Tatarella rise fino alle lacrime

Qui, per quegli amici, per me sempre amici, che continuano a parlare di dossieraggi e continuano a sostenere che questa è solo la guerra tra Fini e Berlusconi. Io li sfido sulla loro coerenza e sui loro valori, su niente altro. Pierangelo Buttafuoco intervistato da Luca Telese è abbastanza illuminante. Le domande e le risposte riguardano tutte solo il rapporto – al di là delle amicizie o inimicizie personali – con la politica che non c’è più, quella che per molti di noi ex-missini è stata in passato “tutta la nostra vita”. E leggerla potrebbe chiarire, spero definitivamente, perché nessuno soffra di ossessioni, ma provi solo un profondo dolore per quello che Fini nel tempo ha fatto, non oggi, ma in 22 anni di vita politica (come dico da tempo, per me nessuna sorpresa, solo conferme). E quella personale non mi riguarda assolutamente.

Il racconto allegorico, forse, viene racchiuso proprio in questo feroce aneddoto. Quando Italo Bocchino si presentò davanti a Tatarella con una borghesissima giacca da camera, “Pinuccio rise fino alle lacrime. La giacca da camera sparì”. E quando Telese chiede a Buttafuoco come mai: E’ molto più severo con Fini che con Berlusconi… lui spiega subito il perché e risponde senza esitazioni: “Fini viene dalla mia storia“. Ed è per quello, solo per quello che:

… la casa al cognato è una vicenda imbarazzante che Fini dovrebbe chiarire in omaggio ai militanti con le pezze al culo che si toglievano i soldi di bocca per pagare i volantini. È un dettaglio rivelatore.

I soldi di An non si toccano. Non sono né di Berlusconi né di Fini“.

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Inspiegabile anche per me

Dopo l’on. Donato Lo Morte (se ne parlava qui), il Corriere della Sera rintraccia anche il sen. Francesco Pontone – che era presente, in rappresentanza di An, al rogito firmato l’11 lugio 2008 davanti al notaio monegasco e che in questi ultimi giorni sembrava aver perso la memoria – e lo sottopone ad un’altra strepitosa intervista. Il tesoriere di An: «Tulliani in quella casa? Una coincidenza». Il senatore dopo la pubblicazione del rogito da parte di qualche quotidiano, pare riacquistare parte della memoria, ma anche lui come La Morte, insiste sulle pessime condizioni della casa. Quelle che vengono fatte – obietta il senatore – sono «Solo esagerazioni. Ma voi lo sapete com’era fatta davvero quella casa? C’è scritto chiaro nel rogito: quella casa era un rez-de-chaussée, un piano terra sul retro, senza vista su niente, di appena 40-45 metri quadri, altro che balcone, aveva solo un terrazzino, anzi lo chiamerei un angolino di terrazzo. E poi costava parecchio al partito, ogni mese avevamo tante spese di condominio: insomma, meglio venderla. Così ordinammo una perizia e il valore indicato era quello: 300 mila euro». Insomma la casa non valeva più di tanto. E per il resto lui non sa nulla di nulla.

E al giornalista che gli chiede:

Poi, però, in quella casa – che passa stranamente da una società offshore all’altra, dalla «Printemps» alla «Timara», tutte con sede nello stesso paradiso fiscale di Saint Lucia – ci va ad abitare, in affitto, proprio il fratello di Elisabetta Tulliani, la compagna di Gianfranco Fini. Quantomeno una coincidenza singolare, non trova?

Così risponde:

«Ma chi è Tulliani? Per me resta un estraneo – s’inalbera per un attimo Pontone – io ho scoperto solo un paio di mesi fa che quello era il cognome della signora Elisabetta. Certo, l’ammetto, la coincidenza è particolare. Inspiegabile anche per me».

via Il tesoriere di An: «Tulliani in quella casa? Una coincidenza» – Corriere della Sera.

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Tendenzialmente

Tendenzialmente sono d’accordo con lui: Solo una cosa.

Tendenzialmente sono d’accordo con il contenuto di alcune rivendicazioni di Gianfranco Fini: democrazia interna al partito, richiamo al ‘94, dialettica maggiore su alcuni temi. Concretamente mi fido poco di Gianfranco Fini: il patto con Mario Segni, le tre punte nel 2006, le mille giravolte e una strategia politica che non definirei geniale. Detto questo – e cioè che a Fini non farei mai parcheggiare la mia utilitaria, figurarsi guidare il mio partito – è semplicemente assurdo pensare di rompere con chiunque non la pensi come il mainstream del partito. Allo stesso modo è assurdo dire tutto e il contrario di tutto e voler rifondare Alleanza Nazionale, le correnti, i colonnelli e una minoranza di destra con temi di sinistra. Così come è da utili idioti voler sempre remare contro.

