Archivio per Rassegna Stampa

Summa e specchio

Un partito prigioniero di Angelo Panebianco

La tragicommedia non è ancora finita. Per ora il «golpe » (come certi oppositori, dotati, come ognun vede, di senso della misura e dell’equilibrio, hanno subito definito il decreto salva-liste) è stato bloccato da un Tar. Ieri la lista pdl nella provincia di Roma ha subito un nuovo stop. Vedremo gli sviluppi. Al momento, si constatano due conseguenze. La prima è data dal grave danno d’immagine che il centrodestra si è auto-inflitto e di cui è il solo responsabile. La seconda riguarda gli effetti sull’opposizione.

La reazione del Partito democratico fa riflettere. È possibile che abbia ragione Giuliano Ferrara («Il Foglio», 8 marzo): il Pdl aveva fatto un clamoroso autogol ma il Pd non è stato poi capace di approfittarne. I dirigenti del Pd avrebbero potuto dire: accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione. Sarebbero usciti da questa vicenda a testa alta, come l’unico partito importante dotato di senso delle istituzioni. Ma ciò avrebbe anche richiesto che il Pd fosse un partito diverso da ciò che è, un partito forte, capace di decidere da solo la propria agenda politica, non un partito debole e etero-diretto, un partito che l’agenda, nei momenti critici, se la fa dettare sempre da altri, si tratti dei giornali di riferimento o di Antonio Di Pietro.

All’indomani del decreto, incapaci di sfruttare il grande vantaggio tattico che il Pdl aveva loro offerto, i dirigenti del Partito democratico si sono subito infilati in una trappola. Parlo della manifestazione di sabato prossimo. Se non verrà annullata, risulterà per il Pd un boomerang e un pasticcio politico, in qualche modo summa e specchio di tutte le sue debolezze. I dirigenti del Pd possono negarlo quanto vogliono ma la manifestazione avrebbe necessariamente il carattere di una presa di posizione contro il capo dello Stato e non solo contro il governo. Il decreto salva-liste, infatti, è stato firmato e difeso da Napolitano. In questa situazione, la stella di Di Pietro, oggi vero leader morale dell’opposizione, brillerebbe: egli è infatti il solo non-ipocrita della compagnia, quello che dice pane al pane, quello che ha chiesto subito l’impeachment per il capo dello Stato. Si badi: se fosse vera la tesi (ma i costituzionalisti sono assai divisi) secondo cui il decreto crea un grave vulnus al processo democratico, allora Di Pietro avrebbe mille volte ragione a proporre l’impeachment. Quello del Pd risulterebbe dunque un capolavoro politico alla rovescia. Consentirebbe (e ha già consentito) al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica.

L’intera vicenda si presta a considerazioni amare sulla qualità, la tempra e la professionalità della classe politica, di destra e di sinistra. Sulle debolezze (tante e complesse) del centrodestra avremo modo di ragionare in seguito. Per quanto riguarda il Pd, basti ricordare che esso, incapace di tracciare una linea di divisione netta fra sé e il movimento giustizialista, incapace di combattere i giustizialisti (apprezzati da tanti anche al suo interno), ha finito per abbracciarli. E questo è il risultato.

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Nessuno paga il biglietto per questo genere di repliche

C’è una repubblica costituzionale fondata sul lavoro e una materiale fondata sulle chiacchiere. Ai cittadini – come ha ricordato il presidente della repubblica, Giorgio Napolitano – preme la prima. Sopra ogni cosa preoccupa il lavoro, risorsa che la crisi ha reso ancora più scarsa aumentando le file dei disoccupati. È questo che interessa agli italiani: sapere quando ripartirà davvero l’economia e arriverà la ripresa. La conferma viene dai sondaggi che Sole 24 Ore e Ipsos stanno conducendo nelle regioni al centro della contesa elettorale. E stavolta statistica e senso comune vanno a braccetto.

Non è la situazione politica a preoccupare se, ad esempio, in Piemonte solo il 25% dice di considerarla un problema grave (è poco di più, il 28%, il dato su scala nazionale) contro il 73% che ritiene problema urgente l’occupazione, da associare a un altro 22% che teme per l’economia in generale.

[...] Il “dilemma democratico” – che ora finisce al vaglio della Consulta – era questo: e ancora una volta la politica, l’esercizio nobile della gestione del bene comune, avrà abdicato agli avvocati la sua missione in nome di una ben più prosaica volontà di sopravvivenza. E mentre la tenzone si fa sempre più di carta, il paese chiede soluzioni vere. Che sono quelle legate all’economia, a una ripresa ancora frammentaria e ritardata, alle infrastrutture carenti – freno allo sviluppo di tutto il territorio -, alle riforme che non arrivano e invece servirebbero a dare slancio alle forze migliori del paese.

