipartisan. Non se ne sentiva davvero il bisogno.

Anniversari tra dubbi certi e certi dubbi:

[...] Ho visto le foto dei cortei, quei tantissimi giovani venuti da tutta Italia con gli striscioni. Molto carini, tanto edificanti, ben vengano. Onore a loro e benvenuti in città. Onesti ragazzi, pieni di buone intenzioni ma, ahimè, scarsi di conoscenze della complessità del fenomeno e con una certa tendenza a semplificare. Per cui tutte le stragi sono “di stato”; la verità vera (sic!) non verrà mai raggiunta perché c’è sempre un intrigo dei servizi deviati e della P2; perché la mafia è nelle istituzioni; etc etc.

Le equazioni le lascio alla matematica, anch’io come lui, perché la storia e la ragione le usino quando serve e quanto basta. E sulla “scarsa affluenza” dei palermitani alle manifestazioni dell’anniversario lui si permette di aggiungere una valutazione diversa, che vale per tutti quei siciliani che come me ieri non erano in piazza (e che come lui raramente vedrete davanti alla tomba di mio padre il 2 novembre, anzi*). E che forse dovrebbe fare riflettere bene la “politica” tutta, se solo ripensiamo alla recentissima diserzione di massa dalle urne siciliane alla europee, dove hanno partecipato al voto meno della metà degli aventi diritto:

[...] Penso che, a diciassette anni di distanza dalla strage, il palermitano sia stanco di partecipare a manifestazioni in cui la ritualità e lo “sloganismo” spesso prevalgono sull’emozione che si vuole sollecitare in chi viene richiesto di partecipare. Come se ci fosse una sorta di “messale” degli anniversari.

[...] I palermitani forse sono solo stanchi delle lunghe liste di politici che si cospargono il capo di cenere, di piccole forze politiche che cercano visibilità e si pongono ancora il dilemma tra partito di lotta e partito di governo, dei movimenti dell’antiopolitica, del piove governo ladro dove un posto in europa si può sempre scattiare.

Sono passati diciassette anni e chi non va alla manifestazione per Borsellino non per questo è traditore, non per questo è contiguo a cosa nostra, non per questo è concorrente esterno. Secondo lo stesso principio basta non mancare nella “lista dei solidali” per garantirsi la patente antimafia. Il popolo palermitano è invece – forse – solo stanco di ovvietà e di teorie che improvvisamente, miracolo miracolo, diventano fatti inoppugnabili.

Non mi vedrete mai davanti alla tomba di mio padre il 2 novembre. Ma questo non vuol dire che l’abbia dimenticato.

Anzi*, forse mi ricordo di lui ogni giorno quando cerco di fare quello faccio come lui mi ha insegnato a fare: distinguere le ombre dagli oggetti veri con la luce della ragione e del buon senso.

Penso a tutti i palermitani che in questa città senza governo ogni mattina escono di casa e vanno a lavorare, penso agli studenti, penso agli insegnanti, penso agli impiegati, agli operai, ai precari, a tutti quelli che vorrebbero una città migliore ma che non se ne vanno. Alla faccia dei palermitani cui invece va benissimo che Palermo sia così. Che sono tanti. Ma gli altri sono di più.

È bene che lo sappiano i boy scout venuti da San Benedetto Pò a guardarci come fossimo tutti iene. Perché noi, che diamine, siamo i Gattopardi.

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Diciassette anni fa

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Diciassette anni fa la strage di via D’Amelio

Diciassette anni fa il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cusina e Claudio Traina vennero uccisi con un’autobomba in via D’Amelio.

Alle 8:00 inizierà il presidio in via D’Amelio con interventi di giornalisti, associazioni e cittadini. Alle 16:55, ora della strage, si effettuerà un minuto di silenzio. Alle 17:00 Marilena Monti reciterà Giudice Paolo. Alle 18:30 partirà un corteo verso il quartiere Kalsa (dove Borsellino è cresciuto) con arrivo a piazza Magione dove alle 21:30 si terrà un recital di Giulio Cavalli con esibizioni di Mario Crispi, Marilena Monti, Angela Rizzo e Laura Spacca.

