Miracoli all’italiana e facce di tolla

Aveva tuonato così il prof. Boeri su Repubblica, commentando il maxiemendemento alla Finanziaria. Ieri sera ripreso a pappagallo dall’illustre Prof. Senatore Ignazio Marino ospite a Ballarò (che sembrava masticare poco la materia). Nelle vesti di economista indipendente già ricoperte con scarso successo l’anno scorso da Piero Fassino.

Un buco nero da otto miliardi di Tito Boeri – Da “LA REPUBBLICA” di martedì 8 dicembre 2009

[...] Nel silenzio di Confindustria, che ha portato a casa nel maxiemendamento 400 milioni in più per il credito di imposta alla ricerca (qualcuno prima o poi sarà messo in condizioni di valutarne l’efficacia?), e in quello ancora più fragoroso del Presidente dell’Inps (nominato dal Ministro Sacconi), il governo ha deciso di appropriarsi degli accantonamenti per il Tfr lasciati in azienda dai lavoratori delle imprese con più di 50 addetti. In assenza del maxiemendamento, i lavoratori avrebbero potuto versarlo a un fondo pensione di loro scelta oppure lasciarlo in azienda. Ora questa seconda opzione svanirà. A loro insaputa, il Tfr lasciato in azienda verrà infatti trasferito a un fondo di tesoreria istituito proprio per coprire la spesa dei 200 commi. In questa operazione avverrà un vero e proprio miracolo: soldi dei lavoratori che figuravano a debito dell’impresa diventeranno delle entrate, sì proprio surplus di bilancio, per lo Stato. Non ci sarà, infatti, alcuna iscrizione a debito di questi 8 miliardi. Da nessuna parte. Delle due l’una o i soldi sono stati davvero scippati ai lavoratori e, dunque, almeno dal punto di vista contabile è giusto iscriverli solo come entrate nelle casse dello Stato. Oppure come non solo speriamo, ma è nella legge e nei fatti, si tratta di soldi che i lavoratori potranno un giorno riavere con gli stessi interessi che avrebbero maturato in azienda e che, dunque, creano un debito dello Stato. Questo debito dovrà, prima o poi, essere saldato. Ci penseremo pagando nuove tasse presumibilmente a partire dalla prossima legislatura.

Nel varare questa ennesima operazione di maquillage contabile il ministro Tremonti ha sicuramente tratto ispirazione dal suo predecessore alla scrivania di Quintino Sella. Il Ministro Padoa Schioppa aveva, infatti,varato sperimentalmente operazione analoga durante il semestre in cui i lavoratori venivano chiamati a decidere dell’utilizzo del loro Tfr. Anche in quella occasione, con tutti i mezzi di comunicazione cui potevamo allora accedere (compresele colonne di questo giornale) avevamo denunciato la gravità di questa operazione di contabilità creativa. Questa volta, però, c’è un’aggravante. Anzi tre. Primo, tutto avverrà senza che i lavoratori siano stati minimamente informati. Non siamo più nel semestre del Tfr. Chissà così se il signor Galbusera Erminio, operaio di Seriate, verrà mai a sapere che la Lega ha dirottato il suo Tfr anziché alla sua azienda a qualche ignoto ente del Centro-Sud, nell’ambito di scambi di favori interni alla maggioranza. Secondo, questa volta i fondi finiranno dritti dritti in un fondo di tesoreria, senza alcun vincolo circa il loro utilizzo. Non dovranno, in altre parole, essere destinati a finanziare investimenti pubblici, ma cadranno nel calderone della spesa corrente. Terzo, chi oggi ha votato il maxiemendamento, quando era all’opposizione aveva denunciato lo scippo dei soldi dei lavoratori. Insomma siamo alle solite: la Finanziaria 2010 è una storia di miracoli all’italiana e di facce di tolla. Impariamo almeno a chiamare le cose col loro nome.

Gli risponde oggi Sergio Corbello che  si prende la briga di rinfrescaregli la memoria. Vediamo così chi ha istituito il famigerato fondo di Tesoreria di cui parla Boeri, cosa prevede una legge dello stato in vigore da qualche anno e chi ha più faccia di tolla. Caro Boeri, nella Finanziaria non c’è alcuno scippo ai lavoratori .

