Archivio per ParliamoneAncheNoi

Il modo in cui ci hai insegnato a vivere

Borsellino è ancora nonno nei giorni di via D’Amelio.

[...] Un sms il sedici luglio: è nata Fiammetta, terzogenita di Manfredi Borsellino e Valentina, nipote di Paolo Borsellino. Sì, nata il sedici luglio.

Qui lo ricordiamo così Paolo Borsellino, con tanti affettusi auguri per la nipotina Fiammetta e con le parole di suo figlio Manfredi. Sempre grazie a Live Sicilia, “Grazie caro papàdi MANFREDI BORSELLINO*

Il primo pomeriggio di quel 23 maggio studiavo a casa dei miei genitori, preparavo l’esame di diritto commerciale, ero esattamente allo “zenit” del mio percorso universitario. Mio padre era andato, da solo e a piedi, eludendo come solo lui sapeva fare i ragazzi della scorta, dal barbiere Paolo Biondo, nella via Zandonai, dove nel bel mezzo del “taglio” fu raggiunto dalla telefonata di un collega che gli comunicava dell’attentato a Giovanni Falcone lungo l’autostrada Palermo-Punta Raisi.

Ricordo bene che mio padre, ancora con tracce di schiuma da barba sul viso, avendo dimenticato le chiavi di casa bussò alla porta mentre io ero già pietrificato innanzi la televisione che in diretta trasmetteva le prime notizie sull’accaduto. Aprii la porta ad un uomo sconvolto, non ebbi il coraggio di chiedergli nulla né lui proferì parola.

Si cambiò e raccomandandomi di non allontanarmi da casa si precipitò, non ricordo se accompagnato da qualcuno o guidando lui stesso la macchina di servizio, nell’ospedale dove prima Giovanni Falcone, poi Francesca Morvillo, gli sarebbero spirati tra le braccia. Quel giorno per me e per tutta la mia famiglia segnò un momento di non ritorno. Era l’inizio della fine di nostro padre che poco a poco, giorno dopo giorno, fino a quel tragico 19 luglio, salvo rari momenti, non sarebbe stato più lo stesso, quell’uomo dissacrante e sempre pronto a non prendersi sul serio che tutti conoscevamo.

Ho iniziato a piangere la morte di mio padre con lui accanto mentre vegliavamo la salma di Falcone nella camera ardente allestita all’interno del Palazzo di Giustizia. Non potrò mai dimenticare che quel giorno piangevo la scomparsa di un collega ed amico fraterno di mio padre ma in realtà è come se con largo anticipo stessi già piangendo la sua.

Dal 23 maggio al 19 luglio divennero assai ricorrenti i sogni di attentati e scene di guerra nella mia città ma la mattina rimuovevo tutto, come se questi incubi non mi riguardassero e soprattutto non riguardassero mio padre, che invece nel mio subconscio era la vittima. Dopo la strage di Capaci, eccetto che nei giorni immediatamente successivi, proseguii i miei studi, sostenendo gli esami di diritto commerciale, scienze delle finanze, diritto tributario e diritto privato dell’economia. In mio padre avvertivo un graduale distacco, lo stesso che avrebbero percepito le mie sorelle, ma lo attribuivo (e giustificavo) al carico di lavoro e di preoccupazioni che lo assalivano in quei giorni. Solo dopo la sua morte seppi da padre Cesare Rattoballi che era un distacco voluto, calcolato, perché gradualmente, e quindi senza particolari traumi, noi figli ci abituassimo alla sua assenza e ci trovassimo un giorno in qualche modo “preparati” qualora a lui fosse toccato lo stesso destino dell’amico e collega Giovanni.

La mattina del 19 luglio, complice il fatto che si trattava di una domenica ed ero oramai libero da impegni universitari, mi alzai abbastanza tardi, perlomeno rispetto all’orario in cui solitamente si alzava mio padre che amava dire che si alzava ogni giorno (compresa la domenica) alle 5 del mattino per “fottere” il mondo con due ore di anticipo. In quei giorni di luglio erano nostri ospiti, come d’altra parte ogni estate, dei nostri zii con la loro unica figlia, Silvia, ed era proprio con lei che mio padre di buon mattino ci aveva anticipati nel recarsi a Villagrazia di Carini dove si trova la residenza estiva dei miei nonni materni e dove, nella villa accanto alla nostra, ci aveva invitati a pranzo il professore “Pippo” Tricoli, titolare della cattedra di Storia contemporanea dell’Università di Palermo e storico esponente dell’Msi siciliano, un uomo di grande spessore culturale ed umano con la cui famiglia condividevamo ogni anno spensierate stagioni estive.

