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Finirebbe in manicomio

Il nostro sistema istituzionale? Parodia delle vecchie monarchie di Piero Ostellino

Non siamo inglesi. Ma ciò non giustifica il balletto – maggioranza, opposizione, Presidenza della Repubblica – che, da noi, va in scena ogni volta che si profila una crisi di governo. Né assolve i media che fanno il tifo per le parti in conflitto e tirano il presidente della Repubblica per la giacca, fingendo di difenderne ovvero di discuterne le prerogative. Le istituzioni fanno acqua da tutte le parti. Se non le si adegua allo «spirito del tempo» la macchina dello Stato va fuori giri.

L’articolo 1 della Costituzione recita: «La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Non spetta agli eletti dal popolo, che ne hanno solo l’esercizio, porre limiti alla sovranità popolare. Che non deve trovare nelle procedure un ostacolo, bensì la propria piena realizzazione. Il soggetto è la sovranità, non sono le forme e i limiti nei quali il popolo la esercita. È quanto aveva presente Costantino Mortati – il grande costituzionalista che aveva messo in bella calligrafia una Carta pasticciata – quando parlava di prassi (ciò che noi, oggi, chiamiamo impropriamente «Costituzione materiale»). Che egli non intendeva in contrapposizione alla «Costituzione formale», ma a sua integrazione.

Di fronte a certe insinuazioni, il presidente della Repubblica si è risentito e ha invitato gli esponenti del Popolo della libertà che le avevano formulate a metterlo formalmente sotto accusa se credono davvero che egli tradisca la Costituzione. Ma Giorgio Napolitano non la tradisce. Anzi, vi si attiene in modo esemplare. Il guaio è che, così, egli perpetua, suo malgrado, gli equivoci e alimenta i sospetti. Il nostro sistema istituzionale è una parodia delle monarchie costituzionali dell’Ottocento, quando il re aveva l’ultima parola e la democrazia rappresentativa faceva i primi passi. La parte del re la fa il presidente della Repubblica in un contesto politico che non è lo stesso in cui operava la monarchia. Ma le sue «prerogative», in quanto tali, finiscono con avere persino un margine di discrezionalità più ampio dei «poteri» codificati del sovrano.

Innanzi tutto, il re era ritenuto «sopra le parti», anche se, poi, non lo era affatto. Non è così per il presidente della Repubblica. Per il solo fatto di essere appartenuto a una parte politica, che lo ha indicato e votato, egli è inevitabilmente percepito come «uomo di parte». Del resto, di parte, e non di rado, lo sono stati – più o meno esplicitamente tutti gli inquilini del Quirinale. In secondo luogo, la sua stessa funzione di «filtro» del processo legislativo che esercita rimandando alle Camere i progetti di leggi per vizio di costituzionalità – finisce con essere percepita, più che una garanzia, un’indebita interferenza nell’attività del governo e sull’indipendenza dello stesso Parlamento.

In Inghilterra, nessuno potrebbe insinuare che la regina congiuri contro il primo ministro in carica. La Corona – a differenza del nostro presidente della Repubblica – non mette naso nelle leggi che il primo ministro le porta a firmare. Tanto meno va alla ricerca, in Parlamento, di un’altra maggioranza – se il primo ministro ha perso la sua – perché l’ipotesi di un governo non eletto dal popolo non è neppure prevedibile. A fondamento della democrazia rappresentativa, e liberale, inglese c’è la sovranità popolare espressa dal voto. E il primo ministro – nel pieno possesso di poteri che gli derivano dall’essere stato eletto – che decide di verificare se nel Paese gode ancora del consenso che ha perso in Parlamento, di sciogliere le Camere e indire nuove elezioni. Chi, da noi, ha proposto un siffatto sistema istituzionale è stato tacciato di fascismo dai custodi della (ben scarsa) sacralità istituzionale.