[...] È questo il paese di cui la politica non parla perchè persa nelle fumisterie di schieramento. Un’altra prova? Ancora dal sondaggio piemontese: la Tav, la sofferta tratta ad alta velocità Torino-Lione, è ormai obiettivo più che condiviso anche nella sinistra (del resto il 76% dei cittadini della regione lo considera un beneficio). A questo dunque deve guardare chi chiede consenso. Alla competizione sui grandi temi di modernizzazione del paese.

E nemmeno gridare sempre e solo all’emergenza democratica è una strada proficua. È auspicabile che lo comprenda anche il Pd cui alcuni vorrebbero imporre – da spalti d’inchiosto o da tribune web – la soluzione del tirare la corda al massimo della resistenza. Una volta che la corda fosse spezzata, si avrebbe solo un paese diviso in due, ferito e smarrito: Berlusconi a gridare al golpe comunista, i regicidi a cantare vittoria senza i voti per renderla verosimile. Gli italiani a guardare il triste spettacolo. Nessuno paga il biglietto per questo genere di repliche.

via IL VOTO E L’ECONOMIA / Cercasi leadership per un paese di gente seria – Il Sole 24 ORE.

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La forma è sostanza

Per chi ama la giustiza e la forma che è indiscutibilmente sostanza. Quello che è accaduto alla Corte di Appello di Milano. Questa come si chiamerebbe?

“Liste truffa” contro Cota. A Milano prove della vergogna.

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No a cortei contro il Capo dello Stato

Luciano Violante:

«Il Presidente della Repubblica non si approva, né disapprova, si rispetta e basta. La via scelta dal governo è, a mio avviso sbagliata, ma non parteciperei mai a una manifestazione contro il Capo dello Stato»

[...] Ripeto, occorreva una soluzione più responsabile e oculata. Sono convinto anch’io che quando ad essere escluso dalle elezioni è uno dei partiti più importanti il danno alla rappresentatività è più grave, ma ora rischiamo di ritrovarci in un groviglio giudiziario inestricabile…

via ELEZIONI/ 2. Violante: Di Pietro parla a vanvera, no a cortei contro il Capo dello Stato | Pagina 1.

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Il ragionamento non fa una piega

Il ragionamento del Pd non fa una piega: «Il decreto è un vulnus alla democrazia, stravolge le regole, è un atto autoritario, un gesto di arroganza, quindi Napolitano ha fatto benissimo a firmarlo».

via Quindi – LASTAMPA.it.

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Come può uno scoglio…

C’è qualcosa che non torna.

via Camillo » Archivio » Farepassato.

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Il potere ha corrotto il mio cervello

Luca Ricolfi replica all’editoriale domenicale di Scalfari che lo chiamava in causa (“A volte il potere corrompe non le tasche dei probi ma i loro cervelli. E questo non è un rischio remoto ma estremamente attuale tra quelli che stiamo correndo”). Intercettazioni e proposte mai fatte.

Caro Direttore, circa una settimana fa ho scritto su La Stampa un pezzo sulle intercettazioni (Intercettare a patto di razionalizzare), nel quale facevo due proposte:

a) Razionare il numero delle intercettazioni, affidando al Consiglio Superiore della Magistratura o ad altro organismo la loro allocazione (attualmente del tutto squilibrata) fra i 29 distretti giudiziari; a titolo di esempio suggerivo che potrebbero essere portate gradualmente a 100 mila (dalle 140 mila del 2008, contro le 32 mila del 2001);

b) Consentire ai giornali di pubblicarle, ma solo se depurate dei riferimenti a soggetti che non c’entrano, e soprattutto solo a partire da un certo stadio dell’azione penale (ad esempio: dall’inizio del dibattimento).

Pochi giorni dopo, leggendo l’editoriale della domenica di Scalfari, vedo che mi critica severamente (fin qui tutto ok) ma attribuendomi due proposte che non ho mai fatto:

a)«Creare un apposito organo di regolamentazione autonomo rispetto alla magistratura e cogente verso i giornali»;

b)«Consentire ai giornali l’accesso alle fonti in fase istruttoria e riferirne “a rotazione periodica” tra le varie testate».

Lì per lì ho pensato che qualche giornalista o commentatore avesse effettivamente fatto queste due proposte, e che Scalfari, per errore o distrazione, le avesse attribuite a me. Ho pensato questo perché sono abituato ad assumere che il mio interlocutore:
1) padroneggi la lingua italiana;
2) non sia in mala fede.

Poi ho controllato su Internet, e non v’è traccia delle due proposte che Scalfari attribuisce a me. Nessuno pare averle fatte. Quindi Scalfari parlava proprio di me. Che cosa devo pensare?