Sintetizzando: io credo al Pdl, al partito unico del centrodestra, ci federerei pure la Lega e vorrei più democrazia interna, più dialettica, più spirito del ‘94, più Berlusconi, più Fini e meno pretoriani. Dell’uno e dell’altro.

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Il vero motivo

Ma perché Fini ha deciso di minacciare lo strappo?

Le vere motivazioni non sono il partito caserma, lo strapotere della Lega, la generazione Balotelli, il voto agli immigrati, gli innamoramenti delle coppie di fatto o i temi etici ma la consapevolezza di una sua lenta e inesorabile perdita di potere personale. Poco prima della fusione nel Pdl si stabilirono le quote del 70 e 30 per cento. Ma il 30 per cento ex aennino oggi fa più riferimento a Berlusconi che non a Fini. [...] se si esclude una schiera di fedelissimi che vanno dal vicepresidente dei deputati Italo Bocchino al ministro per le Politiche Ue Andrea Ronchi passando per il sottosegretario Adolfo Urso. In mezzo vecchi amici come Donato Lamorte e Carmelo Briguglio e nuovi sostenitori come Giulia Bongiorno, Luca Barbareschi, Alessandro Rubens, Fabio Granata e Flavia Perina. Poi la schiera di intellettuali riuniti attorno alla fondazione Farefuturo come Alessandro Campi e Angelo Mellone. Pure le antiche correnti post-missine non ci sono più, squagliate all’interno del Pdl meglio del loro capo. Negli anni Fini ha pure perso controllo e feeling con le sacche del suo elettorato storico: sia quello nostalgico, sia quello cattolico, sia quello del law and order, sia quello che chiedeva il pugno duro contro l’immigrazione.

Cosa è rimasto a Fini?

c’è il quotidiano Secolo d’Italia, guidato dalla fedele Perina; ci sono i teorici del neofinismo in salsa antiberlusconiana raccolti nel think tank Farefuturo; c’è il laboratorio politico di Generazione Italia, associazione lanciata da Fini in alternativa ai Promotori della Libertà voluti da Berlusconi e la Fondazione Alleanza nazionale, presieduta da Donato Lamorte che conserva l’archivio di An e ha in gestione il patrimonio immobiliare del vecchio partito. Un giornale, una fondazione, un laboratorio politico. Stop.

via Il vero motivo della frattura: Gianfranco vuole più poltrone – Interni – ilGiornale.it del 17-04-2010.

Si è tradito il patto del 70 a 30 fanno capire all’unisono tutti i finiani che contano, dopo averlo ampiamente anticipato per mesi. Qui ne scriveva persino il finologo. “Un esempio è quanto accaduto a ridosso del voto alle regionali di marzo. Secondo una versione accreditata, Bocchino, per conto di Fini e prevedendo una sconfitta del Pdl, avrebbe avanzato richieste perentorie di rimpasto agli uomini del Cav.: un coordinatore nazionale e un vicecapogruppo”. Per quello Fini avrebbe chiesto e posto come condizione imprenscindibile la testa del capogruppo al Senato Maurizio Gasparri e del coordinatore nazionale Ignazio La Russa (a parte ri-chiedere, negandolo sempre ufficialmente, altro che “a viso aperto”, quella di Feltri. Il problema è la proprietà del Giornale sentivamo ieri dire a Bocchino. L’eterno conflitto d’interessi rispolverato dai finiani, in linea con quanto lasciato trapelare al “tempo delle comiche finali”. “Chiederemo subito che risolva il conflitto d’interessi” poi abbandonato a camere sciolte e co-fondazione avvenuta). E’ che loro (gli altri ex An non finiani) si sarebbero fatti “comprare” dal Cav. ! (“il 30%, che era la quota di An nel Pdl, è composto da persone che hai comprato, avrebbe detto Fini nel faccia a faccia con Berlusconi”)

Da sostituire con i suoi, ovviamente. Quelli che “fanno pensiero libero”. Cioè, detto terra terra, ok si va avanti solo se levi “quelli” e metti i miei. L’eterno levati tu che mi metto io. Quello che qualcuno, di quelli che “fanno le idee”, potrebbe prima o poi spiegarmi è perché oggi a rappresentare l’ex-An, con gli stessi sistemi che si criticano, anzi peggio, dovrebbero essere Fini e i finiani, e perché loro che sarebbero così preoccupati solo di “confrontarsi” in modo costruttivo, possono pretendere e occupare poltrone accusando gli altri della qualsiasi?