I giornali fiancheggiatori del centrosinistra che teme di perderle – sono contro eventuali elezioni anticipate e a favore della nascita di una maggioranza parlamentare alternativa a quella uscita dalle urne. Peccato che dello stesso avviso non siano quando in gioco è un governo diverso, ad essi più gradito. Dicono che il sistema parlamentare puro, senza vincolo di mandato, sarebbe una garanzia per l’indipendenza dei parlamentari rispetto alle oligarchie dei partiti. Peccato che la realtà sia opposta. L’articolo 67 della Costituzione – «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» esautora il popolo della sua sovranità, in quanto ne affida l’esercizio alla discrezionalità dei suoi rappresentanti, conferendo istituzionalmente un carattere elitario, oligarchico, trasformista e autoritario alla democrazia rappresentativa così intesa.

Nei sistemi istituzionali anglosassoni, chi presiede i lavori di un ramo del Parlamento è lo Speaker. Il suo è un «lavoro» – his o her job, si dice della sua funzione – che consiste nel dare la parola a chi la chiede. È del tutto impensabile che si metta in concorrenza con il primo ministro, costituisca un proprio gruppo parlamentare distinto e promuova «politiche» diverse da quelle del governo. Se lo Speaker della Camera dei Comuni inglese lo facesse, nessuno ne chiederebbe le dimissioni. Finirebbe in manicomio. Da noi, il presidente della Camera è stato espulso dal suo partito – per dissidi interni col leader massimo – che ora ne chiede le dimissioni non sapendo, peraltro, come giungervi perché il sistema, non contemplando tale eventualità, non ne prevede neppure la procedura.

A difendere il sistema istituzionale vigente sono rimasti gli epigoni di oligarchie politiche e sociali fondamentalmente ostili alla democrazia liberale. Gente convinta che la democrazia non debba essere «il governo del popolo» – ancorché esercitato dai suoi rappresentanti – ma la Repubblica dei filosofi di Platone, lo Stato etico di Hegel, la «volontà generale» di Rousseau, l’«avanguardia del proletariato» marxista-leninista. È la Reazione, malattia senile del progressismo. Avevo sempre pensato che il (solo) modo di cambiare i governanti senza spargimento di sangue fossero, in democrazia, le libere elezioni. Ma pare che molti non la pensino così. I miei lettori di sinistra – che mi hanno scritto, contestando il mio articolo di fondo in difesa della sovranità popolare – vogliono cacciare Berlusconi, ma aggiungono anche di non voler votare. Contano, se cade il governo, che il presidente della Repubblica non indica nuove elezioni e confidano nelle «manovre» parlamentari dell’opposizione. Un singolare caso, di abdicazione alla propria sovranità! Mi chiedo se, di questo passo, non arriveranno a volere l’abolizione delle elezioni quando ci fosse la prospettiva che a vincerle siano «gli altri». Personalmente, del destino elettorale tanto del Cavaliere quanto dei suoi avversari non me ne può importare di meno, perché non voto da secoli. Ma, a questo punto, sono preoccupato per il futuro del Paese.

Da “Il Corriere della Sera” di lunedì 23 agosto 2010

Variazioni sul tema.

Le due consultazioni referendarie sono l’unico richiamo alla sovranità del popolo che abbia veramente senso

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Che bella soddisfazione

Cous cous su Italia Oggi.

Stavolta chissà… Capito mi hai?

E qui la risposta all’interrogativo finale.

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Preconizzatori ed evoluzioni

L’ultima di Bocchino: vuole “salvare” Berlusconi. Da Bossi e Tremonti.

E intanto l’altro evoluzionista preconizzatore, lasciato cadere momentaneamente il governo di garanzia a guida Pisanu fatta pochi giorni fa da uno dei suoi amici, lancia l’altra proposta finale, Martino al governo. Perché? Ovvio, loro non hanno intenzione di consegnare: «il paese all’asse Bossi-Tremonti».

Mentre per Giorgio Merlo, Pd, vice presidente della Vigilanza Rai: “Gli scenari politici che disegnano Bocchino e Granata sono divertenti perché ogni giorno cambiano e quindi sono in continua evoluzione”. “Oggi abbiamo appreso che sarebbe auspicabile una sorta di governo ammucchiata che vedrebbe anche la presenza dei moderati ‘delusi’ del Pd. E’ una tesi curiosa e simpatica. Restiamo in attesa del prossimo scenario politico previsto, secondo copione, per domani sera”, conclude Merlo. Anche da quelle parti hanno iniziato a notare la continua e a questo punto solo comica evoluzione futurista.

