Archivio per Scuola & Giovani

Il «germe» della valutazione

Irene Tinagli commenta un’altra cosa che nel frattempo va avanti.

Dopo tante polemiche e dopo tanta pazienza, Mariastella Gelmini finalmente esulta. E ha molte ragioni per farlo.

La sua Riforma è stata approvata ieri in Senato, con un impianto sostanzialmente integro, non stravolto dalle centinaia di emendamenti che rischiavano di snaturarlo completamente. Ma l’approvazione del ddl non è solo un ottimo successo per il ministro, ma anche, nel complesso, un buon passo avanti per l’Università Italiana.

Alcune delle misure introdotte rappresentano delle innovazioni «culturali» sicuramente di rilievo, perché per la prima volta si introduce l’idea di valutazione sia sulle attività degli Atenei che sulle attività dei singoli docenti, anche i professori quelli già inseriti nel sistema. Le valutazioni non sono drastiche e mieteranno forse meno vittime del previsto, ma intanto viene introdotto nel sistema il «germe» della valutazione, del «merito», quel cambiamento culturale che per anni è stato oggetto di tanta retorica e annunci, ma rarissime azioni concrete.

Il decreto prevede numerose novità anche nella gestione e nella governance accademica, ma il punto che ha suscitato maggiori polemiche e che più tende a rompere vecchie logiche di funzionamento è quello che riguarda la figura dei ricercatori, che diventano a tempo determinato, per un massimo di 6 anni (quindi niente più ricercatori a vita), e le procedure di assunzione dei nuovi professori, che passeranno tutte attraverso un concorso di abilitazione nazionale (con commissione tirata a sorte) di fronte al quale ogni concorrente sarà trattato alla pari. Nessun favoritismo o priorità per chi è già nel sistema, magari da anni, nessuna ope-legis: tutti uguali di fronte al concorso. Certo, una volta ottenuta l’abilitazione, si entra in una lista unica e le Università sono libere di chiamare e dare priorità a chi vogliono all’interno di tale lista, ma per facilitare la mobilità è l’immissione di «esterni» il decreto prevede che tra i nuovi assunti di ciascuna Università ci sia una quota minima (un terzo per i professori di prima fascia) di persone che non erano già nell’Ateneo in questione.

L’introduzione di queste «quote outsider» mette forse un po’ di tristezza, facendoli apparire quasi come specie da proteggere, ma visto come sono andate le cose fino ad oggi, appare l’unico modo per arginare vecchie pratiche di assunzioni «incestuose» dentro gli Atenei. Queste regole sull’assunzione saranno ancora più efficaci se saranno veramente abbinate a tutte le misure citate dall’articolo 5 del decreto, in cui si prevedono valutazione e premi per le università che avranno effettivamente seguito criteri aperti e internazionali nell’assunzione dei nuovi docenti, nonché’ valutazioni regolari delle attività dei docenti anche dopo che sono stati assunti. Tali misure purtroppo sono solo citate nel decreto e demandate a successivo decreto attuativo del Governo, ma, se attuate secondo le modalità e gli indirizzi indicati nel decreto, rappresenterebbero una mezza rivoluzione e renderebbero molto più completa la Riforma.

Nel complesso, questo insieme di nuove regole, se riuscisse a passare indenne anche l’approvazione della Camera e venire poi supportata da buoni decreti attuativi, potrebbe davvero incoraggiare gli studenti più bravi a perseguire la carriera accademica e forse anche a convincere molti «cervelli» italiani emigrati all’estero a tentare la strada del rientro.

