Endorsement?

L’endorsement, un nuovo tipo di endorsement all’italiana, come è ovvio. Ci riprovano. Questa volta però non parte dal direttore – già pubblicamente pentitosi, dopo che spostatosi ad altro importante incarico più volte dichiarante che nel nostro Paese, causa arretratezza, la cosa non sarebbe stata più fattibile e ripetibile in quelle forme, tra parentesi, non è che c’entrava qualcosina anche che da allora dalle parti di via Solferino cercano disperatamente di recuperare le copie perse e mai più recuperate? – e non dichiarano pubblicamente una propensione di voto. Sorprendentemente la penna è lasciata ad un editorialista di solito molto cauto ed equilibrato. Che si “schiera” anche lui, dopo che all’unisono (tale da far supporre qualche maligno sospetto?) sia il direttorissimo politologo della Fondazione Fare Futuro (chissà se ogni tanto prima e dopo parla al telefono con l’attuale Presidente della Camera) che la montezemoliana Italia Futura - prima con l’editoriale E se gli italiani smettessero di comprare il biglietto? poi ampiamente commentato e rilanciato da tutte le agenzie e dallo stesso Corriere: Italia Futura rivaluta l’astensione: è un impulso al rinnovamento – ci avevano spiegato “che forse il qualunquismo peggiore è votare”, a conferma (?!?) dei boatos che circolano da tempo che vorrebbero da un lato l’ex Paolo Mieli dietro molti momenti della crescita culturale e politica di Gianfranco Fini e che ipotizzano dall’altro la possibilità, anche questa futura, di un’allenza Fini-Casini-Montezemolo. I timori di uno smantellamento del bipolarismo vengono manifestati anche qui dai politologi di riferimento. Il grido comunque, al di là del retroscenismo e dei boatos, è uno solo ed è comune a tutti questi soggetti: astensione. Questa volta non c’è altro da fare. Quale diritto al voto, quale democratica scelta, quale, al limite, turarsi il naso di montanelliana memoria: questa volta bisogna proprio rinunciare. Somiglia pericolosamente all’andate al mare del Craxi del 1991? Forse, ma non si può fare altro. Utilizzano e scelgono persino lo stesso verbo. Per Campi “sarebbe un atto di civile protesta che nessuno potrebbe biasimare, per Romano e Calenda, “in questo caso sarebbe difficile biasimare gli astenuti, nei quali si potrebbe persino riconoscere, vista la qualità della crisi che abbiamo davanti, un sovrappiù di dignità civile”. Una borrelliana metafora sale alta: astensione, astensione, astensione. E astensionismo s’ha da fare. Per Romano:

Dicono di parlare a cittadini democratici e consapevoli, ma non chiedono un voto: chiedono un atto di fede. Anche le astensioni, in questo caso, avranno un significato.

Piazze piene e idee vuote – Corriere della Sera.

L’esperimento rivoluzionario di convincere la gente a non votare, arriva dopo che un altro dei “terzisti” storici della corazzata, da sempre accusato dai “salotti buoni” dell’intellighentia nostrana – da quelli del «servo dei servi di Berlusconi» o da quelli de il terzismo del corriere della serva – di essere troppo tenero con il centrodestra, con contorno fino ad ora di accuse di essere direttamente o indirettamente al soldo del berlusconismo, è stato protagonista del “misterioso” editoriale che tanto ha fatto discutere  – pubblicato-non-pubblicato, concordato-non-concordato, lo sapevo-non-lo-sapevo, avevo-il-telefono-staccato (Il fantasma di un partito), con scuse finali e pubbliche del direttore FdB – si era “schierato” chiaramente anche lui, abbandonando definitivamente il “terzismo” e rendendo vani per l’occasione “gli sforzi del terzismo a ogni costo, che hanno avuto secondo qualcuno in passato, talvolta, esiti spassosi”. Riuscendo, estremo schiaffo, anche a paragonare nella sua replica (Comunisti involontari) alla lettera di risposta scritta dai coordinatori del Pdl l’attuale partito berlusconiano disorganizzato e caotico al centralista, organizzato e strutturato Pci di un tempo (i poveri Togliatti e perfino Berlinguer si rivoltano nella tomba) e salvando – nel marasma generale, che secondo lui si sarebbe ormai irrimediabilmente creato nel centrodestra – solo il Presidente Fini e la sua fondazione. Recente posizione, quella del prof. Galli della Loggia, che lo aveva condotto ad una clamorosa “conversione” e “sconfessione” di quanto non molto tempo prima scriveva e dichiarava senza possibilità alcuna di essere male interpretato:

[...]: “Ma dov’è la novità?” Possibile? Il politologo Ernesto Galli della Loggia, da buon storico di professione, inorridisce solo all’idea:

“Il modernismo nella storia della chiesa è stato tutt’altro, e non vedo cosa possa avere a che fare Fini con quella storia”.

Ma al di là della filologia, Galli della Loggia non è convinto né di Fini, né della sua conversione:

Ripete peggio, con meno cultura, le cose che Bobbio o Zagrebelsky dicevano più di dieci anni fa. Quali sarebbero i contenuti nuovi? L’unica novità è che queste banalità di sinistra le dice uno di destra, ma il risultato non cambia. La sua esposizione mediatica può spaventare un po’ la chiesa, che scopre di avere un nuovo nemico, ma non mi pare che possa essere qui il punto di incontro di un nuovo rapporto tra religione, politica e stato”.

Qui sempre un “superato”, dalla svolta odierna, Galli della Loggia: IL TEMPO DEL POPULISMO CHE NON VA DEMONIZZATO.