Giustamente Scalfari considera «barocca» la prima proposta, «ridicola» la seconda: il punto però è che io non le ho mai fatte. E nota: non si può dire che Scalfari forzi o deformi il mio pensiero. Lui inventa di sana pianta, addirittura riportando fra virgolette un’espressione che non ho mai usato: «A rotazione periodica».

La sua conclusione è che il potere ha corrotto il mio cervello. Sono senza parole. E’ questa la professione giornalistica? Perché i lettori di Repubblica, che spesso leggono solo Repubblica, devono pensare che io sia così sprovveduto?

via Intercettazioni e proposte mai fatte – LASTAMPA.it.

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Rinviato, per ora?

(Adnkronos) – Botta e risposta via web tra l’amministratore delegato di Telecom Italia Media, Giovanni Stella e Gad Lerner, sul sito di quest’ultimo (www.gadlerner.it). Il conduttore dell‘Infedele – che stasera non andrà in onda con la prevista puntata dedicata all’inchiesta sul riciclaggio che vede coinvolte Fastweb e Telecom Sparkle – ha pubblicato sia la lettera ricevuta da Stella che la sua risposta. Nella prima si legge:

“Caro Gad, come da accordi telefonici del 27 febbraio u.s., Ti rappresento che ragioni di opportunità – anche al fine di non turbare in alcun modo le delicate indagini giudiziarie in corso e le eventuali misure cautelari al vaglio delle competenti Autorità Giudiziarie in relazione alla vicenda della società Telecom Italia Sparkle S.p.A. – mi consigliano di soprassedere, per ora, alla decisione presa da Te congiuntamente con il Direttore, da me approvata, di dedicare la puntata dell’Infedele del 1° marzo 2010 al tema del ‘riciclaggio per il tramite di società telefoniche’”,

Cordiali saluti, conclude Stella.

Questa è la risposta di Lerner, pubblicata subito dopo:

“Caro Gianni, mantengo il dissenso che ti ho già manifestato. Ritengo che la trasmissione dell’Infedele da noi concordata secondo le procedure aziendali, e già pubblicizzata, non avrebbe turbato né le indagini né le decisioni che competono alla magistratura. Avrebbe informato e approfondito, come da otto anni usa L’Infedele anche su vicende riguardanti Telecom Italia e come spero torni a fare dopo lo spiacevole salto di una puntata. Ti ringrazio per la correttezza con cui riconosci la coerenza del mio operato al contratto e alla fiducia reciproca che ci legano”,

Cordiali saluti, conclude Lerner.

Se il per ora, dipende dall’inchiesta, con i ritmi della giustizia italiana, ha buone possibilità di diventare per sempre.

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La maestrina del giornalismo

Nicola Porro sulla polemica scatenata da Travaglio ad Annozero e sull’intervento “alto” di Barbara Spinelli sul Fatto:

Mi sono permesso di dire: “sarà capitato anche a te di frequentare persone che non si sarebbe dovuto frequentare”. Niente di più: c’è la prova televisiva, si direbbe a Controcampo. Ne è scaturito un finimondo. Io sono diventato un “fascistoide”, un “poveraccio” e “un liberale del cavolo”. Passi per quello che è avvenuto in trasmissione. Gli animi in diretta si possono scaldare e anche il mio si è scaldato troppo. Il giorno dopo, a freddo, sul quotidiano di Travaglio, il medesimo liberale del cavolo, con Belpietro, è diventato anche il “trombettiere”, che “sguazza nella merda”, “fa il frocio con il culo degli altri” e che a fine trasmissione va da “Berlusconi a ritirare la paghetta”.
E facciamo passare anche questa. [...] La banalissima questione Travaglio era necessario chiuderla là, una settimana fa. [...] ieri ho finalmente capito che la vicenda non riguardava più solo il sottoscritto e Travaglio. Ho capito che una certa parte del nostro salottino intellettuale si è sentito colpito nel vivo. Si è trovato un soggetto fuori dai giri, il sottoscritto, che ha fatto perdere la Trebisonda al proprio eroe (Travaglio). Se il buon senso vince sull’ideologia, questi signori sono fritti. Se in ogni contesto, dal bar alla tv, un John Galt qualsiasi si alza in piedi e ribatte con qualche argomento al Travaglio di turno, l’impunità intellettuale di cui godono questi oracoli va a farsi benedire. Le parole di Travaglio, fino a prova contraria, non sono legge. Chiunque glielo può ricordare. E la trasmissione dell’altra sera, dimostra come anche i suoi nervi non siano così saldi. Ecco perché occorre delegittimare qualsiasi interlocutore critico, prima che sia troppo tardi per la sacralità della conventicola. Ieri leggendo Barbara Spinelli sul quotidiano di Travaglio (La verità di Santoro (e di Popper), ho capito infatti che l’artiglieria che conta si è mossa. Se si scomoda la maestrina del giornalismo, quella che se raggiungi l’ultima riga del suo pezzo ti danno un premio, e che se non cita Popper e Pulitzer non è contenta, dicevo se si muove la maestrina è evidente che nella casa ci sia il timore che una gigantesca pernacchia collettiva sommerga tutti questi moralisti con la verità in tasca.
Il copione è semplice. Il primo tempo è quello in cui si gioca facile: l’avversario, cioè il sottoscritto, è venduto al cav e dunque, ipso facto, non è credibile, non ha diritto di parola. Le sue contestazioni sono solo aggressioni. È un fascistoide. Il secondo tempo è quello più subdolo, e qui entra in gioco la maestrina o chi per lei: l’avversario, cioè il sottoscritto, non è degno del mestiere del giornalista. È il classico italiano (non smettete mai di dire quanto vi faccia schifo questo paese!) che tira a campare e che nel resto del mondo farebbe il portavoce del governo. Il secondo tempo si incarica dunque di distruggere la professionalità, così in cento righe, per far qualcosa. Si prende a prestito un supposto ottimo, il modello americano, e lo si confronta con il pessimo, il modello italico-berlsucoide. La cosa ridicola è che non si conosce il primo, se non per sentito dire, ma neanche il secondo. Vi è infine un terzo tempo. E’ riservato al conduttore. Michele Santoro, che pure qualche mattoncino per la costruzione del fortino antiberlusconiano lo ha portato, viene così preso di mira: come si permette di ospitare gente della risma di Porro e Belpietro? Non si rende conto di aprire un varco al nemico. La guache caviar dalla Spinelli e Colombo, non ha mai sopportato questo salernitano che non sa indossare le cravatte della DeClerque.

