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Zampini

A proposito della nomina di Irene Pivetti ad assessore a Reggio Calabria da parte del sindaco f.f. Giuseppe Raffa, del successivo dietrofront, delle nuove complicazioni e di come la stampa nazionale ha informato i propri lettori sulla vicenda.

Cioè il Sindaco f.f., è un sindaco che momentaneamente fa le funzioni del sindaco regolarmente eletto, cioè Giuseppe Scopelliti – nel frattempo eletto governatore della regione – che era stato riconfermato sindaco per un secondo mandato con il 70% dei consensi nel 2007. L’opzione ed il successivo subentro del vicesindaco ha evitato la nomina dei commissari, che sarebbe scattata in caso di dimissioni, e ha consentito la proroga degli organismi comunali fino alle prossime elezioni amministrative, fissate per la primavera del 2011. Insomma il subentro serviva a dare continuità amministrativa alla città e impedire il commissariamento. Qui come Il Sole 24 Ore raccontava la vicenda, annunciando al mondo come “Nel terremoto in giunta a Reggio (con Irene Pivetti assessore) c’è anche lo zampino di Fini“. Qui era Il Corriere della Sera che parlava del “ritorno” dell’ex presidente della Camera “per salvare l’immagine di Reggio Calabria” e addirittura di un “sindaco che si è riappropriato della carica di primo cittadino, ritirando le dimissioni e azzerando la giunta, dopo aver vinto la personale battaglia contro i vertici del Pdl, nazionale e regionale” (poi ha fatto una clamorosa retromarcia). Lo zampino e le “benedizioni” dell’attuale Presidente della Camera nei confronti di giunte e alleanza che non rispettano in alcun modo la volontà degli elettori – e che cercano di evitare a tutti i costi eventuali, ulteriori elezioni – sembrano essere diventate una costante. Il suo sport preferito, dopo le immersioni. A livello nazionale abbiamo l’area della responsabilità a Reggio Calabria e in Sicilia cosa?

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Io ricevo un mandato e quel mandato realizzo

E’ il Riformista che rintraccia telefonicamente Donato Lamorte e lo intervista. “L’Off – shore? Non so non parlo inglese“. Alla fine il vecchio ex-missino, dice anche qualcosa di abbastanza interessante, anche se lo fa per dimostrare quanto siano inconsistenti le pretese avanzate dalla Destra di Storace. Quando gli viene riferito da Marco Sarti che: “Gli esponenti de La Destra che hanno fatto luce sulla vicenda, oggi dicono che l’atto di vendita non è valido. Quando nel luglio del 2008, al momento del rogito, Gianfranco Fini firmò la delega a Francesco Pontone, non era più il presidente di An.” Lui risponde pronto:

Questa è una sciocchezza. La reggenza non è mica un organo statutario. Anche dopo aver rimesso l’incarico, il presidente del partito rimaneva Gianfranco Fini, non altri.

Quindi altro che La Russa e colonnelli per Lamorte, anche con la reggenza, a decidere era solo il Presidente. “Il presidente del partito rimaneva Gianfranco Fini, non altri”.

Mentre è proprio il Corriere della Sera, che ieri avanzava qualche dubbio sulla ricostruzione, che ascolta Pontone. L’ex-tesoriere “pentito”: “Dovevo rifiutare l’incarico”.

Il vecchio senatore ha l’aria stanca e sofferta, ma conserva l’orgoglio: «Sono incazzato – spiega -. Da 50 anni faccio politica e sono una persona onesta. Presi in mano il bilancio del partito con un debito di 10 miliardi di lire, l’ho lasciato con un attivo di 60 milioni di euro. Capito? Eppure adesso i giornalisti mi perseguitano, mi chiamano di continuo al telefonino. Voci, insinuazioni, sospetti… Ma scusate? Di Tulliani dovete chiedere a Fini… Io che ne so? Io Giancarlo Tulliani fino a ieri non lo conoscevo neppure di nome e comunque a Montecarlo il giorno del rogito lui non c’era. Di questo sono sicuro. Per quanto riguarda la vendita, poi, io ebbi un preciso mandato da Fini e quel mandato ho assolto pienamente. Tutto qui. È inutile che continuate a chiedere a me, se volete nuovi particolari andate a cercare la società che fece il contratto di affitto a Tulliani…».

Anche lui sul tema, dopo i chiarimenti del Presidente della Camera, è abbastanza schietto:

Ma era una società offshore, senatore… «E vabbé – si schermisce – io mica faccio il poliziotto o il finanziere, io ricevo un mandato e quel mandato realizzo. Però, ve lo ripeto, dal giorno in cui firmai l’atto di vendita di boulevard Princesse Charlotte la strada mia e quella della casa di Montecarlo si sono divise. Io, davvero, non so cos’è successo dopo». La coincidenza «inspiegabile», dunque, rimane un mistero.