C’è un solo pezzo che manca, di cui nessuno parla, ovvero l’apertura del sistema non solo ai giovani italiani, ma anche a quelli stranieri. Su quel fronte la nuova riforma difficilmente potrà far fare grossi progressi. Il sistema ancora in piedi dei concorsi nazionali (in quale lingua?), con relativi iter burocratici, gazzetta ufficiale e così via, per non parlare dei salari ancora bassi, assai poco competitivi nel panorama internazionale, così come i fondi di ricerca ridotti all’osso non renderanno il nostro nuovo sistema universitario particolarmente attraente per gli stranieri. Quindi, anche se gli Atenei avranno incentivi all’internazionalizzazione del loro corpo docenti, difficilmente riusciranno ad attrarre docenti dall’estero, soprattutto i più bravi. Ad ogni modo, c’è da sperare che, una volta create le condizioni di un mercato interno più funzionale, meritocratico e trasparente, il resto si possa costruire su su. Insomma, un passo forse non totalmente sufficiente, ma certamente necessario.

via Tutti eguali di fronte al concorso – LASTAMPA.it.

Secondo Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell’Andu, l’Associazione nazionale docenti universitari, invece, la riforma è stata voluta da Confindustria e non dalla Gelmini. E Knulp nei commenti segnalava questo.

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Liberare posti da destinare ai più giovani

Il dibattito del Corriere su Università, riforme e dintorni aperto dall’editoriale di Francesco Giavazzi del 22 luglio. A seguire c’è stato l’intervento di Michele Salvati del giorno successivo. Poi l’integrazione di Angelo Panebianco.

Un’idea su pensioni e ricerca

La proposta del Pd, fatta propria dal ministro Gelmini, di reperire risorse per le carriere dei giovani universitari mandando in pensione tutti i professori al compimento del sessantacinquesimo anno di età, come era inevitabile, ha innescato un conflitto generazionale nelle università. Come molti commentatori hanno osservato, però, la questione è resa assai delicata dal fatto che in essa sono in gioco due valori, entrambi importanti e entrambi degni di essere tutelati.

C’è, da un lato, la necessità di reperire risorse per consentire di fare carriera ai giovani meritevoli (e sottolineo meritevoli: ci sono anche giovani che non meritano affatto di farla ed è auspicabile che non la facciano). E c’è, dall’altro lato, la necessità di non impoverire di colpo l’università mandando a casa, insieme ai peggiori, anche i migliori fra i professori ordinari che abbiano compiuto 65 anni.

La via maestra, in realtà, dovrebbe essere quella indicata da Michele SalvatiMandatemi pure in pensione ma tutelate la qualità universitaria» – Corriere, 23 luglio) e ribadita, con l’aggiunta di qualche suggerimento assai interessante, da Irene Tinagli (Università valutiamo le qualità – La Stampa, 24 luglio): mettere a pieno regime il sistema di valutazione e distribuire premi (meglio se consistenti) e punizioni (meglio se durissime) sulla base della qualità della produzione scientifica individuale. I mezzi ci sono. Basta solo avere la voglia (e la capacità politica) di attivarli. Il grande vantaggio sarebbe quello di poter reperire risorse da destinare ai meritevoli togliendole ai non meritevoli, quale che sia l’età di costoro. Per esempio, si potrebbe decidere di ridurre lo stipendio a tutti quei docenti (di 30 anni o di 65 non fa differenza) che abbiano alle spalle una produzione scientifica insufficiente. E sarebbe anche altamente educativo se si decidesse che chi non ha prodotto nulla, poniamo negli ultimi cinque o dieci anni, debba essere messo alla porta. A un sistema di premi e punizioni sulla base della produzione scientifica svolta occorre arrivare al più presto. Non c’è altro mezzo per ridare slancio, prestigio e forza all’università.

Ma, se capisco qualcosa di politica (il che, naturalmente, non è scontato), sembra che governo e opposizione siano in realtà, in questo momento, alla ricerca di una via rapida, immediata (più immediata di quella che si affida al sistema della valutazione) per placare ansie e potenziali ribellioni degli universitari più giovani. Come percorrere questa via più rapida, salvando capra e cavoli, salvaguardando entrambi i valori sopra indicati? Si può fare solo se ci si affida a norme transitorie, in attesa che il meccanismo dei premi e delle punizioni connesso al sistema della valutazione entri a pieno regime. Si potrebbe stabilire, ad esempio, che, per un certo periodo di tempo (cinque anni o più) vadano in pensione, al compimento del 65° anno di età, tutti quei professori che risultino privi di pubblicazioni scientifiche nei tre anni precedenti all’anno di promulgazione della norma transitoria (a meno che, nel suddetto triennio, non abbiano avuto compiti direttivi nell’ateneo di appartenenza).