“Curiosa davvero “questa concezione della democrazia secondo la quale dovremmo decidere tutto solo io e Fini“. Non mi entusiasma, ma non posso che essere perfettamente d’accordo che con lui“. “Quel 30% non è di sua proprietà, rappresenta la storia e soprattutto le idee della destra italiana”. Le autonomine non mi sono mai piaciute. Va bene autonominarsi “i migliori” o come scrive Panebianco “va bene diventare un liberal colto, internazionalista, devoto al patriottismo costituzionale; va bene dirsi sempre per il dialogo e il confronto; va bene auspicare una destra di tal fatta”, ma autonominarsi i soli e unici rappresentanti autentici dell’ex An decisamente è un po’ troppo.

Io continuo a pensare  – lo penso e lo scrivo da mesi, anche per quello che abbiamo visto e continuiamo a vedere, purtroppo in Sicilia, dove Fini ci ha imposto, tra l’altro, l’ex senatore Strano come assessore regionale e che lo stesso avrebbe portato ad esempio politico da replicare a livello nazionale con la costruzione del gruppo autonomo del Pdl-Italia, altro che comportamenti autonomi di qualche deputato – e dopo lo spettacolo indecente che ieri notte hanno dato in tv un viceministro della repubblica e il costruttore di Generazione Italia (in preda ad una inequivocabile e inarrestabile crisi isterica e non capaci di articolare alcunché) ne ho avuto ulteriore e non necessaria conferma. Quantomeno è servito per mostrare a tutti gli italiani come non ci siano neanche le condizioni minime perché possano stare nel Pdl costruttivamente.

Prima avevamo Franceschini che accusava i giornalisti di essere al soldo di Berlusconi, ieri abbiamo ascoltato e visto sconcertati un Italo Bocchino che a più riprese – dopo aver rintuzzato il vicepresidente del Senato Lupi in modo che neanche Travaglio e Di Pietro hanno mai fatto, ricordandomi uno scambio di commenti avuto qui con un suo fan, parlano tutti nello stesso modo e dicono tutti le stesse cose – “rimproverare” Paragone di essere pagato dalla Lega (“il tuo è un format che risponde al tuo editore di riferimento: la Lega”, che noi (finiani) non avremmo voluto alla Rai, aggiungeva. Alla Rai vanno bene le nomine e la lottizzazione alla Mellone casomai…) e un Urso paonazzo (altro che Raffaele Lombardo) e ululante che continuava volontariamente (pensava di essere spiritoso) a chiamare Daniela Santanchè – mentre si era preoccupato, per ore e ore solo di accusarla e screditarla per aver cambiato idea, lui quello delle comiche finali e del mai confluiremo nel Pdl - SANTACHE’, con una volgarità, lui segretario generale di una fondazione così raffinata e colta, che si commenta da sola. Per poi continuare, in coppia, a fare le vittime predestinate del conduttore, loro a cui sarebbe stato addirittura impedito in quest’ultimo anno (nientemeno) di fare politica e far conoscere le loro posizioni, perché esclusi e isolati nel partito e dalla stampa nazionale.

Altro che costruire il linguaggio e le idee del futuro, il peggio del peggio di missina memoria. Purtroppo.

E qui l’ampia rassegna stampa attinta dai quotidiani nazionali (rassegna stampa camera), quelli che isolerebbero e impedirebbero ai finiani di parlare e esprimere le loro idee.

Comincia Carmelo Briguglio a confrontarsi costruttivamente: “Attento Silvio, senza risposte nascerà un nuovo centrodestra”. Continua Benedetto della Vedova, l’interpretatore autentico del pensiero finiano per quanto riguarda l’economia. Mai visto in tv e sulla stampa come in questo ultimo anno, dopo due legislature da deputato liberal “nominato” con il porcellum tra i berluscones. SEGUIREI FINI.

E poi Ora rispunta Alleanza Nazionale e Ecco la squadra dei manager finiani.

Seguiti dalla solita razione di interviste quotidiane. A Silvano Moffa. Sempre iper costruttivi, ovviamente: “Il Pdl si sta suicidando, Berlusconi ascolti il cofondatore”. A Adolfo Urso. Se necessario pronti alla conta. Andrea Ronchi. “C’è chi lavora per distruggere. Noi vogliamo rafforzare il Pdl”. Con il Pdl-Italia.

Qui è la Fedelissima Flavia Perina: “Avanti con i nostri valori”. Perina che poi sul vendutissimo nelle edicole quotidiano NEL Pdl, dichiarandosi contenta di fare finalmente un dibattito a viso aperto (chi glielo ha impedito finora?) chiama tutti A prendere una posizione. Anche lei vittima predestinata, lamenta il silenzio e le discriminazioni subite dalla stampa, ma “ora tutti avranno una tribuna per esprimersi, non solo chi ha la fortuna di un direttore di giornale amico”. “Finalmente”.