Qui il commento di Giampaolo Pansa: Gianfranco mi ricorda il Pds di tangentopoli e quello di Antonio Polito L’immoralità della questione morale. La questione morale, infatti, sbandierata dai moralisti come parametro etico superiore e autonomo da ogni giudizio politico, viene usata a fini politici come ogni altra questione, quando in gioco c’è il potere. È sempre stato così e sempre sarà. La questione morale può essere molto immorale. E per conto nostro non lo scopriamo oggi.

Fini non ci fa infatti una bella figura. Non tanto perché un bene immobile di An è stato goduto da un affine molto mobile di Fini. In questo caso, infatti, regge effettivamente poco il paragone con Scajola, perché lì il favore sarebbe stato erogato in cambio di appalti pubblici dello Stato, mentre qui è tutto in famiglia. Ma Fini non fa una bella figura perché un politico che non sa o non governa gli affari di famiglia e ne apprende “con disappunto” i particolari dalla moglie non è il più accreditato per governare un giorno gli affari dello Stato.

D’altra parte è perfettamente chiaro a tutti che Fini paga con questa sonora schiaffeggiata morale il suo atto di ribellione politica a Berlusconi, e che l’intento di chi lo accusa e ne chiede le dimissioni (parliamo dei politici, perché i giornali sono liberi e non tollerano né bavagli né leggi-bavaglio, se non ricordiamo male), l’intento di chi l’accusa è di frenarne l’azione politica con un pretesto morale.

Di fronte a una tale evidente rappresaglia, l’opinione pubblica anti-berlusconiana potrebbe e anzi dovrebbe rispondere con un’alzata di spalle, dimostrando di dare più importanza al Fini politico che al Fini maritato e a suo cognato. Ma non può. Dopo aver sbandierato dieci domande al premier sulla sua partecipazione a una festa a Casoria, come si fa a non tollerarne due o tre su una casa a Montecarlo? Dopo aver chiesto l’impeachment del capo del governo per una telefonata di raccomandazioni a una velina in Rai, come si fa a disinteressarsi dei contratti di una suocera in Rai?

[...] Questo boomerang non dovrebbe però far riflettere solo la sinistra, cui le campagne moralistiche hanno dato tante vittorie di Pirro quante sconfitte elettorali. Dovrebbe far riflettere anche Fini e i finiani. Perché anche loro il cedimento demagogico alla questione morale l’hanno fatto. Quando hanno capito che tutte le questioni politiche usate nella loro giusta critica a Berlusconi (cesarismo, immigrazione, federalismo fiscale) non bastavano a rompere, hanno fatto ricorso alla morale, che loro chiamano “legalità”, provocando l’avversario sul punto cui è più sensibile: le inchieste della magistratura. E così, come nel più perfetto dei circoli viziosi, la rincorsa demagogica e strumentale alla virtù sta degenerando nella più sporca e torbida delle lotte politiche. L’unica – sembra – che la politica italiana sappia ormai praticare con una certa maestria e voluttà.

Qui invece un’intervista al tesoriere del patrimonio dell’ex-Pci, Ugo Sposetti, secondo lui quando “finisce la storia di un grande partito, serve la vigilanza di più persone”, “Ecco come è gestito il patrimonio dell’ex Pci“. E qui altra intervista, questa volta ad Andrea Augello: “Tulliani spieghi. Se Fini sapeva, si dimetterà”. Prima aveva firmato la lettera dei senatori dissidenti, poi non è mai passato nel Fl, ma nessuno lo considera berlusconiano, a quanto ci dice Sara Menafra sul Manifesto.

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Convergenze o area di responsabilità?

Domani si vota alla Camera la sfiducia al sottosegretario alla Giustizia Caliendo presentata dal Pd e dall’Idv. Per Maroni: se il Governo sarà sfiduciato non ci sono alternative al voto anticipato. Per Rutelli: inizia il cambiamento, si uniscono le forze per le riforme.

Le idee chiarissime anticipate dal portavoce del Presidente della Camera sono diventate finalmente di dominio pubblico. Per l’occasione ha deciso anche di evitare la riunione con il suo gruppo “un attimo prima dell’eventuale voto sulla mozione di sfiducia” come anticipato con comunicato stampa dal portavoce della Presidenza della Camera e ha deciso con largo anticipo. Optando per una cena fuori da Montecitorio per la prima riunione ufficiale del nuovo gruppo.

Dopo che “Il finiano Benedetto Della Vedova ha annunciato l’accordo parlando di «convergenza»: «C’è convergenza sulla posizione dell’astensione per ciascuno all’interno del proprio gruppo», questo ha infatti reso noto Della Vedova al termine del vertice tra Fli, Udc, Api ed Mpa, il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa l’ha subito battezzata «area di responsabilità». Un Italo Bocchino insolitamente cauto si affrettava a escludere la semplificazione linguistica di «terzo polo» che già riempiva le pagine di tutti i quotidiani e dichiarava: «Nel sistema bipolare non esiste il terzo polo. Sarebbe come giocare a tennis seduti sulla rete…».