Uscirebbero dall’università, liberando risorse da destinare ai più giovani, i docenti che non fanno più ricerca mentre resterebbero quelli che la fanno. Oppure la norma transitoria potrebbe ispirarsi alla proposta di Francesco Giavazzi (Le università sotto esame – Corriere, 22 luglio) ma con una integrazione che mi permetto qui di suggerire. Al compimento del sessantacinquesimo anno, come propone Giavazzi, tutti i professori perdono il diritto di entrare in commissioni di concorso e di detenere cariche direttive (presidenze di facoltà, direzioni di dipartimenti, corsi di laurea, cliniche universitarie, eccetera). Forse non si elimina del tutto ma certo si riduce grandemente il cosiddetto «potere accademico» di questi docenti. Per giunta (ed è l’integrazione che propongo), i professori che accettano di andarsene in pensione a 65 anni, ricevono un bonus economico e non sono penalizzati a fini pensionistici rispetto ai professori che scelgono di restare. I docenti interessati solo ad esercitare potere accademico sarebbero incentivati ad andarsene. Liberando posti da destinare ai più giovani. Resterebbero invece i professori ultrasessantacinquenni con la perdurante passione per l’insegnamento e la ricerca e, proprio per questo, capaci di dare ancora molto all’università.

via Un’idea su pensioni e ricerca – Corriere della Sera.

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Mettere in chiaro alcune regole di fondo

Uno degli uomini che fanno parte della squadra del ministro Maria Stella Gelmini commenta il testo di riforma in discussione al Senato. Alessandro Schiesaro è infatti il capo della Segreteria Tecnica per l’Università e la Ricerca del ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca.

LE RIFORME DIFFICILI / L’Università entra nel merito di Alessandro Schiesaro

L’Italia ha una lunga consuetudine con le riforme dell’università, molte abbandonate, altre compiute, ma tutte invariabilmente accolte, a torto o a ragione, con la critica che quel che si proponevano di realizzare era sempre o troppo o troppo poco. Sempre troppe sono le norme in un ambito così peculiare per chi è convinto che le università debbano in sostanza autoregolamentarsi, lasciando all’autorità pubblica solo il compito di stabilire obiettivi di sistema, compatibilità economiche e strumenti di valutazione. Sempre troppo poche per chi ritiene che, naturalmente, «ci vorrebbe ben altro» per imporre un vero salto di qualità. Sarebbe un peccato se questo rituale si ripetesse anche con il disegno di legge che dovrebbe essere licenziato questa settimana dalla commissione Cultura del Senato (qui il testo e i lavori in Commissione sul Ddl Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario.

Il disegno propone nel complesso un deciso passo avanti in un settore la cui crisi d’identità, anche se talora esagerata a scopo polemico, è comunque sotto gli occhi di tutti. Pensare che la crisi nasca con il 3+2, o in esso si racchiuda, significa accontentarsi di una lettura distratta di almeno quarant’anni di provvedimenti spesso nati sull’onda dell’emergenza, spesso causa a loro volta di emergenze future, quasi mai collegati tra loro, con l’eccezione dei provvedimenti Ruberti, da una visione d’insieme.

Si tratta ora, con urgenza, di mettere in chiaro alcune regole di fondo. La prima è che l’autonomia delle università in tanto è un valore in quanto è usata bene e se non funziona è necessario accompagnarla con criteri di qualità accademica e regole finanziarie che impediscano ulteriori degnerazioni; la seconda è che le università devono elaborare programmi e progetti ed essere valutate e finanziate a seconda di come li realizzano, anziché navigare a vista cercando di fare tutte di tutto e dappertutto.