Ecco il “retroscena” di Repubblica. Retroscena, loro che vogliono anche la testa di Minzolini, che gli ambienti vicini al Presidente della Camera continuano a far trapelare incessantemente. Fini prepara la sfida in Direzione e sogna una nuova “An”. Ho i numeri per farli ballare”.

Ancora Secolo, sempre per confrontarsi costruttivamente. Questa volta con la Lega ed è Fiorello Cortiana a farlo. Ma le province (che andavano abolite) sono la loro forza. Miguel Gotor spiega invece, come Dietro a Fini, ci sia UN’ALTRA DESTRA.

E per finire, Giuseppe Oddo sul Sole. Ora anche lui si accorge, dopo un anno di accordi sottobanco e di contemporanei distinguo ufficiali di Gianfranco Fini (“io non c’entro nulla con la Sicilia. Il Presidente della Camera non si occupa di queste cose”), dei “Ribelli” apripista in Sicilia.

Speriamo davvero che si decidano a farlo un congresso vero. Non sarebbe una cattiva idea comunque vada.

update: Ora è online sul sito del Corriere il viceministro finiano all’opera ieri notte in tv. Ma bisogna rivederla tutta la trasmissione e ascoltarle e riascoltarle bene le idee “elaborate” dal duo (Bocchino-Urso) nella loro performance televisiva. Senza dubbio, meritano la massima attenzione.

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Chi ha buoni argomenti

Davanti agli elettori, chi ha buoni argomenti per difendere le proprie ragioni potrà farle valere”. A dirlo è stato il vicepresidente Pdl del Senato, Domenico Nania (anche lui ex-An).

“Se nascesse un nuovo gruppo parlamentare – ha poi aggiunto il vicepresidente – le elezioni sarebbero l’unico sbocco plausibile. Diversamente la prospettiva è quella del ribaltone, sulla quale ogni commento, in questo momento, appare fuori luogo e superfluo”.

via Nania (Pdl): “No a ribaltoni, semmai si vada al voto” | l’Occidentale.

Dalla Sicilia, terra del vicepresidente del Senato che è anche il co-coordinatore del Pdl, arriva qualche novità. Miccichè agita il ramoscello d’ulivo “Silvio, ti voglio bene”. Sul suo blog appare una Lettera aperta. Qui invece si parla di nord, E’ inutile girarci intorno.

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Il fatto non sussiste

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Faceva meglio

Visto come è andata a finire (Decreto sul voto, sì del Colle), anche se non si sa ancora come finirà definitivamente (L’opposizione pensa alla piazza forse per riprendere chi la piazza l’aveva comunque evocata? “Avessero escluso il Pd saremmo già in piazza”), propongo un post lasciato finora tra le bozze perché ritenuto da me troppo “acido” e che su più di un argomento è sicuramente assolutamente datato.