Definizioni a parte, scrive il Corriere della Sera, è ormai ufficiale che i finiani, l’Api di Francesco Rutelli, i centristi di Pier Ferdinando Casini e l’Mpa di Raffaele Lombardo hanno creato un fronte comune su Caliendo. Fini ha anche dato disposizioni che gli esponenti del Fli che sono al governo votino contro la mozione di sfiducia nei confronti del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo. A quanto pare dobbiamo ancora aspettare prima di vederli votare contro se stessi, mentre gli altri finiani si asterranno. È la linea dettata – secondo quanto si apprende – da Fini stesso, che ha esortato i suoi ad avere «nervi saldi» e ha fatto trapelare che la decisione è stata presa perché «Caliendo non è Cosentino». Questo avrebbe infatti detto il presidente della Camera.

Le parole di Cesa sull’area di responsabilità sono state confermate poi dal leader dell’Udc, Pierferdinando Casini. Anche per lui non si tratta di un terzo polo, ma di «un’area di responsabilità che non nasce contro gli altri. Noi non nasciamo per mettere in crisi il governo, operiamo perché il Paese faccia scelte di responsabilità», dice appunto Casini in un’intervista al Tg3. Alla domanda su un governo di transizione guidato da Giulio Tremonti che si occuperebbe solo della legge elettorale, Casini risponde: «Non è all’ordine del giorno. Poiché il nome dovrà essere scelto dal capo dello Stato, ha fatto bene Bersani a smentire questa finta indicazione di Tremonti perché non avrebbe senso». Sì perché prima dell’esito della riunione era trapelata l’altra notizia del giorno, l’apertura di Bersani ad un governo di transizione guidato da Giulio Tremonti. Ipotesi smentita poi dal suo portavoce Stefano Di Traglia, dopo aver registrato le reazioni alle parole del segretario nazionale del Pd che stavano sollevando una bufera dentro il suo stesso partito, con la Bindi che chiedeva immediate spiegazioni: “Il ministro Tremonti è l’artefice del disastro”.

Interpellato dai cronisti a Montecitorio rispetto al no di Rosy Bindi, Bersani ha preso rapidamente le distanze da quella posizione, anche se – in risposta a una domanda – sottolineava che un simile governo sarebbe “un’evenienza più sensata di un confronto elettorale con un meccanismo come questo”. Il segretario Pd puntualizzava comunque che il suo “mestiere” è diverso da quello del capo dello Stato, Giorgio Napolitano: “Non spetta a me decidere”. Il tiro incrociato su Bersani aveva trovato sponda anche nel sindaco di Torino Sergio Chiamparino, che consigliava al segretario di evitare riferimenti a governi tecnici o formule simili per concentrare gli sforzi sulla necessità di rafforzare la proposta politica democrat, al momento “non un’alternativa credibile” al centrodestra.

I capigruppo leghisti Federico Bricolo e Marco Reguzzoni, in una nota congiunta, hanno tranquillamente commentato così:

Prendiamo atto della scelta dei finiani di consultarsi e votare con una parte dell’opposizione. Ognuno è libero di fare quel che crede, assumendosene chiaramente la responsabilità».

L’Idv, dal canto suo, come sempre ha attaccato, in questo caso nel mirino ci sono finiti i finiani: «Alla faccia della coerenza! Fanno una battaglia sulla legalità, su questa rompono accordi di legislatura, e poi alla prima occasione in cui sono chiamati a prendere posizione assumono l’aria svagata di chi non c’era o se c’era dormiva. Ci saremmo aspettati più coraggio».

via Caliendo, nasce il fronte dei moderati Finiani, Udc e Rutelli per l’astensione – Corriere della Sera.

p.s.: Pare sia stato deciso anche che Italo Bocchino sarà il capogruppo dei finiani alla Camera, affiancato dai vice Benedetto Della Vedova e dalla new entry Giorgio Conte, capogruppo pro tempore. Al Senato, a settembre, sarà eletto capogruppo Pasquale Viespoli. Della Vedova, da capogruppo in pectore, almeno a leggere le indiscrezioni di Repubblica (il presidente alla Camera dovrebbe essere l’ex radicale Benedetto Della Vedova) a vice di Bocchino. Il riformatore liberale da minoranza nel Pdl (271 deputati), a minoranza della minoranza dei futuristi (33 deputati + un Presidente della Camera). L’investitura di Largo Fochetti non ha portato fortuna neanche a lui.

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Chi sono?