Qui invece siamo ai presagi.

Perché, preconizza Bocchino…

p.s.: il tempo è sempre galantuomo…

update: E dopo le “provocazioni” la nota congiunta di dissociazione del portavoce ufficiale arrivò anche questa volta. Intanto da sottolineare che secondo qualcuno ieri abbiamo assististo al “contrattacco” dei finiani. E che qualche altro (o lo stesso?) rientrato dalla meritate vacanze, torna subito in campo a supporto del teorema repubblicones-finiano, con ulteriore e prontissimo restroscena. Il vero problema è ovviamente “l’incubo Tremonti“. D’altronde l’aveva detto chiaro il capogruppo nel contrattacco di ieri in cui auspicava un nuovo governo «con un profilo alto e riformatore e una maggioranza più ampia: oltre a Pdl e Lega, anche Fini, Casini, Rutelli» e, già che c’era, pure i «moderati del Pd ormai delusi».

«Non consegneremo il paese all’asse Bossi-Tremonti».

Qui ennesima smentita dei tanti virgolettati odierni su Tremonti e Bossi. Provocazione che tanto per cambiare, oggi nei titoli del Corriere, diventa a tutta prima I finiani vogliono l’Udc al governo e all’interno invece “Finiani al governo con Pdl, Udc e altri moderati”, facendo magicamente sparire la provocazione che tanto successo e reazioni positive aveva ricevuto, soprattutto da parte di tutti quei moderati del Pd ormai delusi. Rendere più soft nei titoli la provocazione (o contrattaco che dir si voglia) nelle intenzioni di Via Solferino potrebbe servire forse a “tranquillizzare” i lettori moderati?

Qui invece l’altro fronte aperto tempestivamente nel contrattacco dai finiani. O solo riaperto? Era l’aprile del 2009 e ci preparavamo alle europee, quando la politologa per antonomasia del gruppo trattò meno rozzamente l’argomento: e fu l’inizio della movida sotto le insegne del presidente della Camera.

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Ma ecco, c’è anche quella

Il teologo-commercialista, ultima novità del moralismo italiano

Il teologo-commercialista, ultima novità del moralismo italiano Alice era piena di fantasia, esplorava mondi, voleva l’impossibile e lo trovava nel nonsense; in quel Paese delle Meraviglie che è per lui la militanza etico-politica, abbracciata di fresco con la collaborazione a Repubblica, Vito Mancuso è diventato un contabile della propria coscienza, che misura e quantifica sul piano morale con il tassametro fiscale della Mondadori. Già che c’è contabilizza anche le coscienze degli altri, da Citati a Scalfari, comprendendoli in un appello obliquo a rivoltarsi contro un editore che dice di amare, in nome della battaglia contro un politico che non dice mai di odiare, ma legittimamente detesta.

Spero che Citati o altri, una volta registrati nella partita doppia dell’etica ragionieristica mancusiana, vogliano spiegare al volenteroso tributarista e teologo dove sta non si dica la sapienza del mondo, ma almeno il common sense, amico del nonsense e dell’ironia e inimicissimo dei sillogismi sghembi e dei paralogismi morali considerati in tutta la loro tetraggine. Uno può certo disfarsi di un editore perché regola a modo suo una vecchia partita fiscale, approfittando di uno dei milioni di conflitti di interessi che sono il sale del mercato, del credito bancario, dell’industria manifatturiera, del mondo cooperativo: ma è sicuro Mancuso di ritrovarsi un’anima amministrativamente impeccabile nell’Università per cui lavora, capoluogo morale di un vasto sistema commerciale e sanitario il cui scopo precipuo è far vivere 120 anni almeno Berlusconi, il premier mandato all’Italia dalla Provvidenza secondo il datore di lavoro universitario del professor Mancuso, il sempre da lodare don Verzè?