Mio padre, in verità, tentò di scuotermi dalla mia “loffia” domenicale tradendo un certo desiderio di “fare strada” insieme, ma non ci riuscì. L’avremmo raggiunto successivamente insieme agli zii ed a mia madre. Mia sorella Lucia sarebbe stata impegnata tutto il giorno a ripassare una materia universitaria di cui avrebbe dovuto sostenere il relativo esame il giorno successivo (cosa che fece!) a casa di una sua collega, mentre Fiammetta, come è noto, era in Thailandia con amici di famiglia e sarebbe rientrata in Italia solo tre giorni dopo la morte di suo padre.

Non era la prima estate che, per ragioni di sicurezza, rinunciavamo alle vacanze al mare; ve ne erano state altre come quella dell’85, quando dopo gli assassini di Montana e Cassarà eravamo stati “deportati” all’Asinara, o quella dell’anno precedente, nel corso della quale mio padre era stato destinatario di pesanti minacce di morte da parte di talune famiglie mafiose del trapanese. Ma quella era un’estate particolare, rispetto alle precedenti mio padre ci disse che non era più nelle condizioni di sottrarsi all’apparato di sicurezza cui, soprattutto dolo la morte di Falcone, lo avevano sottoposto, e di riflesso non avrebbe potuto garantire a noi figli ed a mia madre quella libertà di movimento che negli anni precedenti era riuscito ad assicurarci.

Così quell’estate la villa dei nonni materni, nella quale avevamo trascorso sin dalla nostra nascita forse i momenti più belli e spensierati, era rimasta chiusa. Troppo “esposta” per la sua adiacenza all’autostrada per rendere possibile un’adeguata protezione di chi vi dimorava. Ricordo una bellissima giornata, quando arrivai mio padre si era appena allontanato con la barchetta di un suo amico per quello che sarebbe stato l’ultimo bagno nel “suo” mare e non posso dimenticare i ragazzi della sua scorta, gli stessi di via D’Amelio, sulla spiaggia a seguire mio padre con lo sguardo e a godersi quel sole e quel mare.

Anche il pranzo in casa Tricoli fu un momento piacevole per tutti, era un tipico pranzo palermitano a base di panelle, crocché, arancine e quanto di più pesante la cucina siciliana possa contemplare, insomma per stomaci forti. Ricordo che in Tv vi erano le immagini del Tour de France ma mio padre, sebbene fosse un grande appassionato di ciclismo, dopo il pranzo, nel corso del quale non si era risparmiato nel “tenere comizio” come suo solito, decise di appisolarsi in una camera della nostra villa. In realtà non dormì nemmeno un minuto, trovammo sul portacenere accanto al letto un cumulo di cicche di sigarette che lasciava poco spazio all’immaginazione.

Dopo quello che fu tutto fuorché un riposo pomeridiano mio padre raccolse i suoi effetti, compreso il costume da bagno (restituitoci ancora bagnato dopo l’eccidio) e l’agenda rossa della quale tanto si sarebbe parlato negli anni successivi, e dopo avere salutato tutti si diresse verso la sua macchina parcheggiata sul piazzale limitrofo le ville insieme a quelle della scorta. Mia madre lo salutò sull’uscio della villa del professore Tricoli, io l’accompagnai portandogli la borsa sino alla macchina, sapevo che aveva l’appuntamento con mia nonna per portarla dal cardiologo per cui non ebbi bisogno di chiedergli nulla. Mi sorrise, gli sorrisi, sicuri entrambi che di lì a poche ore ci saremmo ritrovati a casa a Palermo con gli zii.

Ho realizzato che mio padre non c’era più mentre quel pomeriggio giocavo a ping pong e vidi passarmi accanto il volto funereo di mia cugina Silvia, aveva appena appreso dell’attentato dalla radio. Non so perché ma prima di decidere il da farsi io e mia madre ci preoccupammo di chiudere la villa. Quindi, mentre affidavo mia madre ai miei zii ed ai Tricoli, sono salito sulla moto di un amico d’infanzia che villeggia lì vicino ed a grande velocità ci recammo in via D’Amelio.

Non vidi mio padre, o meglio i suoi “resti”, perché quando giunsi in via D’Amelio fui riconosciuto dall’allora presidente della Corte d’Appello, il dottor Carmelo Conti, che volle condurmi presso il centro di Medicina legale dove poco dopo fui raggiunto da mia madre e dalla mia nonna paterna. Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempre; a differenza di quello che si può pensare mia sorella ha tratto una grande forza da quell’ultima immagine del padre, è come se si fossero voluti salutare un’ultima volta.