Ricordiamolo. Dato che dappertutto vediamo i grandi quotidiani esercitarsi solo con tabelline, grafici e schemini web 2.0 che presentano al mondo i teorici del fini-pensiero e i 33 deputati (anche se tutti continuano a darne 34 come se si potesse contare il Presidente della Camera) che hanno aderito al nuovo gruppo Futuro e Libertà, noi ci permettiamo solo di ricordarli a quelli che fanno libera e corretta informazione. Questi sono i componenti dell’ufficio di Presidenza del Pdl. Questi insomma, tra gli altri, sono gli “schiavi” che si sono contrapposti alle “donne e agli uomini liberi”, e che hanno votato senza tentennamenti il documento che ha messo alla porta il cofondatore.

Renato Brunetta, Mara Carfagna, Gianni Chiodi, Roberto Formigoni, Franco Frattini, Giancarlo Galan, Mariastella Gelmini, Carlo Giovanardi, Stefania Prestigiacomo, Gaetano Quagliariello, Gianfranco Rotondi, Maurizio Sacconi, Renzo Tondo, Giulio Tremonti e Elio Vito.

A proposito sempre di stampa libera e democratica, a quanto pare tutti nel frangente si erano dimenticati di citare il precedente di Sandro Pertini, e sì che è stato un pezzo abbastanza importante della nostra vita democratica. Semplicemente rimosso. Non esistevano precedenti di sorta sulle dimissioni di un Presidente della Camera, ma Saragat e Pertini si dimisero.

Nel luglio del 1969, verificatosi una situazione di divisione analoga nel Partito Socialista con la sinistra socialista, il Presidente Pertini, ritenne doveroso dimettersi e mandò a tutti una lettera con questa dichiarazione: “Correttezza vuole ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi“.

Le ultime parole famose di Bocchino erano state proprio “da qui non ci muoveramo mai”. Beh a quanto pare, comunque, si sono dovuti muovere. Anche all’oscenità c’è un limite, scriveva lui, un altro  tra gli evidenti “uomini non liberi” qualche giorno fa. E ora li vogliamo vedere i componenti del governo che votano contro se stessi. O il 34esimo, il Presidente della Camera, che vota. Attendiamo fiduciosi. Anche da lì probabilmente dichiareranno dopo che non sono disponibili a muoversi. Sarebbe indubbiamente interessante. Non ci sono precedenti di sorta.

Mentre tutti gli altri “uomini liberi” sembrano anche assolutamente disinteressati dal far qualsiasi innocente domanda su questi argomenti, quando ad essere in campo sono i cognati (qui sono tranquillamente confermate le indiscrezioni pubblicate da qualche quotidiano). Che ne so fare solo qualche domandina per sapere come sono andate davvero le cose, non dico altro. Invece a quanto pare sembra normalissimo a tutta la stampa d’inchiesta, libera e democratica che il cognato del presidente della Camera occupi un appartamento a Montecarlo, lasciato in eredità ad Alleanza Nazionale. Intanto le analisi dei politologi ora sembrano tutte ruotare intorno ai numeri e alle quote, sembra di essere ritornati al trionfo del manuale Cencelli, protagonista indiscusso della Prima Repubblica. Politica? Condivisione di programmi? Sintonia? Progetto comune? Chiarezza? Ma quando mai, è il trionfo assoluto dei numeri e della possibilità di chi deterebbe la golden share (così Bocchino) di tendere imboscate al governo scelto dagli italiani.

Ma prima o poi – come dice pragmaticamente Mieli (“li vedo e li piango“), uno che se ne intende di tutto questo ambaradan, che a Cortina ne approfitta per consigliarli opportunamente e fraternamente, “rimboccatevi le maniche e lavorate col vostro elettorato” – che ne so, facendo qualche nome a caso tra «le donne e gli uomini liberi», gli amici Barbareschi (finora noto per essere stato per anni un brillante artista, qui nella vera immagine del giorno), Bongiorno (finora noto per essere stata il brillante difensore di un altro pezzo importante della Prima Repubblica, quell’Andreotti inquisito per mafia), Ronchi (finora noto per essere diventato un brillantissimo dirigente di partito e poi un ministro nominato, senza mai passare per una elezione di alcun tipo, neanche quella di un condominio), Consolo (idem con patate, candidato per la prima volta con scarso successo nel proporzionale in Sicilia e noto finora per essere il padre della famosa attrice Nicoletta Romanoff), Proietti (Francesco Proietti Cosimi detto Checchino, finora noto per essere stato per anni il segretario personale del Presidente della Camera) o anche Perina, Angeli, Sbai e Della Vedova, si dovranno pur misurare con delle elezioni nazionali e speriamo anche con delle preferenze o con dei collegi, ed è là che si parrà poi la lor nobilitate, dato che per loro sarà l’esordio assoluto, visto che per assidersi comodamente a Montecitorio, finora sono stati solo nominati e cooptati (fino a ieri senza mai manifestare nausea o schifo alcuno).