Diciamo la verità: pranzi, cene, cocktail prenatalizi, organizzati in dose massiccia da imprese, studi professionali, associazioni ed accademie varie sono proprio una iattura. Si rimbalza, per deontologia sociale, dall’uno all’altro, sottraendo tempo al lavoro, bevendo e mangiando oltre misura. E se ne esce, non già allietati e sereni, bensì appesantiti, di umore saturnino, svogliati e tendenzialmente poco disponibili nei riguardi di qualsivoglia ragionamento sereno e pacato. Sospettiamo che questa sia stata la disagevole condizione in cui si trovava Tito Boeri, allorquando, l’altro giorno, ha dovuto stilare, in tutta fretta, l’articolo apparso su  Repubblica, di primo commento al testo di disegno di legge finanziaria, appena licenziato dalla Commissione Bilancio e Tesoro della Camera, per il successivo esame dell’Aula.

E’, infatti, soltanto con una massiccia dose di umor nero e non certo con la volontà di realizzare della disinformazione propagandistica che si può spiegare il fatto che larga parte del commento in questione sia dedicato, con toni apocalittici (pappagallescamente ripresi dal Senatore Marino nel suo intervento a Ballarò) ad una pressoché irrilevante manovra in tema di TFR “inoptato” (cioé non conferito dal lavoratore ad un fondo pensione complementare), che certamente non può configurarsi come elemento qualificante del provvedimento.

Intendiamoci, parlar male di qualsivoglia legge finanziaria è sempre largamente possibile, come ricordava Sergio Rizzo sul Corriere, ma l’accanimento sulla questione del Fondo di Tesoreria derivante dal TFR inoptato è davvero curiosa, sproporzionata e del tutto irrazionale.

Cerchiamo di capire di cosa stiamo parlando.

Dai tempi del decreto legislativo n.124/1993 (cioè del primo corpus organico di disposizioni in tema di previdenza complementare) il legislatore previdenziale ha variamente cercato di veicolare l’utilizzo del TFR al sostegno finanziario della previdenza complementare. La qual cosa, riconoscendo in esso una componente quantitativamente indispensabile – il TFR vale, da solo, circa il 7% della retribuzione annua – per l’alimentazione di un serio piano pensionistico a capitalizzazione, suscettibile cioè di efficacemente giustapporsi al trattamento pensionistico di base, sostenendone la calante adeguatezza. Tra obblighi civilistici e vincoli indiretti di natura tributaria, variamente succedutisi, con il decreto legislativo n.252/2005, licenziato dal Ministro Maroni, si giunse a definire una specifica manovra quadro di “richiamo” del TFR a previdenza complementare, prevedendo anche un meccanismo di conferimento tacito da parte dei lavoratori, i quali, pur espressamente interpellati, rimanessero silenti, nulla dicendo al riguardo al proprio datore di lavoro (è la modalità di versamento ai fondi pensione assurdamente denominata dalla stampa quotidiana  “del silenzio-assenso”).

Nelle more dell’applicazione della manovra da ultimo richiamata, il Governo Prodi, in sede di formulazione della legge finanziaria per l’anno 2007, stabilì che il TFR di futura maturazione (non, quindi, lo stock), non destinato a previdenza complementare, fosse parzialmente sottratto alle imprese e conferito ad un apposito fondo, amministrato dall’INPS per conto dello Stato, con utilizzazione di un apposito conto corrente aperto presso la Tesoreria dello Stato, destinato al finanziamento di interventi per la realizzazione di infrastrutture.

Avverso l’iniziale formulazione del provvedimento, avanzata dal Ministro Padoa-Schioppa, si coagulò l’opposizione delle organizzazioni sindacali (che lessero l’intervento quale sabotaggio nei riguardi della previdenza complementare) e datoriali (che lamentarono la sottrazione di risorse utilizzate come autofinanziamento, soprattutto da parte delle piccole imprese).

In sede di formulazione finale la legge n.296/2006 stabilì:

  • un’anticipazione nel primo semestre del 2007 della realizzazione della manovra prevista dal decreto Maroni in tema di conferimento del TFR a previdenza complementate (conferimento espresso, diniego espresso, conferimento tacito);
  • l’obbligo di versamento all’INPS, da parte delle aziende, dell’intiero TFR maturando dal 1° gennaio 2007, non destinato a previdenza complementare, fatta eccezione per le imprese con meno di 50 addetti.

Al di là del rapporto imprese/INPS per il lavoratore nulla cambiava, mantenendo egli ogni e qualsivoglia diritto al TFR nei confronti del proprio datore di lavoro, ai sensi dell’art. 2120 del codice civile.

L’INPS era chiamato a svolgere una funzione di gestore amministrativo, di interfaccia con le aziende per la riscossione mensile dei flussi di TFR e per la messa a disposizione dell’inerente provvista all’atto della maturazione dell’indennità da parte del dipendente (per cessazione del rapporto di lavoro) o per il riconoscimento di anticipazioni. Fin qui quanto stabilito dal Governo Prodi e da allora correntemente applicato.