La mia vita, come d’altra parte quella delle mie sorelle e di mia madre, è certamente cambiata dopo quel 19 luglio, siamo cresciuti tutti molto in fretta ed abbiamo capito, da subito, che dovevamo sottrarci senza “se” e senza “ma” a qualsivoglia sollecitazione ci pervenisse dal mondo esterno e da quello mediatico in particolare. Sapevamo che mio padre non avrebbe gradito che noi ci trasformassimo in “familiari superstiti di una vittima della mafia”, che noi vivessimo come figli o moglie di …, desiderava che noi proseguissimo i nostri studi, ci realizzassimo nel lavoro e nella vita, e gli dessimo quei nipoti che lui tanto desiderava. A me in particolare mi chiedeva “Paolino” sin da quando avevo le prime fidanzate, non oso immaginare la sua gioia se fosse stato con noi il 20 dicembre 2007, quando è nato Paolo Borsellino, il suo primo e, per il momento, unico nipote maschio.

Oggi vorrei dire a mio padre che la nostra vita è sì cambiata dopo che ci ha lasciati ma non nel senso che lui temeva: siamo rimasti gli stessi che eravamo e che lui ben conosceva, abbiamo percorso le nostre strade senza “farci largo” con il nostro cognome, divenuto “pesante” in tutti i sensi, abbiamo costruito le nostre famiglie cui sono rivolte la maggior parte delle nostre attenzioni come lui ci ha insegnato, non ci siamo “montati la testa”, rischio purtroppo ricorrente quando si ha la fortuna e l’onore di avere un padre come lui, insomma siamo rimasti con i piedi per terra. E vorrei anche dirgli che la mamma dopo essere stata il suo principale sostegno è stata in questi lunghi anni la nostra forza, senza di lei tutto sarebbe stato più difficile e molto probabilmente nessuno di noi tre ce l’avrebbe fatta.

Mi piace pensare che oggi sono quello che sono, ossia un dirigente di polizia appassionato del suo lavoro che nel suo piccolo serve lo Stato ed i propri concittadini come, in una dimensione ben più grande ed importante, faceva suo padre, indipendentemente dall’evento drammatico che mi sono trovato a vivere.

D’altra parte è certo quello che non sarei mai voluto diventare dopo la morte di mio padre, una persona che in un modo o nell’altro avrebbe “sfruttato” questo rapporto di sangue, avrebbe “cavalcato” l’evento traendone vantaggi personali non dovuti, avrebbe ricoperto cariche o assunto incarichi in quanto figlio di… o perché di cognome fa Borsellino. A tal proposito ho ben presente l’insegnamento di mio padre, per il quale nulla si doveva chiedere che non fosse già dovuto o che non si potesse ottenere con le sole proprie forze. Diceva mio padre che chiedere un favore o una raccomandazione significa mettersi nelle condizioni di dovere essere debitore nei riguardi di chi elargisce il favore o la raccomandazione, quindi non essere più liberi ma condizionati, sotto il ricatto, fino a quando non si restituisce il favore o la raccomandazione ricevuta.

Ai miei figli, ancora troppo piccoli perché possa iniziare a parlargli del nonno, vorrei farglielo conoscere proprio tramite i suoi insegnamenti, raccontandogli piccoli ma significativi episodi tramite i quali trasmettergli i valori portanti della sua vita. Caro papà, ogni sera prima di addormentarci ti ringraziamo per il dono più grande, il modo in cui ci hai insegnato a vivere.

* (La testimonianza del figlio del giudice – pubblicata per gentile concessione dell’editore – chiude il libro “Era d’estate”, curato dai giornalisti Roberto Puglisi e Alessandra Turrisi – Pietro Vittorietti editore).

Tag:, ,

Conflitto per il conflitto

Cosentino si è dimesso. Ora bisognera solo attendere che i finiani facciano esplodere l’ennesimo conflitto. Come scriveva stamattina Franco Bechis:

Sarà un po’ più difficile ottenere da Denis Verdini analoghe dimissioni dal vertice PdL per togliere le castagne dal fuoco al Cavaliere. L’uomo è di ben altra tempra, il carattere è sanguigno, sarà più facile la pugna che la resa per spianare la strada a Berlusconi. Per fortuna il suo ruolo è solo politico, e non c’è mozione parlamentare che possa occuparsene: la questione può occupare solo casa PdL, in cui le truppe di Gianfranco Fini possono fare ben pochi sconquassi. Eppure il tema lanciato ieri dal Cavaliere, le sue dure parole sul giacobinismo di ritorno, era davvero una bandiera possibile da sventolare per il leader del centro destra. Apparteneva al dna suo e del partito fin dalle origini, c’era più di un presupposto per brandirla con coraggio senza timore dei sondaggi e correndo il rischio di impopolarità.

