Archivio per ParliamoneAncheNoi

Ne servirà di più

Il momento di una rivoluzione giovane di Giampaolo Rossi

Chissà se il Presidente del Consiglio i consigli li ascolta. Chissà se è disposto ad ascoltarli fuori dalla cerchia dei consiglieri di professione di cui è circondato. Ma lo stato comatoso in cui versa il Pdl oggi, di cui la “Caporetto” delle liste regionali a Roma è solo l’ultimo episodio, impone un intervento drastico di indirizzo, prima che sia troppo tardi. In gioco c’è molto più di una tornata elettorale. C’è quel progetto metapolitico che dovrebbe consentire di attraversare la morte delle culture del ‘900 dando corpo ad un nuovo e moderno soggetto capace di modernizzare il Paese, cominciando dalla sua classe dirigente.
Allora, partiamo da un dato che sembra ormai assodato: il Pdl non esiste. O meglio esiste qualcosa che è un po’ più di un cartello elettorale e molto meno di un partito. E il Pdl non esiste non perché sia già morto, ma perché nessuno ha pensato di farlo nascere. E’ come un’eterna gravidanza con le sue nausee, i dolori, le speranze, il nome già scelto, gli abitini confezionati e l’attesa infinita di un tempo a venire in cui tutti si dimenticano che ogni nascita è uno strappo e una rinuncia a qualcosa di sé.

Il Pdl non è mai nato, perché chi doveva non ha saputo costruirgli un’identità politica e culturale. Le responsabilità del Premier, in tutto questo, ci sono indubbiamente se non altro perché il Pdl nasce dalla sua strenua volontà; ma alle sue responsabilità vanno aggiunta quelle di una classe dirigente stanca, incapace di visioni strategiche, spesso solo concentrata a crearsi aree di potere funzionali ad un dopo-Berlusconi ancora di là da venire. Il problema è che, in questi quindici anni, la classe dirigente di centrodestra, tranne rare eccezioni, ha vissuto di rendita lasciando sulle sole spalle del Premier tutto il peso di una scommessa che doveva rappresentare la nascita di una nuova Italia. E il paradosso è che sono proprio quegli ambienti maggiormente allergici alla “plastica” del ’94 e che hanno spesso guardato con sufficienza l’esperimento politico berlusconiano, ad avere le maggiori colpe; spettava alla destra post-missina, alle componenti cattolico-liberali e a quelle riformiste il compito di dare forma culturale e unitaria al fenomeno dirompente del berlusconismo prima e al Pdl poi. Così non è stato. I leader di queste zone grigie si sono limitati a costituirsi giardini murati, proto-correnti sotto forma di Fondazioni, consumandosi in una guerra di posizione e di attesa senza quasi mai una spinta che andasse verso la creazione di nuove sintesi oltre le proprie provenienze. E oggi il Pdl altro non è che la somma aritmetica delle vecchie rivalità interne a Forza Italia più le vecchie correnti di An in perenne guerra tra loro.

Ma il Pdl non è stato frutto di un elaborato teorema politico-culturale, partorito nei convegni dei soliti maniscalchi delle idee e scriba da new media; né, come il Pd di Veltroni, è nato all’incrocio dei grandi interessi del potere economico e finanziario che da vent’anni cercano una politica debole che garantisca la loro forza. Il Pdl è stata un’intuizione politica, sceneggiata in una fredda piazza milanese nel novembre del 2007, come tentativo geniale ed estremo di Berlusconi di scardinare l’immobilismo di un sistema che aveva esaurito la spinta propulsiva del decennio precedente. Questa è stata la sua forza ma anche la sua evidente debolezza. Da quella intuizione il Pdl non si è mosso, nonostante gli Statuti, i congressi e i tesseramenti online.