Orbene, si può senz’altro dissentire (e chi scrive dissentì e dissente) come fa Boeri circa l’opportunità di aver istituito, a suo tempo, il Fondo di Tesoreria gestito dall’INPS per il TFR inoptato, ma tuonare oggi per un parzialmente diverso utilizzo futuro delle somme già a disposizione dello Stato appare davvero paradossale e del tutto fuori misura.

Non si riesce francamente a capire cosa vi sia di “fragoroso” – come tuona sdegnato Boeri – nel silenzio al riguardo di Confindustria (per le imprese niente muta rispetto a quanto stabilito nel 2006) o del sempre attento e professionale Presidente dell’INPS (nulla cambia nei compiti dell’Istituto). Quanto poi dire che per il singolo lavoratore (l’evocato Galbusera Erminio), già in servizio o di futura assunzione, vi sia qualcosa di nuovo … è del tutto falso.

Umori saturnini o accecamenti ideologici a parte, sarebbe utile che l’ottimo Boeri si unisse alla richiesta di attivare, quanto prima, nuove e concrete campagne di informazione dei lavoratori circa le prospettive del proprio trattamento pensionistico di base e la conseguente ineludibile necessità di utilizzare il TFR – unito, auspicabilmente, ad una contribuzione propria ed a quella del datore di lavoro, contrattualmente prevista – per alimentare un serio piano di previdenza complementare. Il miglior modo per combattere il deprecato Fondo di Tesoreria è di disseccarne i flussi di alimentazione, favorendo una massiccia destinazione del TFR maturando verso i fondi pensione.

Qui è Sergio D’Antoni (Pd) che osserva, mostrando una conoscenza sufficiente delle leggi dello stato e una migliore memoria (o una minore faccia di tolla?): «È vero – che lo ha fatto anche il governo Prodi, ma quei fondi furono utilizzati solo per investimenti». Qui la Finanziaria 2010. La mappa degli interventi. Un nutrito elenco di “micromisure” finanziate dal gettito dello scudo fiscale, di cui il prof. troppo impegnato ad indignarsi, inventandosi istituzioni di fondi di tesorerie creati ad hoc, ha dimenticato di fare alcun sia pur minimo accenno.

La polemica è esplosa, a scoppio ritardato (o dopo Ballarò?), oggi sui quotidiani, anche se tutti parlano ormai di “utilizzo” del Fondo Inps e non più di creazione ad hoc di nulla e riconoscono l’utilizzo da parte del centrosinistra di quelle risorse per un triennio e non “sperimentalmente durante il semestre”, come diceva il bocconiano nel suo intervento  (“il Ministro Padoa Schioppa aveva, infatti, varato sperimentalmente operazione analoga durante il semestre in cui i lavoratori venivano chiamati a decidere dell’utilizzo del loro Tfr”).

A tutti replica il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi: «Nessuna novità sostanziale, quindi nessun problema per i lavoratori. La polemica su una presunta novità relativa alla destinazione del Tfr ‘inoptato‘ dei lavoratori delle aziende con più di 50 dipendenti è manifestamente infondata e dovrebbe comunque essere rivolta al governo Prodi che ha introdotto la disciplina ora confermata. Il precedente governo prese la decisione di affidare a una gestione speciale presso l’Inps le risorse del Tfr non altrimenti indirizzate dalla libera volontà dei lavoratori. Ieri, come ora, sono quindi assolutamente garantite le erogazioni ai lavoratori. Tali risorse non sono in ogni caso destinate a coprire spese aggiuntive ma per la parte eccedente le erogazioni, trovano solo una più corretta iscrizione contabile».

Umori saturnini o accecamenti ideologici a parte è assolutamente legittimo criticare finanziaria, governo, e anche ovviamente “il pasticcio” del Tfr come si fa qui, evitando, se è possibile, solo di scrivere cose del tutto false.

update: Confindustria con Bombassei replica a Boeri (Nel silenzio di Confindustria, che ha portato a casa nel maxiemendamento 400 milioni in più per il credito di imposta alla ricerca) e Epifani: «Fuori luogo le dichiarazioni di Epifani»

Oggi si utilizzano quei fondi, come peraltro é già stato fatto nel recente passato in base a criteri approvati dall’Unione europea, per mantenere invariati i saldi di bilancio. Questa nuova misura non ha dunque alcun impatto sulle imprese né sui lavoratori.

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Mala tempora currunt

A proposito di copia e incolla.