La sensazione – simile a quella del caso Brancher – è però quella di una indecisione di fondo, di una certa paura del Cavaliere a imboccare l’una o l’altra strada. Così Berlusconi rischia davvero che di settimana in settimana il braccio di ferro irrisolto con Fini potenzi a dismisura il presidente della Camera e indebolisca il Cavaliere. Certo la tattica fin qui non è stata vincente. Sembra che il premier da un lato ragioni sempre come imprenditore, colpito quindi da quella che a lui appare la slealtà dei principali collaboratori. Ma quando poi deve passare all’azione politica, si faccia prendere dal più antico dei virus, quello democristiano. Anche se fa la voce grossa in pubblico, poi Berlusconi tratta con tutti, perfino con chi evidentemente cerca solo il conflitto per il conflitto, e non vuole portare a casa nulla davvero.

Il presidente del Consiglio se ne è accorto in queste ore proprio sul tema delle intercettazioni. Prima ne ha fatto una sorta di linea del Piave, poi ha iniziato la trattativa con il Quirinale e la linea ha iniziato naturalmente a cedere. Poi ha autorizzato i suoi a un’intesa sottobanco con i finiani, concordando un pacchettino di emendamenti per non avere sorprese. Ieri si è sentito di nuovo tradito quando ad accordo fatto Giulia Bongiorno si è presentata in commissione con nuovi emendamenti e la certezza dell’appoggio di editori, giornalisti e opposizioni. Sono i finiani ad avere spostato più in là il fronte dell’attacco, e così faranno sempre.

Fare finta di rompere e provare invece a ricucire come avveniva con le grandi correnti della Dc non funziona. Anche perché nella prima Repubblica avveniva l’esatto contrario di quel che si vede in scena oggi: coltellate dietro le quinte, poi in pubblico si chiamavano tutti amici e andavano perfino a messa insieme. Certo, per risolvere questo continuo logoramento ai fianchi il Cavaliere deve rischiare qualcosa. Non si può mai andare in battaglia avendo la certezza dell’assicurazione sulla vita e di uno scudo che scongiuri qualsiasi ferita. Ma se non si corre quel rischio, il destino di Berlusconi è segnato, e dall’assedio settimana dopo settimana rischia di non potere più uscire. Per l’uomo che voleva cambiare l’Italia e consegnarla diversa ai posteri, restare chiuso in una rocca sempre più impotente è il peggiore dei destini. E soprattutto, non ne vale la pena.

via Il Legno storto, quotidiano online – Politica, Attualità, Cultura.

Qui – scrivendo alcune cose che condivido (molte altre decisamente no) – Giancarlo Loquenzi si domanda: Il destino del centro destra è nelle mani di Fini o ci sono alternative?

Quello che accade nella compagine finiana è abbastanza chiaro. Il presidente della Camera è in cerca della “spallata” contro un regime berlusconiano visto perennemente in bilico ma senza l’inerzia necessaria per cadere da solo. Serve una bella spinta. La mia impressione è che – al contrario di quanto continua a scrivere il Foglio di Giuliano Ferrara – Fini si senta già oltre il punto di non ritorno e non sia affatto interessato o disponibile ad una tregua di reciproca convenienza.

La rincorsa è iniziata con la direzione del partito dello scorso 22 aprile e non sembra destinata a fermarsi prima dell’impatto finale. La domanda a cui oggi è difficile dare una risposta riguarda piuttosto il coefficiente di resistenza del bilico berlusconiano. Dalle nebbie di lunghi mesi di mugugni e malumori molto confusi, la strategia finiana si è andata chiarendo nelle ultime settimane. Fini è ormai il portatore di un progetto politico completamente alternativo al berlusconismo.

Più o meno le stesse cose che su questo blog andiamo dicendo da tempo. E poi aggiunge, “è un progetto legittimo, ormai anche quasi interamente dichiarato, se non a parole, nei fatti”, basterebbe solo che venisse allo scoperto per legittimarlo. Per concludere, anche in questo caso dicendo alcune cose che qui si prova a dire da tempo immemore:

Sul versante berlusconiano (oltre allo stesso Cav. e alle sue proprie risorse) ci sono persone in grado di contrastare questo epilogo: tra i ministri, tra i parlamentari e i dirigenti di partito, ci sono coloro che potrebbero fornire una lettura alternativa delle vicende di questi giorni e proporre agli elettori di centro-destra un percorso convincente verso una fase nuova che non contenga il tradimento della vecchia. Non servono nuove fondazioni, finti convegni, o vecchie correnti. Basta venire allo scoperto, parlare chiaro e giocarsi una partita che è ancora possibile vincere.