Alle 20:30 partirà da piazza Vittorio Veneto la fiaccolata organizzata da Azione Giovani e da Azione Universitaria che arriverà in via D’Amelio dove verrà deposta una corona di fiori. I manifestanti vestiranno magliette con la frase «Meglio un giorno da Borsellino che cento anni da Ciancimino». Alla fiaccolata parteciperà il ministro Giorgia Meloni. In via D’Amelio avrà luogo la rappresentazione teatrale Paolo Borsellino: eroe tragico promossa dal Laboratorio di poetica della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Rosalio ricorda Borsellino con una testata speciale che riporta una sua frase: «Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola» (l’immagine della testata è stata rielaborata da Gabriella Insana).

E’ possibile seguire in diretta streaming tutte le iniziative in programma al link www.c6.tv. Le immagini saranno in diretta dalla città di Palermo e sono previsti numerosi contatti telefonici con altre città italiane. In dissolvenza. Stamattina corriere1nessuna grande testata nazionale (online) apre con il ricordo della strage (apre è un eufemismo, dopo mesi di “aperture” vere e “paginate” in tutt’altre faccende affaccendate, il Corriere la relega in un trafiletto microspico dentro la cronaca, il Sole la ignora, Stampa e Repubblica sono gli unici che hanno la notizia in prima pagina, per parlare delle “rivelazioni” del capo mafia Totò Riina). Noi lo ricordiamo con amore e con rispetto, sempre e solo con le sue parole, quelle del suo ultimo intervento pubblico alla Biblioteca Comunale di Palermo in memoria di Giovanni Falcone. Ascoltiamolo o riascoltiamolo, su Csm, responsabilità della magistratura e sui Giuda che hanno tradito. Per non dimenticare.

Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino giunge nell’atrio della biblioteca quando il dibattito è gia iniziato: ma la sua città lo attende e accompagna il suo passaggio con un lunghissimo e fragoroso applauso che si contrappone al silenzio, quasi surreale, che cala nella sala quando Paolo comincia a pronunciare il suo discorso: sono parole colme di sdegno e di rabbia, parole ben scandite e pronunciate con una lentezza inconsueta, parole di un vero UOMO delle Istituzioni consapevole di essere l’ultimo rimasto da eliminare, un uomo che a poco meno di un mese dal suo assassinio non si nasconde dietro la paura ma continua a lavorare incessantemente per scoprire la verità sulla Strage di Capaci.

Questo il testo integrale del discorso di Paolo Borsellino:

Io sono venuto questa sera soprattutto per ascoltare. Purtroppo ragioni di lavoro mi hanno costretto ad arrivare in ritardo e forse mi costringeranno ad allontanarmi prima che questa riunione finisca. Sono venuto soprattutto per ascoltare perché ritengo che mai come in questo momento sia necessario che io ricordi a me stesso e ricordi a voi che sono un magistrato. E poiché sono un magistrato devo essere anche cosciente che il mio primo dovere non è quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze partecipando a convegni e dibattiti ma quello di utilizzare le mie opinioni e le mie conoscenze nel mio lavoro.

In questo momento inoltre, oltre che magistrato, io sono testimone. Sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto, non voglio dire più di ogni altro, perché non voglio imbarcarmi in questa gara che purtroppo vedo fare in questi giorni per ristabilire chi era più amico di Giovanni Falcone, ma avendo raccolto comunque più o meno di altri, come amico di Giovanni Falcone, tante sue confidenze, prima di parlare in pubblico anche delle opinioni, anche delle convinzioni che io mi sono fatte raccogliendo tali confidenze, questi elementi che io porto dentro di me, debbo per prima cosa assemblarli e riferirli all’autorità giudiziaria, che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che ha posto fine alla vita di Giovanni Falcone, e che soprattutto, nell’immediatezza di questa tragedia, ha fatto pensare a me, e non soltanto a me, che era finita una parte della mia e della nostra vita.

Quindi io questa sera debbo astenermi rigidamente – e mi dispiace, se deluderò qualcuno di voi – dal riferire circostanze che probabilmente molti di voi si aspettano che io riferisca, a cominciare da quelle che in questi giorni sono arrivate sui giornali e che riguardano i cosiddetti diari di Giovanni Falcone. Per prima cosa ne parlerò all’autorità giudiziaria, poi – se è il caso – ne parlerò in pubblico.