In questi ultimi mesi i danni generati dall’assenza di un partito e dalla mancanza di selezione della classe dirigente, sono ricaduti pesantemente anche sull’operato del Governo, segno questo che la “politica del fare” ha bisogno di appoggiarsi alla “politica dell’essere” qualcosa. Il modo in cui localmente il Pdl si è mosso attorno alla questione delle prossime regionali, dimostra che molto c’è da fare per renderlo adeguato alle sfide in atto: non solo il caso delle liste a Roma e a Milano; dalla scarsa lucidità strategica nella definizione di accordi locali, come ad esempio in Puglia, alla inconcepibile composizione delle liste in Toscana, dove il meglio della classe dirigente regionale è stata epurata, a vantaggio di logiche clientelari e di potere che farebbero rabbrividire un Politburo.

Quindi, se il Presidente del Consiglio i consigli li accetta, provo a dargliene uno. Dopo le elezioni metta mano subito al Pdl e lo trasformi da riserva di caccia di vecchie nomenclature, a spazio per una nuova classe politica (e non solo politica). Lo faccia con lo stesso coraggio avuto in altre occasioni, come quando ha formato il più giovane governo della storia repubblicana, affidando ministeri e ruoli importanti a quella generazione di trenta-quarantenni che rappresentano la dimensione giovane e vitale della politica.

Rinnovi il partito e con esso rinnovi il paese. Lo faccia nelle aziende pubbliche, nell’amministrazione, nei luoghi di elaborazione culturale e di produzione dell’immaginario simbolico. Sarà questa nuova classe dirigente che saprà dare forma alla sua straordinaria intuizione. A pensarci bene, lo stesso coraggio non basterà. Ne servirà di più.

Il Tempo, 11 Marzo 2010

via il blog dell’Anarca

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Plauso, sollievo, riprovazione

Commento alla firma da parte del Presidente della Repubblica del decreto-legge emanato dal Governo per consentire l’ammissione della lista milanese e quella romana del PDL per le elezioni regionali, a seguito degli errori e inadempimenti procedurali che ne avevano causato l’esclusione – 7 marzo 2010

Plauso per un atto di saggezza compiuto in solitudine da un grande Presidente (ma non è affatto solo: ha dalla sua il 90% degli italiani): un atto – si osservi bene – che non significa approvazione del contenuto del decreto.

Sollievo per due rischi evitati: quello di una gravissima crisi istituzionale e quello della perdita di senso delle elezioni nelle due regioni più importanti.

Riprovazione per l’arroganza del Pdl, che considera questo decreto come un proprio diritto, non riconosce i propri errori e non ne chiede scusa al Paese.

via Pietro Ichino.

Qualcuno cerca ancora, disperatamente di fare politica.

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Le inutili chiacchiere

E’ ancora un “vecchio arnese” a parlare.

Il palinsesto italiano mette in scena in questi giorni la pièce Attenti alla corruzione. Sarebbe spuntata come un fungo dopo le piogge di queste settimane, dicono le cronache. Molti pensano che con la primavera elettorale svanirà: nessuno ne parlerà più, come nelle migliori tradizioni della nostra compagnia di giro politico-mediatico-giudiziaria.

[...] La rinuncia alle riforme è una delle ragioni di fondo dell’attuale emergenza-corruzione. E’ come se la politica – bruciata dai molteplici tentativi falliti, e abdicando alle sue funzioni fondamentali – lanci da tempo a tutti un messaggio disperante: il sistema è strutturalmente malato e irriformabile. Ergo: ognuno faccia quel che crede.

Calate questa impotenza, questa assenza di visione e di leadership, su un paese non particolarmente dotato di spirito pubblico, e otterrete il risultato. Scontato, matematico. In un sistema che fa acqua da tutte le parti, la corruzione diffusa non può che aumentare.

Se questo è il quadro, invece di urlarsi addosso, flagellarsi, giustificarsi, denunciare, titolare, esagerare, bisognerebbe fare una sola cosa. Tornare, con un inopinato scatto di serietà, a parlare di riforme. E magari a farle. Ma temo che non avverrà, e che dovremo sorbirci molte repliche della pièce, almeno fino alle prossime elezioni.

via Le inutili chiacchiere sulla corruzione e le riforme che non si fanno – The Frontpage.