Se e quando i numeri verranno meno si andrà a votare. E allora sarà con il paese che si dovranno misurare, non più con le beghe di palazzo, se non altro per un minimo di rispetto verso gli elettori di centrodestra. Ed è proprio al paese, a quella pancia del paese dagli istinti animali, che prima o poi bisognerà presentarsi, assumendosi le doverose responsabilità. Quantomeno in una democrazia.

update: “Una cosa deve essere chiara: senza i numeri si va subito al voto“. «Abbiamo reagito e scelto l’unica strada possibi­le. Per scongiurare una lenta e inevitabile consunzione. E per­ché era arrivato il momento della chia­rezza e del nuovo inizio. Le incognite? Pesate. Valutate…». Una pausa leggera, poi Gaetano Quagliariello riprende a par­lare da dove si era interrotto: «Berlu­sconi è il primo a essere assolutamente consapevole del rischio che si corre. È il primo a capire che scegliere la chiarezza significa anche mettere a repentaglio se stesso». E Berlusconi sa benissimo che deve sfidare l’ex alleato fuori dal Palazzo.

update: Sono distratta, mi era sfuggito stamattina o forse l’hanno cambiato dopo, pongo comunque rimedio. Per il Corriere che ne fa un GRAFICO INTERATTIVO abbiamo addirittura “L’esercito dei finiani alla Camera“.

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Fuorviante

E’ da tempo che molti “analisti politici” sostengono che la rottura tra Fini e Berlusconi non si fa e non si potrà fare mai, perché il Presidente della Camera si è salvaguardato tecnicamente con un accordo blindatissimo (firmato dal notaio) che impedirebbe quasiasi rottura. Ne ha scritto anche il Tempo oggi: “Senza Fini addio al simbolo del Pdl“. Berlusconi è il proprietario, ma per utilizzarlo ha bisogno dell’autorizzazione di tutti i soci fondatori. Il Cavaliere vorrebbe cacciare l’ex leader di An ma perderebbe il marchio del partito.

Questa la nota di precisazione che ha diramato l’ufficio stampa del Popolo della Liberta e che fa riferimento proprio all’articolo pubblicato sul Tempo, definito ”fuorviante”.

”Il presidente Silvio Berlusconi non solo è l’unico e legittimo proprietario del simbolo del PdL, ma ne ha la piena disponibilità senza il bisogno dell’autorizzazione di chicchessia, anche nel caso di fuoriuscita dal partito di uno dei contraenti che stipularono l’atto notarile il 27 febbraio 2008”.

Nell’articolo in questione si sostiene che Berlusconi vorrebbe cacciare Gianfranco Fini ma se lo facesse perderebbe il simbolo.

”L’estensore dell’articolo, pur citando ampi stralci dello stesso atto, non sembra essere in possesso dell’intera documentazione relativa al simbolo e al nascente partito del PdL – aggiunge il comunicato – ed ignora lo statuto, le norme transitorie e l’avvenuto congresso fondativo, che hanno superato in modo sostanziale e formale ogni atto precedente, compresi quelli citati nell’articolo”.

Ed eccole qui le norme transitorie contenute nello statuto che spiegano, forse, anche perché Fini e i finiani boccino preventivamente qualsiasi proposta (anche ieri con Benedetto della Vedova hanno giudicato ridicola l’ipotesi dei congressi locali lanciata da Alemanno). A loro non interessa nulla della possibile articolazione territoriale del partito, della discussione dal basso, a loro interessa solo riuscire in qualche modo a riottenere quei posti e quel potere che Fini pensava di essersi garantito a vita, accettando al momento della confluenza qualsiasi porcheria. Anzi ne era stato proprio, appunto, come rivendicano continuamente i suoi fedelissimi, il co-fondatore. D’altronde per lui era abituale, di deroghe infinite ne aveva fatto ampio e personale uso a proposito di un altro statuto. Chiedere all’amico Carmelo Briguglio, che per anni da storaciano si è battuto in modo indefesso chiedendo vanamente la convocazione di un congresso.

TITOLO VII – NORME FINALI
Art. 51 – Potere regolamentare
L’Ufficio di Presidenza, qualora non altrimenti disposto dal presente Statuto, provvede all’emanazione di tutte le norme regolamentari necessarie per l’esecuzione del presente Statuto.

Art. 52 – Modifiche statutarie
Le modifiche statutarie spettano al Congresso nazionale, che le approva a maggioranza qualificata dei due terzi degli aventi diritto al voto.
Nell’intervallo tra due Congressi, eventuali modifiche statutarie possono essere proposte dall’Ufficio di Presidenza al Consiglio nazionale, che le approva con il voto favorevole dei due terzi degli aventi diritto al voto.

NORME TRANSITORIE
I) Direzione nazionale: in deroga all’art. 18 del presente Statuto, la nomina o l’integrazione o il completamento della Direzione nazionale eventualmente vacante, fino al plenum di 120 componenti, compete al Presidente nazionale d’intesa con l’Ufficio di Presidenza.