Altrimenti si spieghi al “popolo della libertà” che la leadership finiana è il loro futuro destino. Molti si adatteranno, altri certamente no. Ma è sempre meglio che farsi la guerra fino allo stremo.

p.s.: Era stato sempre il Foglio a far parlare il “Gianni Letta di Fini“, Andrea Augello, che aveva assicurato massima lealtà: “Quelle modifiche le condividiamo. Giulia Bongiorno non presenterà alcun emendamento alla legge sugli ascolti telefonici in commissione Giustizia”. A distanza di qualche giorno, nuova evoluzione e nuovo dietrofront. Ieri la Bongiorno ha comunicato: Contribuirò con emendamenti.

Tag:, ,

Altrimenti…

Scrive Freedom Land, “Due cose che so di Denis Verdini”:

Ho conosciuto Denis Verdini a Udine. Estate 2008, mi pare. Il Pdl aveva appena vinto le elezioni provinciali, regionali e nazionali e l’ultimo coordinatore nazionale di Forza Italia e primo coordinatore del Pdl girava il nord cercando di spiegare a tutti che partito sarebbe stato. Verdini arriva all’hotel Ambassador e incontra amministratori locali, eletti, quadri di partito di quella che era stata Forza Italia. Racconta di un movimento che a me non piace. Senza congressi, senza primarie, senza democrazia interna. Il suo Pdl non verrà ricordato come un partito meritocratico e il dubbio amletico che rimarrà sempre è se questo sia accaduto per volontà sua o del Presidentissimo Berlusconi. Oltre alle divergenze politiche, però, di Verdini so due cose.

Una cosa è certa, però: Verdini non è ancora colpevole di nulla. Non lo è oggi che è sotto inchiesta per l’associazione segreta più ridicola del mondo, non lo era ieri per i presunti appalti de L’Aquila. Non lo è semplicemente perché in un paese civile funziona così. La seconda cosa di cui sono sicuro è che non debba dimettersi. Il bene comune non richiede atti di codardia, ma il coraggio delle proprie azioni. Andarsene ora sarebbe non soltanto un’ammissione di colpevolezza ma l’implicito assenso a un metodo che non possiamo che respingere con sdegno: non basta l’iscrizione nel registro degli indagati per far sì che qualcuno si dimetta. Altrimenti, qualcun altro, avrebbe dovuto dare il buon esempio.

via Due cose che so di Denis Verdini.

Tag:, ,

Il fine del potere è il potere

Dovrebbe maneggiarle con più delicatezza le citazioni di Orwell, il buon Filippo Rossi, che in un corsivo apparso su FareFuturo webmagazine si scaglia contro il Cavaliere reo di voler limitare la libertà di stampa. Libertà che, spiega Rossi, è “assoluta”. “Una ricchezza per il paese. E non un problema. Perché, come spiegava George Orwell ‘la vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire’”.

Rossi, che immaginiamo venga fuori da una tradizione politica di cui Orwell fu fiero avversario, di quel background sembra conservare ancora dei germi. Dietro l’impeto emotivo dei suoi corsivi, infatti, c’è la difesa di un’ideologia in cui prima viene lo Stato e poi la privacy dei cittadini, prima il controllo sul singolo individuo e soltanto dopo il diritto alla riservatezza. Rossi partecipa roboante alla campagna contro l’articolo 15, stravolgendo e rovesciando il senso di questa legge pensata in difesa della inviolabilità della comunicazione privata, e lo fa sapendo che “se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole”.

Rossi finisce quindi per adoperare quella “neolingua” in cui ogni parola che si allontana dal vocabolario imperante (“il bavaglio”, “l’attentato alla democrazia”, eccetera), diventa eresia, perché scalfisce l’abitudine ormai instillata (da 15 anni) nelle menti degli italiani: siamo un Paese sotto dittatura mediatica, un’idea che probabilmente anche Orwell avrebbe denunciato come una manipolazione scientifica della realtà.

I corsivi del magazine di Fini, così emblematicamente enfatici, fanno nascere il sospetto che si voglia mascherare qualcos’altro: in Italia c’è una destra pronta a remare contro, una destra che – permetteteci il gioco di parole – è unicamente alla ricerca dei propri fini. “Il fine del potere è il potere”, scriveva Orwell, e per ottenerlo servono parole altisonanti e battaglie diversive, tutto l’armamentario che FareFuturo adopera quotidianamente per raggiungere i suoi scopi politici.

via I “fini” orwelliani di Filippo Rossi | l’Occidentale.

Tag:, ,

Nessuno aveva avanzato rilievi

Quando le riunioni, sempre richieste, poi non contano nulla.