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Parere favorevole e astensioni

E’ stata la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi, quella presieduta da Sergio Zavoli, ad approvare a maggioranza (con l’astensione dell’Udc e l’abbandono dell’aula da parte dei parlamentari del Pd) le “Disposizioni in materia di comunicazione politica, messaggi autogestiti, informazione e tribune della concessionaria del servizio radiotelevisivo pubblico relative alle campagne per le elezioni regionali, provinciali e comunali previste per i giorni 28 e 29 marzo 2010″. Questo il testo definitivo approvato dalla Commissione e qui la discussione e gli emendamenti, con il preannuncio dell’on. Rao (Udc) dell’astensione del proprio gruppo dopo aver ritenuto opportuno dichiarare che riteneva  “non coerente con il sostegno di una battaglia politica il comportamento dei parlamentari del Pd, che hanno abbandonato l’Aula”. Il relatore del provvedimento in Commissione è stato l’on Beltrandi (iscritto al gruppo del Pd, uno dei dei nove candidati all’interno della delegazione Radicale), che ha dichiarato il proprio parere favorevole,

perché nonostante risultino alla fine esclusi dalla comunicazione politica, parecchi soggetti politici, per la prima volta è accolto il principio di regolamentare le trasmissioni d’informazione

Le reazioni. Per Gentiloni, l’Azienda si dovrebbe ora difendere dal “bavaglio”. Per Tabacci (Api) stiamo vivendo tempi sempre più bui, per i consiglieri di opposizione aventiniani bisogna rivedere il regolamento, così come per Giorgio Merlo, Pd, Vice Presidente Commissione Vigilanza Rai che chiede di rivedere la “devastante” decisione e per il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: “La decisione presa ieri dalla Commissione di Vigilanza Rai va rapidamente riconsiderata”. Il Presidente Zavoli dichiara: “Esclusioni da confronto politico impoverimento della democrazia”, mentre l’altro Presidente di garanzia, quello della Rai, valuterà solo domani l’impatto sulla linea editoriale.

A tutti – a parte la replica di Valducci per la maggioranza – risponde ancora il relatore Marco Beltrandi: Nessun bavaglio ai talk show.

”Una delle bugie più clamorose che ho letto è che la Rai sarebbe obbligata a trasmettere tribune con la presenza contemporanea di decine di candidati – dice l’esponente del partito Radicale in una nota -. Non è affatto così: non solo non esiste nessun obbligo di questo tipo, ma addirittura il regolamento prevede che si possano usare per le tribune anche spazi di ascolto equivalente a quello degli approfondimenti, qualora, ma non lo credo, questi ultimi non bastassero”.

”Leggo poi che si vorrebbe mettere il bavaglio ai talk show, o addirittura chiuderli – insiste -. Invito chi lo scrive a citare articolo e comma del regolamento in cui ciò sarebbe previsto. Penso che costoro scambino le regole della par condicio dei dibattiti nei paesi anglosassoni e normali con un ‘bavaglio‘. Leggo infine che l’UDC non sarebbe responsabile di un regolamento di cui sarei responsabile io e il centro destra, mentre l’UDC sarebbe stata ferocemente contraria in commissione. Perché allora l’On. Rao non solo ha assicurato il numero legale in commissione, non solo si è solo astenuta alla votazione finale, ma ha anche condiviso la soluzione adottata, solo proponendone una durata minore? Comunque ringrazio l’onorevole Rao di questa attribuzione.

Infine leggo di autorevoli componenti della Vigilanza che scrivono oggi di regole che sarebbero da rivedere.

Evidentemente, avendo essi abbandonato i lavori della Commissione prima del termine, non si sono resi conto che la Commissione ha approvato in via definitiva regole chiarissime e non soggette ad interpretazioni politiche”, conclude Beltrandi.

Secondo me, forse, sarebbe l’ora che la politica la si facesse dove la si deve fare, invece di pensare di farla solo attraverso le dichiarazioni a raffica, a posteriori, sulle agenzie di stampa.

