Faceva meglio

Visto come è andata a finire (Decreto sul voto, sì del Colle), anche se non si sa ancora come finirà definitivamente (L’opposizione pensa alla piazza forse per riprendere chi la piazza l’aveva comunque evocata? “Avessero escluso il Pd saremmo già in piazza”), propongo un post lasciato finora tra le bozze perché ritenuto da me troppo “acido” e che su più di un argomento è sicuramente assolutamente datato.

Beh si lo ammetto e non me ne vergogno, io sono tra quelli cresciuti senza “geni della politica” o executive master in business administration che ci “autorizzassero” a fare politica (a’ pulitica), misurando preventivamente i nostri curriculum. Senza guru o ex spin doctor, che curavano la comunicazione del candidato. Io rientro senz’altro tra quelli che hanno una visione romantica e passatista della politica, cresciuti a pane e militanza (si chiamava una volta). Che so perfettamente essere un passato che non ritorna, né ho nessunissima intenzione di proporlo come modello oggi. E’ solo un pezzo di storia che mi è venuta voglia di raccontare. Un fare politica fatta di segretari di sezione e di funzionari (solo nelle “Federazioni Provinciali”, pagati una miseria (rimborso spese), nelle sezioni comunali il partito non poteva permetterselo, non era il Pci degli anni dell’Urss). Di riunioni interminabili in cui si controllava e ricontrollava anche il pelo nell’uovo, in cui si discuteva e ridiscuteva su tutto, con tutti e dove tutti “contavano” in ragione del loro impegno quotidiano. Dall’elettricista allo spazzino (oggi operatore ecologico) “analfabeta”, dal professore universitario all’avvocato. Noi al massimo, ai tempi, devo ammetterlo mestamente avevamo un professore di scuola media come consigliere prima comunale e dopo provinciale e il segretario era un misero ex impiegato in pensione, forse oggi non avrebbero neanche avuto il curriculum “giusto”. Sei convocato per discutere della Presentazione delle liste o fare l’analisi del risultato elettorale, questi alcuni gli ordini del giorno delle riunioni che però ci venivano notificati in modo assolutamente abituale. Chiamavamo il segretario del mio partito nel mio paesino, ironicamente e ridendoci su ogni volta tra noi “carusi”, il “Federale”, per come si “scattava” ad ogni suo ordine. Ancora oggi non nego la nostalgia per il piacere che si provava nel dirla agli altri e nel sentirla noi questa cosa: “il mio partito”, ci vediamo al “partito”, riunione stasera al “partito” (“Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito resi indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria…”). Appena si arrivava  in piazza (niente internet sms o telefono, c’era la piazza per incontrarsi e comunicare) e qualcuno diceva “ti cerca il segretario”, tutti a correre per andare a parlare con lui e sapere cosa c’era da fare e qual’era il compito che ti spettava. “Devi metterti in lista perché non ci sono persona a sufficienza”. Ma segretario chi mi vota ? Ci serve, dobbiamo chiudere la lista, anche se prendi un voto, il tuo, devi farlo. Obbedisco. Stasera alle 11 tutti in sezione per i manifesti. Tu vai nella “squadra” di Mario, tu vai con Mimmo, tu invece che “ssi fimmina” vai in quella di Eugenio, mi fido più di lui è più grande e ha la testa sulle spalle. Qua ci sono i soldi per i panini (se andava bene) e la colla fateveli bastare. Bene. Tu vai come rappresentante di lista alla X. Ma segretario è a “casa diddio”, non posso stare al centro? Devi stare alla X, ci servi là. Spedita senza fiatare oltre in una “sperduta” sezione elettorale periferica, dove le ore dello sfoglio diventavano interminabili e al massimo si poteva scambiare qualche parola con il carabiniere di turno e con il compagno del Pci (il “nemico” comune era la DC). “Perché non devi muoverti di lì fino alla fine e devi contestare e fare mettere a verbale qualsiasi cosa non ti convince, poi ti veniamo a prendere” (pochi avevano la macchina propria, qualche scassato motorino). Sfogli passati inesorabilmente a sentire scandire dal Presidente di turno i voti degli altri, bene che andava il tuo di partito ne prendeva 5 o 6. Dobbiamo annunciare il comizio. Ok. Tu fai il centro, tu la periferia. E si passava ore e ore a girare sulla macchina dove erano state montate sul tettuccio le casse e il megafono. Questa sera alle ore… parlerà il candidato alla Camera dei deputati X e ti sentivi investito del ruolo di presentatore ufficiale. Chiunque fosse il candidato, era il partito ad organizzare il “palco”, a pubblicizzare la sua presenza ed era il mitico “segretario” a presentarlo nel comizio. Poi sono arrivati i comitati elettorali. E le federazioni e le sezioni sono state chiuse o sono diventate “superflue” e inutilizzate. Tutto questo in Alleanza Nazionale, non nel forzaitaliota partito di plastica. Ora la politica si fa così: “Tu non puoi capire”. Proprio riandando con la memoria a questo miei ricordi, non ho potuto non concordare con quanto scritto qui: Invece di circondarsi di geni e visagisti, il Cav. faceva meglio a recuperare il funzionario di partito. Ma il mio è solo uno spaccato di storia ottocentesca.

Aspettando che tutto si risolva per il meglio (ndr altra parte datata), si anche questo, sono cresciuta con questa “distorta” visione, critiche si, dissenso certo, ma quando serve tutti insieme e tutti uniti come una famiglia, mi limito solo ad azzardare una piccola riflessione. Non è che i timori manifestati a più riprese, attenti sul territorio si creano “voragini”, padronissimo chiunque di cambiare idea, padronissimo di dissentire, ma questo “balletto” a cui assistiamo è pericolosissimo, dirompente, decidete una buona volta dove volete stare e andiamo avanti, ho provato a dire milioni di volte. Non è che i mesi e mesi di “scazzi politici” pubblici (al di là delle posizioni di merito), di chi si trastullava in fondazioni, conventicole, pensatoi, contenitori vuoti per una cultura inesistente c’entrino qualcosina?

Ma noooooooo. Quando maiiiiii. Ma che stai dicendo, le tue analisi sono “deliranti“.

E oggi, si è arrivati inequivocabilmente al game over, negarlo sarebbe inutile. Ma a qualcuno non basta neanche quello a cui abbiamo assistito. Bisognerebbe scegliere, secondo loro, tra il “siamo in piena emergenza democratica” (l’altra “demenziale” maratona oratoria ce lo ha detto eloquentemente) o l’altra opzione: stiamo vivendo l’ultimo atto del complotto ordito dai berluscones contro Fini e i finianes.