E’ una sinistra che ha fatto un programma elettorale raccontato da lei stessa quasi con orgoglio come un copia e incolla da la voce.info

Mala tempora currunt … (se vince il ticket Bersani-D’Alema) per il liberismo e i liberisti di sinistra.

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Botta e risposta

Dopo la replica di Tremonti a Giavazzi di ieri, arriva oggi la replica di Tito Boeri a “CiccioCundari.

Sostiene Boeri che sembra più un messaggio, più o meno diretto al ministro dell’Economia (…attribuire a Tremonti la capacità di prevedere la crisi equivale a dargli del cretino), con tanto di interrogativo finale, che altro.

Aspettiamo la prevedibile e doverosa controrisposta di qualcuno? Vedremo chi e come.

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Nemmeno un mese fa

Il liberismo, il giavazzismo, il tremontismo e il boerismo visti da uno che si ritiene “una persona di sinistra che fa il giornalista”. Con uso efficace del “giochino” attraverso la presentazione di 2 nuovi pamphlet di recente o imminente pubblicazione. Processo ai liberisti di Francesco Cundari.

Il giavazzismo vivisezionato da chi ricorda tremontianamente gli errori degli economisti

[...] Da qualche tempo, però, il tenore delle citazioni ha cambiato bruscamente di segno. Di citazioni giavazziane sono pieni, per esempio, almeno due libri di recente o imminente pubblicazione. E basta vederne i titoli per capire subito che non si tratta del genere di saggio in cui uno studioso amerebbe ritrovare il proprio nome e la propria prosa: “Bluff. Perché gli economisti non hanno previsto la crisi e continuano a non capirci niente”, di Marco Cobianchi (giornalista di Panorama) e “Processo agli economisti. A chi abbiamo affidato il nostro benessere. Ecco perché i guru del liberismo hanno fallito”, di Roberto Petrini (giornalista di Repubblica).

[...] Dal tempo della famosa parabola della trave e della pagliuzza, la storia è piena di moralizzatori e raddrizzatorti passati rapidamente dal banco dell’accusatore a quello dell’imputato. Anche nel giornalismo economico, cambiando quel che c’è da cambiare, vale dunque la regola di Pietro Nenni: troverai sempre un puro più puro che ti epura.

[...] ecco che qualcuno comincia a fare le pulci anche a loro. Quasi una nemési, per chi ha sempre invitato la “vecchia Europa” a seguire la più giovane e dinamica America, dove in effetti questo genere di processi è cominciato da un pezzo. [...] Entrambi i pamphlet riportano le parole del professor Giavazzi:

La crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata. Nel mondo l’economia continua a crescere rapidamente. La crescita consente agli investitori di assorbire le perdite ed evita che il contagio si diffonda (il Corriere della Sera, 4 agosto 2007).

e quelle di Alberto Alesina:

Non ci sarà nessuna crisi del 1929 come dice Tremonti: quella in atto è una crisi come ce ne sono state altre… No, non vedo in arrivo lo scoppio di una bolla come quella della new economy. Ultimamente si era esagerato un po’ a prestare denaro grazie a tassi d’interesse troppo bassi, ora è in atto una forte correzione, tutto qui (la Stampa, 20 agosto 2007).

[...] Solo Cobianchi, invece, riporta le previsioni di Boeri, firma di punta di Repubblica, nonché presidente della fondazione Rodolfo De Benedetti. Anche per Boeri, come per Alesina, nell’agosto 2007 non era in vista nessuna crisi del ‘29, con “l’economia mondiale che continua a crescere a tassi molto sostenuti e con le banche centrali che hanno finora assolto al loro ruolo”. Pertanto, esortava Boeri assieme a Luigi Guiso, cofirmatario dell’articolo, “non gettiamo oggi, come tante volte in passato, i semi della crisi futura con una reazione eccessiva alla crisi corrente”. Proprio quello che ripete da tempo Silvio Berlusconi con somma indignazione di Repubblica e che Boeri diceva con le parole di Roosevelt: “In queste crisi c’è da aver paura della paura” (la Repubblica, 22 agosto 2007).

[...] nemmeno un mese fa, Tito Boeri veniva ricevuto con tutti gli onori nel salotto di Serena Dandini, perché spiegasse alle masse del ceto medio riflessivo gli insondabili misteri della crisi finanziaria. [...] In compenso, chi volesse trovare un elenco delle affermazioni e delle scelte meno lungimiranti di Tremonti, le cui ragioni sono comunque ampiamente riconosciute in entrambi i libri, le cercherebbe inutilmente nel saggio di Cobianchi (Panorama), trovandone invece a non finire nel saggio di Petrini (Repubblica).