Qui che cos’è la par condicio, con la legge n. 28 del 2000 voluta dall’Ulivo (con il successivo regolamento) e il regolamento approvato nel 2006, anche in quelle occasioni a maggioranza. Quelle volte erano sempre le ennesime vittorie della democrazia. Questa volta il “buio elettorale” ci spiegano qui, dato che “Zio Silvio-Paperone l’ha fatta franca. Facendosi scudo dello smagrito Marco Pannella”.

Informazione tv: si cerca un compromesso, il macigno par condicio.

update: Aldo Grasso sulla follia della par condicio, figlia della lottizzazione. La Bonino: sì alle regole.

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Nodi da sciogliere

Ritorno sul famigerato Decreto Romani (Atto del Governo sottoposto a parere parlamentare N. 169), dato che si presume, a breve, dopo l’approfondimento richiesto e concesso (che ha comportato una serie di audizioni della 8° Commissione, compresa quella di Calabrò, ma non solo), il Parlamento rilasci il parere richiesto.

Qui tutta la discussione (con i resoconti) svolta dalle Commissioni competenti al Senato, per chi se la volesse leggere prima di scrivere qualcosa, con l’intento quantomento di dare una informazione il più possibile completa (avevo tentato di riassumere in precedenza le posizioni in campo). Mentre prosegue l’esame alla Camera nelle Commissioni Cultura, Trasporti e Politiche dell’Unione Europea.

Come abbondantemente riportato dagli organi di stampa il Decreto sarà rivisto in alcune sue parti. La discussione che si è svolta sul web, in modo maggioritario, anche in questa occasione non si è scostata di una virgola, rispetto alle solite alle quali sull’argomento da meno di 2 anni  (da quando il governo Bs si è insediato) siamo stati abitutati ad assistire. Finora è stato tutto e sempre un urlare alla volontà censoria del governo e un identificare qualsiasi intervento (anche quelli che partivano dell’opposizione, emendamento D’Alia docet) come la dimostrazione della volontà del presdelcons e dell’esecutivo in carica di impedire la libera circolazione delle idee.

Scioperi bianchi, manifestazioni di piazza e dibattiti sempre al calor bianco, con il risultato, triste, che finora poco o nulla è stato realmente fatto sugli argomento che contano e nessuna norma censoria, al momento, sembra essere stata emanata, nonostante gli infiniti allarmi. Ci ritorno anche perché, come sempre più spesso accade, da una parte della blogosfera di centrodestra arrivano posizioni e urla che non differiscono di una virgola dalle semplificazioni e dall’unanimismo tribale. Nessun tentativo di approfondimento, nessuna proposta alternativa, insomma nessuna novità costruttiva e volontà riformatrice. Solo un arruolarsi indistinto e acritico. Una serie infinita di affermazioni di principio vuote e lontane da un qualsiasi rapporto con la realtà e con il contesto politico esistente.

La foto che accompagna l'articolo di FFWeb Magazine

Fulgido esempio di comportamento “politico” assolutamente irresponsabile e di informazione parziale e superficiale ci viene dato dall’articolo pubblicato ieri sul laboratorio del Presidente Fini (twitterato e letto in anteprima), che campeggia in bella vista sulla prima pagina del magazine, che non solo accredita, ma addirittura denuncia con forza le volontà libertidice manifestate da parte della maggioranza. Più lealisti del re, che almeno sono professionisti e qualche informazione di contorno la danno.

E’ da ieri, quindi, che abbiamo avuto così il piacere di leggere: La censura preventiva. non rende il web più sicuro, dove Rosalinda Cappello si esercita sul Decreto Romani, partendo e finendo dalle recenti dichiarazioni del Presidente Calabrò (qui era Guido Scorza che esprimeva il parere che il decreto assegnasse all’autorità poteri spoporzionati). Autorevolisssimo parere, certo, importante e da tenere presente, senza dubbio, ma che non è certo l’unico che in questi giorni è stato espresso, se la signorina in questione non se ne fosse accorta.