Posso dire soltanto, e qui mi fermo affrontando l’argomento, e per evitare che si possano anche su questo punto innestare speculazioni fuorvianti, che questi appunti che sono stati pubblicati dalla stampa, sul “Sole 24 Ore” dalla giornalista – in questo momento non mi ricordo come si chiama… – Milella, li avevo letti in vita di Giovanni Falcone. Sono proprio appunti di Giovanni Falcone, perché non vorrei che su questo un giorno potessero essere avanzati dei dubbi.

Ho letto giorni fa, ho ascoltato alla televisione – in questo momento i miei ricordi non sono precisi – un’affermazione di Antonino Caponnetto secondo cui Giovanni Falcone cominciò a morire nel gennaio del 1988. Io condivido questa affermazione di Caponnetto. Con questo non intendo dire che so il perché dell’evento criminoso avvenuto a fine maggio, per quanto io possa sapere qualche elemento che possa aiutare a ricostruirlo, e come ho detto ne riferirò all’autorità giudiziaria; non voglio dire che cominciò a morire nel gennaio del 1988 e che questo, questa strage del 1992, sia il naturale epilogo di questo processo di morte. Però quello che ha detto Antonino Caponnetto è vero, perché oggi che tutti ci rendiamo conto di quale è stata la statura di quest’uomo, ripercorrendo queste vicende della sua vita professionale, ci accorgiamo come in effetti il paese, lo Stato, la magistratura che forse ha più colpe di ogni altro, cominciò proprio a farlo morire il 1° gennaio del 1988, se non forse l’anno prima [...] Ma nel gennaio del 1988, quando Falcone, solo per continuare il suo lavoro, il Consiglio superiore della magistratura con motivazioni risibili gli preferì il consigliere Antonino Meli. C’eravamo tutti resi conto che c’era questo pericolo e a lungo sperammo che Antonino Caponnetto potesse restare ancora a passare gli ultimi due anni della sua vita professionale a Palermo. Ma quest’uomo, Caponnetto, il quale rischiava, perché anziano, perché conduceva una vita sicuramente non sopportabile da nessuno già da anni, il quale rischiava di morire a Palermo, temevamo che non avrebbe superato lo stress fisico cui da anni si sottoponeva. E a un certo punto fummo noi stessi, Falcone in testa, pure estremamente convinti del pericolo che si correva così convincendolo, lo convincemmo riottoso, molto riottoso, ad allontanarsi da Palermo

Si aprì la corsa alla successione all’ufficio istruzione al tribunale di Palermo. Falcone concorse, qualche Giuda si impegnò subito a prenderlo in giro, e il giorno del mio compleanno il Consiglio superiore della magistratura ci fece questo regalo: preferì Antonino Meli.

Giovanni Falcone, dimostrando l’altissimo senso delle istituzioni che egli aveva e la sua volontà di continuare comunque a fare il lavoro che aveva inventato e nel quale ci aveva tutti trascinato, cominciò a lavorare con Antonino Meli nella convinzione che, nonostante lo schiaffo datogli dal Consiglio superiore della magistratura, egli avrebbe potuto continuare il suo lavoro. E continuò a crederlo nonostante io, che ormai mi trovavo in un osservatorio abbastanza privilegiato, perché ero stato trasferito a Marsala e quindi guardavo abbastanza dall’esterno questa situazione, mi fossi reso conto subito che nel volgere di pochi mesi Giovanni Falcone sarebbe stato distrutto. E ciò che più mi addolorava era il fatto che Giovanni Falcone sarebbe allora morto professionalmente nel silenzio e senza che nessuno se ne accorgesse. Questa fu la ragione per cui io, nel corso della presentazione del libro La mafia d’Agrigento, denunciai quello che stava accadendo a Palermo [...] per aver denunciato questa verità io rischiai conseguenze professionali gravissime, ma quel che è peggio il Consiglio superiore immediatamente scoprì quale era il suo vero obiettivo: proprio approfittando del problema che io avevo sollevato, doveva essere eliminato al più presto Giovanni Falcone. E forse questo io lo avevo pure messo nel conto perché ero convinto che lo avrebbero eliminato comunque; almeno, dissi, se deve essere eliminato, l’opinione pubblica lo deve sapere, lo deve conoscere, il pool antimafia deve morire davanti a tutti, non deve morire in silenzio.