Beh si lo ammetto e non me ne vergogno, io sono tra quelli cresciuti senza “geni della politica” o executive master in business administration che ci “autorizzassero” a fare politica (a’ pulitica), misurando preventivamente i nostri curriculum. Senza guru o ex spin doctor, che curavano la comunicazione del candidato. Io rientro senz’altro tra quelli che hanno una visione romantica e passatista della politica, cresciuti a pane e militanza (si chiamava una volta). Che so perfettamente essere un passato che non ritorna, né ho nessunissima intenzione di proporlo come modello oggi. E’ solo un pezzo di storia che mi è venuta voglia di raccontare. Un fare politica fatta di segretari di sezione e di funzionari (solo nelle “Federazioni Provinciali”, pagati una miseria (rimborso spese), nelle sezioni comunali il partito non poteva permetterselo, non era il Pci degli anni dell’Urss). Di riunioni interminabili in cui si controllava e ricontrollava anche il pelo nell’uovo, in cui si discuteva e ridiscuteva su tutto, con tutti e dove tutti “contavano” in ragione del loro impegno quotidiano. Dall’elettricista allo spazzino (oggi operatore ecologico) “analfabeta”, dal professore universitario all’avvocato. Noi al massimo, ai tempi, devo ammetterlo mestamente avevamo un professore di scuola media come consigliere prima comunale e dopo provinciale e il segretario era un misero ex impiegato in pensione, forse oggi non avrebbero neanche avuto il curriculum “giusto”. Sei convocato per discutere della Presentazione delle liste o fare l’analisi del risultato elettorale, questi alcuni gli ordini del giorno delle riunioni che però ci venivano notificati in modo assolutamente abituale. Chiamavamo il segretario del mio partito nel mio paesino, ironicamente e ridendoci su ogni volta tra noi “carusi”, il “Federale”, per come si “scattava” ad ogni suo ordine. Ancora oggi non nego la nostalgia per il piacere che si provava nel dirla agli altri e nel sentirla noi questa cosa: “il mio partito”, ci vediamo al “partito”, riunione stasera al “partito” (“Un piacere delizioso m’aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa. M’aveva subito resi indifferenti le vicissitudini della vita, le sue calamità, la sua brevità illusoria…”). Appena si arrivava  in piazza (niente internet sms o telefono, c’era la piazza per incontrarsi e comunicare) e qualcuno diceva “ti cerca il segretario”, tutti a correre per andare a parlare con lui e sapere cosa c’era da fare e qual’era il compito che ti spettava. “Devi metterti in lista perché non ci sono persona a sufficienza”. Ma segretario chi mi vota ? Ci serve, dobbiamo chiudere la lista, anche se prendi un voto, il tuo, devi farlo. Obbedisco. Stasera alle 11 tutti in sezione per i manifesti. Tu vai nella “squadra” di Mario, tu vai con Mimmo, tu invece che “ssi fimmina” vai in quella di Eugenio, mi fido più di lui è più grande e ha la testa sulle spalle. Qua ci sono i soldi per i panini (se andava bene) e la colla fateveli bastare. Bene. Tu vai come rappresentante di lista alla X. Ma segretario è a “casa diddio”, non posso stare al centro? Devi stare alla X, ci servi là. Spedita senza fiatare oltre in una “sperduta” sezione elettorale periferica, dove le ore dello sfoglio diventavano interminabili e al massimo si poteva scambiare qualche parola con il carabiniere di turno e con il compagno del Pci (il “nemico” comune era la DC). “Perché non devi muoverti di lì fino alla fine e devi contestare e fare mettere a verbale qualsiasi cosa non ti convince, poi ti veniamo a prendere” (pochi avevano la macchina propria, qualche scassato motorino). Sfogli passati inesorabilmente a sentire scandire dal Presidente di turno i voti degli altri, bene che andava il tuo di partito ne prendeva 5 o 6. Dobbiamo annunciare il comizio. Ok. Tu fai il centro, tu la periferia. E si passava ore e ore a girare sulla macchina dove erano state montate sul tettuccio le casse e il megafono. Questa sera alle ore… parlerà il candidato alla Camera dei deputati X e ti sentivi investito del ruolo di presentatore ufficiale. Chiunque fosse il candidato, era il partito ad organizzare il “palco”, a pubblicizzare la sua presenza ed era il mitico “segretario” a presentarlo nel comizio. Poi sono arrivati i comitati elettorali. E le federazioni e le sezioni sono state chiuse o sono diventate “superflue” e inutilizzate. Tutto questo in Alleanza Nazionale, non nel forzaitaliota partito di plastica. Ora la politica si fa così: “Tu non puoi capire”. Proprio riandando con la memoria a questo miei ricordi, non ho potuto non concordare con quanto scritto qui: Invece di circondarsi di geni e visagisti, il Cav. faceva meglio a recuperare il funzionario di partito. Ma il mio è solo uno spaccato di storia ottocentesca.

Aspettando che tutto si risolva per il meglio (ndr altra parte datata), si anche questo, sono cresciuta con questa “distorta” visione, critiche si, dissenso certo, ma quando serve tutti insieme e tutti uniti come una famiglia, mi limito solo ad azzardare una piccola riflessione. Non è che i timori manifestati a più riprese, attenti sul territorio si creano “voragini”, padronissimo chiunque di cambiare idea, padronissimo di dissentire, ma questo “balletto” a cui assistiamo è pericolosissimo, dirompente, decidete una buona volta dove volete stare e andiamo avanti, ho provato a dire milioni di volte. Non è che i mesi e mesi di “scazzi politici” pubblici (al di là delle posizioni di merito), di chi si trastullava in fondazioni, conventicole, pensatoi, contenitori vuoti per una cultura inesistente c’entrino qualcosina?

Ma noooooooo. Quando maiiiiii. Ma che stai dicendo, le tue analisi sono “deliranti“.

E oggi, si è arrivati inequivocabilmente al game over, negarlo sarebbe inutile. Ma a qualcuno non basta neanche quello a cui abbiamo assistito. Bisognerebbe scegliere, secondo loro, tra il “siamo in piena emergenza democratica” (l’altra “demenziale” maratona oratoria ce lo ha detto eloquentemente) o l’altra opzione: stiamo vivendo l’ultimo atto del complotto ordito dai berluscones contro Fini e i finianes.