Possibile che un uomo così intelligente, e buon scrittore, non capisca gli elementi fondamentali, di un’etica che intenda essere credibile, dunque universale come i suoi imperativi? Ma su un altro piano nemmeno sospetti del fatto che, come diceva Hume, “le regole della morale non sono le conclusioni della nostra ragione”? Uno scrittore può ben porsi un aut aut, ma deve stare attento a farlo valere sempre, deve essere sicuro che il suo giudizio di coscienza non vale in un caso per poi restare sehza effetti in un altro caso contiguo. Gli intellettuali, i professori, i pubblicisti non sono monaci, non hanno un microcosmo da coltivare con le mani del corpo e dello spirito, hanno davanti a sé il mondo reale, ci vivono e lo migliorano quando riescano a definire un’adesione alla norma estetica e morale, pratica e di ragione, con gli strumenti loro propri: il pensiero, la scrittura, la diffusione e circolazione delle idee. Il teologo-commercialista è una figura assolutamente nuova nel panorama morale italiano, ma ecco, c’è anche quella.

Mancuso si domandi che cosa facciano nella vita coloro che si occupano di far tornare i bilanci, di difendere le aziende dall’invadenza flscale dello stato, di negoziare diritti e doveri del contribuente e applicare al meglio le leggi e le altre norme pubbliche. E vedrà che fanno il loro sporco mestiere, come il teologo che si occupa dell’anima e dei novissimi, come lo scrittore o il critico, l’attore e il musicista e il pittore. Gli italiani, secondo gli ultimi dati, sono quelli che pagano più tasse al mondo. La società è figura complessa, non riducibile alle pulsioni di giustizia di un’anima in equivoca pena. Che dovrebbe, per corripondere ai propri istinti settari, isolarsi dal mondo sedendo su un trespolo o cercandosi una grotta, ché il mondo reale è tutto un po’ sporco e bisognoso di redenzione, mica la sola Mondadori.

E’ Giuliano Ferrara che commenta l’uscita del teologo prof. Vito Mancuso. Qui i suoi due interventi su Repubblica.

Si due, perché “Le parole della Mondadori non sono bastate a Vito Mancuso per dissipare il «caso di coscienza» che lo arrovella da quando ha saputo i dettagli di quella che è stata ormai definita la «legge ad aziendam», la norma (di cui tutte le aziende nelle stesse condizioni possono beneficiare) che ha permesso al colosso di Segrate di sanare una controversia con il fisco lunga vent’anni pagando non i 350 milioni di euro reclamati, ma soltanto 8,6. Ieri, la casa editrice ha risposto con una lettera in cui viene contestata la ricostruzione fatta dal vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini, all’origine del «manifesto» di Mancuso pubblicato sabato”, scrive il Corriere della Sera. E Mancuso, continua Cristina Taglietti, ora “sembrerebbe a un passo dal lasciare la Mondadori, avendo, tra l’altro, già un incarico come direttore di collana per Fazi”.

All’elenco fatto dal prof. - invece si scrive qui – manca “forse per pudore, Carlo De Benedetti che quando smette i panni dell’editore (di Repubblica) e prende la penna, scrive articoli per il Sole 24 Ore e saggi proprio per Mondadori. Sia pure nella collana Strade Blu che, con il suo direttore Andrea Cane, gode di una sorta di extraterritorialità creativa a Segrate”.

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Né con la maggioranza né con gli elettori

La stringente logica dei finiani, sufficientemente profumata.

«L’enunciazione dei cinque punti di programma è una vittoria politica di Fini, che aveva chiesto di varare un programma per la seconda parte della legislatura e per questo era stato definito un pazzo. Adesso siamo tutti pazzi».

Eh sì, ma nonostante la grande vittoria politica, che serve anche a dimostrare la loro sanità mentale, è certo che:

«Non possiamo accettare che ci si chieda un consenso al 100% di un percorso alla cui elaborazione non siamo stati chiamati a partecipare, e che contiene argomenti che non fanno parte del programma. Ne deriva che non ci sentiamo vincolati né con la maggioranza né con gli elettori».

E qui arrivano le perle a ripetizione su quel 5% per cento che non possono condividere. Beh certo la politica è in continuo movimento, ovvio, lui è quello del “non è che ci siamo pentiti, è che la politica è evoluzione, cosa vuole che le dica, la politica è fatta anche di queste cose”, ricordiamolo. E non dimentichiamolo mai «il codice Fini» è assoluta lealtà in movimento.