Sul disegno di legge presentato dal ministro Giorgia Meloni è stata fatta una riunione nel corso della quale tutti gli aspetti di esso sono stati esaminati e approfonditi. Nel corso della riunione nessuno aveva avanzato i rilievi che poi sono stati mossi in Aula da parte di qualche nostro collega.

via NERVI A FRENO NEL PDL E PIU’ COESIONE IN AULA

Qui invece la risposta della Meloni alla critiche arrivate da Antonio Martino.

Primo chiarimento necessario, rispetto alle argomentazioni dell’on. Martino: questa legge non stanzia nemmeno un euro, semplicemente stabilisce dei criteri trasparenti per usufruire di un fondo di 12 milioni di euro già allocato presso il Ministero della Gioventù «per la realizzazione di Comunità Giovanili». E la cosa più buffa è che questo fondo è stato creato dal precedente governo Berlusconi, del quale lo stesso Martino faceva parte, mentre la sottoscritta non era neanche parlamentare.

Tag:, ,

Da quelli che straparlano

Rivoltare l’Italia come un bavaglio

Legno storto è un blog collettivo di destra che non leggo. Rischia però di chiudere perché il magistrato Piercamillo Davigo vuole rivoltarlo come un calzino: l’ex pm di Mani Pulite, infatti, ha chiesto 100 mila euro di danni e i suoi colleghi si stanno dando da fare per procedere rapidamente. Anche il capo del sindacato dei magistrati, Luca Palamara, ha scatenato la Digos contro il blog. I post incriminati, condivisibili o no, non sembrano diffamatori. Questo da quelli che straparlano di bavaglio alla libera informazione.

via Camillo – Il blog di Christian Rocca.

Tag:, ,

Questo è inaccettabile

Tremonti ha ricordato che ieri ha incontrato il commissario Ue ai fondi europei con il quale si è sottolineato il fatto che per il Sud c’è stato uno stanziamento nell’ambito del programma comunitario 2007-2013 pari a 44 miliardi di euro dei quali ne sono stati usati solo 3,5. «Questo è inaccettabile. E la colpa – ha aggiunto – non è dell’Europa, dei governi di destra o di sinistra, ma è colpa della cialtroneria di chi prende i soldi e non li spende. E siccome i soldi per il Sud saranno di più e non di meno nei prossimi anni allora non si può continuare con questa gente che sa solo protestare ma non sa fare gli interessi dei cittadini».

via Tremonti: «Basta con la cialtroneria di chi, al Sud non fa gli interessi dei cittadini». Vota il sondaggio – Il Sole 24 ORE.

Viaggio nelle Regioni: ecco come spendono e quanto ci costano.

Significa condannarsi a ripeterlo

Non ricordare il proprio passato, secondo un detto famoso, significa condannarsi a ripeterlo. Per l’Italia politica uscita dal collasso della Prima repubblica – probabilmente la peggiore di sempre – il passato è invece un ring dove i pugili si affrontano senza sosta, da soli e in gruppo, riunendosi e dividendosi, e con l’unico scopo di darsi una scarica di botte. Conservare la memoria dei fatti, oltre ad essere un utile esercizio spirituale, aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo.

E’ l’incipit di Da Prodi a D’Alema (9-21 ottobre 1998) su The Front Page. Qui lo stesso argomento trattato da Davide Giacalone: Idee e Memoria.

Silvio Berlusconi era il mandante delle stragi di mafia. Massimo D’Alema era complice e divenne presidente del Consiglio per fare un piacere alla mafia. Romano Prodi ebbe un ruolo poco trasparente, diciamo connivente. Non so fra quanto tempo giungerà in libreria l’intervista autobiografica di Carlo Azeglio Ciampi, certo è che, se continua a spararle così grosse, si dovrà interrompere la trepidante attesa e invitarlo a fare un cosa dignitosa e seria: tacere.

Intervengo sul punto perché detesto l’ipocrisia e la viltà, mentre il Presidente Ciampi è uno di quei personaggi che inducono l’una e l’altra. Sembra che sia un’offesa alle sacre carte metterne in evidenza gli svarioni. Nel caso di Ciampi sono gravissimi e multipli, ma ho visto la sola reazione de Il Foglio. Quindi me ne occupo. Con rispetto, ma senza timori reverenziali.