Non ha senso imporre centralmente, a priori, missioni diverse per le diverse istituzioni, ma è indispensabile chiedere a ciascuna di concentrare le energie su quanto pensa di poter fare meglio e con maggior profitto per la collettività. Quasi 300 sedi, migliaia di cosi di laurea, oltre 2.000 corsi di dottorato sono cifre che fotografano una deriva bulimica, non una vera espansione organica del sistema.

Esigere che l’ampliamento dell’offerta – in qualche misura naturale e giusto prodotto della trasformazione, incompiuta e imperfetta, di un sistema per pochi in un sistema per molti – sia ripensato nel rispetto di standard qualitativi elevati significa prima di tutto impedire che agli studenti meno fortunati si contrabbandino come “università” esperienze di tutt’altra natura.

La valutazione diventa quindi l’asse del sistema. Sarebbe però illusorio pensare che nuove modalità di valutazione della ricerca e della didattica, per quanto incisive, producano dall’oggi al domani effetti taumaturgici. L’esperienza dei paesi da tempo impegnati in questa direzione, come la Gran Bretagna, insegna che ci vuole almeno qualche anno perché la valutazione riesca a permeare i comportamenti e le scelte dei singoli e delle istituzioni.

Certo, in un sistema compiutamente orientato sull’asse autonomia/valutazione non servirebbe richiedere l’abilitazione scientifica per chi aspira a un posto da professore. Prevedere, almeno per qualche anno, che le università siano libere di scegliere i propri docenti tra quanti hanno superato questa preselezione a livello nazionale costituisce oggi, però, il punto di mediazione più spinto tra chi aspira a un sistema del tutto liberalizzato e chi ne teme la dequalificazione terminale. Non è un caso che su questo elemento, decisivo, si sia registrata piena convergenza tra maggioranza e opposizione.

Il destino del disegno di legge dipende molto dalle risposte che sarà in grado di dare a quanti aspirano a dedicarsi alla ricerca universitaria e ai ricercatori e gli associati in servizio, che non solo non hanno beneficiato dell’incontrollata crescita degli organici seguita alla riforma del 1998, ma cui anzi essa ha sbarrato la strada. Qui l’alternativa è secca: o riproporre una soluzione demagogica come quella già esperita, con risultati catastrofici, almeno tre volte negli ultimi quarant’anni, facendo esplodere gli organici con ope legis e immissioni in massa di ruolo, o disegnare un sistema rigoroso che finalmente distingua tra reclutamento e progressione di carriera interna senza annacquare i requisiti scientifici, ma garantendo a ciascun docente il fondamentale diritto ad essere valutato con tempi certi e modalità serie.

Il fatto che la gran parte dei ricercatori, degli associati e dei precari invochi oggi criteri qualitativi rigorosi, non scorciatoie, lascia sperare che forse qualcosa può davvero cambiare per il meglio.

Qui vari approfondimenti. Un commento di Dario Antiseri: perché la riforma toglie libertà agli atenei?  e uno dell’ex ministro Berlinguer, per lui è una riforma centralista che salva solo i “baroni”.

Poi Quattro proposte per rianimare la riforma Gelmini.

E da Nfa cosa secondo Aldo Rustichini e Paola Potestio non va nella riforma Gelmini e cosa si dovrebbe fare.

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La Corte dei Conti boccia il 3+2

Roma, 19 apr. (Adnkronos/Labitalia) – La riforma del’università che ha introdotto il sistema “a doppio ciclo“, laurea e laurea specialistica (il cosiddetto 3+2), “non ha prodotto i risultati attesi né in termini di aumento dei laureati né in termini di miglioramento della qualità dell’offerta formativa“. E’ la valutazione espressa dalla Corte dei Conti nel “Referto sul Sistema Universitario” pubblicato oggi.