Insomma immigrazione clandestina, sì certo la legge attuale l’ha firmata Fini, va benissimo, ma… “Chiediamo un grande progetto”. Processo breve, sì certo favorevoli alla scudo per Silvio Berlusconi, vittima di una aggressione giudiziaria. Certo l’aggressione si verifica a giorni e pensosi editoriali alterni. Ma che c’entra, per loro è chiaro e dovrebbe essere ovvio che gli editariali “sicuramente fuori misura non impegnano i gruppi parlamentari e che in ogni caso non rappresentano né dettano la linea politica”. Ma vale solo per loro, perché è altrettanto chiaro e ovvio che per gli altri, i “senza cultura e decerebrati berlusconiani da jingle” non può valere mai, quelli sono solo linciaggi mediatici che detterrebbero indiscutibilmente la linea politica del Pdl e impegnerebbero chiaramente anche i gruppi parlamentari. Chiamasi esercizio lampante di gretto e meschino doppiopesismo o di incontestabile superiorità morale e culturale? Dunque, va bene il Lodo Alfano costituzionale, ma… “Le soluzioni alternative ci lasciano perplessi, non le capiamo”. E per finire la politica, che ora da evoluzione e lealtà in movimento diventa “l’arte della cose impossibili”. E sì perché a quanto ci dice poi il neo presidente del gruppo, i sondaggi di cui sono in possesso gli dicono che il Pdl perderebbe “tra i 60 e gli 80 parlamentari a vantaggio di Bossi” e “loro”. E il “partito dei parlamentari che rischiano di perdere la poltrona e che al voto non vogliono andare sarebbe forte”. Peccato che non si avventuri tra i numeri. Forse basterebbe solo capire quanti sarebbero, secondo le informazioni che hanno e i sondaggi che posseggono, quelli a loro favore e dove starebbero seduti, secondo loro, la maggior parte di quelli che rischiano di perdere la poltrona. Ma la novità vera è questa, finalmente esce fuori in tutta la sua incontestabile chiarezza e autenticità, oltre ogni movimentismo e evoluzionismo: “Ne deriva che non ci sentiamo vincolati né con la maggioranza né con gli elettori”. Attenti non con il Cav. o il Pdl, ma proprio è che non si sentono più “vincolati con gli elettori“.

p.s.: Almeno fino alla prossima dissociazione totale.

update: Qui l’analisi odierna di Luca Ricolfi su La Stampa: Il partito che non c’è e l’editoriale di Mario Sechi: Ne resterà soltanto uno. Qui invece la paura per il “crollo” Pdl ormai certificato, uscito fuori dai retroscena di Largo Fochetti (come al solito in perfetta sintonia con il capogruppo del Fli nello scoprire nell’altro restroscena l’incubo Tremonti) e qui l’intervista a Franceschini che annuncia oggi “la nascita di una Alleanza Costituzionale. Aperta a tutte le forze che alla svolta autoritaria di Berlusconi sono pronte a dire di no”. Altro che bagaglio retorico del vecchio antifascismo da “arco costituzionale” troppo pesante da portare appresso, altro che passaggi d’epoca. Titola Repubblica: “Il voto non ci fa paura, vinceremo nascerà l’Alleanza Costituzionale”. Franceschini: patto con chi ci sta, da Vendola all’Udc. Il capogruppo Pd alla Camera tiene fuori Fini: “Conduce la sua battaglia nel centrodestra”.

riupdate: E qui è l’on. Briguglio che chiarisce ulteriormente chi sarebbe il solo nei confronti del quale, secondo lui, si ha il dovere di essere leali e fedeli:

«Se c’è un dovere per i parlamentari ex An di fedeltà politica è nei confronti di Fini che capeggiava nelle liste Pdl la componente e anche la storia della destra italiana»

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Dietrofront

Dopo che Tremonti, Maroni e Calderoli avevano annunciato che non avrebbero partecipato alla Festa del Pd a Torino a causa del mancato invito al governatore Roberto Cota, dopo che il segretario nazionale aveva spiegato che l’intenzione degli organizzatori era quella di “evitare imbarazzi” e il responsabile della Festa nazionale del Pd sotto la Mole aveva dichiarato: Cota non è stato invitato per tutelarlo, qualcuno si è reso conto che era meglio non insistere sulla linea. Ed è intervenuto alla fine Fassino: “Un errore non invitare Cota, cerchiamo di rimediare entro sabato“.