[...] Il gioco delle citazioni potrebbe proseguire a lungo, arrivando fino a tempi recentissimi. Volendo, anche fino a ieri, visto l’articolo in cui Giavazzi accusava il governo di sottovalutare la crisi (L’ottimismo un po’ eccessivo, Corriere della Sera, 19 maggio 2009). Ma il gioco finirebbe per divenire stucchevole. E anche unilaterale, considerando i molti illustri commentatori che per ragioni di spazio resterebbero inevitabilmente tagliati fuori ci limitiamo pertanto a un semplice rinvio al libro di Cobianchi per l’elogio del meccanismo dei derivati, grazie al quale “nessuna banca americana è ancora fallita e per il momento gli effetti sull’economia reale sembrano molto limitati” (Luigi Zingales, il Sole 24 Ore, 19 ottobre 2007).

L’aspetto più interessante di questi libri non è però nell’elenco degli errori commessi dagli economisti. A sbagliare analisi e previsioni sono stati studiosi, banchieri e giornali di tutto il mondo (compreso questo, naturalmente). E certo è giusto rendere onore ai pochi che in Italia hanno sfidato l’opinione dominante, denunciando rischi e difetti di quel sistema che tanti altri proclamavano il migliore possibile, l’arrivo di una crisi che quasi tutti negavano, la necessità di interventi universalmente considerati non solo non necessari, ma addirittura dannosi (se non criminali). Da Giulio Tremonti a Marco Vitale, da Marcello De Cecco a Massimo Mucchetti, fino all’ormai famosissimo economista turco-americano Nouriel Roubini (formatosi anche lui, bisogna dire, nella Bocconi del professor Giavazzi). Ma l’aspetto interessante resta un altro, purtroppo assai poco trattato.

L’aspetto più interessante riguarda il modo in cui quella “opinione dominante” si è formata e progressivamente imposta nel dibattito pubblico, in tutto il mondo, ma forse in Italia più che altrove. In fondo, sono passati meno di quattro anni da quell’estate del 2005 in cui tutti i commentatori e tutti gli economisti gridavano contro la commistione tra politica ed economia, invitavano le banche italiane a seguire l’esempio americano, tuonavano contro i “furbetti del quartierino” e contro l’Unipol, mentre le pagine di tutti i giornali si riempivano delle intercettazioni telefoniche di Giovanni Consorte e Piero Fassino, Antonio Fazio, Massimo D’Alema, suscitando in Sergio Romano dolenti parole sul “paese delle cuginanze”, e in Eugenio Scalfari una vibrante denuncia della “cloaca” che emergeva da quelle conversazioni.

Nel frattempo, proprio in quegli stessi fatidici mesi, la Fiat concludeva in un baleno, tra una cordiale telefonata alla Consob e l’altra, quel giochino finanziario chiamato “equity swap” che consentiva agli Agnelli di rimanere al comando (e per cui è aperto un processo); alcune delle banche straniere che il terribile Fazio voleva allontanare dall’Italia andavano letteralmente all’aria, e oggi semplicemente non esistono più e quanto a commistioni tra politica ed economia, dopo aver visto il presidente degli Stati Uniti ordinare a Chrysler di accettare l’offerta della Fiat, per fare un solo esempio, l’argomento non sembra più di gran moda. A voler fare le pulci al mondo, insomma, ci sarebbe materia per almeno una ventina di libri, e non solo in Italia.

L’aspetto interessante di tutta la questione resta infatti quello che Simon Johnson ha recentemente messo in luce negli Stati Uniti, in un saggio pubblicato sull’Atlantic, a partire da una banalissima considerazione: le diverse politiche che hanno modellato il sistema finanziario da cui ha avuto origine la crisi – debole regolazione, denaro a basso costo, l’alleanza economica non scritta tra Stati Uniti e Cina, gli incentivi all’acquisto di casa – avevano qualcosa in comune. “Sebbene alcune siano tradizionalmente associate ai democratici e altre ai repubblicani, tutte quante andavano a beneficio del mondo della finanza”. Non per nulla il saggio è intitolato Il golpe silenzioso“.

Naturalmente si può non condividere la tesi, che ha comunque il vantaggio di sottrarre la discussione a una disputa tra destra e sinistra (considerate entrambe largamente influenzate dal potere finanziario). Ma forse, nell’Italia di oggi, è di questo che si dovrebbe discutere. Cominciando magari con il domandarsi se non sia proprio una certa ideologia antipolitica, insieme liberista e giustizialista, che nello stato, nella politica e nei partiti vede solo il trionfo della corruzione e l’umiliazione del merito, la vera intossicazione di cui l’Italia dovrebbe liberarsi.