Tra gli effetti negativi della riforma del 1999, aggiungono i magistrati contabili, c’è anche quello di “aver generato un sistema incrementale di offerta, certamente sino all’anno accademico 2007-2008, con un’eccessiva frammentazione delle attività formative ed una moltiplicazione spesso non motivata dei corsi di studio”.

La Corte dei Conti sottolinea come “a fronte di un dato sostanzialmente stabilizzato del numero degli iscritti, nell’ultimo quinquennio, su un valore di poco superiore a 1.800.000 unità” sia “ancora rilevante la cifra relativa agli abbandoni dopo il primo anno pari (nell’anno accademico 2006-2007) al 20%, un valore sostanzialmente analogo a quello degli anni precedenti la riforma degli ordinamenti didattici”. In netto aumento, invece, nell’anno 2007-2008, il numero dei laureati già in possesso del titolo di laurea breve: 73.887 nel 2008 rispetto a 38.214 nel 2006″.

Quello che i magistrati contabili sottolineano è “il fenomeno della proliferazione dei corsi di studio, che passano dai 2.444 dell’anno accademico 1999-2000 ai 3.103 dell’anno accademico 2007-2008“. I dati sono relativi alle “immatricolazioni pure” cioè ai corsi di I livello o ai cicli unici. Se si aggiungono anche i corsi di II livello, il numero complessivo di corsi attivi nell’anno accademico 2007-2008 è di 5.519 a fronte dei 4.539 dell’anno 2003-2004.

“Una certa inversione di tendenza – annota la Corte dei Conti – in conseguenza dei decreti di riforma del 2004 e del 2007, comincia a registrarsi solo a partire dall’anno accademico 2008-2009, con un decremento rispetto all’anno precedente del 7,4% per i corsi di I livello, e del 2,6% per i corsi di II livello”. Una tendenza che, secondo la Corte dei Conti, dovrebbe essere confermata anche per l’anno accademico in corso (2010-2011).

via Università, la Corte dei Conti boccia il ’3+2′: ”Non ha prodotto i risultati attesi” – Adnkronos Cronaca.

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Sarebbe una perdita secca

L’attualità inattuale del classico

In conclusione, il liceo classico è ancora attuale o è un residuo del passato? Non sarebbe meglio ridimensionarne il peso a favore di un sapere scientifico-matematico nel quale siamo drammaticamente carenti?

Premesso che ogni materia è formativa quando, e solo se, viene insegnata bene, il liceo classico conserva intatta la sua validità, e non solo il suo prestigio, per due fondamentali ragioni.
La prima è – come per il latino – il suo valore storico e formativo, che nessun altro tipo di scuola garantisce in uguale misura. La seconda: è assurdo contrapporre le due culture, l’umanistica e la scientifica, poiché esse si sostengono e si rafforzano a vicenda. Poche discipline sono scientifiche come la filologia classica, pochi esercizi intellettuali sono culturalmente e logicamente complessi come la traduzione di un testo classico greco o latino.

La forza paradossale del latino e del greco sta proprio nella gratuità del sapere che forniscono: l’impossibilità di piegarne l’acquisizione a un uso immediato comunica la passione per lo studio disinteressato, educa e allena a quella ricerca fine a se stessa che è all’origine di ogni grande conquista scientifica. Inoltre l’oggetto stesso di quegli studi – la civiltà classica – costituisce un modello storico e culturale imprescindibile, una fonte perenne di valori umani insostituibili.
Per migliorare lo studio della matematica, delle scienze e dell’inglese abolire il latino e il greco non serve, come dimostrano i programmi recenti dei migliori licei classici. Dobbiamo studiare più e meglio la matematica, ne sono convinto. Ma rinunciare al latino e al greco sarebbe una perdita secca. Non per la scuola, per la vita.

