Scontri e delusioni

La giornata politica vista dal Riformista e dal Foglio.

Un altro stallo. Stavolta il Colle è deluso dal Pd.

Peggio di così, vista dal Quirinale, non poteva andare. A Giorgio Napolitano non è riuscito di sottrarre la riforma del federalismo alle maglie dello scontro politico. All’ira e alla preoccupazione dei giorni scorsi per la guerra tra i poteri dello Stato, si è aggiunta ieri la forte delusione per come è maturata una nuova situazione di stallo e di scontro istituzionale. Una delusione che riguarda innanzi tutto il comportamento dell’opposizione, Pd in testa, dopo l’invito che Napolitano ha avanzato nel discorso tenuto a Bergamo due giorni fa. Nella sua formulazione integrale, il discorso recitava così:

«Vorrei aggiungere una considerazione che giudico fondamentale. Per portare avanti riforme che sono all’ordine del giomo – e mi rivolgo a quanti sollecitano decisioni annunciate in nome del federalismo e ormai giunte a buon punto per portare avanti l’attuazione di quel nuovo Titolo V della Costituzione che fu condotto dieci anni fa all’approvazione del Parlamento e del corpo elettorale da una maggioranza di centrosinistra ed è stato avviato a concrete applicazioni da una maggioranza di centrodestra, è stato decisivo e resta oggi decisivo un clima di corretto e costruttivo confronto in sede istituzionale. Si esca dunque da una spirale insostenibile di contrapposizioni, arroccamenti e prove di forza da cui può soltanto uscire gravemente ostacolato qualsiasi processo di riforma».

Ciò che andava evitato, secondo Napolitano, era proprio lo stallo che si è verificato ieri in bicamerale, dato che il risultato era ampiamente prevedibile e pronosticato.

Un’altra giornata mica male per il Cav.

Il governo aveva fatto il possibile per venire incontro alle richieste di merito non solo dei comuni, che com’è noto sono state largamente soddisfatte (il Pd se n’è infischiato), ma anche delle formazioni politiche riunite nel cosiddetto Terzo polo. In particolare era stata offerta una sorta di bonus da un miliardo per le famiglie che vivono in affitto. Tutto inutile, soprattutto per la coriacea volontà di Gianfranco Fini di “farla pagare” al Cavaliere. Fini non è solo il leader di una formazione politica, è il presidente della Camera e, anche in questa veste, ha rifiutato tutte le ipotesi che non coincidessero con la sua volontà di ritorsione.

Il Parlamento aveva un’occasione per dimostrarsi centrale, realizzando una trattativa di merito per migliorare il decreto, ma le opposizioni non avevano questo obiettivo. Volevano solo bocciare quello dell’esecutivo, nella speranza di far saltare l’accordo tra Berlusconi e la Lega. Infatti continuano a spiegare che, se Bossi costringesse il premier alle dimissioni, la strada del federalismo sarebbe spianata. Usando il dibattito su un tema istituzionale in vista di un obiettivo strumentale, hanno dimostrato disprezzo per le istituzioni che a parole difendono, in omaggio a una tattica ostruzionistica e sfascista che preoccupa seriamente chi, come il Quirinale, ha interesse alla tutela della dignità delle istituzioni. E’ un altro segno di degrado della vita pubblica e d’irresponsabilità, reso più insopportabile dalle prediche ipocrite con le quali viene condito.

update:Questo era ieri. Oggi è così: Federalismo: Napolitano, «Decreto irricevibile, non ci sono le condizioni». Non sappiamo ancora cosa significhi. Lettera del Capo dello Stato a Berlusconi: “Non firmo“. Qui la lettera. Il Presidente motiva il suo rifiuto a norma dei:

commi 3 e 4 dall’art. 2 della legge n. 42 del 2009 che sanciscono l’obbligo di rendere comunicazioni alle Camere prima di una possibile approvazione definitiva del decreto in difformità dagli orientamenti parlamentari. Pertanto, il Capo dello Stato ha comunicato al Presidente del Consiglio di non poter ricevere, a garanzia della legittimità di un provvedimento di così grande rilevanza, il decreto approvato ieri dal Governo.

La legge a cui si fa riferimento è questa: Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione. E, secondo me, correttamente, il Quirinale la cita.

Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni e rende comunicazioni davanti a ciascuna Camera. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo.

Ma lo ritengo comunque un passaggio formale, perché il governo (secondo la legge), ha comunque la piena legittimazione a procedere, anche in caso di parere contrario. Non è quello il problema. Poi decorsi 30 giorni i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal governo. Bisognerebbe capire come intende procedere il governo e come ha giustificato tecnicamente il proprio operato. Cosa che dato che sui giornali si parla di tutto tranne che del merito non è per niente chiara.

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