«Sono sempre stato favorevole a invitare alle nostre Feste anche esponenti dei partiti avversi, dunque non avrei avuto obiezioni nemmeno su Roberto Cota. Anzi: la sua partecipazione poteva rappresentare un’occasione utile di confronto. Spero che prima di sabato si trovi il modo di superare questa incomprensione».

update: Forse non era un dietrofront. Era solo parte della Commedia del pd tra Cota e Togliatti. Qui Alessandro Mondo su La Stampa lo spiega al governatore Cota, intervistandolo: Presidente Cota, ha visto? Il suo mancato invito alla Festa del Pd, a Torino, è stato un equivoco. «Ma quale equivoco!». Un gesto di attenzione nei suoi riguardi, per evitare reciproci imbarazzi: così dice Bersani.

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L’amore ha i sui tempi

Fascisti su Venere

Anche Asor Rosa s’aggiunge al corteo degli spasimanti di Fini e di suoi compagni farefuturisti.

L’amore conta. Perfino sovrabbondante è quello che circonda Gianfranco Fini e i suoi farefuturisti nella tenzone contro il regime berlusconiano. Una corrispondenza d’amorosi sensi, e sinistri, alla quale il fascista è storicamente sensibili fin dai tempi delle catacombe. Come nulla poteva illanguidire il cuore granitico di un camerata più del sorriso d’una compagna appena uscita dal collettivo femminista dedicato all’interdetto di giacersi con un antidemocratico, così nulla poteva inorgoglire l’autostima in camicia nera più d’una lusinga intellettuale del comunista egemone di turno – “ma come fai ad essere fascista, tu che hai queste idee così avanzate?”.

La meccanica non è cambiata, si è anzi dilatata con gli anni e lievita adesso che il finismo ambisce al martirologio antiberlusconiano. Non c’è soltanto chi, come Fiorella Mannoia reclama da mesi un Fini alla guida del Pd; né l’orgia di affetti si limita all’ospitalità solidale che il Fatto Quotidiano riserva alle idee e ai blog finiani; né tutto si compie con la svenevolezza nella quale Repubblica incornicia quasi ogni giorno le prestazioni libertarie del presidente della Camera (da ultimo c’è il poeta di corte pachistano adottato in spiaggia ad Ansedonia tra le dune della gente che piace alla sinistra che piace). Ieri s’è aggiunto sul Manifesto, per Fini, lo spettacolare coming out fasciocomunista del prof. Alberto Asor Rosa: “… ha giocato un ruolo positivo nelle ultime vicende il fascismo di sinistra cui attinge la formazione di diversi componenti del suo gruppo (non di Fini, naturalmente), e che io giudico migliore del berlusconismo”. Non fa una piega. Dal sansepolcrismo a Salò, dal manifesto di Verona alle speculazioni di Beppe Niccolai, tutto si teneva nel cerchio rossobruno del socialfascismo missino. Mancava, questo sì, l’ultima riabilitazione sentimentale, la certificazione da sinistra che Nicola Bombacci non morì invano. Infine il cuore traboccante di Asor Rosa, camerata in camicia rossa, ha colmato la distanza. A saperlo ci si poteva risparmiare il lavacro di Fiuggi, bastava maganellare il Cav. 15 anni prima. Eccolo, il rimpianto dei farefuturisti. Ma si sa che l’amore ha i suoi tempi.

Alessandro Giuli sul Foglio del 21 Agosto 2010.

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Questo odio io l’ho patito sulla mia pelle

Roma, 22 giugno 2009 – Caro Silvio. Iniziava così la lettera aperta che il presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga indirizzò l’estate scorsa al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dalle colonne del ‘Corriere della sera’.