II) In deroga all’art. 22 del presente Statuto, sino alla formale elezione da parte della Direzione Nazionale, il Segretario Amministrativo Nazionale ed il Vice sono nominati dall’Ufficio di Presidenza.

III) Coordinatori provinciali e di Grande Città: in deroga agli artt. 29-30-31, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali del movimento successiva al Congresso istitutivo del Popolo della Libertà, spetta al Presidente nazionale, d’intesa con l’Ufficio di Presidenza, l’indicazione dei Coordinatori provinciali e di Grande Città e loro rispettivi Vice vicari.

IV) Coordinamenti provinciali e di Grande Città: in deroga all’art. 31, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali, il Coordinamento provinciale ed il Coordinamento della Grande Città sono nominati rispettivamente dal Coordinatore provinciale e dal Coordinatore della Grande Città, d’intesa con i loro Vice vicari, entro 15 giorni dalla loro nomina, sentito il Coordinatore regionale e con ratifica del Comitato di coordinamento.

V) Coordinatori comunali, Delegati comunali e Coordinatori circoscrizionali: in deroga agli artt. 32-33-34, in occasione della prima formazione degli Organi territoriali, entro 30 giorni dalla loro nomina, i Coordinatori provinciali e di Grande Città, d’intesa con i relativi Vice vicari, nominano rispettivamente i Coordinatori o i Delegati comunali e i Coordinatori di circoscrizione. Quelli relativi ai Comuni superiori ai 30mila abitanti saranno ratificati dal Coordinatore regionale d’intesa con il suo Vice vicario.

VI) Fino al secondo Congresso nazionale del Popolo della Libertà, valgono in materia di presenza negli Organi di partito e nelle candidature i criteri specificatamente individuati nell’atto notarile del 27 febbraio 2008, costitutivo dell’associazione Il Popolo della Libertà.

VII) Movimento giovanile: i vertici nazionali delle Organizzazioni giovanili riconosciute dai partiti costituenti il PdL definiranno congiuntamente la proposta di Regolamento, l’assetto organizzativo, i modi e i tempi non superiori ad un anno dall’entrata in vigore del presente Statuto, per la celebrazione del Congresso. Tale Regolamento sarà sottoposto all’approvazione della Direzione nazionale.

VIII) In deroga a quanto previsto dagli artt. 2 e 4 dello Statuto, hanno automaticamente diritto ad associarsi per l’anno 2009 al Popolo della Libertà gli iscritti a Forza Italia degli anni 2007 e 2008, e di An dell’anno 2008, che ne facciano esplicita richiesta e versino la relativa quota associativa.

IX) In deroga a quanto previsto dal comma 2 dell’art.7, gli iscritti di cui alla precedente norma transitoria esercitano i loro diritti di elettorato nell’ambito territoriale indicato nel tesseramento del partito di provenienza.

X) In deroga all’articolo 52 del presente Statuto, per i 12 mesi successivi alla sua approvazione tutte le proposte di modifica statutaria saranno di competenza esclusiva dell’Ufficio di Presidenza, che delibererà a maggioranza qualificata dei tre quarti dei suoi componenti. Tali modifiche entrano in vigore dal momento dell’approvazione, e dovranno comunque essere ratificate nella prima riunione del Consiglio nazionale, che potrà essere convocato anche successivamente al suddetto termine.

Questa per i poco informati è l’attuale composizione dell’Ufficio di Presidenza, quella uscita dal Congresso, su 37 componenti i finiani sono 4, il 10,81% (Italo Bocchino, Andrea Ronchi, Adolfo Urso e Pasquale Viespoli). Questa invece la Direzione Nazionale, su 171 componenti i finiani sono a occhio e croce e salvo qualche svista 17, il 9,94%, (AUGELLO, BOCCHINO, BRIGUGLIO CARMELO, COLLINO GIOVANNI, CURSI CESARE, DELLA VEDOVA BENEDETTO, GRANATA BENEDETTO, LAMORTE DONATO, MOFFA SILVANO, PERINA FLAVIA, PISANU GIUSEPPE, PONTONE FRANCESCO, RAISI ENZO, RONCHI ANDREA, TATARELLA SALVATORE, URSO ADOLFO, VIESPOLI PASQUALE). Perché erano così attenti alla partecipazione dal basso e a premiare il merito di chi faceva politica sul territorio che gli onorevoli Bocchino e Viespoli, il ministro Ronchi e il viceministro Urso per sicurezza li hanno messi in tutte due gli organismi (e ora se li friggono).