E qui la polemica odierna. L’eterno duello e la lettera di Tremonti al Corriere che risponde all’editoriale di Francesco Giavazzi (link qui) utilizzando anche lui il “giochino” del detto e contraddetto:

Caro Direttore, ho letto, e davvero con vivo interesse, l’articolo di Francesco Giavazzi pubblicato ieri sul Corriere sotto il titolo «L’ottimismo un po’ eccessivo». E’ un caso di omonimia, o si tratta dello stesso Giavazzi Francesco che, all’indomani del disastroso fallimento della banca Lehman, ha scritto:

«Ieri è stata una buona giornata per il capitalismo… È una svolta importante, una vittoria del mercato… Con buona pace di chi ripete che ciò che accade negli Stati Uniti… »?

Desidero tranquillizzare i lettori del Corriere: anche questa volta, il Governo della Repubblica italiana non seguirà la «linea Giavazzi». Tanto cordialmente.
Giulio Tremonti

E la risposta del Professore

(F Gia.) C’è una profonda differenza fra le opinioni di un editorialista (a tutt’oggi ritengo che salvare tutti, sempre e comunque, non sia la soluzione migliore) e le responsabilità di un governo. Penso che i lettori vogliano sapere se, nel merito, il ministro dell’Economia ritiene che un sussidio di disoccupazione per tutti, un’età di pensionamento più elevata, uno stress test per le banche siano interventi opportuni e nel caso perché non li proponga.

Qui Alberto Alesina oggi riaffronta il tema: La crisi del 1929 e le sue false morali – Nella trappola del New Deal. Sull’argomento banche, equity swap e debolezza dei processi politico-sociali, da leggere un libro che ho trovato molto interessante:  Guerra per banche, che Lodovico Festa, analista politico e giornalista, ha scritto nel lontano 2006.

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Anarcosindacalista

“Il termine forse più appropriato per questa strategia del titolare del dicastero di via Veneto dovrebbe essere delega alle parti sociali di funzioni altrimenti (e altrove) esercitate dallo Stato” Dice Tito Boeri sulla Repubblica (29 aprile) Ma guarda te! Pensavamo che Sacconi fosse un ministro reazionario e invece è un anarcosindacalista

via l’Occidentale.

Quando la bilaterilatà diventa “cogestione pericolosa” e quando anche il ministro del Lavoro Sacconi diventa un pericolo per la democrazia.

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Tutti proprio no!

Un colpo a effetto che spiazza tutti.

L’annuncio ha colto di sorpresa gli stessi ministri, a conferma che si è trattato di una decisione presa rapidamente e con l’obiettivo di spiazzare tutti. Non si può negare che Silvio Berlusconi ci sia riuscito: spostare la riunione del G8 di luglio dalla Sardegna all’Abruzzo mentre il Consiglio dei ministri era riunito all’Aquila, ha avuto l’effetto desiderato. continua

Frastornati? Tutti proprio no, diciamo la verità!

C’è chi con assoluto tempismo continua ad essere tra i più illustri e reattivi esponenti del partito del “ci vuole ben altro”. L’Atene telematica dei nostri “liberisti di sinistra” (come la definisce lui) ha immediatamente replicato (in tempo reale).

Dopo avere cavalcato l’argomento dei soldi che si sarebbero potuti risparmiare con l’election day, via subito con quelli che si risparmierebbero eleminando l’inutile G8.

Disattento il corrierone o prime conferme del teorema letto sui giornali esteri indipendenti e ascoltato anche ieri in prima serata tv?

p.s.: Non è che da qualche tempo in qua, nell’autorevole economista, viene fuori in modo più frequente, l’anima movimentista, sopita negli anni bocconiani?

update: Qui e qui (grazie a lui), vari aggiornamenti sulla querelle costi referendum, con la lettera a Lucia Annunziata da parte della redazione della Voce.info.

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Miracolo

Altro miracolo a Ballarò. Tito Boeri mette d’accordo anche la Cgil. Ieri Carla Cantone (segretaria generale dello Spi-Cgil), era “tutta ‘na cosa”, si direbbe dalle nostre parti, con l’economista liberal (come ha detto Boeri… ha detto bene Boeri … come dice Boeri…).  Convertita anche lei sulla via di damasco come Fassino o qualcosa non quadra?

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Gli ultimi giorni?

Una lunga e amara riflessione.