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Il circolo vizioso

Irene Tinagli su La Stampa su diminuizione delle iscrizioni universitarie e rigidità sociali:

I dati appena rilasciati dal ministero mostrano un quadro molto netto: diminuiscono le iscrizioni all’Università. Quasi settemila matricole in meno rispetto all’anno scorso. Potrebbe sembrare un piccolo assestamento in un anno di crisi, ma non è così. Non è una flessione temporanea: questo dato si inserisce in un trend negativo che si protrae ormai da diversi anni.

[...] Negli anni in cui tutti parlano dell’importanza del capitale umano, di saperi sempre più sofisticati, anni in cui la maggior parte dei Paesi occidentali ha quasi raddoppiato la quota di popolazione in possesso di una laurea, da noi si torna indietro. Le conseguenze sulla nostra competitività economica sono e saranno devastanti, ma forse adesso conviene fermarsi a riflettere sulle cause. Perché da questa riflessione si riescono a capire meglio i contorni e la portata del fenomeno. Questa situazione è conseguenza di un meccanismo sociale che si è inceppato: tanti giovani non studiano più perché pensano che non serva, che l’Università non funzioni più come ascensore sociale.

Il meccanismo si è inceppato in parte per colpa di un sistema universitario incapace di trasmettere competenze al passo con i tempi e con le esigenze del sistema produttivo di oggi. Ma anche per colpa di un panorama delle opportunità che è sempre più chiuso e cristallizzato. continua qui

via Il circolo vizioso tra caste e amicizie

Sull’argomento ci ritorna Andrea Rossi L’università ritorna un lusso per pochi, nel pezzo si ascolta il parere del  professor Checchi che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione – «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».

Intanto è stato presentato all’Università degli Studi di Milano Bicocca lo studio dell’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e formazione) sull’apprendimento nella scuola primaria da cui emerge una netta differenza già alle elementari tra tra Nord e Sud. I bambini degli istituti scolastici meridionali hanno una media di risposte corrette nei test d’italiano e matematica inferiore rispetto a quella dei coetanei degli istituti delle regioni settentrionali.

Apprendimento, divario tra Nord e Sud sin dalle elementari.

L’argomento non è di quelli attraenti per il “grande pubblico”, pochi sembrano essersene accorti: Ecco come la Gelmini ha cambiato la scuola, qui è un professore che commenta il riordino delle superiori.

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European Business school rankings 2009

La Sda Bocconi di Milano ha perso tre posizioni nella classifica stilata dal Financial Times delle migliori «Business School» d’Europa. Nella top 70 entra però la prima volta il Politecnico di Milano, al 56esimo posto. La classifica resta dominata dalle «business school» britanniche (22) e francesi (18). In testa al ranking c’è la HEC School of Management di Parigi (per il quarto anno consecutivo) prima della London Business School e la INSEAD, terza col suo campus europeo situato in Francia; al quarto posto la svizzera Imd.

via Bocconi e Politecnico di Milano nella classifica del Financial Times – Corriere della Sera.

European Business school rankings 2009.

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Possiamo

Dopo la lettera al figlio scritta dal direttore della Luiss Pier Luigi Celli, Figlio mio, lascia questo Paese (qui la replica del figlio),  il capo dello Stato Giorgio Napolitano esorta i giovani a non lasciare l’Italia:

«Possiamo far crescere il nostro Paese all’altezza delle conquiste delle società contemporanee più avanzate».

Il messaggio di speranza il capo dello Stato lo ha lanciato in occasione della prima edizione del Salone della Giustizia, aperto a Rimini dall’intervento del presidente della Camera, Gianfranco Fini. Le parole di Napolitano sono state riportate all’assemblea del presidente della commissione Giustizia del Senato, Filippo Berselli.

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Merita fiducia

Il Vicepresidente Confindustria per l’Education (non è che entusiasma questa dicitura) sull’inizio dell’iter parlamentare del disegno di legge sull’Università. Un’occasione storica per i nostri atenei.

La riforma nel suo complesso merita fiducia ed esige compattezza

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