L’opinione pubblica fece il miracolo, perché ricordo quella caldissima estate dell’agosto 1988, l’opinione pubblica si mobilitò e costrinse il Consiglio superiore della magistratura a rimangiarsi in parte la sua precedente decisione dei primi di agosto, tant’è che il 15 settembre, se pur zoppicante, il pool antimafia fu rimesso in piedi. La protervia del consigliere istruttore, l’intervento nefasto della Cassazione cominciato allora e continuato fino a ieri (perché, nonostante quello che è successo in Sicilia, la Corte di cassazione continua sostanzialmente ad affermare che la mafia non esiste) continuarono a fare morire Giovanni Falcone.

E Giovanni Falcone, uomo che sentì sempre di essere uomo delle istituzioni, con un profondissimo senso dello Stato, nonostante questo, continuò incessantemente a lavorare. Approdò alla procura della Repubblica di Palermo dove, a un certo punto ritenne, e le motivazioni le riservo a quella parte di espressione delle mie convinzioni che deve in questo momento essere indirizzata verso altri ascoltatori, ritenne a un certo momento di non poter più continuare ad operare al meglio. Giovanni Falcone è andato al ministero di Grazia e Giustizia, e questo lo posso dire sì prima di essere ascoltato dal giudice, non perché aspirasse a trovarsi a Roma in un posto privilegiato, non perché si era innamorato dei socialisti, non perché si era innamorato di Claudio Martelli, ma perché a un certo punto della sua vita ritenne, da uomo delle istituzioni, di poter continuare a svolgere a Roma un ruolo importante e nelle sue convinzioni decisivo, con riferimento alla lotta alla criminalità mafiosa. Dopo aver appreso dalla radio della sua nomina a Roma (in quei tempi ci vedevamo un po’ più raramente perché io ero molto impegnato professionalmente a Marsala e venivo raramente a Palermo), una volta Giovanni Falcone alla presenza del collega Leonardo Guarnotta e di Ayala tirò fuori, non so come si chiama, l’ordinamento interno del ministero di Grazia e Giustizia, e scorrendo i singoli punti di non so quale articolo di questo ordinamento cominciò fin da allora, fin dal primo giorno, cominciò ad illustrare quel che lì egli poteva fare e che riteneva di poter fare per la lotta alla criminalità mafiosa.

Certo anch’io talvolta ho assistito con un certo disagio a quella che è la vita, o alcune manifestazioni della vita e dell’attività di un magistrato improvvisamente sbalzato in una struttura gerarchica diversa da quelle che sono le strutture, anch’esse gerarchiche ma in altro senso, previste dall’ordinamento giudiziario. Si trattava di un lavoro nuovo, di una situazione nuova, di vicinanze nuove, ma Giovanni Falcone è andato lì solo per questo. Con la mente a Palermo, perché sin dal primo momento mi illustrò quello che riteneva di poter e di voler fare lui per Palermo. E in fin dei conti, se vogliamo fare un bilancio di questa sua permanenza al ministero di Grazia e Giustizia, il bilancio anche se contestato, anche se criticato, è un bilancio che riguarda soprattutto la creazione di strutture che, a torto o a ragione, lui pensava che potessero funzionare specialmente con riferimento alla lotta alla criminalità organizzata e al lavoro che aveva fatto a Palermo. Cercò di ricreare in campo nazionale e con leggi dello Stato quelle esperienze del pool antimafia che erano nate artigianalmente senza che la legge le prevedesse e senza che la legge, anche nei momenti di maggiore successo, le sostenesse. Questo, a torto o a ragione, ma comunque sicuramente nei suoi intenti, era la superprocura, sulla quale anch’io ho espresso nell’immediatezza delle perplessità, firmando la lettera sostanzialmente critica sulla superprocura predisposta dal collega Marcello Maddalena, ma mai neanche un istante ho dubitato che questo strumento sulla cui creazione Giovanni Falcone aveva lavorato servisse nei suoi intenti, nelle sue idee, a torto o a ragione, per ritornare, soprattutto, per consentirgli di ritornare a fare il magistrato, come egli voleva.