Gli ultimi giorni del Pd
Beh? Puntavamo al premio della critica”, diceva Walter Veltroni all’indomani delle elezioni in una vignetta apparsa su “M”, il supplemento satirico dell’Unità che proprio oggi, dopo l’annuncio della chiusura, va in edicola con il suo ultimo numero. Vittima, più che della crisi economica, della concorrenza spietata che sul Partito democratico gli facevano ormai quotidianamente le pagine di cronaca di tutti i giornali. Volete un esempio recente? Marina Sereni su Liberazione di venerdì scorso: “Siamo un partito grande, non possiamo ridurci a un’unica linea politica”. Ne volete un altro più significativo? Walter Veltroni sul Sole 24 Ore di mercoledì: “Il problema dell’Italia è che non ha mai avuto una storia riformista: non c’è mai stato nulla di paragonabile a una Thatcher o a un Blair, a un Brandt o a un Aznar”.
Non offenderemo l’intelligenza del lettore spiegandogli per quale ragione sorprenda, in un simile consesso, la presenza di Margaret Thatcher (o di José María Aznar). Ma la ragione per cui Veltroni l’ha scelta è perfettamente spiegata da quella mirabile vignetta: il premio della critica. E’ tutto lì. Per le motivazioni rivolgersi a Francesco Giavazzi, Alberto Alesina o Tito Boeri.
Negli ultimi tempi abbiamo scritto poco, qui sopra. Un po’ perché abbiamo anche altro da fare, un po’ perché ci veniva tristezza. Questo piccolo spazio è nato nel dicembre del 2003 per sostenere – da sinistra – la fondazione di un partito riformista, come lo si chiamava allora. E possiamo giurare che nessuno di noi avrebbe mai pensato di iscrivere nella storia del riformismo il nome della Thatcher. Siamo sempre stati per una sinistra di governo, e questo chiediamo a un partito: che per andare al governo non smetta di essere di sinistra e che per essere di sinistra non smetta di porsi l’obiettivo del governo. Poi lo si chiami come si preferisce. Non è un problema di parole, simboli e bandiere, che pure hanno la loro importanza, ma che la loro importanza traggono dall’esperienza concreta che sono capaci di evocare e di rappresentare per milioni di persone, e che in nessun caso possono surrogare.
E invece è proprio a questo che abbiamo assistito finora: il maldestro e reiterato tentativo di surrogare con le parole l’inconsistenza della politica. Una campagna elettorale permanente, per giunta di scadente qualità. Un parossismo di gesti, pose e simboli sempre nuovi, privi di alcun legame con l’esperienza e per questo incapaci di comunicare alcunché, perché sempre importati da altrove. Un camaleontismo culturale infarcito di citazioni da cioccolatino e intermezzi strappalacrime buoni tutt’al più per catturare il voto delle dodicenni, che però non votano.
Si obietterà che questi sono dettagli, scelte di comunicazione, aspetti marginali che nulla dicono della sostanza. E invece dicono tutto quello che c’è da dire. Perché è in questa melassa che sta affondando il Partito democratico, in queste stucchevoli sabbie mobili in cui tutto si assomiglia e dunque tutto è consentito – persino, in Veneto, manifesti in cui si tuona contro Bossi e Berlusconi che “regalano a Roma i soldi del Nord”. Una zuccherosa palude in cui non c’è più alcuna differenza, come da anni sostiene la pubblicistica alla moda, tra destra e sinistra, tra riformisti e conservatori, tra Margaret Thatcher e Willy Brandt. Eppure il volto spaventoso di quel manifesto del Veneto, o di quello che lo ha preceduto qualche tempo fa contro i campi nomadi, è il frutto naturale di questa semina incessante, il retrogusto violento dello zucchero filato. Il leghismo-democratico al Nord, la tragica sceneggiata napoletana tra Bassolino, Iervolino e Nicolais al Sud. Il sonno della politica genera simili mostri. E genera reazioni di segno contrario, che al vuoto dell’innovazione per l’innovazione oppongono il pieno della conservazione.
Adesso però ci sono le elezioni, osservano i saggi. E le elezioni si sa già come andranno. Dopo l’ennesima sconfitta, si dice, allora sì che si potrà finalmente voltare pagina. Ma dopo l’ennesima sconfitta sarà a rischio la stessa sopravvivenza del partito. E allora, a maggior ragione, si dirà che bisogna restare uniti, scongiurare altre lacerazioni, e così si lascerà che la semina prosegua e dia nuovi frutti. Questo è il programma che abbiamo davanti. Se qualcuno ha qualcosa da dire, pertanto, dovrà dirla adesso. Oggi è già tardi. Domani sarà semplicemente inutile.
[via LeftWing]

