Il più indecente dei vizi nazionali

Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E’ stato sempre “trombatissimo”. Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al Csm, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso…

A dichiarare queste cose è qualcuno al di sopra di ogni sospetto. Altro che “macchina del fango”. Anzi. Quel qualcuno continuava così:

“Ma i colleghi che oggi sono andati a Palermo, ai suoi funerali, dicevano fino all’altro ieri di diffidare di lui”.

Il tono si alza ancora, la requisitoria si concentra sulle persone, sui Pm dell’inchiesta Mani pulite:

“Tu, Gherardo Colombo, che diffidavi di Giovanni, perché sei andato al suo funerale? Giovanni è morto con l’amarezza di sapere che i suoi colleghi lo consideravano un traditore. E l’ultima ingiustizia l’ha subita proprio da quelli di Milano, che gli hanno mandato una richiesta di rogatoria per la Svizzera senza gli allegati. Mi ha telefonato e mi ha detto: “Non si fidano neppure del direttore degli Affari penali”.

E proseguiva:

“Per bloccarne la candidatura (di Falcone all’antimafia, ndr) – spiega – un togato del Csm, Gianfranco Viglietta, di Magistratura democratica, esaltò in una lettera al presidente Cossiga l’”assoluta indipendenza” dell’antagonista di Falcone, Agostino Cordova, osservando che “i criteri per la nomina a importantissimi incarichi direttivi non prevedono notorietà o popolarità”. Dunque, Falcone non era indipendente, ma solo “popolare” per Viglietta. Più esplicito in quell’accusa fu Alfonso Amatucci, anch’egli togato al Csm, per la corrente dei Verdi (cui pure Falcone aderiva). Scrisse al Sole24ore che Giovanni “in caso di designazione, avrebbe fatto bene ad apparire libero da ogni vincolo di gratitudine politica”. Falcone era più o meno un “venduto” per Amatucci”.

E ancora, guardando a fuori il Palazzo, non risparmia dalle critiche esponenti di sinistra:

“Leoluca Orlando Cascio (già sindaco di Palermo, ndr), nel 1990, sostenne e non fu il solo, soprattutto nella sinistra che “dentro i cassetti della procura di Palermo ce n’è abbastanza per fare giustizia sui delitti politici”. Quei cassetti, dove si insabbiava la verità sulla morte di Mattarella, La Torre, Insalaco, Bonsignore, erano di Falcone. Ritorna l’accusa di Amatucci e Viglietta: Falcone è un “venduto”. Delle due l’una, allora. O quelle accuse erano fondate e allora non si beatifichi come eroe un magistrato che ha fatto commercio della sua indipendenza o quelle accuse erano, come sono, calunnie e gli artefici avvertano la necessità di fare pubblica ammenda. In dieci anni, non ho ancora ascoltato una sola autocritica nella magistratura e nella politica”.

Per chi non lo sapesse, pochi mesi prima della strage di Capaci, il 25 febbraio 1992, la commissione incarichi direttivi del Csm votò contro la designazione di Giovanni Falcone al vertice della Superprocura antimafia preferendogli Agostino Cordova. Contro Falcone votarono Franco Coccia consigliere laico del Pds, Gianfranco Viglietta di Magistratura Democratica e Alfonso Amatucci del Movimento Proposta ’88 (vicino ai Verdi). Amatucci poi chiarì “L’indipendenza politica di Cordova è comprovata per tabulas ed è più marcata che in Falcone”.

A favore votarono in due: Giacinto De Marco di Unità per la Costituzione e il consigliere laico del Psi Pio Marconi, mentre il Presidente Renato Teresi di Magistratura Indipendente a sorpresa votò per il Procuratore di Civitavecchia Antonino Lojacono.

Nell’archivio online de La Stampa ho ritrovato altre cose interessanti: Falcone: Ecco perché Orlando sbaglia. E ancora, sempre Falcone rivolgendosi ad Orlando: I processi non si possono fare come li fai tu. Mentre qui l’ex sindaco di Palermo, attuale pezzo grosso dell’Idv, esultava – Ho vinto – dopo aver appreso la notizia che il Csm aveva aperto un’inchiesta sull’attività della procura di Palermo e di Giovanni Falcone. E non era il solo:

Sono d’accordo anche Pietro Folena, segretario siciliano del pds, e Massimo Brutti, della direzione nazionale del Pds, che ieri da Palermo hanno inviato al Csm una loro memoria su “buchi neri e omissioni” nelle inchieste.

Il 9 gennaio 1992 il giornalista di Repubblica Sandro Viola commentando il libro-inchiesta del magistrato (Cose di cosa nostra), in un articolo dal titolo “Falcone, che peccato!” lo accusava di essere “entrato a far parte di quella scalcinata compagnia di giro degli autori di instant books, degli ‘opinionisti al minuto’, dei ‘noti esperti’, degli ‘ospiti in studio’, che sera dopo sera – quasi un memento mori – s’affacciano sugli schermi televisivi” e concludeva che in questo modo si “pone il problema della compatibilità tra la funzione dell’apparato statale e l’attività pubblicistica”.

“Egli (Falcone, ndr) è stato preso, infatti, da una febbre di presenzialismo. Sembra dominato da quell’impulso irrefrenabile a parlare, che oggi rappresenta il più indecente dei vizi nazionali”

Qui a commentare “l’astio e il pesante attacco personale” da parte di Viola al magistrato ucciso è Gerardo Chiaromonte, che intervistato sul quotidiano torinese rispondendo a un La Licata che gli sottolineava come le critiche a Giovanni Falcone “non vengono solo dai giudici”, spiegava:

Capisco a cosa allude. Devo dire che ho trovato, per esempio, incomprensibile, l’attacco che il giornalista Sandro Viola, che pure stimo molto, ha mosso al libro di Falcone. Di fronte a un libro, ovviamente, ogni critica è lecita (e anch’io avrei da farne), ma in quell’articolo mi è sembrato di cogliere un pesante attacco personale e un astio di cui non sono riuscito a capire le motivazioni.

E queste cose le dichiarava il 3 Ottobre del 1991 Giovanni Falcone a Mario Pirani, che le scriveva su Repubblica:

La questione centrale, che non riguarda solo la criminalità organizzata, sta nel trarre tutte le conseguenze sul piano dell’ordinamento giudiziario che il passaggio dal processo inquisitorio al processo accusatorio comporta. Se questa riforma dell’ordinamento non sopravviene rapidamente il nuovo processo è destinato a fallire. Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienze, competenze, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo. E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carriere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del Pm con questioni istituzionali totalmente distinte.

[...] Vorrei fare una premessa di carattere più generale sul rapporto magistratura-polizia: ebbene io credo che sia profondamente sbagliata la concezione, che si evince anche dal nuovo codice, secondo cui il Pm è il capo effettivo, addirittura operativo, della polizia giudiziaria. Si è confuso l’organo investigativo con l’organo dell’esercizio dell’azione penale. Il controllo di un Pm che indica alla polizia i modelli giuridici validi e ne controlla l’applicazione è una norma di civiltà, ma il timore che una polizia giudiziaria troppo indipendente possa ledere l’indipendenza della magistratura si è tradotto nella pericolosa e velleitaria utopia di un Pm, magari di prima nomina, superpoliziotto per diritto. E’ questa una delle cause della attuale situazione catastrofica, in cui la polizia giudiziaria è indotta a deresponsabilizzarsi, attende istruzioni e si appiattisce sull’inadeguatezza del Pm, divenuto punto di riferimento di ogni possibile errore.

Le parole che ha detto davvero.

Rileggere Giovanni Falcone.

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