Complotto, realizzato, non solo nel Lazio, con un coordinatore ex An e con i presentatori che “camminavano in coppia come i carabinieri”, ma addirittura infiltrando qualcuno nello staff della Polverini, che non ha trovato nessuno capace di controllare i documenti del listino, prima di presentarlo e anche nella lombardia formigoniana e leghista che non avrebbe potuto votare (cioè poi mi dovrebbero spiegare come la inseriscono dentro il complotto contro Fini questa cosa). Altro che 25 luglio. Il tutto dopo aver fatto ridere il mondo chiedendo al Presidente Napolitano di intervenire, invece di organizzare il ricorso e chiedere immediatamente e contemporaneamente la testa del coordinatore regionale. Le gerarchie amici, le gerarchie e l’assunzione di responsabilità, amici. Troppo ottocentesche e fuori moda? Il complotto si concluderebbe ovviamente, si “predice” già da qualche giorno, con l’abbandono da parte di Fini sia del Pdl che del governo. Condizione essenziale per non andarsene? A quanto pare sarebbe vincere, aggiungono (e ricordiamolo), in Lazio, Campania e Calabria. Se questo non avvenisse (attenti sulla Calabria, poco informati a mio avviso sulle dinamiche territoriali, informarsi meglio dalla Napoli e da Granata casomai) il governo, ci avvertono con assoluta certezza, cadrà a maggio. Transeat, per quello dovremmo solo aspettare ancora un po’. Io, presuntuosamente di dubbi su come sarebbe finita sul piano politico non è ho mai avuti. E non ho avuto bisogno di aspettare questo indecente spettacolo odierno. Oggi il finologo del Foglio scrive: Dietro il pasticciaccio delle liste c’è una resa dei conti anticipata. Tutti sono d’accordo su una cosa: la fusione non è riuscita. Mentre Franco Debenedetti sulla prima pagina dello stesso giornale, nella sua lettera al Direttore azzarda: “Se per il Cav. il rischio del fallimento è eccezionale, eccezionale deve essere l’iniziativa: elezioni anticipate.” Per il Riformista Fini è di nuovo a un passo dalla scissione. Quante volte l’abbiamo sentito?

Quello che a me “vecchio arnese” della politica e con buona memoria della storia del mio ex partito ha fatto sobbalzare sulla sedia è però un commento che ho avuto occasione di leggere.

[...] io son sempre stato tesserato ad AN non ho mai perso un congresso… qualsiasi mio incarico è sempre stato preceduto da un elezione, votazione o delega… qui nulla…

Cavolo. “io son sempre stato tesserato ad AN non ho mai perso un congresso… “. Parla di Alleanza Nazionale? La mia Alleanza Nazionale? A questo punto non ho potuto far altro che domandarmi, non è che mi sono distratta, chessò sono andata in vacanza da qualche parte all’estero e nel frattempo in An hanno fatto qualche elezione, votazione, delegato qualcuno democraticamente e hanno fatto anche qualche congresso che mi sono persa?

Pare di no. Nessuna distrazione. Internet conferma. Wikipedia continua a dire alla voce Alleanza Nazionale, Congressi nazionali:

  • I Congresso – Fiuggi, 28-29 gennaio 1995 – Cresce la nuova Italia
  • II Congresso – Bologna, 4-7 aprile 2002 – Vince la Patria, nasce l’Europa
  • III Congresso – Roma, 21-22 marzo 2009 – Nasce il partito degli italiani

Confermati in pieno i miei ricordi, una media di 7 anni dicasi 7 tra un congresso e l’altro tra il 1995 e il 2009. Con il segretario prima e il Presidente dopo eletti, nelle due occasioni, sempre per acclamazione. Cioè se dovessimo ripetere oggi quello che è stata la storia consegnataci da An, un nuovo congresso nel Pdl potremmo anche svolgerlo tranquillamente quantomeno nel 2015, per acclamare chi sarà. Io non conosco ovviamente l’età del commentatore Alfio. Ma ipotizzando ne avesse 20 nel 1995, anno di nascita di An, ne ha dovuti fare 34 per avere l’onore di “ratificare” la decisione presa personalmente e anticipatamente dal Presidente di far confluire An nel Pdl. Se ne avesse avuti 40 ne ha fatti 47 per votare per la prima volta ad un congresso e 54 per ripetersi per la seconda volta. Perchè una cosa è sostenere che questi qui che ci sono ora sono degli incompetenti (e arroganti) che hanno fatto ridere il mondo o che ci sarebbe dietro il complotto dei complotti e chi più ne ha più ne metta (padronissimi ovviamente di immaginare la qualsiasi), come se a pagarne il prezzo sia oggi Bs o Fini e non il Pdl tutto, altro è paragonarlo a cose che sono successe in quella modalità solo nella mente fantasiosa di qualcuno. Alla faccia di elezioni, votazioni o deleghe per qualsiasi incarico …

Un consiglio spassionato. Usiamo le “nuove tecnologie” e esercitiamoci tutti qui che è meglio. Generatore automatico di giustificazioni.

p.s.: a meno che non si parlava di quest’altra storia, era pre-Fini, quando i congressi si svolgevano mediamente ogni due anni. Ma attenti prima di commentare, in quel caso si parla di quel passato che:

pesa sempre meno e comunque più passano gli anni maggiori sono le possibilità per riflettere e a volte rivedere certi giudizi

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Indiziato numero uno

Italo Bocchino, vicecapogruppo dei deputati del Pdl, è in cima alla lista degli indiziati, fra i presunti autori dei giochi di potere. A lui viene attribuita una frase che ha fatto letteralmente infuriare il capo del governo: «Verdini e La Russa sono due morti che camminano». Lui, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, smentisce: «È impensabile, La Russa è il meglio che esiste, i problemi li hanno “loro“, non “noi“, è una guerra intestina a “loro“».

Nell’uso dei pronomi c’è il problema dei problemi. I partiti sono rimasti due. “Loro” sono quelli di Forza Italia. “Noi” sono gli ex di An.

via Coordinatori divisi, trame dei ministri Ma l’affondo del premier è per Fini – Corriere della Sera.

Marco Galluzzo, racconta abbastanza correttamente la cronaca di questi ultimi giorni per un verso, per poi aggiungerci qualcosa di suo nelle conclusioni che non ha assolutamente nessun riscontro con i fatti accaduti. Bocchino sarebbe l’indiziato numero uno, si dice (ma lui nega), che avrebbe sparato a zero oltre che su Verdini anche contro Ignazio La Russa (è un morto che cammina). Ed è proprio a questo punto che i fatti ci dicono tutto il contrario della conclusione a cui giunge il giornalista del Corriere: «I partiti sono rimasti due. “Loro” sono quelli di Forza Italia. “Noi” sono gli ex di An». Eventualmente rendono solo più chiaro il problema così come lo pongono e lo vivono da tempo Fini e i finiani.