Dopo aver indetto qualche tempo fa gli Stati generali della conoscenza per la libertà e il futuro (dopo quelli precedentemente proposti sulla bioetica, loro per risolvere i problemi vanno avanti ad indizione di Stati Generali) ora la Fondazione arriva a denunciare la censura preventiva. La signorina Cappello ci potrebbe spiegare, così per curiosità personale e quando ha tempo, dove secondo lei, non secondo Calabrò, ma propria secondo lei, il decreto prevede un filtro su Internet, dato che nell’ampio articolo non si evince da nessuna parte e dato che non si sforza minimamente di farlo neanche lontanamente capire? Quale sarebbe, secondo lei, l’articolo del decreto in questione che ci starebbe per trasformare tutti in cittadini di Beijīng, posto che la cosa riesce a farle ritenere opportuno esprimersi, senza mezzi termini, così?

Vogliamo emulare sistemi che ancora oggi, come la recente disputa Cina-Google ci ha fatto vedere, censurano lo scambio libero di idee e opinioni? Ricorrere a un filtro su Internet, come propone il decreto Romani rischierebbe di ottenere questo risultato.

Quale sarebbe la soluzione finale che “nella pratica si tradurrebbe in una sorta di bavaglio alla rete”, secondo lei, di grazia? Perché mentre solo loro, a differenza di tutto il mondo intero, cercherebbero di scrivere “quel romanzo collettivo chiamato futuro“, non sarebbe male che si preoccupassero anche, qualche volta, di fare corretta informazione, riportando, non si chiede troppo, solo riportando (o linkando) e dando notizia di tutte le voci e le opinioni che “compongono” il dibattito. Mentre, senza mai prendersi la briga di riportare nessun’altra opinione, “drammaticamente” conclude che:

Noi? Per evitare un uso inappropriato della rete da parte di potenziali malintenzionati, vogliamo correre il rischio di imporre limitazioni in casa nostra con provvedimenti restrittivi?

E’ facile, molto facile, fare “opinione” solo andando a ruota di chi si pone in negativo e urla alla censura ad ogni piè sospinto, molto più difficile approfondire e porsi in maniera costruttiva cercando di intervenire e dire autorevomente la propria per modificare quello che di negativo (non si discute sulla necessità che il decreto possa e debba essere rivisto in alcuni punti: Decreto Romani, tanti dubbi interpretativi) e di insoddisfacente il governo che (eventualmente) li rappresenta (?!?) fa. Ma qualcuno glielo ha spiegato ai signori e alle signorine che scrivono sul Magazine futurista che stanno al governo e che vivono in un paese democratico o pensano davvero di vestire i panni dei monaci tibetani o di vivere in Cina, come soavemente lasciano intuire? Non è che sarebbe auspicabile, prima di dedicarsi al nodo internet, anche da parte loro un “tentativo di approfondimento” della questione, in modo da rendere più obiettivi e “plurali” i dibattiti? O dibattito (qui una rinfrescatina sull’etimologia) anche secondo loro significa solo urlare le loro convinzioni uniche e indiscutibili?

Qui il deputato della maggioranza Roberto Cassinelli cercava di dire la sua e contestare nel merito il fiume di analisi che continuano a circolare da parte di chi scrive (come loro) senza probabilmente neanche essersi preso la briga di leggere il Decreto (o letto l’intervento completo di Calabrò). Opinione evidentemente per la Cappello non autorevole quanto quella di Calabrò, certo normalissimo che sia così, ma forse altrettanto importante e da tenere presente, se solo si volesse fare un pizzico di corretta informazione e di dibattito serio e se non si volesse rappresentare solo quell’overdose di  “qualunquismo, cinismo, retorica” che a parole tanto si critica. Quello di Cassinelli è indubbiamente un punto di vista diverso completamente ignorato.