Caro Silvio, ti scrivo da amico e da politico, non da «amico politico», benché legato a te da un’amicizia personale che data dal 1974 e che non è mai venuta meno. Non sono mai entrato nella tua vita privata pur, come tu ben sai, non condividendo alcune manifestazioni di essa. Ritengo che i giudizi sulla vita privata di una persona che non attengano alla funzione pubblica esercitata – e in particolare la vita eufemisticamente chiamata «sentimentale» ma più esattamente «sessuale» – debbano essere distinti dai giudizi politici.

Non mi sembra che il giudizio politico di allora e il giudizio storico di oggi abbiano bollato con il marchio dell’infamia John Fitzgerald e Robert Kennedy, le cui attività galanti superarono di gran lunga le tue, e ebbero anche aspetti inquietanti sui quali la giustizia americana non volle inquisire fino infondo. E che dire del primo ministro britannico Wilson, che fece nominare dalla Regina, che non batté un ciglio, alla carica di Pari a vita con il titolo di baronessa una sua collaboratrice, collaboratrice per così dire, in senso piuttosto lato? E qui mi fermo.

[...] Vi è chi, movimenti politici e potentati economiici, con o senza giornali di loro proprietà, sono terrorizzati che tu possa governare il Paese per altri quattro anni; e sperano che titolari di alte cariche istituzionali, al primo, al secondo o al terzo posto nelle precedenze, riescano a farti uno sgambetto.

[...] Io penso che tu sia vittima dell’odio dei tuoi avversari ma anche delle tue imprudenze e ingenuità. L’odio dei tuoi avversari è evidente: e non penso al mite e sprovveduto Dario Franceschini, né al freddo, politico e onesto e corretto Massimo D’Alema, anche se si è lasciato scappare una battuta che più che te e lui sta mettendo nei pasticci il «lotta-» o «lobby-continuista» magistrato di Bari. Questo odio io l’ho patito sulla mia pelle. Perché a te il noto gruppo editoriale svizzero dà dello sciupafemmine, ma a me per quasi sette anni ha dato del golpista e del pazzo, nel senso tecnico del termine. [...] Lascia stare i complotti, e respingi anche l’odio che è un cattivo consigliere anche per chi ne è oggetto. Vendi Villa La Certosa, o meglio regalala allo Stato o alla Regione Sarda: è indifendibile e «penetrabilissima». Lascia anche Palazzo Grazioli, che ha ormai una fama equivoca e trasferisciti per il lavoro e per abitarvi a Palazzo Chigi. Non chiedere scusa a nessuno, salvo che ai tuoi figli, quelli almeno che hai in comune con Veronica. Non mi consta che gli altri due grandi sciupa femmine come Kennedy e Clinton abbiano mai chiesto scusa alloro popolo… Fai la pace con Murdoch: tra ricchi ci si mette sempre d’accordo. Cerca un armistizio con l’Anm: porta alle lunghe la legge sulle intercettazioni e quella sulle modifiche del Codice di Procedura Penale e dai ai magistrati un consistente aumento di stipendio.

Vuoi, invece, fare la guerra? Allora vai in Parlamento: ma al Senato per carità! E non alla Camera, per non correre il rischio di vederti togliere la parola o espulso dall’aula. Tieni un duro discorso sfidando l’opposizione, fa presentare una mozione di approvazione delle tue dichiarazioni, poni la fiducia su di essa e, come ai gloriosi tempi della Dc con il Governo Fanfani, fatti votare contro dai tuoi, impedendo con i voti la formazione di un altro governo, porta così il Paese a inevitabili nuove elezioni… Perché la guerra – concludeva Cossiga – è sempre meglio per te, per l’opposizione e per il Paese, di questo rotolarsi nella melma.

via Corriere della Sera – Cossiga: Silvio, non chiedere scusa a nessuno.

E dalla Stampa sempre del 22 giugno 2009: “SILVIO, GIOCA D’ANTICIPO DIMETTITI CHE RIVINCI”.