Perché i fatti e la cronaca avevano appena registrato una lunga e ampia intervista a tutta pagina sul Riformista, giornale che Galluzzo evidentemente non legge, dove l’on. Fabio Granata aveva chiesto ufficialmente il passo indietro e l’autosospensione di Verdini denunciando contemporaneamente «una questione morale» nel Pdl. Per questo aveva detto, mi sembra senza possibilità di essere male interpretato: «Dopo le Regionali il Pdl ha bisogno di una guida certa. Via i triumviri», aggiungendo tra le altre cose «Bertolaso? Nella migliore delle ipotesi poteva non sapere», mentre sull’operazione trasparenza aveva intimato: «L’antimafia voti il codice etico senza se e senza ma» (se ne parlava qui). Qui tutta l’intervista per chi si se la fosse persa.

Bocchino, vox populi, tra l’altro è anche colui che dovrebbe, nella strategia neanche tanto nascosta portata avanti finora, sostituire proprio quel La Russa attuale morto che cammina, come co-coordinatore e che nelle “veline di chiara fabbricazione interna” viste all’opera in questi giorni, la grande stampa nazionale dava come nominato “certo”. Così come era stato indicato e richiesto da tempo. La qual cosa veniva ad essere rappresentata, ovviamente, come una grande vittoria “politica” di Fini e dei finiani. E’ da tempo immemore, infatti, che i finiani, chiedono un “riequilibrio” con la sostituzione del Ministro (dopo esser stato nominato primus inter pares da Fini stesso e ratificato dall’assemble nazionale di An) per presunte “incompatibilità” e non sentendosi “LORO” rappresentati ai massimi livelli, in questo caso proprio da un ex di An. Altra cosa che mostra una scarsa informazione, anzi una vera è propria disinformazione è il dire che: “Paolo Bonaiuti ad Arezzo aveva visto più lungo di altri: basta con il metodo del 70 e 30 per ogni cosa, le cariche, le liste, il partito è di tutti, il futuro è la collegialità. Non è stato ascoltato, almeno non da tutti”. Sono stati propri i finiani a ritenere e ribadire sempre che questa impostazione servisse a “penalizzare” loro e che le “quote” dovevano essere assolutamente rispettate.

“Il Presidente della Camera, sottolinea qui un deputato finiano, intende costruirsi spazi di agibilità politica nel partito e per farlo occorre intervenire sull’organigramma, sulle quote ormai sfalsate dal rimescolamento in atto. A partire dall’ufficio politico, ovviamente. Senza però dimenticare il coordinamento”.

La discussione nel resto del partito, invece, era stata ampia e aveva coinvolto molti rappresentanti anche tra gli ex an (da Gasparri e Quagliarello, da Bondi e Cicchitto intervenuti in infinite occasioni). Mentre loro hanno addirittura trovato modo di ridire ed esultare anche sullo scarso successo del tesseramento che a loro dire sarebbe solo servito ad isolarli («la retorica delle tessere è stata usata infatti per far tacere le minoranze interne. Il tesseramento? un bluff», sempre Granata intervistato dal Riformista). Polemiche infinite spesso culminate in “voci” insistenti più o meno eterodirette che lasciavano intravedere chissà quali sfraceli, per poi smentirli e negarli categoricamente, anzi accreditarli come nati dai nemici che li volevano screditare, perché loro mai e poi mai avrebbero tradito. Come poco prima di Natale: Pdl, voci insistenti su gruppo autonomo. E Fini riunisce ex di An.

Bocchino, come scrive Galluzzo, è indiscutibilmente, in cima ad un’altra lista, quella della fiducia personale del presidente della Camera, Gianfranco Fini. E dato che fare due più due non dovrebbe essere difficile per nessuno, meno che mai per i grandi analisti della politica nostrana è chiaro che i «giochi di potere» citati da Berlusconi erano, senza discussione, un messaggio al co-fondatore. E ai suoi uomini che fanno costantemente e quotidinamente il “lavoro sporco” per lui sulla “grande” stampa. Finalmente, dico io. Era ora.

Per finire vero è che Bocchino parla di “NOI” e “LORO”, mostrando in modo chiaro cosa ci sia dietro le loro tattiche e quale sia la loro cultura politica, ma è assolutamente falso che dietro il “NOI” di Bocchino ci siano gli ex di An. Ci sono gli amici di Fini. Nuovi e vecchi. Quello si. Compreso probabilmente il suo nuovo consigliere per l’economia (e anche sulle questioni etiche: il radicale del Pdl, indicato dallo stesso Fini come l’interprete della sua linea). Che hanno tra le loro principali occupazioni e preoccupazioni quelle di piazzare le “loro” truppe. Amici vecchi e nuovi che sono padronissimi, ovviamente, di fare le loro libere battaglie politiche e di condividere le posizioni di Bocchino e di Granata, ma che niente hanno a che fare e a che vedere con gli ex di An.

Tanto per chiarire. Ci siamo abbondantemente stufati di sentire parlare a sproposito di ex-An che starebbero tutti dietro questo modo di fare “politica”.

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Forse…

Il ministro Alfano è sceso in campo:

«E’ una iniziativa personale» e «non fa parte del programma di governo. Non fa parte dei progetti del governo, non è avvallato dal governo».

E Beppe Pisanu, presidente dell’Antimafia, ha plaudito alla precisazione. Il presidente della Affari Costituzionali, Vizzini, ha incalzato: «Materie delicate come quella del ruolo dei collaboratori di giustizia e della valenza delle loro dichiarazioni vanno trattate in un contesto complessivo che non può ridursi ad un singolo disegno di legge che si occupi esclusivamente di questo». E La Russa ci ha messo una pietra sopra: «E’ una proposta di un singolo parlamentare, certo una persona autorevole, a cui sarà prestata la dovuta attenzione. La pdl seguirà il suo percorso che può anche essere lungo o infinito». A questo punto l’opposizione si è placata. La Finocchiaro ha preso atto della dichiarazione del ministro Alfano: «Ci auguriamo ora che la maggioranza in Senato si comporti di conseguenza».

via Legge anti-pentiti: No di Alfano, ma Valentino resiste

Forse però l’on. Granata avrebbe potuto chiedere rassicurazioni qualche annetto fa al Presidente Fini quando l’ha “nominato” o quando sempre in quota ex-an dal Presidente della Camera (non mi pare che sia stato Bs a decidere le “nomine” degli ex-An) è stato designato alle cariche istituzionali e di partito che oggi riveste o no?