Complotto, realizzato, non solo nel Lazio, con un coordinatore ex An e con i presentatori che “camminavano in coppia come i carabinieri”, ma addirittura infiltrando qualcuno nello staff della Polverini, che non ha trovato nessuno capace di controllare i documenti del listino, prima di presentarlo e anche nella lombardia formigoniana e leghista che non avrebbe potuto votare (cioè poi mi dovrebbero spiegare come la inseriscono dentro il complotto contro Fini questa cosa). Altro che 25 luglio. Il tutto dopo aver fatto ridere il mondo chiedendo al Presidente Napolitano di intervenire, invece di organizzare il ricorso e chiedere immediatamente e contemporaneamente la testa del coordinatore regionale. Le gerarchie amici, le gerarchie e l’assunzione di responsabilità, amici. Troppo ottocentesche e fuori moda? Il complotto si concluderebbe ovviamente, si “predice” già da qualche giorno, con l’abbandono da parte di Fini sia del Pdl che del governo. Condizione essenziale per non andarsene? A quanto pare sarebbe vincere, aggiungono (e ricordiamolo), in Lazio, Campania e Calabria. Se questo non avvenisse (attenti sulla Calabria, poco informati a mio avviso sulle dinamiche territoriali, informarsi meglio dalla Napoli e da Granata casomai) il governo, ci avvertono con assoluta certezza, cadrà a maggio. Transeat, per quello dovremmo solo aspettare ancora un po’. Io, presuntuosamente di dubbi su come sarebbe finita sul piano politico non è ho mai avuti. E non ho avuto bisogno di aspettare questo indecente spettacolo odierno. Oggi il finologo del Foglio scrive: Dietro il pasticciaccio delle liste c’è una resa dei conti anticipata. Tutti sono d’accordo su una cosa: la fusione non è riuscita. Mentre Franco Debenedetti sulla prima pagina dello stesso giornale, nella sua lettera al Direttore azzarda: “Se per il Cav. il rischio del fallimento è eccezionale, eccezionale deve essere l’iniziativa: elezioni anticipate.” Per il Riformista Fini è di nuovo a un passo dalla scissione. Quante volte l’abbiamo sentito?

Quello che a me “vecchio arnese” della politica e con buona memoria della storia del mio ex partito ha fatto sobbalzare sulla sedia è però un commento che ho avuto occasione di leggere.

[...] io son sempre stato tesserato ad AN non ho mai perso un congresso… qualsiasi mio incarico è sempre stato preceduto da un elezione, votazione o delega… qui nulla…

Cavolo. “io son sempre stato tesserato ad AN non ho mai perso un congresso… “. Parla di Alleanza Nazionale? La mia Alleanza Nazionale? A questo punto non ho potuto far altro che domandarmi, non è che mi sono distratta, chessò sono andata in vacanza da qualche parte all’estero e nel frattempo in An hanno fatto qualche elezione, votazione, delegato qualcuno democraticamente e hanno fatto anche qualche congresso che mi sono persa?

Pare di no. Nessuna distrazione. Internet conferma. Wikipedia continua a dire alla voce Alleanza Nazionale, Congressi nazionali:

  • I Congresso – Fiuggi, 28-29 gennaio 1995 – Cresce la nuova Italia
  • II Congresso – Bologna, 4-7 aprile 2002 – Vince la Patria, nasce l’Europa
  • III Congresso – Roma, 21-22 marzo 2009 – Nasce il partito degli italiani

Confermati in pieno i miei ricordi, una media di 7 anni dicasi 7 tra un congresso e l’altro tra il 1995 e il 2009. Con il segretario prima e il Presidente dopo eletti, nelle due occasioni, sempre per acclamazione. Cioè se dovessimo ripetere oggi quello che è stata la storia consegnataci da An, un nuovo congresso nel Pdl potremmo anche svolgerlo tranquillamente quantomeno nel 2015, per acclamare chi sarà. Io non conosco ovviamente l’età del commentatore Alfio. Ma ipotizzando ne avesse 20 nel 1995, anno di nascita di An, ne ha dovuti fare 34 per avere l’onore di “ratificare” la decisione presa personalmente e anticipatamente dal Presidente di far confluire An nel Pdl. Se ne avesse avuti 40 ne ha fatti 47 per votare per la prima volta ad un congresso e 54 per ripetersi per la seconda volta. Perchè una cosa è sostenere che questi qui che ci sono ora sono degli incompetenti (e arroganti) che hanno fatto ridere il mondo o che ci sarebbe dietro il complotto dei complotti e chi più ne ha più ne metta (padronissimi ovviamente di immaginare la qualsiasi), come se a pagarne il prezzo sia oggi Bs o Fini e non il Pdl tutto, altro è paragonarlo a cose che sono successe in quella modalità solo nella mente fantasiosa di qualcuno. Alla faccia di elezioni, votazioni o deleghe per qualsiasi incarico …