Qui il viceministro Romani si dice pronto ad alcune modfiche e ribadisce che in materia di tv e web non c’è nessuna volontà di censurare Internet. Nel suo intervento in commissione alla Camera (qui lo stenografico), Romani stigmatizza i «toni accesi» e le affermazioni «discutibili» di Calabrò, lamentando la scarsa collaborazione con l’esecutivo. Calabrò sbaglia, in particolare, secondo Romani, a criticare le norme sul web: «Non abbiamo nessuna intenzione di avvicinare l’Italia al modello cinese». Per l’opposizione si tratta di un primo passo ma non sufficiente, e qualche perplessità resta anche nel Pdl. “Gli ex An voteranno contro” sul parere che la commissione Cultura e quella Trasporti daranno, annuncia Luca Barbareschi.

Barbareschi che però da Vice Presidente della Comissione Trasporti in carica, ieri presente il viceministro nelle Commissioni riunite VII (Cultura, scienza e istruzione) e IX (Trasporti, poste e telecomunicazioni) – che è stato ringraziato, anche se dichiaratosi nel contempo assolutamente insoddisfatto, persino dal rappresentante dell’opposizione intervenuto nel dibattito Gentiloni (ringrazia il rappresentante del Governo per aver anticipato la disponibilità ad introdurre modifiche del testo dello schema di decreto legislativo trasmesso alle due Camere) – come testimonia la dichiarazione finale del Presidente Valentina APREA “nessun altro chiedendo di intervenire“, era assente o ha ritenuto di non dovere intervenire per proporre alcuna modifica.

Un consiglio finale. Glielo ricordi ogni tanto ai suoi potenziali scrittori di romanzi collettivi il Presidente Fini (tra una presentazione e l’altra della “nuova politica”) che lui è il co-fondatore del partito di maggioranza relativa che governa questo paese, non un avatar. Se non se ne fossero resi conto, si esercitino anche loro preventivamente, qualche volta, con gli add-ons di firefox, come consigliavo qui e come consigliava lui qualche tempo fa. Uno che oggi, senza timore di star fuori dalle tribù del “politicamente corretto” e senza nel tempo mai risparmiare critiche alle iniziative del governo, commenta:

Delle due l’una: o ci troviamo di fronte ai “tiranni” più sprovveduti del mondo oppure la blogosfera italiana è così ansiosa di essere censurata che i censori se li inventa.

p.s.: Posizione quella del magazine replicata e rafforzata qui sul quotidiano NEL Pdl, dove si continua a far parlare ancora solo e soltanto Calabrò, e si conclude con questa sibillina chiosa di Girolamo Fragalà: “Un nodo da sciogliere al più presto, perché internet non è d’altronde la Rai”.

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Francamente non se ne può più

Francamente non se ne può proprio più. Forse perché – per motivi anche solo generazionali – ci sentiamo lontani da una lettura a dir poco datata di come oggi si costituisce il panorama culturale italiano. O forse ancor di più perché – sentendoci parte in causa per l’impegno quotidiano che attraverso questo giornale e la Fondazione Magna Carta profondiamo per la causa culturale di una parte politica – ci ribelliamo naturalmente alle critiche soprattutto se ritenute senza fondamento. Sarà per tutto questo e molto altro ma di fronte all’ennesima ricostruzione sulla destra che non c’è, che vince le elezioni ma non ha più identità perché frana sul terreno culturale proprio non ci stiamo.

via La cultura di destra esiste ma non è quella che vede il Corriere | l’Occidentale.

Tutto parte, scrive Giancarlo Loquenzi su l’Occidentale, dall’apertura della “Cultura” del Corriere di oggi che titola a tutta pagina “La strana eclissi della destra vince ma non ha più identità a firma Ranieri Polese, in cui, tra l’altro si legge dell’allergia di Berlusconi e dei suoi per la cultura.