Che già sull’indulto mi pare avesse manifestato abbondantemente “le proprie pulsioni culturali“. Chi l’ha “nominato” scompare nelle nebbie della disinformazione e delle dimenticanze collettive, diventando assolutamente ininfluente in questo clima così tanto profuso di eretico avanguardismo.

O il giochino di chiedere il rispetto della formula magica del 70-30 vale solo nel caso in cui bisogna rivendicare e occupare nuove poltrone?

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Logiche e meraviglia

“La logica degli ultimatum è inaccettabile”. Dice Italo Bocchino al Corriere della Sera 19 novembre. Valgono solo le pugnalate nella schiena?

via Seguendo la stampa | l’Occidentale.

Logica che fa il paio con queste ipotesi avanguardiste lasciate trapelare, stessa filosofia. Tristi, solitari y finiani, scrive qualcuno.

E il futuro, quasi un compito scritto di fantapolitica: «Se davvero arriviamo alla rottura con Berlusconi, faremo di tutto per fare un governo istituzionale con al primo punto dell’ordine del giorno la risoluzione del conflitto d’interessi».

Mentre l’Italo di lotta e di governo aggiunge bellicoso: “Se c’è qualcuno che vuole la conta si faccia avanti“. Gli risponde l’amico campano Amedeo La Boccetta: “Bocchino deve darsi una calmata la conta si fa con gli avversari. Farebbe bene  a darsi una regolata e una calmata come si dice a Napoli [...] Non riesco a comprenderne i motivi. Queste fibrillazioni non fanno bene nemmeno al Presidente della Camera”.

Mentre il sindaco di Roma Gianni Alemanno, intervenendo alla rubrica “La telefonata” di Maurizio Belpietro all’interno della trasmissione “Mattino Cinque”, riferendosi alla candidatura del sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino alle regionali in Campania, dichiara molto più morbidamente e in modo assolutamente condivisibile: “Credo che questo debba essere ripensato – ha spiegato Alemanno – mentre è  assolutamente impensabile che il sottosegretario venga costretto alle dimissioni, perché non ci sono assolutamente gli elementi”.

“Credo che un ripensamento sia necessario dal punto di vista di questa campagna elettorale, non per Cosentino in sé, ma per evitare di fare una campagna avvelenata in cui si parla solo di questioni personali e non di politica”.

Un altro ex-An (altro avversario o altro nemico? avanguardia o retroguardia?) il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Altero Matteoli, si dice:

molto meravigliato e indignato che colleghi del mio partito minaccino di votare a favore di una mozione di sfiducia presentata da avversari contro un collega dello stesso partito”.

La Russa insiste: Bocchino non solo sbaglia, ma è anche inopportuno. Antonio Mazzocchi anche lui ex-aennino, Presidente dei Cristiano Riformisti:

“Ci possono e ci devono essere dei momenti di accordo con le opposizioni sui grandi temi e anzi, guai se non vi fossero. Ma questa certezza deve impegnare ogni parlamentare a non sottoscrivere iniziative del centrosinistra, creata ad hoc per mettere in difficioltà il governo.”

E poi qualcuno ha il coraggio di rilanciare questa: avversari con l’opposizione e nemici con gli alleati. C’è chi può e chi non può, io può diceva Totò.

Altri tre anni così?

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C come caserma

azzera

La fonte principale è politicamente correttissima: Repubblica, nessuna invidia, gelosia, odio o ossessione. Il protagonista più che mai: il co-fondatore in persona. L’alternativa è tra A come azzeramento o L come liquidazione o licenziamento. Il consiglio spassionato è di andare a prendere lezioni da lui, su come si evita che i partiti diventino delle caserme. Si va dal lontano 1995 al più recente 2008 e si spazia dalle cariche rosa alle cariche fiduciarie. Dalla segreteria nazionale ai coordinamenti regionali. Colpiti e affondati tutti gli obiettivi. “Così capiranno chi è che comanda nel partito.”

Fini fa autocritica e “cancella ” i colonnelli.

An, il pugno duro di Fini: azzerati tutti gli incarichi.

An, Fini licenzia i colonnelli.

Epurazione di Fini nelle regioni.

An, Fini azzera le cariche rosa.

Palermo. Troppe pecche nell’organizzazione del comizio. E Fini furioso chiede le teste dei colonnelli.

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Per chi ama (ancora) parlare di politica

L’intervista di quel “pretoriano” di Quagliarello, il “miliziano del pensiero unico” secondo qualcuno: «Il Pdl non sia monoculturale»

Il travaglio del Pdl quale specchio della complessità del XXI secolo, dei tempi imposti dalla modernità. E’ in questo quadro che Gaetano Quagliariello contestualizza l’aspro dibattito di questi giorni esploso a seguito delle ripetute prese diposizione di Gianfranco Fini. «Tutte le risposte stereotipate del secolo scorso sono state messe in discussione ed è perciò impensabile che un partito rappresentativo del 40% della popolazione possa essere monoculturale».

Qui invece è Massimo Teodori (che da sempre coerentemente ha rivendicato la sua impossibile adesione al progetto politico e culturale della destra italiana, niente della sua storia personale e politica glielo avrebbe e glielo può mai permettere) che rimpiange “la irripetibile e irripetuta stagione dei diritti civili degli anni Settanta” e che in questa lettera al Corriere, Fini e il ritorno delle idee laico-liberali, sottolinea la solitaria determinazione che sullo sfondo di una situazione, nella quale, secondo lui, le relazioni tra Stato e Chiesa, gestite dalla coppia Berlusconi-Ruini, sono state connotate da uno spirito talmente illiberale da non avere precedenti neppure nel lungo predominio della Dc, oggi Gianfranco Fini ha ripreso con una serie di temi propri della tradizione liberale:

la laicità senza aggettivi dello Stato; la difesa gelosa della sfera dei diritti individuali di fronte alle ingerenze del potere pubblico ed ecclesiastico; la ragionevole attenzione ai diritti umani per gli immigrati e ai diritti civili delle minoranze; la distinzione delle responsabilità delle istituzioni; il prestigio dell’Italia nel mondo di fronte a personaggi alla Gheddafi; e l’indicazione dei pericoli involutivi del potere berlusconiano qualora vengano a mancare i limiti e i contrappesi tipici del costituzionalismo liberale.