Infine c’è un altro piano. Una certa parte degli intellettuali, scrittori, giornalisti di questo paese non potrà mai venire accettata dal nostro bolso establishment culturale (echhissenefrega dici giustamente tu direttore), se non farà pubblica manifestazione del proprio antiberlusconismo preconcetto. Non bastano i distinguo, ci vuole il vero dna di antiberlusconiano per diventare un intellettuale degno di questo nome. Ovviamente le cose non vengono dette in modo così semplice. Ci si aggrappa sempre a qualche grande categoria dello spirito. Il filo rosso è rappresentato dalla scarsa serietà che contraddistingue chi non la pensa al modo dei soci del club della pernacchia (Travaglio, Spinelli e Colombo, solo per considerare questo minimo caso televisivo). Chi non fa parte del piccolo circo degli intellettuali chic (quelli che le hanno sbagliate tutte da Lotta Continua ai sindacati a Travaglio) è per definizione poco serio. Non potrà vincere mai un premio giornalistico (sai che minaccia), non potrà mai agguantare la verità e se ha un’idea (sì anche da queste parti capita di averle) è pagata dal Cavaliere. Noi caro direttore non siamo seri, perché nella vita non abbiamo mai fatto quel genere di stupidate (ops maestrina!!! Ma d’altronde a forza di frequentare Travaglio le parolacce le capirà anche lei) che sole ci spiegano il vero senso del giornalismo. Gli intellettuali a la page possono essere pagati dalla Fiat (le perle della maestrina sono forse retribuite direttamente dal padreeterno?), o da De Benedetti, ma non da Berlusconi jr. Citano Popper ma non si mettono mai in discussione. Per loro la falsificazione della verità equivale al pentimento: a distanza di dieci anni fanno ammenda dei propri errori e sposano la nuova moda e così via. Si sentono così molto popperiani. La loro presunzione intellettuale non gli fa vedere la drammatica contraddizione in cui cadono: chiedono a Santoro una pulizia delle liste degli ospiti, l’ostracismo per Porro e Belpietro, con lo stesso sciocco piglio con cui Berlusconi voleva la chiusura di Santoro, per motivi esattamente opposti.

via Zuppa di Porro – La maestrina

In questo blog, dove si evita da sempre di parlare dei Travaglio e dei travaglismi, si fa un’eccezione perché il vedere trasformato anche Nicola Porro in un lacché del cav, sembra effettivamente troppo.

Mentre Feltri qui: Che Travaglio riempe le pagine della “Stampa“, replica all’ex Michele Brambila (inteso come ex vicedirettore di Libero e del Giornale) che nella sua analisi su La Stampa – titolata  “Wanted Travaglio. La destra ha scelto è lui il super nemico – aveva parlato del giornalista del Fatto come di uno “sempre più nel mirino dei quotidiani vicini all’attuale maggioranza”. E senza ritenere di dover spendere neanche mezza parola a difesa della professionalità del collega Porro, anzi facendo concludere “l’analisi” ad un Travaglio che “se la ride”.

Che fa fare entrare nei “salotti buoni” della grande stampa nazionale. “L’artiglieria che conta si è mossa.”

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