L’unica via per soddisfare milioni di esigenze diffuse

Stralci della voce “Concorrenza” dal “Dizionario del Liberalismo italiano” edito da Rubbettino, in uscita in questi giorni, promosso tra gli altri da Francesco Forte, Fabio Grassi Orsini, Giovanni Orsina e curato da Gerardo Nicolosi.

La concorrenza è un processo di scoperta che avviene in condizione di rivalità: la sintetica definizione è proposta da Stephen L. Littlechild (2009), sulla scorta dell’insegnamento soprattutto di Friedrich A. von Hayek (1899-1992), forse l’autore che più di ogni altro ha contribuito a porre le condizioni per una revisione in senso liberale delle teorie della concorrenza. In passato, l’enfasi era stata perlopiù sulla condizione di rivalità – ovvero sul pluralismo sul versante dell’offerta. Nell’ambito della teoria emersa come dominante dall’economia neoclassica, si era giunti a definire le condizioni di “concorrenza perfetta” sulla base di taluni assunti:
- l’impresa più grande, in un dato mercato, non vi contribuisce che con una modesta frazione delle vendite: vi sono pertanto molte imprese, in quel settore industriale;
- ciascuna di queste imprese che rivaleggiano, l’una con l’altra, per attrarre la domanda, è gestita indipendentemente da altre. Il decision making imprenditoriale è pertanto disperso, nel mercato;
- ciascuna di queste imprese vanta una conoscenza perfetta delle condizioni di produzione. Se i primi due assunti assicurano l’autonomia delle imprese coinvolte nel processo competitivo, questo terzo contribuisce a far sì che esse possano venire effettivamente considerate parte di uno stesso mercato: l’assoluta congruenza delle informazioni disponibili rispetto alle condizioni in cui si produce e si scambia, fa sì che i prodotti siano perfettamente equivalenti. La concorrenza, dunque, implica sostituibilità dal lato della domanda: per il consumatore, il prodotto dell’impresa A vale il prodotto dell’impresa B;
- i fattori produttivi sono uniformemente mobili, e l’informazione sul loro uso più efficiente è perfettamente distribuita. Si presuppone che la tecnologia sia “data” (non vi è impatto dell’innovazione tecnologica) e tutte le imprese abbiano a disposizione la più efficiente. La struttura dei costi delle imprese è pertanto identica.

Le due condizioni cruciali, perché vi sia concorrenza perfetta, sono allora l’esclusione della strategia del prezzo dall’ambito del decision making imprenditoriale, e quella che è nota come la “legge dell’indifferenza” di Jevons: in un qualsiasi istante, in un mercato perfetto, a causa dell’uniforme distribuzione dell’informazione non può esistere più di un prezzo per una merce omogenea.

via Siate umili, liberalizzate – [ Il Foglio.it › La giornata ].

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