È certo paradossale che sia stato un esponente della tradizione neofascista a porre quelle rilevanti questioni di libertà, democrazia e Stato di diritto che ovunque sono caratteristiche delle correnti liberali, conservatrici o riformatrici che siano. Ma questa è la realtà, per quanto assurda, della politica italiana d’oggi in seguito al silenzio e all’inerzia di quanti, a destra come a sinistra, amano fregiarsi, indebitamente, dell’etichetta liberale e laica.

Riconoscendo con molta obiettività, da attento osservatore delle cose della politica italiana, che tutto questo paradossalmente avviene

a dispetto della sua storia e della perdita di consenso nelle sue stesse fila,

secondo lui (e in coerenza con quanto da lui sempre sostenuto come avversario storico e irriducibile: Non posso votare le destre che mi sono congenialmente estranee), comunque e dal suo punto di vista, in modo assolutamente meritorio:

per riempire quel vuoto d’iniziativa liberale che si manifesta ovunque, non solo nel centrodestra. Il futuro dirà se e in che misura le istanze solitarie del Fini d’oggi troveranno ascolto al di là dei calcoli a breve.

Intanto in attesa, finalmente, della prima occasione in cui co-fondatore del Pdl si farà sentire a viso aperto dalla sua gente (un po’ maltrattata recentemente, lo possiamo dire?) alla convention di Gubbio, dove parlerà domani (ndr oggi), anticipando qui che «Sarà un’operazione di igiene politica», Fabio Granata ci informa che chiederanno al più presto «l’incompatibilità tra gli incarichi di coordinatore del partito e quelli di ministro», La Russa e Bondi nel mirino del laboratorio? Il Corriere parla di Gelo degli “ex” colonnelli sul leader.

nel distacco, nella freddezza che molti ex An oggi dimostrano verso quel leader che pure li ha portati dove sono adesso. E dove vorrebbero restare, con Fini se possibile, se torna quello che era, almeno un po’, almeno per un po’.

La strategia “a tutto campo” dispiegata sui quotidiani oggi, sembra somigliare tanto a quel passo delle oche che spesso in passato ha caratterizzato An. Alessandro Campi dopo il «qualcosa si è rotto per sempre nell’equilibrio dei poteri e nel costume civile» con il suo inizio del dopo-Bs  sul Riformista di ieri, nega poi l’ipotesi di un gruppo parlamentare: «Non è quello che serve a Fini, e sicuramente non gli serve ora», mentre qui l’ubiquità giornalistica gli permette di paventare il rischio di un nuovo 8 settembre per il paese. Intanto il quotidiano nel pdl, il Secolo d’Italia, con le canoniche 15 pagine in difesa di Gianfranco parla di truppe in emersione: E se adesso emergessero le “truppe” di Gianfranco? tentando un’operazione a dir poco “azzardata”. Si cerca di far rientrare tra le eventuali “truppe di Gianfranco”  – qui il gruppo di deputati ad assetto variabile che segue fideisticamente il Presidente della Camera e che oggi con uno del suo manipolo di “pretoriani”, come li definisce il Foglio, Gennaro Malgieri, nella strategia “varia”  che li caratterizza è l’unico a parlar chiaro (e in modo assolutamente apprezzabile, secondo me) di «rapporto finito» per loro, chiedendo lo scioglimento del Pdl.  Secondo Malgeri «non resta che prenderne atto con doveroso realismo» – anche Giuliano Cazzola, il ministro degli Esteri Franco Frattini, Giuseppe Pisanu, addirittura il ministro Renato Brunetta e financo il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto. Insomma tutti quelli che da sempre “faticosamente” hanno cercato di contribuire seriamente al tentativo di un qualche dibattito interno nel Pdl (e nei luoghi deputati), differenziando senza problemi le loro posizione senza per questo creare problemi politici alla maggioranza e al governo e senza sentire il bisogno di reclamare alcuna “igiene politica” o rimproverare alcuno di “rappresentare i sentimenti retrivi degli italiani”, come qui fa Granata (a proposito di maltrattamenti) e come su L’altro fa la Perina Si, il Pdl è un partito becero.

ed è anche per questo, ci spiegano al Secolo, che Marcello de Angelis alla Camera sta spingendo per il voto segreto. Con un vero voto di coscienza il risultato potrebbe essere davvero sorprendente…

I futurologi abbarbicati alla richiesta di voto segreto e ai (possibili) franchi tiratori, una bella metafora non c’è che dire!

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Trappole & politologie

Dice una delle teste pensanti di area ex-An – vedo che ritorna in auge in questo post-elezioni tornare a chiamarli gli uomini ex di An, qua è il politologo in persona che lo fa, come a voler segnare la differenza – sul Giornale di oggi (ma non era un tipo di stampa troppo volgare quella a libro paga del cav, come direbbe Franceschini, distante milioni di kilometri da quella che vorrebbero loro?)

[...] La Lega è un partito nato carismatico che però si è sviluppato nel tempo come movimento di massa, con sezioni disseminate sul territorio, una classe dirigente arrivata ai vertici dopo lunghi tirocini negli enti locali, un’agenda politica semplice e chiaramente riconoscibile attorno a temi come il federalismo, la sicurezza e il comunitarismo ultraidentitario. Con queste caratteristiche, sta incassando i dividendi più ghiotti dei successi del governo, perché è in grado di socializzarli quotidianamente nell’elettorato grazie alla sua rete di sezioni e di militanti. E dunque, la vicenda della Lega insegna che anche nell’epoca della politica mediatizzata e presidenziale la parola magica che dà lungo respiro ai partiti resta la militanza.

Ci potrebbero spiegare anche, dalle parti di via della Scrofa, se ancora si riuniscono da quelle parti, chi ha impedito ad A.N. di fare qualcosa di simile così da rappresentare ed essere oggi il valore aggiunto all’interno della coalizione?

Chi ha impedito in questi anni (quasi 15) ad An di svilupparsi nel tempo come movimento di massa, con sezioni disseminate sul territorio (posto che le sezioni disseminate sul terriotrio c’erano anche prima di essere chiuse trasferendo “armi e bagagli” nelle varie segreterie dei vari deputati), con una classe dirigente arrivata ai vertici dopo lunghi tirocini negli enti locali (invece di nominare, rinominare e designare come assessori, sindaci, deputati e consiglieri regionali su tutto il territorio nazionale gli stessi deputati e senatori che hanno doppi, tripli, quadrupli, quintupli incarichi, riuscendo a fare contemporaneamente anche i direttori dell’ex giornale di partito, neanche un giornalista disponibile, evidentemente, tra tante teste pensanti hanno “racimolato” in questi anni), con un’agenda politica semplice e chiaramente riconoscibile attorno a temi come il federalismo, la sicurezza e il comunitarismo ultraidentitario (invece di dettare la linea politica del partito e comunicare gli strappi, le svolte, litigi al bar compresi, i licenziamenti dalla segreteria politica tramite interviste ai maggiori quotidiani nazionali) ?