Qui uno di quelli a cui rivolgersi per chiedere qualche motivazione: Tito Boeri, che in questa occasione si esercita sull’accordo quadro firmato per la riforma della contrattazione, definendola l’ennesisma occasione persa (dopo che qualche altro aveva parlato recentemente di “scatola vuota”), lamentando “l’esclusione” della Cgil e sostenendo che di “storico” nell’accordo appena firmato c’è solo la mancata firma di Epifani:

Un accordo sulla contrattazione che lascia fuori il più grande sindacato dei lavoratori è come un’intesa raggiunta dall’Eurogruppo senza la Germania

Qui Pietro Ichino, che risponde, direttamente a Eugenio Scalfari (non sarebbe male chiedere qualcosa anche da quelle parti forse) che sulla Repubblica di domenica aveva parlato di “scorrettezze” nei confronti della Cgil, “raccontando” che nell’incontro tra Governo e parti sociali del 22 gennaio Guglielmo Epifani era stato colto di sorpresa visto che gli era stato chiesto senza preavviso da Gianni Letta (con l’ausilio della signora Marcegaglia e del Ministro Brunetta), un “sì” o un “no” sull’accordo interconfederale al termine di una riunione dedicata ad altro e rendendo inevitabile che il leader della Cgil facesse quel che ha fatto: abbandonare il tavolo. E’ andata veramente cosi?

Non esattamente: tutti gli addetti ai lavori – compresi noi parlamentari – sapevano da almeno due settimane che il 22 gennaio si sarebbe svolta la seduta finale del negoziato sulla riforma della struttura della contrattazione collettiva; e si sapeva pure che la Confindustria aveva ormai deciso di arrivare alla firma almeno con Cisl, Uil e Ugl, anche se la Cgil avesse insistito nel rifiuto. E’ vero, però, che quel giorno è stato proposto un testo contenente alcune novità rispetto al penultimo testo di cui si era discusso prima di Natale, tra le quali le più rilevanti sono l’estensione del nuovo assetto al settore pubblico e la nuova formulazione della clausola sulla derogabilità del contratto collettivo nazionale da parte del contratto aziendale. Il punto è che la Cgil aveva già deciso di non firmare, anche senza queste aggiunte: non mi sembra corretto, dunque, dire che la causa dello “strappo” sia questa scorrettezza procedurale, se di scorrettezza si è trattato.

E poi risponde indirettamente allo stesso economista indipendente, Tito Boeri, dando un giudizio complessivamente positivo dell’accordo e sottolineandone l’importanza:

Le altre novità rilevanti contenute nell‘accordo?

Una importantissima è costituita dalla previsione della possibilità che il contratto aziendale – se stipulato dalla coalizione sindacale maggioritaria – deroghi al contratto nazionale, sia in materia retributiva, sia in materia “normativa”; e questo sia in situazioni di difficoltà economica, dove sia necessaria una riduzione dello standard economico, sia, al contrario, nelle situazioni in cui la deroga è necessaria per introdurre una innovazione nell’organizzazione del lavoro non compatibile con il modello fissato dal contratto nazionale. Chi ha letto quanto ho scritto su questo punto (in particolare, il libro A che cosa serve il sindacato e il saggio Che cosa impedisce ai lavoratori di scegliersi l’imprenditore), oppure anche solo le proposte programmatiche presentate in campagna elettorale, sa perché considero indispensabile questo ampliamento dello spazio della contrattazione aziendale per aprire maggiormente il nostro sistema all’innovazione e agli investimenti stranieri, che sono il solo modo per ottenere un forte aumento delle nostre retribuzioni.

Certo, tutti questi contenuti innovativi dell’accordo interconfederale presuppongono una visione complessivamente nuova del sistema di relazioni industriali e della strategia di promozione dei redditi di lavoro. Comprendo che per la Cgil sia difficile oggi far propria questa strategia; ma – per i motivi che ho spiegato altrove – sono convinto che questo passo sia necessario.

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Esempi

Per chi mi accusa di essere spesso criptica, due esempi di cosa intendo per utilizzo strumentale e cosa  intendo per critica obiettiva.

Uno dimentica a mio avviso, più di qualcosa, citando solo un provvedimento, l’altro fa una panoramica e non mi sembra dimentichi nulla.

Senza per questo poter essere accusato, credo, di cedimento e di scarsa fibra morale, di compromissione o di collaborazionismo.

p.s.: aggiungo il terzo esempio di uno che non soffre di “malattie” varie. Le assenze abusive degli statali calano, ma questo non basta a renderli produttivi.

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