Un consiglio spassionato. Usiamo le “nuove tecnologie” e esercitiamoci tutti qui che è meglio. Generatore automatico di giustificazioni.

p.s.: a meno che non si parlava di quest’altra storia, era pre-Fini, quando i congressi si svolgevano mediamente ogni due anni. Ma attenti prima di commentare, in quel caso si parla di quel passato che:

pesa sempre meno e comunque più passano gli anni maggiori sono le possibilità per riflettere e a volte rivedere certi giudizi

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Indiziato numero uno

Italo Bocchino, vicecapogruppo dei deputati del Pdl, è in cima alla lista degli indiziati, fra i presunti autori dei giochi di potere. A lui viene attribuita una frase che ha fatto letteralmente infuriare il capo del governo: «Verdini e La Russa sono due morti che camminano». Lui, non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, smentisce: «È impensabile, La Russa è il meglio che esiste, i problemi li hanno “loro“, non “noi“, è una guerra intestina a “loro“».

Nell’uso dei pronomi c’è il problema dei problemi. I partiti sono rimasti due. “Loro” sono quelli di Forza Italia. “Noi” sono gli ex di An.

via Coordinatori divisi, trame dei ministri Ma l’affondo del premier è per Fini – Corriere della Sera.

Marco Galluzzo, racconta abbastanza correttamente la cronaca di questi ultimi giorni per un verso, per poi aggiungerci qualcosa di suo nelle conclusioni che non ha assolutamente nessun riscontro con i fatti accaduti. Bocchino sarebbe l’indiziato numero uno, si dice (ma lui nega), che avrebbe sparato a zero oltre che su Verdini anche contro Ignazio La Russa (è un morto che cammina). Ed è proprio a questo punto che i fatti ci dicono tutto il contrario della conclusione a cui giunge il giornalista del Corriere: «I partiti sono rimasti due. “Loro” sono quelli di Forza Italia. “Noi” sono gli ex di An». Eventualmente rendono solo più chiaro il problema così come lo pongono e lo vivono da tempo Fini e i finiani.

Perché i fatti e la cronaca avevano appena registrato una lunga e ampia intervista a tutta pagina sul Riformista, giornale che Galluzzo evidentemente non legge, dove l’on. Fabio Granata aveva chiesto ufficialmente il passo indietro e l’autosospensione di Verdini denunciando contemporaneamente «una questione morale» nel Pdl. Per questo aveva detto, mi sembra senza possibilità di essere male interpretato: «Dopo le Regionali il Pdl ha bisogno di una guida certa. Via i triumviri», aggiungendo tra le altre cose «Bertolaso? Nella migliore delle ipotesi poteva non sapere», mentre sull’operazione trasparenza aveva intimato: «L’antimafia voti il codice etico senza se e senza ma» (se ne parlava qui). Qui tutta l’intervista per chi si se la fosse persa.

Bocchino, vox populi, tra l’altro è anche colui che dovrebbe, nella strategia neanche tanto nascosta portata avanti finora, sostituire proprio quel La Russa attuale morto che cammina, come co-coordinatore e che nelle “veline di chiara fabbricazione interna” viste all’opera in questi giorni, la grande stampa nazionale dava come nominato “certo”. Così come era stato indicato e richiesto da tempo. La qual cosa veniva ad essere rappresentata, ovviamente, come una grande vittoria “politica” di Fini e dei finiani. E’ da tempo immemore, infatti, che i finiani, chiedono un “riequilibrio” con la sostituzione del Ministro (dopo esser stato nominato primus inter pares da Fini stesso e ratificato dall’assemble nazionale di An) per presunte “incompatibilità” e non sentendosi “LORO” rappresentati ai massimi livelli, in questo caso proprio da un ex di An. Altra cosa che mostra una scarsa informazione, anzi una vera è propria disinformazione è il dire che: “Paolo Bonaiuti ad Arezzo aveva visto più lungo di altri: basta con il metodo del 70 e 30 per ogni cosa, le cariche, le liste, il partito è di tutti, il futuro è la collegialità. Non è stato ascoltato, almeno non da tutti”. Sono stati propri i finiani a ritenere e ribadire sempre che questa impostazione servisse a “penalizzare” loro e che le “quote” dovevano essere assolutamente rispettate.