Il suo intento era questo e l’organizzazione mafiosa – non voglio esprimere opinioni circa il fatto se si è trattato di mafia e soltanto di mafia, ma di mafia si è trattato comunque – e l’organizzazione mafiosa, quando ha preparato ed attuato l’attentato del 23 maggio, l’ha preparato ed attuato proprio nel momento in cui, a mio parere, si erano concretizzate tutte le condizioni perché Giovanni Falcone, nonostante la violenta opposizione di buona parte del Consiglio superiore della magistratura, era ormai a un passo, secondo le notizie che io conoscevo, che gli avevo comunicato e che egli sapeva e che ritengo fossero conosciute anche al di fuori del Consiglio, al di fuori del Palazzo, dico, era ormai a un passo dal diventare il direttore nazionale antimafia.

Ecco perché, forse, ripensandoci, quando Caponnetto dice cominciò a morire nel gennaio del 1988 aveva proprio ragione anche con riferimento all’esito di questa lotta che egli fece soprattutto per potere continuare a lavorare. Poi possono essere avanzate tutte le critiche, se avanzate in buona fede e se avanzate riconoscendo questo intento di Giovanni Falcone, si può anche dire che si prestò alla creazione di uno strumento che poteva mettere in pericolo l’indipendenza della magistratura, si può anche dire che per creare questo strumento egli si avvicinò troppo al potere politico, ma quello che non si può contestare è che Giovanni Falcone in questa sua breve, brevissima esperienza ministeriale lavorò soprattutto per potere al più presto tornare a fare il magistrato. Ed è questo che gli è stato impedito, perché è questo che faceva paura.

Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.

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Ho deciso di parlare

viadamelio

A diciassette anni dalla strage di via D’Amelio, Agnese Borsellino, vedova del magistrato ucciso, racconta gli ultimi giorni del marito. Lo fa per la prima volta nel documentario La Storia siamo noi, “57 giorni a Palermo. La scorta di Borsellino” che la regista romana Francesca Fagnani ha dedicato al magistrato e ai cinque ragazzi della scorta che morirono quel 19 luglio 1992. Il documentario è stato presentato in anteprima allo Steri di Palermo nell’ambito di UniverCittà inFestival, la manifestazione dell’ateneo di Palermo che quest’estate anima la città. La vedova di Paolo Borsellino, Agnese, rompe il silenzio e porta la sua testimonianza, perché non siano dimenticati:

“Io, che sono contraria a rilasciare interviste – spiega nel documentario – ho deciso di parlare. Per me, come per mio marito, i ragazzi della scorta erano persone che facevano parte della nostra famiglia e vivevano quasi in simbiosi con noi, condividevamo le loro ansie, i loro progetti. Un rapporto oltre che di umanità, di amicizia e di reciproca comprensione e rispetto”.

“Mio marito – racconta Agnese Borsellino – non credeva al cento per cento che la scorta potesse salvarlo da un attentato. Non perchè dubitava della loro attenzione o professionalità, ma perchè era convinto che nel momento in cui avessero deciso di ucciderlo lo avrebbero fatto. Ogni tanto usciva da solo a comprare il giornale o le sigarette proprio per lanciare un messaggio ai suoi esecutori e salvare i suoi ‘angeli’”.

“I 57 giorni – dice Francesca Fagnani – sono quelli che separano la strage Falcone da quella Borsellino, a sottolineare quanto, dopo Capaci, l’omicidio di Paolo Borsellino fosse annunciato”. Invece furono in cinque a cadere in via D’Amelio, dove una Fiat 126 imbottita di tritolo esplose nel momento in cui il giudice bussava al citofono della madre. L’unico sopravvissuto, Antonino Vullo, ricostruisce la dinamica dell’attentato in cui morirono, oltre al giudice Borsellino, Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

In chiusura scorrono le immagini di Borsellino e dell’amico Giovanni Falcone sorridenti, mentre la sorella di Claudio Traina, Giusi, si chiede: “Non so se è servito a qualcosa, so che non perdono nessuno perchè non hanno diritto ad avere il perdono”.

“Se mi dicono perchè lo hanno fatto – dice Agnese Borsellino – se confessano, se collaborano con la giustizia io li perdono”.

Al termine della proiezione un lungo e commosso applauso di tutto il pubblico ha reso omaggio alle vittime.

Alla serata hanno partecipato anche Giovanni Minoli, direttore di Rai Educational, e i familiari dei ragazzi della scorta. Il documentario presentato ai palermitani allo Steri, sede del rettorato dell’università di Palermo, nell’ambito di UniverCittà inFestival, andrà in onda domenica su RaiStoria, alle 21,15, e poi mercoledì 22 luglio alle ore 23.40 su RaiDue.