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Soddisfazione generale

La grande soddisfazione era stata unanime, forze politiche, stampa, associazioni consumatori, tutti contenti e soddisfatti, nessuno aveva avuto niente da ridire. Neanche una virgola. Nessun liberal preoccupato. Della grande soddisfazione se ne era fatta portavoce il relatore del provvedimento, l’on. Giulia Bongiorno, che aveva sottolineato nell’intervento che aveva concluso il dibattito, “la caratteristica essenziale di questo ddl: è stato condiviso”. Con 261 voti favorevoli, 3 contrari (Marco Perduca PD, Donatella Poretti PD e Giuseppe Valentino PdL) e 1 astenuto (Francesco Pardi dell’Idv), l’Assemblea del Senato aveva poi approvato in via definitiva la conversione del decreto-legge del 23 febbraio 2009, n. 11, recante «misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori».

Oggi la Corte Costituzionale nel silenzio quasi generale ha bocciato la norma. Sospetti stupratori, niente obbligo arresto. Nessuno commento democratico e indignato, solo la Carfagna che si scaglia contro la Consulta.

Secondo i giudici della Consulta al magistrato non può essere tolta la possibilità di disporre misure alternative al carcere «nell’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure».

La Corte Costituzionale ha osservato, nella sentenza n. 265 (Presidente AMIRANTE – Redattore FRIGO), che «Per quanto odiosi e riprovevoli, i fatti che integrano i delitti in questione ben possono essere e in effetti spesso sono meramente individuali, e tali, per le loro connotazioni, da non postulare esigenze cautelari affrontabili solo e rigidamente con la massima misura». Inoltre, la Corte ha ritenuto ingiustificata l’equiparazione dei delitti sessuali ai delitti di mafia (anche in questo caso è previsto il carcere obbligatorio) e ha osservato che la funzione di rimuovere l’allarme sociale «è una funzione istituzionale della pena», conseguenza di un giudizio definitivo di responsabilità e non può essere affidata alla fase antecedente a un giudizio di colpevolezza.

In definitiva – ha concluso la Consulta – la norma viola l’articolo 3 della Costituzione (Principi fondamentali) «per l’ingiustificata parificazione» dei procedimenti a quelli concernenti i delitti di mafia, nonché per l’irrazionale assoggettamento ad un medesimo regime cautelare delle diverse ipotesi concrete riconducibili ai paradigmi punitivi considerati; l’articolo 13 (Diritti e doveri dei cittadini ), che costituisce il fondamento del regime ordinario delle misure cautelari privative della libertà personale; l’articolo 27 (L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), in quanto attribuisce alle misure cautelari tratti funzionali tipici della pena.

Per questi motivi ha dichiarato:

l’illegittimità costituzionale dell’art. 275, comma 3, secondo e terzo periodo, del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli articoli 600-bis, primo comma, 609-bis e 609-quater del codice penale, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure.

La norma che dispone obbligatoriamente la custodia in carcere dell’indagato per delitti sessuali, approvata con grande soddisfazione generale, va quindi cancellata. E meno male che “la caratteristica essenziale di questo ddl era stata la condivisone“.

Stuprando il diritto.

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Spetteguless

Spetteguless a proposito di “frequentazioni”:

A proposito di Tipini Fini e dell’inopportunità che questi hanno sollevato su certe frequentazioni da parte dei vertici del Pdl, mercoledì mattina prima delle dieci entrava all’Hotel Nazionale a Piazza Montecitorio, pochi metri dalla Camera, il mitico Alfredo Vito, mister centomila preferenze. Sì, proprio quell’ex deputato napoletano che fu incriminato per reati contro la pubblica amministrazione e voto di scambio (il Parlamento concesse l’autorizzazione a procedere nel marzo del 1993, poco dopo i magistrati lo indagarano anche per rapporti con la criminalità organizzata). Patteggiò una condanna a due anni di carcere e restituì al Comune di Napoli ben cinque miliardi di lire dell’epoca.

Pochi minuti dopo arriva Italo Bocchino, che toltasi la giacca si attovagliava con lui in una postazione riservata d’angolo, e si intratteneva a parlare fitto fitto a quattrocchi con il buon Alfredo Vito per una abbondante mezzora. Quali saranno stati gli argomenti per i quali si sono poi salutati calorosamente e lieti di aver raggiunto un accordo? E perché si saranno dati appuntamento in un albergo dove nessuno dei due alloggia, invece che nei più comodi uffici della Camera? Ah, saperlo…

e di “benefit” di cui gode l’ex vicepresidente vicario:

Chissà perché alla Camera i deputati più fedeli a Re Silvio si lamentano così tanto del fatto che il gruppo Pdl abbia generosamente lasciato a Italo Bocchino l’appannaggio annuale di 100.000 euro più l’auto di servizio, che pare spettino al vicario del gruppo. Sarà proprio vero che, nel periodo più grave della crisi economica e della disoccupazione, la casta attribuisce ai capigruppo vicari regalini di tale portata? E a che titolo? Ah, saperlo…

via dagospia.