E chi ha impedito, nei 2 congressi ultimi (quello di An come detto milioni di volte a tesi unica e liste bloccate, per quelli che oggi combattono eroicamente i “pensieri unici” degli altri) e in queste elezioni almeno di provarci con quel 30% sul quale non mi pare che nessuno ci metta bocca se non il Presidente della Camera in persona, almeno fino a smentita e prova contraria?

O forse non è stata sempre la stessa, medesima “trappola del carisma” ad averlo impedito fino a qualche mese fa, quando lo si riteneva invece l’unico “valore” intorno al quale far ruotare tutto? Quando ci spiegavano in modo erudito e colto come la politica era cambiata? E della necessità impellente di investire sul consolidamento delle leadership carismatiche?

La relazione tra il potere e la sua rappresentazione per mezzo di immagini, e la sedimentazione di queste immagini nel vissuto collettivo grazie alla capacità dei leader politici di produrre visioni imperniate sul giusto dosaggio fra mutamento e tradizione, tra linguaggio e simboli, tra archetipi e modelli di azione, è un tema che appartiene alla storia occidentale perlomeno dai tempi di Augusto. Lo sviluppo dei mass media, e più di recente dei new media, ha palesato solo con più forza l’impasto di carisma personale e nutrimento alle sorgenti dell’immaginario che dà forma alle leadership contemporanee…

Potrebbero riuscire a dirci anche qualcosa in proposito, dato che ci siamo?

E dire che era partita da qua, l’ascesa della mente pensante in questione:

Dentro Alleanza Nazionale non c’è una disponibiltà al rinnovamento culturale e al ricambio generazionale. Mentre i giovani dell’area sono flessibili e immersi in processi fluidi.

Mentre l’altra testa pensante, il politologo in persona, oggi è ospite del Riformista. Assolutamente scatanato, in periodo di super-lavoro, che sò avremmo voluto vedere un simile impegno non dico tanto, ma in qualche conferenza in giro per l’Italia in questa campagna elettorale anche a portare il “verbo” (si lo so, certo, forse sarebbe stato troppo volgare, loro “per definizione precedono la truppa e indicano la direzione di marcia”), invece di lamentarsi oggi e parlare con lo stesso linguaggio che ieri avevamo già avuto il piacere di ascoltare dal Presidente Casini in tv, rimproverando alla Lega di occupare posti di sottopotere (al limite della spregiudicatezza), paragonandola addirittura ai partiti dela prima repubblica, ammetto che solo dalla sua brillante penna poteva uscire una simile “alta” riflessione, passando poi per un veramente poco sofisticato, per uno del suo livello, artificio retorico che parla di ricatto bello e buono (non è che dice la stessa cosa anche Franceschini per caso?):

Si tratta ovviamente di uno scambio politico, ma ha tutta l’aria di un ricatto bello e buono, secondo un copione che rischia di ripetersi chissà quante volte da qui alla fine della legislatura.

E’ indubbio che “dietro l’oggettività dei numeri c’è sempre una verità più profonda da scoprire”, ma continuo a non capire come ci si può lamentare continuamente del leader della coalizione che non cerca mai mediazioni ed equilibri e poi accusarlo di farsi ricattare ogni volta che lo fa e lo fa con l’alleato di governo, “specie ora che, indiscutibilmente, la Lega, come lui stesso ammette, ha visto crescere i suoi consensi e ampliarsi la sua area territoriale di riferimento”, non per virtù dello spirito santo, ma prendendo i “voti”, non preferenze, ma “voti” e se Campi non le sapesse queste cose, continua ad esserci una bella differenza tra “voti” e “preferenze”. O le mediazioni, gli accordi, le condivisioni e tutte queste belle cose qua, si dovrebbero cercare solo e soltanto nei confronti di altri e facendosi dettare l’agenda da altri? Alleato, tra l’altro che alle ultime elezioni, invece di litigare sulle preferenze, sulle terne o sui governi delle regioni è riuscito a sfondare per la prima volta in modo epocale (a detta di tutti gli osservatori), il muro rosso, che per un 40ennio era sembrato impenetrabile a chiunque ed è riuscito ad incunearsi, come dice anche lui, in profondità fra le radici della sinistra di tradizione e che in conseguenza di questo:

Il voto del 2009 sarà ricordato come il voto dello sfondamento. L’effetto psicologico degli insuccessi, dei ballottaggi, delle vittorie strappate di misura rischia di diventare più devastante del voto reale. In primo luogo cade la barriera che ha tenuto separato rigorosamente l’elettore di sinistra da quello di destra.

[...] Nell’Italia di domani non ci saranno più zone di voto di tradizione o di appartenenza. E questa è una vera e propria rivoluzione.

La ciliegina sulla torta, bisogna obiettivamente riconoscerlo, il suo vero capolavoro retorico è il tocco finale: l’interrogativo che lascia ai posteri.

E perché sorprendersi se al Nord un numero crescente di elettori di Berlusconi preferisce, da un’elezione all’altra, passare con Bossi?

E se glielo rimandassimo a lui stesso medesimo, nella stessa forma retorica scelta da lui l’interrogativo, cambiando solo qualche soggetto?

E perché poi sorprendersi se al Nord un numero crescente di elettori del Pdl, che una volta votavano An, preferisce da un’elezione all’altra, passare con Bossi?

E ancora:

E perché, ancora, sorprendersi se al Sud un numero crescente di elettori del Pdl che una volta votavano massicciamente An preferisce, da un’elezione all’altra, grazie anche allo spettacolo che gli uomini ex di An mettono in scena, in quella che una volta era la loro roccaforte, passare con Lombardo o non votare andandosene al mare?

Se il prof. Campi ha qualche dubbio su Nord e Sud, isole ed elettori ex di An, sottragga qualche minuto del suo prezioso tempo dedicato ininterrottamente da qualche giorno alle interviste, agli editoriali e alle analisi varie e vada a riguardarsi o guardarsi per la prima volta, l’oggettività dei numeri che sta dietro i risultati elettorali, del Nord, del Sud, isole comprese, ovvio.

p.s.: Non è che per caso somigliano a questo le “alte” riflessioni politologiche che ci capita, sempre più spesso, di leggere?