“Il Presidente della Camera, sottolinea qui un deputato finiano, intende costruirsi spazi di agibilità politica nel partito e per farlo occorre intervenire sull’organigramma, sulle quote ormai sfalsate dal rimescolamento in atto. A partire dall’ufficio politico, ovviamente. Senza però dimenticare il coordinamento”.

La discussione nel resto del partito, invece, era stata ampia e aveva coinvolto molti rappresentanti anche tra gli ex an (da Gasparri e Quagliarello, da Bondi e Cicchitto intervenuti in infinite occasioni). Mentre loro hanno addirittura trovato modo di ridire ed esultare anche sullo scarso successo del tesseramento che a loro dire sarebbe solo servito ad isolarli («la retorica delle tessere è stata usata infatti per far tacere le minoranze interne. Il tesseramento? un bluff», sempre Granata intervistato dal Riformista). Polemiche infinite spesso culminate in “voci” insistenti più o meno eterodirette che lasciavano intravedere chissà quali sfraceli, per poi smentirli e negarli categoricamente, anzi accreditarli come nati dai nemici che li volevano screditare, perché loro mai e poi mai avrebbero tradito. Come poco prima di Natale: Pdl, voci insistenti su gruppo autonomo. E Fini riunisce ex di An.

Bocchino, come scrive Galluzzo, è indiscutibilmente, in cima ad un’altra lista, quella della fiducia personale del presidente della Camera, Gianfranco Fini. E dato che fare due più due non dovrebbe essere difficile per nessuno, meno che mai per i grandi analisti della politica nostrana è chiaro che i «giochi di potere» citati da Berlusconi erano, senza discussione, un messaggio al co-fondatore. E ai suoi uomini che fanno costantemente e quotidinamente il “lavoro sporco” per lui sulla “grande” stampa. Finalmente, dico io. Era ora.

Per finire vero è che Bocchino parla di “NOI” e “LORO”, mostrando in modo chiaro cosa ci sia dietro le loro tattiche e quale sia la loro cultura politica, ma è assolutamente falso che dietro il “NOI” di Bocchino ci siano gli ex di An. Ci sono gli amici di Fini. Nuovi e vecchi. Quello si. Compreso probabilmente il suo nuovo consigliere per l’economia (e anche sulle questioni etiche: il radicale del Pdl, indicato dallo stesso Fini come l’interprete della sua linea). Che hanno tra le loro principali occupazioni e preoccupazioni quelle di piazzare le “loro” truppe. Amici vecchi e nuovi che sono padronissimi, ovviamente, di fare le loro libere battaglie politiche e di condividere le posizioni di Bocchino e di Granata, ma che niente hanno a che fare e a che vedere con gli ex di An.

Tanto per chiarire. Ci siamo abbondantemente stufati di sentire parlare a sproposito di ex-An che starebbero tutti dietro questo modo di fare “politica”.

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Forse…

Il ministro Alfano è sceso in campo:

«E’ una iniziativa personale» e «non fa parte del programma di governo. Non fa parte dei progetti del governo, non è avvallato dal governo».

E Beppe Pisanu, presidente dell’Antimafia, ha plaudito alla precisazione. Il presidente della Affari Costituzionali, Vizzini, ha incalzato: «Materie delicate come quella del ruolo dei collaboratori di giustizia e della valenza delle loro dichiarazioni vanno trattate in un contesto complessivo che non può ridursi ad un singolo disegno di legge che si occupi esclusivamente di questo». E La Russa ci ha messo una pietra sopra: «E’ una proposta di un singolo parlamentare, certo una persona autorevole, a cui sarà prestata la dovuta attenzione. La pdl seguirà il suo percorso che può anche essere lungo o infinito». A questo punto l’opposizione si è placata. La Finocchiaro ha preso atto della dichiarazione del ministro Alfano: «Ci auguriamo ora che la maggioranza in Senato si comporti di conseguenza».

via Legge anti-pentiti: No di Alfano, ma Valentino resiste

Forse però l’on. Granata avrebbe potuto chiedere rassicurazioni qualche annetto fa al Presidente Fini quando l’ha “nominato” o quando sempre in quota ex-an dal Presidente della Camera (non mi pare che sia stato Bs a decidere le “nomine” degli ex-An) è stato designato alle cariche istituzionali e di partito che oggi riveste o no?

Che già sull’indulto mi pare avesse manifestato abbondantemente “le proprie pulsioni culturali“. Chi l’ha “nominato” scompare nelle nebbie della disinformazione e delle dimenticanze collettive, diventando assolutamente ininfluente in questo clima così tanto profuso di eretico avanguardismo.

O il giochino di chiedere il rispetto della formula magica del 70-30 vale solo nel caso in cui bisogna rivendicare e occupare nuove poltrone?

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