Qui la lettera, anche questa come le altre tre (qui quella inviata al Presidente della Repubblica), datata “18 settembre 2007 A.D.” che il presidente emerito, Francesco Cossiga, ha inviato al capo del Governo. La lettera contiene precise indicazioni sulle ultime volontà riguardo alle esequie e per questo motivo, viene fatto presente in ambienti di Palazzo Chigi, si è preferito non renderla nota prima. La lettera vede Cossiga precisare subito di “avere disposto che le mie esequie abbiano del tutto carattere privato, con esclusione, in quella sede, di ogni pubblica onoranza e senza partecipazione di alcuna Pubblica Autorità”.

“Qualora dopo il mio seppellimento le Autorità competenti dello Stato decidessero una qualche forma di onoranza pubblica – che peraltro io riterrei più opportuno non avesse luogo – è mio desiderio: che in essa trovi posto un momento religioso, secondo i riti della Santa Chiesa cattolica; che il catafalco sia ornato dalla bandiera italiana e da quella tradizionale sarda; che nella rappresentanza armata siano compresi: per l’Esercito elementi dei Granatieri di Sardegna, per la Marina elementi del Comsubin, per l’Arma dei Carabinieri e per la Polizia di Stato elementi rispettivamente del Gis e di Nocs, corpi da me fondati”.

Continua Cossiga:

“sarebbe inoltre mio desiderio che alle eventuali cerimonie fossero invitati il presidente della Regione della Sardegna, il presidente del Consiglio regionale sardo nonchè i sindaci di Sassari, Chiaramonti, Bonorva e Siligo. Ho dispensato, salvo loro diversa decisione, i miei familiari dal partecipare a queste onoranze e prego lei, il presidente del Senato della Repubblica e qualunque altra Autorità di non voler fare premura alcuna, ancor che certamente cortese, nei loro confronti”.

Il presidente emerito della Repubblica, così come fatto anche nelle altre lettere indirizzate alle alte cariche dello Stato, conclude sottolineando che:

“fu per me un grande onore e immeritato privilegio servire la Repubblica nel Governo, da sottosegretario di Stato, da ministro e da presidente del Consiglio dei ministri: e questi miei sentimenti la prego di voler partecipare ai suoi eminenti colleghi del Consiglio dei ministri unitamente alla mia ferma conferma di fede civile nella Repubblica, nella Nazione e nella Patria. Che Iddio protegga l’Italia”.

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Il mio Cossiga, barbaro per bene

Ricordando Cossiga. Fr su The Front Page esordisce così “La politica italiana non ha mai perdonato a Francesco Cossiga la sua più grande qualità: l’intelligenza” e conclude così “gli sperticati elogi funebri di queste ore, che aveva certamente previsto, lo farebbero ridere di gusto. E così è bene ricordarlo: mentre, per un’ultima volta, seppellisce con una risata la mediocre Italia che ha avuto in sorte”. Mentre Lanfranco Pace sul Foglio scrive questo: “Il mio Cossiga, barbaro per bene“.

Non era un santo, era un barbaricino e avrebbe volentieri infilato la lama della sua pattada sarda nelle carni dei nemici di ieri che oggi lo piangono

La prima volta che l’incontrai fu in un ristorante, le masse truculente non avevano ancora sfregiato il suo nome con la k e la doppia s. Io non lo avevo visto, lui mi bussò alle spalle, “lei è persona ben nota ai miei servizi”, io rimasi impacciato ed ebbi come un trasalimento. L’ultima, poco tempo fa, in uno studio televisivo. Cammina con passo lento al braccio della figlia e della guardia del corpo, mi piazzo davanti e lo marco stretto, sento d’impulso di doverlo proteggere da telecamere e occhi volgari, “signor presidente ha la patta slacciata”; “oh mio carissimo amico, che vuole che sia, sono aspetti inessenziali della condizione umana”.

Questo era il “mio” Cossiga e non mi sentirei di dire né che fosse un buono, sempre sinonimo di fesso nel metalinguaggio della politica italiana, né che parlasse tanto per parlare, né che fosse un vecchio pazzo che ormai usciva in mutande e le brave persone facevano finta di non vedere. continua qui

via Il mio Cossiga, barbaro per bene – [ Il Foglio.it › La giornata ].

Qui si è tra quelli a cui il Presidente e la sua intelligenza mancheranno molto.

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