Intervistato dal Corriere della Sera di giovedì (“D’Alema mi offrì di fare il Premoer ma poi cambiarono le carte in tavola”), cogliendo l’occasione per l’ennesimo lancio del libro, è riuscito a lamentarsi di non avere ricevuto l’incarico per formare il governo, nel 1998, come pure gli era stato offerto da D’Alema. Quest’ultimo aveva chiesto di vederlo con urgenza e si era precipitato a Santa Severa, dove Ciampi, ministro, si trovava fateci caso: era al mare, secondo altre anticipazioni del libro fatale, anche quando scoppiarono le bombe mafiose ed era capo del governo, non sarà che ci sta troppo, al mare?, per dirgli che doveva fare il governo, altrimenti non lo avrebbe fatto nessuno. Nel giro di poco, invece, lo fece D’Alema stesso. E, fin qui, siamo ai rimpianti. Ma sentite cosa Ciampi riesce a sostenere: “La verità, ne sono convinto, è che la mia presenza a Palazzo Chigi non era gradita a troppa gente. A cominciare dalla mafia, come dimostrò la stagione delle bombe cominciata nel maggio ’93, nella mia prima esperienza da premier”. Ora, lasciamo perdere il fatto che il “premier” non esiste, nella nostra Costituzione, le parole di Ciampi hanno un significato inequivocabile:

a. si considera il bersaglio delle bombe del ’93 magari poi ci spiega anche il perché;

b. fu per favorire la mafia che a Palazzo Chigi, nel ’98, andò D’Alema.

Perché abbiate chiaro il livello di lucidità che accompagna queste parole, devo ricordare che nel governo D’Alema Ciampi era ministro del Tesoro, come già nel governo precedente, quello di Prodi. A quella stagione si deve la svendita dissennata di Telecom Italia, tanto per non smarrire la memoria. Quindi, aveva cognizione d’essere il nemico numero uno della mafia, che le bombe scoppiavano per favorire i nuovi soggetti politici, riteneva che D’Alema fosse meno sgradito a cosa nostra e, per questo … andava a fare il suo ministro del tesoro. Giudicate voi.

Non è finita. Dato che D’Alema gli aveva annunciato che avrebbe ricevuto l’incarico dal Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, anziché adontarsi reclamando il rispetto del dettato costituzionale l’ottimo Ciampi si dedicò ad un’attività più produttiva: compilò la lista dei ministri. Così, quando Scalfaro avesse eseguito l’ordine della sinistra, sarebbe stato già pronto. Essendo uomo di raffinata cultura, scrisse i nomi dei ministri in caratteri greci, in modo da farli restare segreti anche in caso di smarrimento. Giuro, non è una pagina d’avventure delle giovani marmotte (non mi pare il caso di scomodare Dan Brown). Il quesito è uno, piuttosto imbarazzante: ma l’Italia era ancora una Repubblica parlamentare o qualcuno aveva fatto credere a Ciampi che potesse divenire commissario del popolo, coadiuvato da propri amici e collaboratori? continua qui

Qui I dalemiani e quei veti su Ciampi Premier. E poi sempre da The Front Page Che cosa è veramente successo nell’ottobre ‘98?

Ciampi si definisce “un corpo estraneo” alla politica italiana, e porta come prova regina proprio gli avvenimenti dell’ottobre 1998. “Mi fu chiesto – racconta Ciampi – di guidare il governo, e quell’incarico sfumò nell’arco di pochissime ore, senza che sapessi perché. Un mistero che né D’Alema né Prodi mi hanno mai svelato. La verità, ne sono convinto – prosegue Ciampi – è che la mia presenza a palazzo Chigi non era gradita a troppa gente. A cominciare dalla mafia, come dimostrò la stagione delle bombe cominciata nel maggio ’93, nella mia prima esperienza da premier. Cinque anni dopo, la via d’uscita per sbarrarmi le porte di palazzo Chigi fu di farmi andare al Quirinale”.

Gran bella via d’uscita, verrebbe da dire (Berlusconi ci metterebbe la firma); così come si potrebbe obiettare che suona poco credibile una mafia che blocca Ciampi per prendersi D’Alema, salvo poi mandarlo al Quirinale. Ma, al netto di queste piccole ingenuità, che in definitiva confermano quanto Ciampi, effettivamente, sia un “corpo estraneo” alla politica italiana, le dichiarazioni del presidente emerito aprono un caso. Noi, che in quei mesi lavoravamo con D’Alema, ricordiamo una storia diversa. continua qui

Poi la lettera di Prodi al Corriere e la replica di Velardi e Rondolino, La memoria vuota di Romano Prodi. Qui Smemoratezze emerite.

Tag:, ,

Appoggio tartufesco

Precari, Lombardo bussa a Roma e Tremonti non concede alcuna deroga. Scrive Repubblica: “Il Ministro dell’economia non ha dato alcun via libera a qualsiasi tipo di deroga al patto di stabilità” come chiedeva il governatore e come vorrebbe anche il Pd, che con il segretario regionale Lupo ha così commentato l’esito dell’incontro: «Il ministro Tremonti ha sbattuto ancora una volta la porta in faccia al governo regionale, a questo punto chiediamo ai sindaci della Sicilia di farsi promotori di una grande manifestazione nazionale». Tremonti sul punto è stato chiaro:

Spese aggiuntive a carico della Sicilia.