[...] Il solito refrain, insomma, sulla destra che esce dal ghetto e non è in grado di mostrare una propria identità. Eppure questa ricostruzione difetta di miopia e pregiudizio. Perché ignora a prescindere l’esistenza di tutto un altro universo, a cui noi ci sentiamo di appartenere, che sul piano culturale racconta sempre di più di se stessa. Lo stesso universo che ha permesso ai Colletti ai Baget Bozzo ai Pera di esserci, di partecipare dagli scranni più alti delle istituzioni e del partito al dibattito pubblico di questo paese. La stessa cultura da cui proviene e in cui si riconosce Quagliariello, che ha certo subito una metamorfosi – è sotto gli occhi di tutti – ma una metamorfosi naturale quando si passa da una cattedra universitaria ad un ruolo politico.

La destra a cui ci sentiamo di appartenere esiste e ha un’identità: è una destra che si sta lentamente insediando nelle cattedre universitarie, che anima fondazioni e case editrici, che propone continuamente, organizzando convegni, seminari, dibatti e discussioni un suo modello culturale alternativo su temi fondamentali, che tiene alta e con orgoglio la bandiera del pensiero liberale e conservatore, che non si nasconde dietro il paravento dello stato di minorità a cui per anni l’ha costretta l’egemonia culturale di sinistra, scimmiottando quella stessa sinistra su un terreno che oramai è diventato infruttuoso.

Insomma, ci sta stretta l’idea che un reportage giornalistico venga a dire proprio a noi cos’è l’identità culturale della destra e che riduce la cultura di destra ad uno sparuto gruppo di intellettuali che gira attorno al presidente della Camera. Anche perché, a volerla dire proprio tutta, se fosse per Fini e per i suoi intellettuali non solo non ci sarebbe l’identità culturale ma non ci sarebbe neanche la vittoria in politica.

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Prodotti & produzioni

L’intervento di Sandro Bondi: Ora il Pdl non si illuda di poter rinunciare al leader forte.

Le sfide sono una ricchezza se creano confronto senza ripudiare i valori fondanti

Qui invece una risposta a Bondi, Nel PdL è centrale la leadership e occorre parlarne anche al futuro, di chi ipotizza “un cambiamento delle modalità di funzionamento e del profilo ideale e politico del PdL” per avvicinarlo “alle grandi forze politiche del PPE, ma non per questo più scialbo e incolore di oggi”.

Da partito “prodotto” da una leadership eccezionale, deve divenire partito capace di “produrre” una leadership riconoscibile e riconosciuta da parte di un popolo

Mentre in giro pullulano quelli che ipotizzano eventuali “batoste meritate” (qui gli ultimi sondaggi sulle intenzioni di voto).

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Come ci si sta in questo partito?

Come ci si sta in questo partito? C’è chi lo può interpretare come una parentesi della storia da chiudere quando il grande carisma di Berlusconi verrà meno e allora si immagina come una pluralità di segmenti, oguno con la sua piccola zattera che adesso sta insieme alle altre ma poi è pronta a prendere il largo. Oppure ci si sta congelando il 70 per cento di Fi e il 30 per cento di An pensando che il Pdl non è che la sommatoria di due spezzoni che devono restare tali. E’ un modo sbagliato di pensare e al tempo stesso un grande errore, perché se noi interpretiamo qual è il significato storico di questo partito, non possiamo che starci lavorando per Berlusconi”. Le ragioni, ripete il vicepresidente dei senatori, sono chiare: perché ci sia una “generazione che faccia continuare questa esperienza e perché nessuno cancelli la propria storia, ma la storia diventi il punto di partenza, non di arrivo”.

La contaminazione, dunque, è il tema di fondo della kermesse. Tutti ribadiscono che il confronto delle idee è la base, e che le idee sono importanti anche quando sono “innovative rispetto alla nostra tradizione” continua qui

via Nel Pdl gli ex An riscoprono la Destra ma nel segno del Cav. | l’Occidentale.