Infine un’ampia rassegna stampa esplicativa del Secolo d’Italia, per chi si volesse fare una cultura politica futurista e per quelli come me che non hanno alcuna possibilità di leggerlo (se non sulla Rassegna Stampa della Camera che ne fa ampia e quotidiana sintesi) e di acquistarlo dato che a Messina e provincia non viene distribuito in alcuna edicola, libreria o chiosco che dir si voglia. Nonostante le “sacrosante” battaglie democratiche e liberal-bipartisan contro i “furbetti” dei giornali che “vedono le edicole si e no una volta all’anno” della direttora attualmente troppo impegnata a “costruire il partito” a suon di dichiarazioni “amiche” sull’Unità.

Si parte da una importante intervista a Francesco Storace, si quello stesso su cui Fini pose il veto assoluto per qualsiasi accordo con lui alle politiche, quello uscito da An urlando alla mancanza di democrazia, quello che sempre lo stesso Presidente Fini estromise personalmente dalla segreteria tramite comunicato stampa, per non avere più con lui il necessario rapporto fiduciario, ora alleato insieme all’Udc nel Lazio della Polverini che ci spiega:

Perché in questo frangente “storico” il medesimo “trattamento” riservato fino ad ieri al duo Storace-Santanché, viene incredibilmente riservato solo alla “traditrice” Santanché, rimasta unica responsabile di tutti i mali del mondo. Storace è stato invece improvvisamente “lavato e rilavato” alla Calimero – il mitico pulcino nero dell’ava come lava – da tutte le colpe passate.

Poi Benedetto Della Vedova, altro spiegatore ufficiale del Secolo:

Mentre viene lasciato ad un viceministro in carica, Adolfo Urso, il compito di elaborare e rispiegare la strategia (se ne parlava qui). Progetto che a quanto pare si realizzerà attraverso lo slogan immediato e di forte impatto, strizzando sì l’occhio all’evoliano “cavalcare la tigre“, ma nella sua traduzione futuristica del “cavalchiamo la modernità“.

Ancora due ex radicali e attuali riformatori liberali. Prima uno dei protoganisti del caso politico-editoriale dell’anno, voluto da Benedetto della Vedova (chissà come mai il Premiolino 2010 è andato ingiustamente alla redazione di Fare Futuro), che porta il nome di Libertiamo, reduci dal successo, certificato da tutta la stampa nazionale, della loro recente tre giorni, con ulteriori spiegazioni: QUEL DOPING IDENTITARIO DELLA POLITICA, per finire con un altro “clamoroso” endorsement, questa volta ci sta tutto, libertar-polveriniano: LA SCELTA DI LUIGI DE MARCHI: “I RADICALI NON LI RICONOSCO PIU’, DA LIBERTARIO VOTERO’ POLVERINI”.

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Altro che fare siluro

Altro che “fare siluro” come diceva Andrea Marcenaro su “Panorama”:

Gianfranco Fini è un uomo sincero. Più che sincero. E al di là delle sue opinioni, che sono tutte legittime, qualche volta perfino interessanti, ha un altro grande pregio: il senso dei tempi. È tempestivo. Da questo punto di vista, Fini è un vero innovatore.

Se una consunta tradizione di malintesa solidarietà, e non chiamiamolo per carità cameratismo, pretendeva di mostrare affinità, o quantomeno di non esibire inimicizia, ai compagni di strada che si trovassero in un momento di intralcio e di complicazione, egli ha rovesciato questa discutibile consuetudine: menare gli amici, esattamente in quel momento, sembra a lui la scelta migliore. In pieno marasma elettorale con il caso Polverini, ha infatti menato duro sul Pdl: «Questo partito proprio non mi piace».

In futuro chissà, ma non adesso. Ciò che ha procurato indubbio sollievo ai suoi compagni smarriti.
Esistono altri esempi. Innumerevoli, infiniti esempi. Il suo compagno di strada Silvio Berlusconi è attaccato come capo mafioso da un pentito rivelatosi alquanto ciarlatano? E Fini entra in campo: «Sono accuse gravi, altroché».

Intercettano a raffica, sputtanando sul niente e per niente, perfino la seconda cugina di una cognata di un lontano parente dell’aiuto utista di Sandro Bondi? E Fini: «Le intercettazioni sono uno strumento decisivo». Gli viene dal cuore, è la sua idea di squadra. Utile per costruire il domani. Solo per questo ha costituito una fondazione culturale dall’impegnativo nome di «Fare futuro». Nell’attesa del quale s’impegna oggi allo spasimo (soprattutto contro i suoi) a «Fare siluro».

via Panorama – E Fini gioca contro la sua squadra.

Secondo il Foglio Un Cav. tosto apre la campagna elettorale e fa tirare il fiato al Pdl, “Il fatto è che il Cav. ci metterà la faccia, girerà e farà comizi – così dicono – dedicandosi particolarmente al Lazio” e loro che fanno? Ora fanno futuro non “biasimando l’astensionismo”. Prima dice Alessandro Campi sul Riformista, che sarebbe stato meglio rinviarle le elezioni, così come proposto dal “saggio e responsabile” Pannella:

“Da qui la proposta di Pannella di rinviare le elezioni di un mese. Un proponimento saggio e responsabile che proprio per questo c’è da scommetterci non sarà seguito”

per poi sentenziare:

non c’è da meravigliarsi se il 28 marzo un buon numero di italiani deciderà di starsene a casa. Non votare, a questo punto, sarebbe un atto di civile protesta che nessuno potrebbe biasimare.

update: Politica deludente? Caro Campi ma tu dov’eri?

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