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Le terne

E qua si parla di altro. Si parla di terne, alias le 3 preferenze con cui ci confronteremo alle Europee. La reintroduzione delle quali secondo qualcuno farebbe tornare l’Italia nel novero dei paesi civili.

Berlusconi vuole quattro milioni di voti europei.

Per il resto, è tutti contro tutti. Gli uscenti, per dirla con i fedelissimi del premier, «cammineranno sulle loro gambe». Come Mario Mauro, che punta a diventare presidente del parlamento europeo. Per lui sono già in movimento Roberto Formigoni e Maurizio Lupi. Eppure le terne non ci sono. E il bello dell’anarchia monarchica del Pdl.

[...] L’anarchia ha contagiato An. Da Nord a Sud l’effetto Pdl ha rivoluzionato il gioco delle correnti. Ignazio La Russa, che ha voluto essere candidato a tutti i costi nel nord ovest trainerà il giovane Carlo Fidanza (classe 1976) anche se viene dalle file della Destra sociale.

La battaglia è con Cristiana Muscardini, altra uscente, sulla cui ricandidatura il ministro della Difesa aveva posto il veto. Al Centro il caso è Franz Turchi, quarantenne radicato nel mondo della borghesia romana con un rapporto con Letta. Uno da centomila preferenze, o quasi. Certo della candidatura aveva già prenotato gli spazi sulle emittenti locali. Ma è arrivato il veto di Gianfranco Fini. Ora i suoi voti andranno alla lista di Storace e Lombardo. Tra l’altro dentro An è ripresa la guerra delle correnti. Con una novità: il grande caos della destra sociale. Roberta Angelilli, una volta pupilla di Alemanno, è stata scaricata dal sindaco di Roma. Ma non dalla sua ombra, il senatore Andrea Augello. Mentre i voti di Alemanno andranno all’azzurro Stefano Zappalà, parlamentare uscente di Forza Italia. La sorpresa potrebbe essere Marco Scurria, il quarantenne inventore di Modavi, il consorzio di cooperative impegnato nel sociale – dalla lotta alla droga ai problemi del terzo mondo – per cui stanno battendo il territorio palmo a palmo Giorgia Meloni, Maurizio Gasparri e Fabio Rampelli. Le correnti ci sono, le terne un po’ meno. Per ora.

Il partito delle idee e del futuro alle prese con i ben più prosaici veti e conferme sicule di Gianfranco Fini sulle candidature (ma non faceva il garante delle istituzioni?), con i veti incrociati dei vari ex colonnelli che si confrontano con il rivoluzionato gioco delle correnti e con le terne che ancora non ci sono. Tutti contro tutti, “guerra per bande” che dir si voglia o più semplicemente la sempiterna ripresa della guerra delle correnti, di democristiana memoria (presente anche in altri partiti, ma bisogna ammettere che tra post-missini, post-pd e post-dc è facile immaginare chi siano i “professori”).

Continuando ad usare il politicamente corretto “guerra delle correnti”, bisogna però sottolineare e ricordare che in Sicilia, il “confronto”  e la formazione delle terne, si complica ulteriormente, perché i neo coordinatori a pari merito Castiglione-Nania (pro-tempore anche loro?), avranno a che fare con l’alleanza “anomala” Mpa-Storace-Alleanza di Centro-Partito dei Pensionati che ha tra i candidati di punta gli uscenti Nello Musumeci (eletto con An) e Musotto (eletto con Fi) e con la forza dirompente e clientelare sul territorio dell’Udc di Totò Cuffaro – a proposito quelli che lo hanno voluto impresentabile e dimissionario in Sicilia non farebbero male a ricordarsi che il signor Cuffaro non si è volatilizzato o è scomparso da quando si è dimesso a furor di popolo dalla regione Sicilia, anche se non se ne parla più, lui sta tranquillamente e comodamente seduto tra i banchi di Palazzo Madama, ingrossando a livello nazionale le fila dell’opposizione e in Sicilia quelle della maggioranza – che schiera Saverio Romano, Giuseppe Naro, Antonello Antinoro, Pippo Gianni, 2 dei quali comodamente seduti, questa volta, sulla poltrona di assessore regionale, Antinoro e Gianni, 1 ai Beni Culturali e Pubblica Istruzione l’altro all’Industra, gli altri due parlamentari in carica dell’UDC e Romano ricopre anche la carica di Segretario Regionale. Gli equilibri futuri della coalizione di maggioranza e quelli della Regione Sicilia, sembra (pettegolezzi?) passino proprio attraverso i risultati e il conteggio delle preferenze che ognuno dei contendenti riuscirà a portare a casa in queste elezioni europee. Nania, all’inizio del gioco, potrebbe sembrare in una posizione di apparente vantaggio e un po’ più tranquilla, almeno per quanto riguarda la semplificazione delle operazioni di conteggio finale, perché il consenso esplicito del Presidente della Camera per l’ex senatore Nino Strano l’ha portato anche ad essere l’unica e sola candidatura di area ex An nella circoscrizione Sicilia-Sardegna, e quando bisognerà contarsi la forza dovrà essere misurata, eventualmente, solo e soltanto grazie al risultato che lui (Strano) riuscirà a raggiungere. Anche se l’ex-senatore-ex-assessore regionale-ex perfino assessore comunale a Catania (mentre era senatore), aveva chiesto (si vocifera) altre maggiori garanzie, non accontentato: voleva anche esser l’unico catanese in lista. Alla fine e si è ritrovato un “robusto” concorrente in casa nell’attuale e riconfermatissimo assessore regionale all’Agricoltura e Foreste, il catanese, Giovanni La Via (vicino alla posizioni dell’altro coordinatore regionale). Semplicità però solo apparente, come abbiamo ben visto, perché la confluenza nel Pdl ha scardinato questi “semplici” meccanismi e adesso si passa alla formazione delle famose “terne” con alleanza ben più complicate, trasversali e pochissimo chiare per chiunque, primo tra tutti il povero elettore (che dovrebbe scegliere). Castiglione (qua un po’ di storia per gli smemorati), genero del senatore Firrarello, “sarebbe” oggi vicino all’area che fa capo in sicilia al Ministro della Giustizia Alfano e al Presidente del Senato Schifani e da loro caldeggiato come coordinatore, la nomina di Nania, vicepresidente del Senato, area ex-An, invece sarebbe stata subita da Ignazio La Russa, uno dei tre coordinatori, attuale primus inter pares, che garantisce il rispetto assoluto del 70-30% (sancito dal Congresso Pdl) che tramite il meccanismo altamente “meritocratico” della “semplice” cooptazione porta a scelte assolutamente personali (a loro insindacabile giudizio), secondo il solo rispetto delle regole nate, come qui diceva chiaramente, in una delle ultime direzioni nazionali di quel partito lo stesso Ignazio La Russa, dalla prima fase transitoria e che ancora per qualche anno saranno mantenute:

un anno o forse due in cui servirà un regime transitorio perché per un anno almeno non ci sarà una “base” cui demandare l’elezione degli organi. E le regole transitorie saranno adottate nel solco delle “intese” prese in occasione della formazione delle liste elettorali per Camera e Senato”. “Con le stesse regole – assicurava La Russa – si andrà alle elezioni europee