Dopo aver pubblicizzato l’incontro romano come un possibile successo, visto le “aperture” che secondo i sostenitori del governatore sarebbero arrivate da una “cordiale” telefona con il premier – letta strumentalmente da qualcuno come un appoggio politico al governo e al governatore stesso – Lombardo deve incassare il no netto (senza se e senza ma) del ministro dell’economia.

Sul versante rimpasto si assiste al consueto teatrino. Frenano gli “innovatori” del Pd e frena anche Miccichè, che questa volta difende la manovra e si schiera dalla parte del ministro dell’Economia: “Bisogna tagliare tutte le spese improduttive”. «L’Europa – ha dichiarato Miccichè – ci chiede un sacrificio enorme e noi lo stiamo facendo perché abbiamo a cuore il futuro delle nuove generazioni. Il governo ha messo a punto una manovra necessaria». Il Pd, sponda Cracolici, è riattraversato da spinte autonomiste: “Non possiamo essere il franchising di una ditta che opera a Roma” dichiara il capogruppo all’Ars. Mentre gli ex Margherita (Genovese e Papania) si dicono pronti a continuare così: “Avanti con questa giunta”. Lo stesso Giornale di Sicilia che ieri dava il nuovo governo come cosa fatta, ora parla di marcia indietro e di rinuncia anche da parte di Lombardo, soprattutto dopo un faccia a faccia alla Camera con l’ex segretario regionale del Pd, il margheritino ex sindaco di Messina Francantonio Genovese. Il Corriere, La tela di Totò Cardinale che spacca il Pd siciliano, dedica ampio spazio a Totò Cardinale (attuale disoccupato illustre, sostituito però alla Camera dalla figlia Daniela). L’ex Ministro, attivissimo nelle trattative per varare il Lombardo qauter, chiede un “governo del buonsenso”, ma riceve in cambio una sonora bocciatura sia da Enzo Bianco – «Governo del buonsenso? Sarebbe un inciucio dei peggiori, quella di Cardinale è una provocazione. Se Bersani non interviene e non dice una parola chiara, sono pronto ad azioni eclatanti: anche ad auto sospendermi» – che dal segretario regionale dei democratici – «C’è molta irritazione, di certo non rappresenta il Pd» .

Enzo Bianco è indignato:

«Pirandello potrebbe trarre ispirazione da questa storia. C’è una questione giudiziaria sulla quale non dico nulla: solo che le accuse sono gravissime e i magistrati di grande esperienza».

Poi è altrettanto chiaro sulla questione politica:

«Eletto con maggioranza bulgara, Lombardo ha perso il fratello siamese Cuffaro e un pezzo di Pdl. Ora c’è solo l’appoggio tartufesco della stragrande maggioranza del Pd locale. Un’ambiguità intollerabile. Non possiamo fare da stampella a questi signori: è ora che Bersani dica una parola chiara».

Giuseppe Lupo in perfetto stile tartufesco, è assolutamente categorico:

Deciderà Lombardo, noi stiamo fuori. Ma non siamo neanche a favore delle urne: siamo un partito responsabile e la Sicilia, con una crisi gravissima, rischia di perdere 17 miliardi di euro di fondi comunitari»

Tra faccia a faccia e incontri ufficiali, Lombardo ha trovato il tempo anche di nominare il nuovo presidente di Sviluppo Italia Sicilia: è Marco Belluardo, ex assessore in quota Mpa, rimasto disoccupato dopo il rimpasto voluto a Catania da Stancanelli. Belluardo è anche presidente provinciale del Movimento cristiano lavoratori. Nuovi consiglieri, sono stati nominati Gianluca Galati, il giovane avvocato recentemente nominato suo capo di gabinetto alla Presidenza della Regione e Renato Marino, vicino all’Alleanza per l’Italia di Rutelli. Vincenzo Paradiso, amministratore delegato dal 2002, diventa direttore generale della società.

Il Pdl? Ancora non pervenuto.

p.s.: A proposito di spese improduttive e da tagliare ci sarebbe da segnalare il boom delle baby-pensioni. Nell’ultimo biennio sono raddoppiate le richieste di prepensionamento: sono circa 200 l’anno (e l’età media di chi lascia in anticipo l’ufficio è di appena 53 anni.). A quanto pare non è solo l’assessore Russo ad usufruirne.

Tag:, ,