Il mister centomila preferenze visto incontrarsi con l’on. Bocchino, qualche tempo fa “dalemianamente” aveva previsto anche lui scosse giudiziarie in arrivo. Quelle che avevano anticipato di qualche mese imminenti esplosioni, in quel caso “atomiche”, preavvisate graziosamente nel simpatico scambio di opinioni tra il Presidente della Camera e il procuratore Trifuoggi. Vuoi vedere che il casuale incontro c’entra qualcosa con le anticipazioni che l’ex vicepresidente del gruppo si era lasciato scappare – per poi negarle come al solito subito dopo – in una chiacchierata con il quotidiano di via Solferino (“Ci sono altre intercettazioni non potrà resistere“) ?

Ah, saperlo… direbbe qualcuno. Io sull’argomento continuo tranquillamente a condividere lui e anche lui:

Neppure per un momento crediamo in una sincera preoccupazione del presidente della Camera sulla moralità dei suoi compagni di partito…

A meno che non mi dimostrassero seduta stante che in questi 15 anni ha vissuto su Marte o che è veramente il fratello gemello omozigote che ha vissuto congelato fin dalla nascita in una cella frigorifera piena di libri.

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Pd siciliano, ora porte aperte all’Udc

Secco no al governo Berlusconi e a quella politica che non guarda al Sud d’Italia: è questa la sintesi trovata dal segretario regionale del Partito Democratico, Giuseppe Lupo: “Lombardo – ha detto Lupo nella relazione introduttiva – sciolga l’equivoco e dica chiaramente se sta con Berlusconi o meno. Non si possono difendere a gran voce i precari in Sicilia e poi votare la manovra finanziaria a Roma. [...] Significativa, infine, l’apertura da parte del segretario dei democratici all’Udc, nell’ottica di “allargare le alleanze con i partiti moderati – ha detto Lupo – per riuscire a sconfiggere la destra”.

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La regione, come ammette anche Cracolici (non credo molto entusiasta delle aperture del suo segretario all’Udc), continua ad essere completamente paralizzata. A parte il grande impegno da protagonista assoluta nella falsa privatizzazione di Tirrenia. Alla fine è arrivata una sola offerta vincolante da Mediterranea Holding, la cordata composta da Regione Sicilia (37%), l’armatore greco Alexandros Tomasos (30,5%), il Gruppo Lauro (18,5%), Isolemar (8%), Nicola Coccia (3%) e le famiglie Busi-Ferruzzi (3%). Mentre Gianfranco Miccichè, risponde così alle indiscrezioni “circolate” in Sicilia di una sua nomina al posto lasciato libero da Scajola:

Non m’interessa. Adesso è giunto il momento di dedicarmi totalmente alla Sicilia, come del resto faccio da qualche anno a questa parte. E comunque – sottolinea Micciché – nessuno mi ha chiesto di fare il ministro, anche perché sanno che direi di no. A meno che, non mi si offrisse un dicastero, attraverso il quale potere ottimizzare questo mio impegno per la mia terra. A quel punto – aggiunge – accetterei. Lo farei per puro calcolo, per puro tornaconto. Si, proprio così, lo farei per il tornaconto di alcuni miei amici: non sono molti, all’incirca sei milioni e vivono tutti in Sicilia. Per loro – conclude Micciché – direi di sì a qualunque nuova sfida.

Insomma, no, ma anche si: magari me lo offrissero.

Acccordo o divorzio

Berlusconi: da lunedì “ghe pensi mì“. Aut aut di Cicchitto a Fini. Lo dice in milanese il presidente del Consiglio nell’intervista a Tg1 e Tg5. E dopo il vertice a Palazzo Grazioli da Berlusconi nota durissima di Cicchitto: “Acccordo o divorzio“.

“Al punto in cui siamo, in un lasso ragionevole di tempo, o si definiscono in modo serio i termini di una convivenza fondata su atteggiamenti positivi e costruttivi, oppure sarà più ragionevole definire una separazione consensuale”.

È Fabrizio Cicchitto ad affermarlo nella nota in cui il presidente dei deputati Pdl lamenta che “c’è qualcuno che nel Pdl ha preso come modello la litigiosità del Pd e cerca di importarla all’interno del centrodestra, dimenticando che essa è stata una delle ragioni delle ripetute sconfitte del centrosinistra. Anzi – rincara – c’è chi sembra credere che la permanente rissa verbale sia la quintessenza della democrazia interna. In ogni caso – rileva ancora – i problemi serissimi che ci stanno davanti non consentono di passare il tempo in una dialettica basata sulle note d’agenzia. D’ora in avanti ci dovremo concentrare sul sostegno all’iniziativa politica e di governo di Berlusconi e sulla definizione di un complesso di riforme sul quale sviluppare l’azione politica e parlamentare”.

via Pdl, aria di crisi: “Stop scontri o divisione” Berlusconi: ghe pensi mi, andrà tutto bene – Corriere della Sera.

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