Compito quindi demandatogli ufficialmente da un altro “congresso” (quello di scioglimento di An). In questa occasione la nomina del vicepresidente del Senato Nania sarebbe stata caldeggiata, invece, da Gianfranco Miccichè, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega al Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica che ha ottenuto l’importantissima delega al C.I.P.E., che tutti ricorderanno come prima delle elezioni si fosse distinto come uno dei protagonisti della opposizione alla candidatura Lombardo (e rappresentante unico della nuova stagione della politica siciliana con An e Gianfranco Fini in persona schierati senza se e senza ma per la candidatura Lombardo e piuttosto freddo su altre ipotesi) e che ora neo responsabile nazionale agli Enti Locali, “sembra” essere tra gli uomini più vicini al governatore in carica. Il tutto mentre uno dei coordinatori nazionali, l’attuale Ministro Bondi, chiede, qui l’intervista, chiarezza e conto e ragione all’Mpa rispetto alle alleanze “anomale” e parla di maggioranza a rischio in Sicilia. Micciché avrebbe ottenuto, a parte la nomina di Nania, anche il posto in lista alle Europee per l’agrigentino, anche lui assessore regione (ex socialista) Michele Cimino. Gli uscenti sono 3, secondo le previsioni, dovrebbero essere riconfermati come numero, la “sana” competizione dovrebbe svolgersi quindi proprio sulle preferenze e le terne tornano quindi ad essere di vitale importanza per tutti. Quello che rischia di più, al momento, sembra essere l’unico uscente messinese, quel Salvatore Sanzarello (eletto nell’Udc), arrivato a Bruxelles grazie alla rinuncia di Cuffaro e che oggi cerca spazio nel Pdl (mi si è ristretto lo spazio…). Situazione d’altronde non molto dissimile di quella che si vive nel Pd, dove Rita Borsellino dopo anni di candidature di testimonianza che mai le avevano permesso un successo, finalmente ha optato, forse, per qualcosa che alla fine le permetterà l’elezione e che viene trattata da nemica giurata dai suoi ex alleati.

L’agenda di Fava dedicata agli eventi da denunciare, aveva in testa, Rita Borsellino. Strabiliante, quando qualcosa rode le priorità acquistano un sapore diverso.

Capirete, perché da siciliana, poco mi sento di poter partecipare, senza perplessità e con l’aggiunta di qualche sorriso amaro, a questo balletto e questa “fiaba” che qualcuno prova a raccontare di scelte (di chi?) che dovrebbero nascere dal merito, di chi parla di essere solo e soltanto in politica a favore di quel merito e di chi ci dice che i cittadini hanno il diritto di conoscere i criteri in base ai quali vengono selezionati i candidati alle elezioni. Di chi parla di premiare competenze e dedizioni, predicando il rinnovamento oggi e non praticandolo in casa propria (e non avendolo mai praticato per 15 anni). E anche di chi oggi, “nominata” con una chiamata dall’alto ieri come deputato (da chi e per quali meriti politici? al di là delle sue indubbie capacità professionali e personali) in interviste varie brillantemente sostiene a parole:

Sono anch’io ontologicamente contraria alla candidatura delle veline, anche se da parte mia contesto tutte le candidature fondate su criteri diversi dal merito, dal vero merito, e non soltanto alcune.

E mi senta molto più vicina a queste e queste tesi e ragionamenti politici che almeno qualcuno sostiene con un pizzico di coerenza. L’uno per aver avuto il “buon gusto” di votare contro in direzione nazionale e di dichiararlo ai quattro venti motivandolo, l’altro per dirle e ripeterle con coerenza da sempre (come ho provato a fare io), in ogni occasione e nei confronti di un sistema. E non quando le scelte, i supposti cesarismi, la mancanza di idee e di politica, riguarderebbero sempre gli “altri” e tra l’altro quelli che dovrebbe rientrare in quel 70 per cento che tu stesso hai sancito come da rispettare e sacro (con un congresso a tesi unica e liste rigorosamente bloccate, parlo dell’ultimo di An), senza neanche prima dare uno sguardo al tuo di 30 per cento. E condividendo con lui anche l’idea che ha della selezione della classe politica e quella più complessiva di rappresentanza.

Ai dirigenti del Pdl, dico io parafrasando il giovane Raciti, non chiediamo dunque dichiarazioni, gesti o proclami simbolici. Dateci – diamoci tutti insieme – semplicemente un partito. Il dibattito sulle veline ve lo restituiamo volentieri.

E forse anche perché sempre deviata da quella cultura vecchia ho sempre pensato che la politica si fa sul territorio, che non ha bisogno di vicerè che si fanno la guerra per la loro sopravvivenza politica, ma avrebbe bisogno di spazi di agibilità politica per tutti coloro che a viso aperto pensano che una leale competizione interna ed esterna sulle idee non sia un veleno, ma un elisir di lunga vita e che sia veramente e assolutamente necessaria per tutti una sana competizione sul piano delle idee e delle proposte politiche.

L’idea della rappresentanza: né casting né concorso.

Ricambio percepito e suicidio assistito nel Pd

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Questi rischiano

Andrea’s Version del 22 Aprile 2009.

Tutti alle manifestazione del 25 aprile. L’onorevole La Russa andrà alla manifestazione del 25 aprile. L’onorevole Matteoli andrà alla manifestazione del 25 aprile. L’onorevole Santanché parteciperà  alla manifestazione del 25 aprile, magari a quella indetta in Costa Smeralda, ma parteciperà. L’onorevole Bongiorno non ne parliamo, andrà sicuramente a una manifestazione convocata il 25 aprile, e magari due.
Il sindaco Alemanno celebrerà senza dubbio il 25 aprile, la stessa cosa faranno senz’altro il senatore Gasparri, il vicesindaco De Corato, gli onorevoli Bocchino, D’Urso, Napoli e via elencando. Fini manco a dirlo. C’è una corsa matta a partecipare alle manifestazioni del 25 aprile. Questi rischiano di arrivare al 25 luglio completamente spompati.

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