“Non è un caso la scelta dell’università per la presentazione del documentario sulla scorta di Borsellino – ha spiegato Giovanni Minoli – E’ da qui, dai nostri atenei, che deve partire la svolta del futuro e la televisione ha una responsabilitò enorme, come mezzo di formazione e conoscenza”.

Fonte: Ansa

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I fatti secondari

Un’altra citazione dal libro di Bill Kovach & Tom Rosenstiel “I fondamenti del giornalismo”, che ho amato molto e tengo sempre a portata di mano.

Il commento è libero ma i fatti sono sacri. Penso che tendiamo ad andare dal particolare al generale; troviamo i fatti e da quelli traiamo delle conclusioni, qualcuno procede in senso inverso. Per loro contano soltanto le opinioni, preferibilmente urlate. I fatti semmai sono secondari.

Per questo modo di raccontare i fatti e le collaborazioni.

E sempre a proposito di fatti: leggere o ascoltare Peppino Ayala, sempre “Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino“, su chi era e cosa pensava Paolo Borsellino.

Giuseppe Ayala, componente del pool antimafia con Falcone e Borsellino, poi senatore dei Ds, conferma all’Indipendente le simpatie politiche del magistrato: “Che Borsellino fosse un uomo di destra non si discute. Racconto un aneddoto. Alle politiche del 1992 ero candidato in Sicilia per il Partito Repubblicano. Chiesi sostegno agli amici Falcone e Borsellino, che si resero disponibili a partecipare ai mie convegni elettorali. Paolo, però, un giorno mi prese da parte e mi disse a muso duro: ‘sappi che neanche se mi spari ti voto. Io sono monarchico e di destra’. Poi però lo fece. Neanche il suo attivismo giovanile era un mistero per noi. Ma mai e poi mai si sognò di usare la toga per fare politica”.

E avere soprattutto rispetto di questa discreta e dignitosa signora (a volte le immagini dicono molto di più delle tante parole urlate), molto più silenziosa dei tanti altri, che potrebbe anche avere le sue rispettabilissime opinioni, le sue simpatie, i suoi affetti, che non autorizzano nessuno a lasciar sottindere che sia un’ingenua manipolabile a piacimento.

E’ proprio vero: forse sarebbe il caso di lasciare in pace i morti (e anche i vivi) che, alla fine, ma non solo alla fine, non sono proprietà di nessuno ma patrimonio di tutti. Il commento è libero ma i fatti sono sacri.

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Prima pagina

Date che nessuno dei grandi giornali nazionali l’ha ritenuta una notizia degna della prima pagina, penso sia compito di tutti porre rimedio, senza polemiche e senza scritture o riscritture “alternative”. Con la stessa discrezione, rispetto e amore che in tutti questi anni questa donna ha sempre mostrato.

E solo con le sue parole:

“Non dimenticate Paolo”.

Che è la frase pronunciata dalla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, in un breve, ma fitto dialogo con i ministri Angelino Alfano e Ignazio La Russa e con il presidente del Senato Schifani in via D’Amelio – qui la presentazione del libro di Giuseppe Ayala Chi ha paura muore ogni giorno. I miei anni con Falcone e Borsellino, testimone di quegli anni ed amico – poco dopo la cerimonia in cui si è commemorata la strage.

E non ha fatto “notizia” neanche la presenza del figlio di Paolo Borsellino, Manfredi, funzionario di polizia, alla fiaccolata organizzata  per ricordare il giudice in occasione del 16esimo anniversario della strage di via D’Amelio. In prima fila un grande striscione con la scritta “Paolo vive“.

Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare. (P.Borsellino)

p.s.: Qui, qualcuno direbbe con eccessiva puntigliosità, ho raccolto gli screenshot dei siti della Stampa, Repubblica, Il Corriere della Sera e Repubblica Palermo (notizia non pervenuta). E qui invece come alcuni degli stessi siti hanno ritenuto di dover “raccontare” la notizia e con quali titoli, il Corriere, il Sole24ore e Repubblica. A proposito di stampa libera e moralità, quando le “notizie” non “meritano” la prima pagina.

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