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Rete infrastrutturale delle Tlc

Roma, 22 gen. (Adnkronos) – Una società in grado di coinvolgere il maggior numero di operatori del settore nella costruzione della rete infrastrutturale delle Tlc. E’ la strada indicata dal ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola che, insieme al vice ministro Romani, ha partecipato a un convegno sulla banda larga promosso dalla Fondazione Riformismo e libertà. “Riformismo & Libertà” è la nuova fondazione promossa da Fabrizio Cicchitto che ha come Presidente del Comitato scientifico l’economista Francesco Forte e tra i suoi animatori Giuliano Cazzola, Francesco Perfetti e Sandro Fontana. Qui, su Radio Radicale, la conferenza stampa di presentazione, quando Fabrizio Cicchitto ha ricordato di essere arrivato ben ultimo tra le varie iniziative che dovrebbero animare il dibattito interno, “che sono la testimonianza di come l’area del centrodestra è attraversata da una complessità politico-culturale che fa giustizia di stereotipi del passato, a dimostrazione delle diverse dimensioni politiche all’interno del Pdl”. O avrebbero dovuto dimostrare, aggiungo io, dato che per altri quegli stessi stereotipi sono ben vivi e sono diventati, anzi, argomento continuo di polemica interna sterile, utilizzati ad ogni piè sospinto come clave roteanti. Qui “l’accoglienza” riservata all’ultimo arrivato, da un’altra delle Fondazioni, quella che starebbe costruendo il grande partito plurale.

Il convegno di Roma, che si è tenuto alla Residenza di Ripetta, dopo l’intervento introduttivo di Fabrizio Cicchitto, ha visto le relazioni di Claudio Scajola, Paolo Romani, Mario Valducci, Pierluigi Borghini e gli interventi programmati di Stefano Parisi, Franco Bernabè, Luigi Gubitosi, Paolo Bertoluzzo, Giancarlo Leone, Gina Nieri, Guidalberto Guidi.

Intervenendo l’amministratore delegato, Franco Bernabè, ha indicato la disponibilità:

“anche a considerare nuove iniziative di discontinuità  quali ad esempio l’avvio di collaborazioni con altri soggetti. In primo luogo – ha detto – siamo disponibili a definire le condizioni tecniche ed economiche e a sottoscrivere accordi con altri operatori, compatibilmente con il rispetto della disciplina antitrust, per sperimentare soluzioni di coinvestimenti per la copertura di una citta’ di medie dimensioni”. Inoltre, ha aggiunto Bernabé, “siamo aperti a valutare proposte da parte di soggetti privati o da parte di istituzioni ed enti pubblici centrali e locali che intendano investire per accelerare lo sviluppo delle reti in fibra nei loro territori”. Bernabè come modello ha giudicato “interessante i due progetti allo studio dell’amministrazione pubblica in Trentino”, ha quindi ritenuto “un’apertura importante quella del ministro dello Sviluppo, Claudio Scajola”, che ha parlato di partnership pubblico-private e accordi con le istituzioni per gli investimenti in nuove reti. “Un’apertura su aspetti che valuteremo – ha detto l’ad di Telecom Italia – noi non ci limitiamo a dare la nostra disponibilità ma ci stiamo già muovendo concretamente in questa direzione. Come in Trentino”.

Si è parlato anche, ne ha dato notizia il Sole, della possibilità che “nel pacchetto di misure per lo sviluppo spunti il bonus internet per le famiglie. Nelle bozze in circolazione si parla di un incentivo pari a 50 euro per l’acquisto di un nuovo pc in abbinamento con un collegamento internet a banda larga. Il bonus salirebbe a 70 euro per le categorie disagiate. Sulle cifre definitive e la relativa copertura sono ancora in corso le ultime valutazioni, ma il varo dell’agevolazione sarebbe certo, stando anche alle dichiarazioni con cui Fabrizio Cicchitto ha aperto ieri il convegno”.

E ieri sera una civilissima discussione notturna in tv (senza sorridere: erano ospiti nella trasmissione di Marzullo), presenti tra gli altri Gentiloni e Romani, dove su molti argomenti è sembrato di poter trovare una “quadra” bipartisan. Si parlava di contratto rai, tv e ovviamente banda larga.

Qui Piccole fondazioni crescono.

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